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ambientalista
Thursday, June 22, 2006 10:08 AM
Giovanni Bollea: Salviamo i bambini dalla guerra
di Daniela Daniele, tratto da “La Stampa”, 10 dicembre 2003

La gioia incomparabile che gli procura aiutare qualcuno a crescere non l’ha mai nascosta. Al punto che, non contento di dedicarsi ai bambini e agli adolescenti, ha fondato l’Alvi, Alberi per la Vita, associazione per il rimboschimento dell’Italia, senza spesa pubblica. Questa forza travolgente, Giovanni Bollea, l’ha avvertita dentro di sè fin dalla prima infanzia. Ama citare un ricordo molto significativo, legato a quel periodo quando, scolaro di sette anni, andò in visita con la sua classe al Cottolengo di Torino. La suora che faceva da guida ad allievi e insegnanti, nel mostrar loro la stanza dei piccoli affetti dagli handicap più gravi, commentò: «Vedete, questi sono i bambini che per primi andranno in Paradiso». E il piccolo Bollea, indignato e combattivo, di rimando: «Perché invece non li curate?». Quello che è il riconosciuto innovatore della neuropsichiatria infantile nel nostro Paese è nato il 5 dicembre 1913 e ieri pomeriggio i suoi novanta incantevoli anni sono stati festeggiati in Campidoglio, alla presenza del sindaco Veltroni e di esponenti del mondo universitario. «Professore, è un po’ emozionato per questo tributo della città di Roma? «Sono molto emozionato». Una risposta data con il tono di chi esprime liberamente le proprie sensazioni e, anzi, le gusta in tutta la loro pienezza, avendo appreso il magico sistema di metterle in equilibrio stabile con la mente razionale. Ma, soprattutto, la risposta di un uomo che sa quanto vale e che, continuamente, cerca le vie della conoscenza. Un anziano bambino che ha sufficiente saggezza per capire che «più si diventa vecchi e più si ha la sensazione di tornare indietro, alle proprie origini. Come un fiume che si avvicina alla sorgente, dove l’acqua è limpida». Ma quanta strada ha fatto quel «fiume». Nasce a Cigliano Vercellese e vive la prima infanzia a Torino, nel popolarissimo quartiere di Porta Palazzo. Conosce la gente della strada, persone segnate dalla miseria, fisica e morale, dalla fatica di vivere partendo svantaggiati. E proprio in questo habitat matura, in lui, il primo germe di una coscienza che lo porterà a considerare la sua missione a tutto tondo, nell’esaminare il disagio della psiche, senza prescindere dal contesto sociale. Perché ha scelto di occuparsi proprio dei bambini? «Nel ‘47, subito dopo la guerra, ho incontrato una gran quantità di piccoli che soffriva, costantemente preda dell’angoscia per il conflitto che era stata costretta a vivere. Per questo ho incominciato. Per loro. L’anno prima ero stato scelto tra i sei italiani per frequentare un corso di psichiatria infantile, a Losanna. Tornato dalla Svizzera, ho iniziato a lottare per mettere in atto i miei progetti». E lotta è sempre stata per Bollea. A viso aperto, ma senza tentennamenti. Figlio, amatissimo, di un padre con la testa piena di ideali e con la propensione a perdere tutti i denari in imprese destinate a non avere futuro, e di una madre dolcissima, con il senso pratico che permise alla famiglia di tirare avanti, il giovane Bollea, liceale, alle cinque del mattino andava nel pastificio di via Po, ereditato dalla bisnonna. Aiutava la mamma a fare la pasta e alle otto correva a scuola. Del resto, che coraggio e determinazione siano doti dell’uomo lo conferma la sua storia. Nel luglio del 1938, si laurea in medicina, a Torino. Il 5 agosto dello stesso anno, sposa Renata Jesi, ebrea romana, sfidando le leggi antisemitiche promulgate il 15 luglio. Si specializza, quindi, in malattie nervose. Come visse il periodo del fascismo, professore? «Basti pensare che, durante la guerra, fui costretto a nascondere i miei figli...». Nella campagna di Russia, il giovane medico opera i suoi compagni, senza l’ausilio di anestetici. E aiuta se stesso e altri grazie alla forza di volontà e a particolari tecniche di respirazione. Durante la ritirata, è costretto a ripercorrere la strada disseminata di cadaveri dei soldati per mettersi in salvo. Finita la guerra, decide di fare qualcosa per aiutare i più piccoli. Nasce così, a Roma, l’Istituto di Neuropsichiatria infantile più avanzato d’Europa. Non senza difficoltà. Perché Giovanni Bollea, già alla fine degli anni Quaranta, credeva