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Full Version: Zikikirikì
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Tuesday, July 17, 2007 7:18 PM
Dagli amici si guardi Iddio
Recensione di Perché io credo in colui che ha fatto il mondo
di Antonino Zichichi, Il Saggiatore 1999,

di Piergiorgio Odifreddi
Tra i fisici italiani circolano molte barzellette sull’autore di questo libro, una delle quali rilevante in questa sede. Narra di un suo collega che a un congresso lo incontra, realizzando il sogno della sua vita. Per l’emozione muore, ma arrivato in Paradiso lo trova deserto: San Pietro non sta alla porta, e fra le nuvole non c’è anima morta. Finalmente passa qualcuno trafelato, che spiega di essere in ritardo per la conferenza del Professor Zichichi. «Ma come, è morto pure lui?», gli chiede allarmato il nuovo arrivato. «No. In realtà la conferenza la tiene Dio, ma ultimamente si è montato la testa».

Per capire come possa originarsi una storiella di questo genere basta guardare la copertina dell’ultimo libro di Zichichi, sulla quale troneggia una fotografia del Professore in primo piano, mentre una immagine del Creatore viene relegata sullo sfondo. Per ribadire poi il senso delle proporzioni, il titolo provvede immediatamente a sottolineare che nel libro Dio interviene non di Suo, bensì in quanto oggetto della fede dell’Io del Professore.

Prima ancora di iniziare la lettura dell’opera è dunque facile prevedere che una recensione si potrà adeguatamente organizzare secondo la tipologia canonica dei peccati (di superbia), che puntualmente l’autore provvederà a commettere con dovizia e completezza.
Pensieri (confusi)

Il Credo di Zichichi, facilmente formulabile, è che «né la Matematica né la Scienza possono scoprire Dio» (p. 22), e «l’unica risposta all’esistenza del Trascendente è l’atto di Fede» (p. 144). Il che significa semplicemente che uno scienziato non può scrivere, in quanto tale, un libro dal titolo Perché io credo in Colui che ha fatto il mondo. In particolare, non può esaminare dal punto di vista della scienza e della matematica moderne gli argomenti a favore dell’esistenza di Dio prodotti dalle teologie naturale e razionale, nel tentativo di riformularli in maniera adeguata alla cultura occidentale contemporanea.

Infatti, lungi dall’imbarcarsi in massimi ragionamenti, il Professor Zichichi non fa che indulgere in minimi slogan per l’intera durata del libro, infliggendoci a ripetizione vaghe banalità quali: «mai uno scienziato credente è diventato ateo. Semmai è successo il contrario» (p. 154). Arrivando a volte a dichiarare precise falsità, ad esempio che Einstein era credente (p. 45), il cui grado di attendibilità è facilmente valutabile in base alle parole dello stesso Einstein: «Ciò che si legge riguardo alle mie convinzioni religiose è una menzogna che viene sistematicamente ripetuta. Io non credo in un Dio personale e l’ho espresso chiaramente».1

Impossibilitato dalle sue stesse premesse a produrre prove a favore della sua fede, il credente cerca di tirar acqua al suo mulino tentando di dimostrare che neppure il non credente sta meglio. «L’ateo dice infatti: per amor di logica non posso accettare l’esistenza di Dio. Ma il rigore logico non riesce a dimostrare che Dio non esiste. Ecco in sintesi l’antinomia dell’Ateismo» (p. 159). Naturalmente, l’antinomia esiste soltanto nella testa del Professore: se infatti il rigore logico riuscisse a dimostrare che Dio non esiste, non dovrebbe più credere nessuno; così come se il rigore logico riuscisse a dimostrare che Dio esiste, dovrebbero invece credere tutti. È proprio perché secoli di indagini teologiche non hanno prodotto convincenti prove né a favore né contro, che il rigore logico permette sia credere che di non credere!

Come certi clown, che strappano risate schiaffeggiandosi da soli o spiaccicandosi la faccia per terra dopo essere inciampati in scarpe troppo grosse per i propri piedi, l’autore diventa letteralmente ridicolo quando afferma che «se l’ipotesi “Dio non esiste” fosse valida, la Logica Matematica dovrebbe scoprire il teorema della completezza» (p. 161)2. Teorema che, come sanno tutti gli studenti (ma non tutti i Professori), è stato dimostrato da Kurt Gödel nel 1930. E che non ha nulla a che vedere con il fatto che «la Logica Matematica è lungi dal poter dire di aver risolto tutti i problemi che sono sul tavolo delle cose certe come, ad esempio, la congettura di Goldbach o l’ipotesi di Rienmann [sic]» (p. 162).

