Full Version: fabio franzin
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ezechiele,lupo3
Thursday, December 08, 2011 6:25 PM
vi propongo tre nuove poesie di Fabio Franzin, tratte dai Canti dell'offesa, in corso di pubblicazione presso le edizioni Il vicolo, di Cesena. Sono poesie che parlano della crisi, di questi nostri tempi avari di speranza. Fabio scrive sia in italiano che in dialetto veneto. Una scelta abbastanza ampia delle sue poesie è sul sito autorieditori.com, nella sezione i nostri blog e poi nella sottosezione autoriditalia. invece nella sezione intervistadautore c'è una interessante intervista. Altre poesie, tratte sempre dai Canti dell'offesa, sono sul sito la recherche, tra le poesie della settimana.


Da: I canti dell'offesa

di Fabio Franzin




Questi vostri nomi Andreas Peppe
Jordanu Emir Mailat questi nomi
sporchi di sabbia e calcina volati

da impalcature posticce il giorno
stesso dell'assunzione queste urla
perse fra putrelle e betoniere sono

il grido che resta imprigionato fra
le celle in cartongesso dei nostri
appartamenti e nelle intercapedini

le piastrelle sono lapidi che il mocio
lucida il detersivo cancella il sangue
e i nomi sudore e precariato caporali.



* * *



Oggi il kosovaro che lavora con me
mi ha chiesto se potevo imprestargli
cinquanta euro si guardava nei piedi

mentre formulava quella sua richiesta
chissà quanto a lungo meditata - lo sa
che ho due figli il mutuo per la casa

e tutto il resto - e sono sicuro sapesse
anche la mia risposta perché non se l'è
presa sì sì certo comprendo continuava

a dire scrollando la testa intanto che ci
avviavamo verso i reparti stretti i guanti
nella mano. Però io non lo riconoscevo

quello che ha dovuto dire mi dispiace
proprio quando suonava la sirena e non
c'era più tempo neanche per la vergogna.



* * *


Oh quelle vecchiette che incontro
spesso dal tabaccaio quando entro
a comprarmi le sigarette: ostaggi

del gioco lì appoggiate al bancone
tutte intente a grattare con la moneta
quegli allettanti cartoncini colorati

coi simboli della fortuna: dadi carte
da poker e segni zodiacali...le guardo:
paltò di grisaglia grigia a bottoni grossi

sformato odoroso di naftalina grigio
come i loro riccioli scarmigliati grigio
e sformato come la loro vita ormai

-anche se condita da progenie- di anni
volati in un lampo fra un ballo lento
e una sberla del marito fra uno sgorgo

di gioia e mille malanni e umiliazioni;
babbucce di feltro ai piedi calzerotti
di lana mista fatta a ferri....le guardo

dilapidare la miseria della pensione
per rincorrere un sogno impossibile
grattata dopo grattata.... le seguo poi

andar via deluse e coi loro stanchi
passi tornare all'appello con quella
realtà che le ha grattato via un altro

po' di speranza un'ulteriore patina
di vita tornare dalle pentole dalle
loro preghiere dentro quelle stanze

che sanno di brodo da quelle care
foto che sulla credenza sembrano
dirle severe “e adesso sei contenta ?”.



tzitzeraz
Sunday, December 11, 2011 12:24 AM


grazie Paolo per questa proposta.
ho apprezzato molto la sua scrittura davvero notevoli queste terzine compatte e dense di umanità
ezechiele,lupo3
Sunday, December 11, 2011 10:09 PM
grazie nina, domani ne posto un'altra molto bella, in dialetto veneto
Antonellat
Sunday, March 17, 2013 4:58 PM
Mus.cio. Fògo

Parché ière ‘ndat a mus.cio
anca chea volta là. Te ricòrditu?

Daa bròsa dei fossi son passà
al fredho de ‘na casa co’na stua
stuàdha. Tì in lèt, de sora, maeàdha
de chel mal che l’é anca se no’
se ‘o vede. Ciamarte, ‘lora
parché noàntri bòce no’ se vea
nianca da ‘vizhinàrse al fògo.

E tì, zo pa’e scae co’a bozhéta
de l’àlcol... e noàntri a cavàr
fòra ‘l mus.cio daa spòrta,
a suminzhiàr a distiràrlo...
e tì zà ‘na casèra che coréa
paa saea, che zhighéa aiuto...

Parché, da chea volta, co’ vede
mus.cio ‘l me par ‘na erba che brusa,
e ‘torna qua chee lengue rosse,
‘torna ‘a paura. ‘Torna un presepio

mèdho fat su, e desmentegà, par mesi
sora ‘a cardenzha; ‘na assenza
che ‘ncora ‘a dura, che da ‘lora
me à fat deventàr chea statuéta
(che ‘a par squasi un soevatór de pesi),
quea co’ i brazhi alti, ‘l pal, ‘e sece

colme de ‘na aqua de plastica, ferma, dura.





Muschio. Fiamme

Perché ero andato a cogliere muschio / anche quella volta, ricordi? // Dalla brina dei fossi passai / al gelo di una casa con una stufa / spenta. Tu costretta a letto, di sopra, per una delle / tue consuete crisi / depressive. Chiamarti, allora / perché i bambini non ci si / devono neppure avvicinare al fuoco. // E tu, lungo le scale con la boccetta / dell’alcool... e noi a togliere / il muschio dal sacchetto, ad approntare il tappeto... / e tu già una vampa viva che correva / per la sala, che urlava aiuto... // Perché, da allora, quando rivedo / il muschio mi sembra un’erba che arde, / e ritornano quelle fiamme, / ritorna l’orrore. Ritorna un presepe // appena abbozzato, e dimenticato, per mesi / sopra la credenza; un’assenza / che ancora perdura, che, da allora, / mi ha fatto assomigliare a quella statuina, / (quella che pare quasi un sollevatore di pesi), / con le braccia alte a sostenere il bastone, gli orci ai lati // colmi di un’acqua immobile, di plastica, dura.
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