che occuparsi del malessere di una persona fosse materia a soggetto interdisciplinare. Fu una vera e propria rivoluzione? «Sì, introdussi l’idea del trattamento in équipe: psichiatra, psicologo e assistente sociale collaboravano insieme nel prendersi cura di un caso sotto tutti i punti di vista. Questa scelta, all’inizio, non fu ben accolta negli ambienti medici». Bollea e i suoi collaboratori dovettero fare i conti con non poche resistenze. Vennero accusati di praticare una medicina annacquata e inquinata da troppe discipline. Ma le critiche non ottennero altro risultato se non quello di stimolare ancor più la scuola di pensiero che si andava formando attorno a chi aveva avuto l’ardire e la fantasia di creare qualcosa di nuovo. Che, intanto, incominciava a dare buoni risultati sui pazienti. Tale e tanto era il desiderio di aiutare i bambini. E, forse, in questa vocazione c’era l’eco di una propria sofferenza lontana. Qual è il primo ricordo molto brutto, della sua vita, che le viene in mente? «Quando, a tre anni, vidi partire mio padre per la guerra». Professore, oggi la guerra è pane quotidiano per i nostri bambini che la vivono attraverso tv e giornali. Per non parlare di quelli che la soffrono sulla propria pelle. «Un orrore. So bene, perché ricordo quanti guasti aveva provocato nei piccoli la seconda guerra mondiale. E ho visto di persona le angosce generate nei bambini durante la guerra del Kosovo, la loro paura che il papà dovesse andare in battaglia...». Come si possono difendere i figli da questa ondata bellica via media? E’ bene lasciare che vedano e poi parlare, cercare di spiegare, oppure si deve fare atto di censura? «Dipende dall’età. Sotto i quattordici anni, è meglio proteggere i figli da immagini di violenza e di guerra. Più volte ho detto che i telegiornali, che vanno in onda nelle fasce di pranzo e cena, dovrebbero esimersi dal presentare certi filmati. Possono, davvero, creare angosce profonde. Sopra i quattordici anni, si può tentare un dialogo, anche perché i giovani vivono momenti di grande incertezza e parlare con i genitori può disinnescare situazioni pericolose». Anche la scuola può fare la sua parte. Lei, professore, coltiva un sogno che ha il suo solito marchio di approccio interdisciplinare: scuola, famiglia, società. «E’ così. Si dovrebbe fare una legge al riguardo. Io penso che ci sia la famiglia che ha il compito di formare il bambino, poi la scuola, che si occupa di istruire. Ma dovrebbe esserci anche quella che chiamo “scuola B”, fatta di partecipazione volontaria di diverse figure della società, dal banchiere all’artigiano, dall’avvocato all’artista, dal giornalista al commerciante, capace di introdurre i giovani nella realtà della vita. Ci sono tanti pensionati che sarebbero in grado di fornire quest’opera. Voi neppure immaginate quante trasgressioni adolescenziali in meno riusciremmo ad avere con questo sistema». Lo dice con passione e mentre parla viene da pensare che Bollea aiuta i ragazzi, ma anche i vecchi. Insegna che non smettere di fare progetti è l’unico modo per continuare a essere, davvero, giovani. Anche a novant’anni. Del resto, insegnare è stata la sua seconda anima. Quando, a 70 anni, tenne la sua ultima lezione all’Università La Sapienza, c’erano quasi trecento persone accalcate nell’aula: studenti, medici, ex pazienti, assistenti sociali e anche un bimbetto in pigiama, scappato di nascosto dalla corsia. Fu un lungo, caloroso applauso che segnò il «finis». E il professore, allora come oggi, non si vergognò della sua commozione. A novant’anni, guardarsi indietro e vedere le tappe raggiunte, la scuola creata, «questi allievi che ho messo io in cattedra», le numerose pubblicazioni, aiuto prezioso per i genitori, ma soprattutto la riconoscenza di tanti adulti che un giorno, bambini, hanno ritrovato la serenità grazie a lui, dev’essere bello. Ma se gli chiedete uno dei suoi più bei ricordi, risponde: «Quando mi hanno fatto cittadino onorario del mio paese».
ALVI cardclub
Friday, August 18, 2006 8:47 AM
legge bella ignorata da cittadini e amministratori:piantare un albero per ogni bimbo che nasce
10 alberi per la vita

Intervista con Giovanni Bollea, neuropsichiatra.
di Gianni Vercellone
da .eco di Gennaio 2001


Giovanni Bollea, neuropsichiatra famoso e ambientalista militante. Il sogno di una "solidarietà globale" e di un sano istinto naturalistico.