Queste “cose certe”, che proprio perché non sono ancora state dimostrate sono invece tutt’altro che certe, e per questo vengono appunto chiamate congetture o ipotesi e non teoremi, non sono affatto affermazioni logiche, ma matematiche. E benché la matematica sia effettivamente incompleta, come ha dimostrato lo stesso Gödel nel 1931, nessuno sa (meno che mai Zichichi) se queste affermazioni siano effettivamente esempi di incompletezza o, invece, esempi di affermazioni dimostrabili ancora in attesa di essere dimostrate.
Parole (sgrammaticate)

Poiché, come diceva Buffon, le style, c’est l’homme, non sarà inutile soffermarsi su un’analisi stilistica del libro, nella speranza di capire di che fango sia stato fatto l’autore, da Colui in cui egli crede.

La confusione filologica del Professor Zichichi è disarmante. Ad esempio, secondo lui «in greco pianeta vuol dire Stella errante» (p. 104), benché non ci sia polvere di stelle nell’originale planetes, che significa semplicemente “viandante”. Ma questo è niente, in confronto all’affermazione che «Lunedì vuol dire Luna; Martedì, Marte; Mercoledì, Mercurio; Giovedì, Giove; Venerdì, Venere; Sabato, Saturno; Domenica, Sole» (p. 104). Vada per l’omissione del suffisso «dì», che come tutti (meno Zichichi) sanno significa «giorno», per cui si dovrebbe affermare più propriamente che Lunedì vuol dire giorno della Luna, eccetera. Ma scrivere che Sabato e Domenica, che come tutti (meno Zichichi) sanno derivano dall’ebraico sabbath e dal latino dominus, vogliano dire giorni di Saturno e del Sole, significa veramente prendersi un weekend di riposo dal pensiero. E non si può neppure benevolmente concedere che il Professore pensi in inglese, a Saturday e Sunday, perché altrimenti Tuesday, Wednesday, Thursday e Friday dovrebbero conseguentemente essere i giorni di Tiw, Woden, Thor e Frig: che, come siamo pronti a scommettere, il Professore non ha mai neppure sentiti nominare. L’unica spiegazione è che nel suo cervello le lingue costituiscano un ribollente calderone, dal quale egli attinge a caso col mestolo ogni volta che cerca di scodellare un pensiero.

Non sono comunque soltanto le lingue estere a provocargli dei guai: anche con l’italiano il ragazzo se la cava maluccio, direbbe il maestro elementare a lezione dal quale sarebbe conveniente rispedire il Professore perché imparasse a parlare e scrivere. Che dire infatti di frasi che superano brillantemente l’arcaico schema soggetto-predicato-complemento, dissolvendolo in futuriste e inedite strutture logiche quali: «la “Pietà”, Michelangelo, l’ha saputa concepire, sentire e realizzare lui» (p. 113), o «il valore di un Crocifisso nello studio di un ateo ha in Pertini l’esempio più significativo» (p. 211)?

Se la sintassi del grande fisico barcolla, la sua semantica è stramazzata a terra ma ancora scalcia. Si tenga dunque il lettore a dovuta distanza da un brano come il seguente, a metà fra il pedante e la pedata: «è invalso l’uso di riferirsi ai secoli sedicesimo, diciassettesimo, diciottesimo, diciannovesimo, ventesimo dicendo “nel Cinquecento, nel Seicento, nel Settecento, nell’Ottocento, nel Novecento”. I sostenitori di questo uso dicono che non si può dire “nel millecinquecento” in quanto millecinquecento non indica un secolo ma un anno. Volendo essere rigorosi, anche il Cinquecento indica un anno e non si supera la difficoltà. Noi useremo il termine millecinquecento per riferirci al secolo sedicesimo, milleseicento per riferirci al secolo diciassettesimo e così via. Se dicessimo “nel Cinquecento” intenderemmo riferirci al sesto secolo dopo Cristo» (p. 30). Dal rigoroso racconto di un suo esperimento tenuto «a metà degli anni sessanta» (p. 56), cioè nel settimo decennio dopo Cristo, deduciamo dunque la sorprendente conseguenza che il Professor Zichichi è (e ci prende) in giro da almeno un paio di millenni!

Onestamente, una scrittura di tal fatta disonora una casa editrice che non solo ha accettato il libro, ma l’ha pubblicato senza neppure uno straccetto di prova (nel senso inglese di proof, “bozza”), per usare una recente espressione del protettore politico dell’autore. A proposito di bozze, un editore che rispetti sé stesso e i suoi lettori avrebbe dovuto provvedere a correggerle per rimediare almeno alle più palesi deficienze linguistiche dell’autore, al quale viene invece permesso di scrivere impunemente frasi del tipo: «Le Tre Forze Fondamentali sono: la Forza Elettrodebole» (p. 222).
Opere (millantate)

Si potrebbe pensare che, tutto sommato, l’autore sia solo un fisico che abbia voluto strafare, scrivendo un libro su un soggetto e in una lingua che non conosce. In realtà egli coglie l’occasione per dare sfogo a un delirio di potenza che sconfina in letterali millanterie. L’esempio più imbarazzante è la dichiarazione, in terza di copertina, che il Professor Zichichi «ha al suo attivo la scoperta dell’antimateria nucleare»! Qui egli manifesta una singolare amnesia selettiva, palesemente dolosa, del fatto che ben due premi Nobel siano stati assegnati nel passato per questa scoperta, quando lui era ancora in fasce: il primo nel 1933 a Paul Dirac, per la previsione teorica dell’esistenza dell’antimateria, e il secondo nel 1936 a Carl Anderson, per la scoperta della prima antiparticella (il positrone, o antielettrone). La millanteria resta anche intendendo l’aggettivo “nucleare” in senso letterale, perché un terzo premio Nobel è stato assegnato nel 1959 a Owen Chamberlain ed Emilio Segrè per la scoperta dell’antiprotone.3.

I casi sono solo due: o ha barato il Comitato di Stoccolma, o sta barando il Professore di Bologna. Per smascherare l’impostore non c’è comunque bisogno di faticare troppo: basta interpellare uno qualunque dei premi Nobel di cui egli adora circondarsi, per brillare della loro luce riflessa. L’esperimento condotto dal recensore con Hans Bethe, che i lettori ricorderanno per un suo recente intervento sul nucleare in questa stessa sede4, ha prodotto questo lapidario giudizio sul Professor Zichichi: «ottimo organizzatore, mediocre fisico». Da confrontare con le dilapidate note di copertina, che lo dipingono invece come «autore di studi e ricerche sulle strutture e sulle forze fondamentali della natura, alcune delle quali hanno aperto nuove strade nella fisica subnucleare delle alte energie».

Il lettore potrà facilmente decidere quale fra i due giudizi sia quello corretto, domandando un parere al proprio fisico di fiducia. O, più semplicemente, aprendo a caso il libro e leggendovi perle di questo tipo: «Ancora oggi sorprende la velocità con cui cadono le pietre: troppo veloci per essere misurate. E invece no» (p. 191). Oppure: «Galileo libera la terra dall’incubo di dover stare ferma al centro del mondo. Non serve a nulla star fermi al centro del mondo. Velocità costante zero equivale a velocità costante qualsiasi» (p. 196). E ancora: «Mangiare dieci chili di pane non è come mangiarne un chilo. Bere dieci litri di vino non è come berne uno solo. Però, anche se pane e vino hanno sapore diverso, la loro massa può essere esattamente la stessa» (p. 207).

Dopo un tale sforzo divulgativo il Professor Marcellino Pane e Vino, che evidentemente ha optato per i dieci litri, ha tutti i diritti di essere spossato. Forse è ora di smettere di tormentarlo con la fisica e passare alla neurobiologia, stimolati da questa sua dichiarazione di lapalissiana controfattualità: «se il Creatore m’avesse regalato un altro cervello io avrei potuto fare altre cose» (p. 92). In realtà, altre cose avrebbe dovuto farle soprattutto con il cervello che si ritrova!

In particolare, avrebbe dovuto evitare di parlare di argomenti assolutamente al di fuori della sua portata, dall’aritmetica alla logica, invece di reiterare pedestremente i madornali strafalcioni del suo precedente libro, L’infinito, del quale abbiamo già trattato in questa sede5. E invece ci infligge anche in questo campo inarrivabili stupidaggini quali: «la forma più elementare di Logica corrisponde a dire: patti chiari, amicizia lunga» (p. 50), «ci sono teoremi impossibili da dimostrare» (p. 143), «la più grande conquista della Logica Matematica è l’Infinito» (p. 151). Per non parlare delle sue incredibili definizioni: dell’Algebra come «teoria dei rapporti tra variabili», dell’Analisi come «teoria dei rapporti tra funzioni di variabili», e della Geometria come «teoria delle funzioni in uno spazio metrico» (p. 157). Il tutto con l’unico scopo apparente di confermare che «con il linguaggio è possibile dire tutto e il contrario di tutto» (p. 150).