Giovanni Bollea non è soltanto un famoso neuropsichiatra infantile. E' anche - un suo aspetto forse meno noto - un fervido ambientalista, spesso impegnato in battaglie per dare spazi verdi e luoghi di gioco ai bambini.

Un contributo, fin dai primi anni '60, a liberare spazi urbani al gioco e alla socializzazione dei ragazzi. Giovanni Bollea è stato inoltre padre di una legge bella e poetica, pressochè ignorata da cittadini e amministratori: quella che impone di piantare un albero per ogni bimbo che nasce.

Ma se gli enti locali non si muovono, propone Bollea, potrebbero darsi da fare le famiglie ed offrirne dieci di alberi, alberi riparatori delle emissioni che produciamo con il nostro stile di vita dissipativo ed energivoro.

Lo abbiamo intervistato nella sua casa romana.
Professor Bollea, lei è uno tra i promotori della legge che, se rispettata, obbligherebbe i Comuni italiani a piantare un albero per ogni bambino che nasce. Come è arrivato a questa idea? E' soddisfatto di come è stata gestita?

"Sono stato a suo tempo fautore della legge Rutelli che obbliga i Comuni italiani a piantare un albero per ogni bambino che nasce.
Noi, come associazione ALVI (Alberi per la vita), abbiamo promosso una campagna rivolta ai genitori o ad altri parenti affinchè donino dieci alberi per ogni neonato, basandoci su due realtà inconfutabili: innanzitutto, viviamo d'aria e di acqua e consumiamo 280 / 340 litri di ossigeno al giorno, mentre dieci alberi producono in media, la stessa quantità di ossigeno, e soltanto gli alberi producono ossigeno.
Secondo, produciamo anidride carbonica attraverso gli scarichi e le scorie dei vari strumenti superflui e necessari al vivere moderno (automobili, luce, aerei, fabbriche, ecc), senza contare la nostra respirazione, mentre soltano le piante e gli oceani assorbono anidride carbonica.
Abbiamo propagandato fortemente la creazione di boschi o parchi dove piantare dieci alberi per ogni nascita.
Una campagna della quale tutti i comuni dovrebbero appropriarsi: dieci alberi per ogni bambino che nasce, come una tassa obbligatoria.
Qualche gioellino, qualche confetto in meno per poter regalare al neonato, oltre alla vita, anche il suo bagaglio d'ossigeno".

Cosa è, cosa dovrebbe essere l'educazione ambientale in un quadro di così veloce trasformazione sociale e antropologica, di cambiamento della percezione dello spazio e del tempo?

"Noi come ALVI, Ass. Alberi per la vita, abbiamo sperimentato a Roma, a Torino e in altri piccoli centri un'educazione ambientale per la quarta e la quinta elementare e prima e seconda media: poche lezioni e molte conversazioni nei parchi. L'entusiasmo è stato grande e l'attenzione sempre più forte. Abbiamo spiegato, e spesso il consenso è stato entusiasmante ...

Giovanni Bollea è il più illustre neuropsichiatra infantile italiano, autore di oltre trecento tra pubblicazioni, monografie e compendi.
Nato nel 1913 ... apre nel 1947 a Roma il primo centro-medico-psico-pedagogico italiano.
Nel 1949 è socio fondatore della soc. italiana per l'assistenza medico-psico-pedagogica all'età evolutiva, nel 1956 dell'ass. italiana assistenza agli spastici.
Nel 1987 ha fondato l'ALVI Alberi per la vita,che ha lo scopo di rimboscare il territorio italiano ricorrendo al contributo di soci e sponsor.
Il principio ispiratore è "fare", creare nuovi boschi o "restaurare" quelli degradati.


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