Se fosse più modesto, aggettivo che però non appartiene al vocabolario della sua pseudolingua, il Professor Antonino Zichichi, fisico, scrittore, grande scienziato potrebbe lasciare in pace la matematica e passare a infastidire invece la numerologia. Scoprirebbe così, ad esempio, che assegnando in maniera canonica numeri da 1 a 26 alle lettere dell’alfabeto inglese, e sommando le cifre corrispondenti alla sua precedente definizione in corsivo, si ottiene il numero 666. Che dietro il Professore si celi una Bestia, come il suo libro lascia effettivamente supporre?
Omissioni (sfortunate)

Il Professor Zichichi, in tutto il corso del libro, fa il finto (si fa per dire) tonto sulla scienza e gli scienziati, con argomenti fra l’ingenuo e il fraudolento che, non ingannando neppure gli idioti, riescono comunque a menare per il naso gli “Iddioti” (almeno a giudicare dalle vendite).

L’autore si produce ripetutamente in provocatorie affermazioni quali «l’esistenza della Scienza la dobbiamo alla cultura cristiana» (p. 180), o «è nel seno della Chiesa di Cristo che ha avuto origine la Scienza» (p. 198), per nulla turbato dal fatto che la cultura cristiana e la Chiesa di Cristo non solo non abbiano generato la Scienza per milleseicento anni, ma l’abbiano consistentemente avversata fin dalla sua nascita. Sull’imbarazzante processo conclusosi nel 1633 il paziente Professore non trova niente di meglio da dire che «il caso Galileo è ancora “cronaca”. Dobbiamo aspettare qualche migliaio di anni per avere, di esso, una lettura fedele» (p. 190). Salvo contraddirsi immediatamente, dichiarando che «è con le orbite ellittiche che si chiude il caso Galileo» (p. 197): dunque, apparentemente, con la pubblicazione nel 1619 delle leggi di Keplero.

Con queste premesse diventa facile asserire che Giovanni Paolo II è «il Papa che ama la Scienza» (p. 200), e nell’enciclica Fides et ratio lo stesso Wojtyla arriva addirittura a citare Galileo come un precursore delle posizioni del Concilio Vaticano II sulla compatibilità delle verità di fede e scienza! Salvo poi smentirsi pure lui immediatamente (Dio li fa e poi li accoppia), reiterando la posizione del cardinal Bellarmino che molti scienziati, sbagliando, avevano pensato ormai superata: i fedeli non hanno il diritto di difendere come legittime le opinioni ritenute contrarie alla dottrina, ad esempio l’evoluzionismo, e devono invece considerarle come errori.

Dopo aver tronfiamente ricordato che «noi fisici siamo molto rigorosi nel formulare i nostri problemi» (p. 82), il fedele Zichichi obbedientemente ci mostra nel suo glaciale rigor mortis il cadavere di una biologia predarwiniana che, ingenuamente, ritenevamo morta e sepolta quasi dovunque, a parte le sacche più reazionarie e intellettualmente sottosviluppate degli Stati Uniti. E invece ci tocca imparare che un ex-presidente dell’Istituto Italiano di Fisica Nucleare può permettersi di scrivere, senza subire processi inquisitori, che «la teoria dell’Evoluzione Biologica della specie umana non è Scienza galileiana», e che per spiegare la nascita dell’uomo bisogna «ricorrere a uno “sviluppo miracoloso” del cervello, occorso circa due milioni di anni fa» (pp. 82-83). La prova della falsità del darwinismo sarebbe che «durante diecimila anni questa forma di materia vivente [l’uomo] è rimasta esattamente identica a se stessa. Evoluzione biologica: zero» (p. 91). Una volta allertati, col senno di poi anche noi avremmo potuto trovare delle prove: ad esempio, che un Homo sapiens che ha scritto un tale libro non può che essere ancora una Scimmia Primitiva. Evoluzione biologica: zero.

A compimento di due milioni di anni di evoluzione e miracoli, il teopiteco arriva a sostenere che «se fossero gli scienziati a dover decidere quali applicazioni permettere e quali no, saremmo in un mondo realmente giusto e veramente libero» (p. 37), e che «è il potere politico che decide come usare i risultati delle scoperte scientifiche» (p. 38). Come se non esistessero personaggi quali John von Neumann, le cui belle gesta noi abbiamo narrato su queste stesse pagine in altra occasione6 e che Zichichi invece si limita ad additare come esempio di «scienziato cattolico che non pensò mai di abbandonare la sua Fede a causa di quello che scopriva e inventava» (p. 72). Una volta rimossi da Los Alamos von Neumann e i suoi compari, il laboratorio rimane deserto e Zichichi può popolarlo impunemente dei fantasmi della sua mente, inventandosi questa bella novità: che «il padre della bomba che distrusse Hiroshima e Nagasaki è Hitler» (p. 184)!

Il Professore ci assicura, comunque, che «le grandi novità non capitano tutti i giorni, ma di rado. Mediamente, una volta ogni cento anni» (p. 117). Il che dimostra che le sue opere, che purtroppo infestano il mercato a scandenze ben più ravvicinate, non sono certo grandi novità. L’autore invece certamente lo è: finora avevamo infatti sentito parlare di incarnazioni di vario genere, ma mai di una barzelletta.
NOTE

1. Citato in Helen Dukas e Banesh Hoffman, Albert Einstein: the human side, Princeton University Press.
2. Qui e in seguito i corsivi delle citazioni sono nell’originale, la cui originalità è effettivamente innegabile.
3. Zichichi gioca subdolamente sulle parole, e intende per «antimateria nucleare» un «nucleo di antimateria». Egli ha effettivamente scoperto nel 1965 il primo antinucleo (dell’idrogeno), ma il risultato è molto meno rilevante di quanto egli voglia far credere: non si trattava più della prima antiparticella o del primo antinucleone, scoperti appunto da Anderson, Chamberlain e Segrè, nessuno dei quali egli si degna di citare; e non si trattava ancora del primo antiatomo (dell’idrogeno), scoperto al CERN da Emilio Macrì «negli anni novanta».
4. «La bomba USA» in La Rivista dei Libri, Dicembre 1999, pp. 34-35.
5. «Zichicche» in La Rivista dei Libri, Settembre 1994, pp. 11-12.
6. «L’apprendista stregone» in La Rivista dei Libri, Gennaio 1996, pp. 12-13.


UAAR
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Tuesday, July 17, 2007 7:20 PM
1 libro ke Franz mi consigliò



ZICHICCHE 0

Piergiorgio Odifreddi

Aprile 1994



Dalle stelle della divulgazione . . .

La vita è una lunga immersione, a vari livelli di volontarietà e consapevolezza, in una cultura dalle forme molteplici: l'architettura, la scultura, la pittura, la musica, la letteratura, la filosofia ci inseguono non soltanto quando le ricerchiamo nei palazzi storici, nei musei, nei concerti, nelle biblioteche, ma anche quando passeggiamo per le città, sfogliamo i periodici, accendiamo la radio o la televisione.

Il parallelo estendersi dell'istruzione da un lato, e della capacità tecnologica di riproduzione di parole, suoni e immagini da un altro, ha prodotto un duplice ossimoro: una cultura di massa, e una massa di cultura. In particolare, produzione e fruizione sono salite in quantità e scese in qualità, in entrambi i casi drasticamente.

Un fenomeno interessante si è verificato nell'interzona fra produzione di alto livello e fruizione di basso livello: l'uso di mezzi espressivi universali quali il suono e l'immagine, o non tecnici quali il linguaggio naturale, ha creato un'illusione di comprensione di opere non difese da un linguaggio specifico, permettendo ad esempio lo stupefacente successo della musica classica presso un pubblico musicalmente analfabeta.

Poiché le scienze sono trincerate dietro un linguaggio tecnico, esse risultano in principio meno indifese delle forme di cultura citate finora: lo stesso pubblico che è disposto a restare ore in coda per conquistarsi il biglietto di un concerto di Brahms, troverebbe ridicolo fare altrettanto per una conferenza di teoria dei numeri (senza peraltro accorgersi che nel primo caso non saprà riconoscere un solo accordo, mentre nel secondo avrebbe almeno familiarità con qualche simbolo).

Le difese delle scienze stanno però ormai cedendo di fronte all'espansione del mercato della cultura, logica conseguenza della cultura del mercato. Il simbolo del mercimonio è oggi l'inserto del giornale, evoluzione moderna di quella terza pagina che Hermann Hesse stigmatizzò nel Gioco delle perle di vetro, scagliandosi contro gli intellettuali che vi contribuivano. Queste forme sono condannate senza rimedio a superficialità e frammentarietà, ma esiste anche un mercato potenzialmente piu serio, di periodici e libri.

Per colmare il divario fra scienza e pubblico è nata la figura del divulgatore, col ruolo di interfaccia fra il linguaggio scientifico e quello naturale, e con la funzione di esprimere in parole le idee che lo scienziato ha tradotto in formule. Il linguaggio scientifico non è però una perversità, bensì una necessità: se fosse possibile esprimere sempre ed in modo efficiente le idee scientifiche con parole, gli scienziati lo farebbero essi stessi.

Nella migliore delle ipotesi la divulgazione può dunque avere soltanto un successo parziale, 1 ed è esposta piu delle altre forme culturali di massa alla illusione di comprensione cui abbiamo accennato. D'altra parte, nei casi in cui effettivamente abbia successo, essa può contribuire all'inserimento della scienza in una prospettiva culturale più vasta di quella in cui la confina il linguaggio scientifico.

Proprio per la difficoltà della sua realizzazione e la delicatezza della sua funzione, la divulgazione richiede talenti che da un lato sappiano far evaporare dall'aridità delle formule la loro atmosfera intellettuale, e dall'altro riescano poi a farla precipitare in una forma letteraria che ne colga l'essenza.

Tali talenti sono rari, ma esistono. Ad esempio, molti premi Nobel hanno saputo esprimere in forma piana e informale, ma rigorosa, i risultati delle loro ricerche: Albert Einstein (Relatività, 1916), Max Born (L'instancabile universo, 1936), Erwin Schrödinger (Che cos'e la vita?, 1944), Werner Heisemberg (Fisica e filosofia, 1958), James Watson (La doppia elica, 1968), Francois Jacob (La logica del vivente, 1970), Jacques Monod (Il caso e la necessità, 1970), Salvatore Luria (La vita: un esperimento non finito, 1973), John Eccles (La comprensione del cervello, 1973), Steven Weinberg (I primi tre minuti, 1977), Ilya Prigogine (La nuova alleanza, 1979), Richard Feynman (Qed, 1985), Renato Dulbecco (Il progetto della vita, 1987), Gerald Edelman (Sulla materia della mente, 1992), Francis Crick (La stupefacente ipotesi, 1994) ...

Né si deve pensare che soltanto le scienze naturali (fisica, chimica, biologia, medicina, da cui i citati premi Nobel provengono) possano essere divulgate in modo pienamente soddisfacente, semplificando tutto e solo ciò che è possibile: 2 anche la matematica, che nell'inconscio collettivo è difficoltà massima di comprensione, può essere divulgata con successo.

Per fare un solo esempio, che ci avvicina al nostro obiettivo più immediato: nel 1918 Bertrand Russell scrisse in sei mesi di prigionia l'Introduzione alla filosofia della matematica, un classico di divulgazione dell'infinito e della logica. Per inciso, Russell ottenne nel 1950 il premio Nobel per la letteratura, pur senza aver mai prodotto opere propriamente letterarie.



. . . alle stalle della volgarizzazione

Abbiamo citato con dovizia premi Nobel perche l'autore del presente volume, benché non (ancora) insignito lui stesso del premio, ha spesso organizzato convegni a cui essi accorrevano come mosche, e nella nostra memoria la sua figura era prima d'oggi a loro legata.

Il suo nome è ben noto al pubblico, ma per coloro a cui esso fosse sfuggito possiamo ricordare brevemente, dalle note di copertina, che oltre ad essere "scienziato di fama mondiale", più precisamente "autore di molte scoperte nello studio delle Forze Fondamentali della Natura", egli si distingue "per la sua straordinaria capacità di spiegare con un linguaggio semplice le grandi conquiste del pensiero scientifico, senza nulla togliere al loro rigore concettuale".

Il Professor Zichichi, perche possiamo ormai svelare che di lui si tratta, ha messo queste sue doti al servizio dell'infinito (matematico), ed ha effettivamente scritto un libro straordinario, dal titolo in verità un poco prevedibile, ma la cui trama ci ha tenuti col fiato sospeso fino alla conclusione: un vero thriller della matematica.

L'autore vuol dimostrare di saper trattare alla pari (piu precisamente, da par suo) non solo con i contemporanei grandi della scienza, ma anche con i mitici grandi della matematica: egli ha quindi scelto come personaggi della sua avvicente storia Pitagora ed Euclide fra gli antichi, Georg Cantor, Bertrand Russell e Kurt Gödel fra i moderni.

A Pitagora viene attribuita la scoperta dell'esistenza di numeri irrazionali, cioè di numeri reali non frazionari o, equivalentemente, senza sviluppo decimale periodico. Il professor Zichichi non sembra essere molto a suo agio con gli irrazionali, perche parla di "numeri frazionari (razionali o irrazionali)" (p. 134), e crede che lo sviluppo di un irrazionale sia "una successione di numeri senza alcuna regolarità e senza sosta" (pp. 191 e 194). 3 Ma a sua (non richiesta) scusante, egli aggiunge l'interessante osservazione che "alla fisica bastano i numeri razionali" (p. 242).

Il ruolo di Pitagora in questa storia è secondario, mentre quello di Euclide è più importante. Qualunque studente di scuola media sa che due rette si dicono parallele se non si incontrano mai, e che il quinto postulato di Euclide asserisce l'unicità della parallela ad una retta data passante per un punto fuori di questa. Evidentemente, però, non ogni professore lo sa: il nostro, in particolare, sostiene che "col quinto assioma di Euclide si dice che due rette parallele non si incontreranno mai: è necessario un atto di fede" (p. 217).

Non si può che concordare sull'ultima parte di questa affermazione, visto che noi non credevamo ai nostri occhi quando abbiamo letto la prima! Ad Euclide si attribuisce anche la dimostrazione del fatto che ci sono infiniti numeri primi o, equivalentemente, che non esiste il piu grande numero primo. Di fronte a tali pedanti formulazioni, il cui unico merito è di essere corrette, la penna del bravo divulgatore freme, e produce riformulazioni forse matematicamente insensate, ma letterariamente durature: "Euclide riesce a dimostrare che non può esistere il più grande numero primo. Pertanto non c'e limite a quanto grande possa essere il più grande dei numeri primi" (pp. 206, 226).

Con Cantor entra in scena il personaggio principale della storia dell'infinito matematico. Egli trovò un modo per paragonare le grandezze di due insiemi qualunque, 4 e scoprì che non tutti gli insiemi infiniti hanno la stessa grandezza: ad esempio, l'insieme dei numeri reali ha una grandezza maggiore dell'insieme dei numeri interi. Cantor si chiese se queste due grandezze fossero immediatamente successive, e il problema divenne noto come ipotesi del continuo (perché l'insieme dei numeri reali è anche chiamato continuo).

Credendo che la grandezza del continuo sia immediatamente successiva a quella dell'insieme dei numeri interi per definizione (pp. 140, 167, 228), il professor Zichichi si ritrova legato mani e piedi, apparentemente impossibilitato a formulare l'ipotesi del continuo. Ma l'Houdini della divulgazione non solo riesce a liberarsi: egli raggiunge la propria apoteosi, chiedendo se "tra un livello di infinito e il successivo non esistono altri livelli d'infinito" (pp. 142, 229), e scambiando così una sua improvvida domanda (a cui egli stesso avrebbe potuto rispondere, semplicemente consultando un dizionario alla voce 'successivo´) con uno dei più profondi problemi della matematica moderna.

Cantor non si era limitato a dimostrare che esistono due livelli di infinito: in realtà, la sua dimostrazione che l'insieme dei numeri reali ha una grandezza maggiore dell'insieme dei numeri interi è perfettamente generale, e prova che per ogni grandezza di infinito ne esiste una maggiore. Ormai possiamo attenderci che ai teoremi di Cantor corrispondano problemi del professor Zichichi, ma ci è ancora difficile prevedere quali. E infatti, ecco l'imprevedibile: a costruire livelli di infinito sempre piu alti "Cantor ci avrebbe provato con tutte le sue forze, illudendosi di riuscire in questa impresa titanica, ma in verità formulando una teoria intuitiva. E non rigorosa, come lui avrebbe sperato" (p. 135).

Possiamo qui tirare un sospiro di sollievo: se la teoria di Cantor non è rigorosa secondo i soggettivi criteri del professor Zichichi (ben testimoniati dalle citazioni precedenti, e più generosamente dispiegati nell'intero libro), essa certamente lo è secondo gli oggettivi criteri dei matematici. Ci rimane pero una curiosità psicoanalitica: quale pecca di rigore avrà mai scovato il pigmeo della divulgazione nell'opera del gigante della teoria degli insiemi?

Ed ecco la risposta: "i nuovi insiemi infiniti portano al concetto di classe delle classi" (pp. 220, 223). Non c'e dubbio che se il teorema di Cantor richiedesse in qualche modo la classe di tutte le classi, ci sarebbe effettivamente un bel problema: la fama di Russell è infatti basata sulla scoperta che tale classe è contradditoria. 5 Il professor Zichichi, strano a dirsi, sa pure lui che la classe di tutte le classi e contradditoria, e si trova quindi di fronte al problema di dover spiegare come sia possibile che un teorema si basi su una contraddizione. 6 Dopo tutti gli scivoloni precedenti egli è comunque ormai in caduta libera, e ci annuncia che "la classe di tutte le classi si puo benissimo costruire, a patto di non pretendere che essa sia la conseguenza rigorosamente logica di una costruzione assiomatica: prendiamo come assioma che deve esistere la classe delle classi" (p. 224).

Ma la matematica non aborriva forse la contraddizione, come la natura aborre il vuoto? Si, veniamo a sapere, ma solo fino al 1931: "per millenni l'uomo aveva pensato che per una affermazione possono esistere solo due possibilita: o è vera, o è falsa. Non puo esserci una terza possibilità. E questo il famoso principio del terzo escluso. Gödel scoprì invece che, nel cuore della Logica Matematica, c'è la terza possibilità" (p. 214).

Non vorremmo essere accusati di malafede, visto che abbiamo fornito una citazione sul fallimento del principio del terzo escluso ('una affermazione è o vera o falsa´), e non una sul fallimento del principio di non contraddizione ('una affermazione non può essere sia vera che falsa´). Al lettore perplesso dobbiamo confessare che lo siamo anche noi ma che, per qualche motivo, il professor Zichichi ci assicura che la scoperta di Gödel "permetteva di riflettere in modo nuovo sull'opera di Cantor" (p. 224).

Per completare il quadro, ci tocca però ancora dire in che cosa consiste questa scoperta di Gödel. In parole povere (nostre): che per ogni sistema matematico non contradditorio e sufficientemente potente, esistono formule vere che non sono dimostrabili, cioe verità che non sono teoremi. 7 In parole ricche (sue): che "sarà sempre possibile trovare un teorema che nessuno sarà in grado di dimostrare: vero oppure falso" (p. 148).
È vero che il pubblico dei media è assuefatto a stupri linguistici quali 'teorema Calogero´ o 'teorema Buscetta´, in cui la parola 'teorema´ viene usata come sinonimo di affermazione non dimostrabile. In matematica essa significa però l'esatto opposto, e assimilare le argomentazioni di Gödel a quelle di un grande inquisitore o di un mafioso pentito trascende la pessima divulgazione: è puro vilipendio alle istituzioni matematiche.

Si avvicina comunque alla fine il vangelo dell'infinito secondo Zichichi, in venti grandi tappe, di cui la prima è cosi sintetizzata dall'evangelico divulgatore, evidentemente in vena autobiografica: "L'uomo appare sulla terra. Non ha ancora inventato il linguaggio. Si esprime gesticolando" (p. 225).

Conscio che "parlare d'infinito è un'impresa veramente ardua" (p. 176), e che "a questo punto il lettore potrebbe essere interessato a sapere come stanno le cose" (p. 219), il professor Zichichi volge in chiusura un ultimo sguardo alle macerie sotto cui ha seppellito il suo malcapitato argomento, e non può non ammettere che "in effetti il discorso va anzitutto approfondito, eppoi ampliato" (p. 242). Benché ignara della mancanza principale del libro (la correttezza, ben prima della profondità e dell'ampiezza), una tale sincerità ci rende comunque l'autore simpa(te)tico, e ci spinge a cercare di concludere in tono positivo.

Pensavamo quindi di dire che non avevamo in precedenza mai letto un thriller in cui l'autore, pur non comparendo fra i personaggi, è l'assassino; ma abbiamo scoperto nell'Ouvroir de Litterature Potentielle che questa trovata letteraria era già stata escogitata. Forse è originale una trama finita con una vittima infinita, ma anche qui il ricordo di Kafka non ci permette di arrischiarci.

Solo per mancanza di argomenti, quindi, e non di buona volontà, siamo costretti a chiudere in tono negativo. Per restare sul poliziesco, vorremmo osservare che se sei mesi di galera sono stati per Russell lo stimolo per un ottimo libro sull'infinito, essi potrebbero anche essere per il professor Zichichi una giusta punizione per uno pessimo. Ma forse, di questi tempi, non è bene scherzare su certe cose.



Bibliografia

Il lettore che abbia letto il libro del professor Zichichi è ormai infettato, e necessita di antidoti immediati; quello che voglia leggerlo ed uscirne indenne, dovrà immunizzarsi con potenti vaccini. Ad entrambi prescriviamo:

Bertrand Russell, Introduzione alla filosofia della matematica, 1918.
Paolo Zellini, Breve storia dell'infinito, 1980 (Adelphi).
Rudy Rucker, La mente e l'infinito, 1982 (Muzzio, 1991).
Gabriele Lolli, Dagli insiemi ai numeri, 1994 (Bollati Boringhieri).

Vialattea
Asgeir Mickelson
Thursday, July 19, 2007 11:58 PM
"Perchè quando vedo Zichichi mi viene voglia di far esplodere la bomba atomica?" - Fabio Fazio
g
Friday, July 20, 2007 6:31 PM
Re:

Scritto da: g 17/07/2007 19.18
Dagli amici si guardi Iddio
Recensione di Perché io credo in colui che ha fatto il mondo
di Antonino Zichichi, Il Saggiatore 1999,

di Piergiorgio Odifreddi[....]




Per capire come possa originarsi una storiella di questo genere basta guardare la copertina dell’ultimo libro di Zichichi, sulla quale troneggia una fotografia del Professore in primo piano, mentre una immagine del Creatore viene relegata sullo sfondo. Per ribadire poi il senso delle proporzioni, il titolo provvede immediatamente a sottolineare che nel libro Dio interviene non di Suo, bensì in quanto oggetto della fede dell’Io del Professore.





g
Saturday, October 02, 2010 5:46 PM
Certe TX di R1 come A sua immagine fanno pensare a sto cialtrone
g
Friday, September 23, 2011 1:57 PM
Il TG1 ha intervistato Zikikirikì sui neutrini ke PARE abbiamo superato v>c e lui intervistato da Maria Soave ha sparato cazzate
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