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Saturday, September 07, 2002 1:24 PM
Il primo anno di governo delle destre si è concluso con risultati molto lontani – in alcuni casi del tutto opposti – rispetto alle promesse enunciate durante la campagna elettorale e rispetto alle affermazioni ripetute anche recentemente dal presidente del consiglio.

Le schede che seguono documentano le inadempienze del governo rispetto al cosiddetto “contratto con gli elettori” esibito dall’attuale maggioranza e indicano alcuni dei rischi concreti ai quali è esposta l’economia italiana, la finanza pubblica e la vita quotidiana della maggioranza dei cittadini.






LE SCHEDE

L’ECONOMIA E LO SVILUPPO pag. 3
Le promesse pag. 3
I fatti:
- Il Pil pag. 3
- L’inflazione pag. 4
- I consumi pag. 4
- L’occupazione pag. 4
- Il lavoro pag. 4
- Il “sommerso” pag. 5
- Le privatizzazioni e le liberalizzazioni pag. 5
- La competitività pag. 5
- Il credito pag. 5

LE TASSE pag. 6
Le promesse pag. 6
- La pressione fiscale pag. 6
I fatti:
- Per le famiglie pag. 7
- Per le imprese pag. 7
- La “riforma” annunciata pag. 8

LA FINANZA PUBBLICA pag. 10
Le promesse pag. 10
- Il “buco” pag. 10
I fatti:
- Il debito pag. 11
- Il peggioramento dei conti pag. 11
- Lo “scudo fiscale” pag. 11
- Le entrate tributarie pag. 11
- Il rapporto indebitamento netto/Pil pag. 12
- Conclusioni pag. 12

IL MEZZOGIORNO
Le promesse pag. 13
I fatti pag. 13

LE INFRASTRUTTURE, I TRASPORTI, IL TERRITORIO URBANO pag. 15

LA SICUREZZA pag. 19

I CLANDESTINI pag. 21

APPENDICE: LE “22 PRIORITA’” pag. 22




L’ECONOMIA E LO SVILUPPO

Le promesse

La destra ha fondato tutta la sua politica di opposizione e poi la sua campagna elettorale sull’accusa rivolta al centrosinistra di non promuovere adeguatamente la crescita del Paese. Ha addirittura teorizzato che le maggiori spese che il suo programma prometteva sarebbero state sostenibili grazie ai maggiori proventi derivanti dalla forte crescita dell’economia che il nuovo governo avrebbe saputo promuovere. Nel Dpef presentato nell’estate del 2001 e riconfermato nell’autunno seguente, il governo ha voluto inserire – nonostante i diffusi scetticismi e la congiuntura internazionale già da parecchi mesi al limite della recessione - una previsione di crescita assai forte: 3,1 nel 2002 (solo recentemente corretto al 2,3), 3,2 nel 2003, 3,1 in ciascuno degli anni successivi fino alla fine della legislatura (2006).

I fatti

I fatti sono stati – e sono tuttora – molto diversi. La lunga fase di quasi recessione americana si è ripercossa in tutto il Mondo e tutti gli istituti italiani e internazionali hanno corretto al ribasso le previsioni di crescita dei Paesi industrializzati. L’attentato dell’11 settembre ha poi contribuito a creare un clima di incertezza che ha ulteriormente appesantito la situazione. Cause esogene non imputabili al governo, naturalmente, ma tali da rendere del tutto inattendibili le previsioni iscritte, quando già la situazione era nota (almeno nei sui elementi principali), nei documenti ufficiali di bilancio.

Il caso Italia, del resto, è stato caratterizzato almeno da altri due fattori:
- un lungo periodo di incertezza e stasi delle attività imprenditoriali derivante dall’attesa delle agevolazioni annunciate dal governo (in particolare la cosiddetta “Tremonti bis”);
- l’assenza di ogni intervento di stimolo sull’economia e la sostanziale paralisi degli interventi per il Mezzogiorno.

I dati complessivi che caratterizzano l’andamento dell’economia reale, a questo punto, possono essere così sintetizzati:

- Il Pil: Il dato dell’ultimo trimestre 2001 ha registrato un calo dello 0,2%. Ciò significa che anche un dato positivo del primo trimestre 2002 difficilmente potrà essere significativo ai fini del risultato di fine anno: bisognerà comunque attendere il dato del secondo trimestre per avere un’indicazione attendibile. In ogni caso, è fin d’ora evidente che le stime del governo non potranno essere rispettate. A fronte di una crescita 2002 stimata inizialmente dal governo al 3,1% e successivamente rivista al 2,3%, tutte le previsioni formulate dai diversi istituti italiani e internazionali si attestano su valori che non superano l’1,4% (circa 1 punto percentuale in meno); la stima più recente di Ubs Warburg si ferma ad un secco 1%. Ciò è inevitabilmente destinato ad avere conseguenze pesanti sulla finanza pubblica, come verrà segnalato più avanti;


L’ANDAMENTO TRIMESTRALE DEL PIL NEL 2001

- L’inflazione: il dato armonizzato di aprile indica una crescita dell’inflazione al 2,6%. Si tratta di un dato allarmante e di uno dei peggiori d’Europa, la cui media si colloca al 2,2%. Particolarmente pesante è poi il fatto che i prezzi dei beni alimentari di largo consumo registrano, rispetto all’aprile 2001, un incremento record di 4,2 punti percentuali. La causa di questo fenomeno è generalmente individuata nella mancata attuazione di strumenti di efficace monitoraggio sul change over dalla lira all’euro, ai quali il governo Amato stava lavorando e che sono stati del tutto abbandonati dal nuovo governo;

- I consumi: l’andamento dei consumi sembra aver imboccato una traiettoria discendente che rappresenta, probabilmente, il più immediato riscontro del progressivo peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Il calo dei consumi risulta evidente confrontando l’ultimo dato disponibile sull’andamento del commercio al dettaglio, che a febbraio registrava un +2,1% nominale, con il dato dell’inflazione che nello stesso mese era al 2,5%: la differenza implica un calo dei consumi reali di 0,4 punti percentuali, ampiamente sufficienti a motivare il preoccupato grido d’allarme e di protesta lanciato recentemente dalla Confcommercio.

- L’occupazione: indicata dal centrodestra come assoluta priorità che solo le sue politiche liberiste avrebbero potuto affrontare efficacemente, è stata recentemente segnalata con accenti trionfali citando il dato grezzo dell’Istat che registra un aumento di circa 400.000 unità rispetto all’anno precedente. In realtà le cose stanno in maniera opposta, come dimostra la tabellina qui riportata costruita con gli stessi dati Istat non destagionalizzati a cui faceva riferimento il governo: secondo quei dati, l’incremento di occupazione registrato a gennaio 2002 rispetto al gennaio 2001 c’è ma risulta realizzato tutto nel primo semestre del 2001, ben prima, cioè, di quando qualsiasi intervento del nuovo governo potesse avere effetti. Questi dati, malamente utilizzati dalla destra, dimostrerebbero, infatti, una sorta di coincidenza fra la nascita del nuovo governo e una progressiva riduzione dell’occupazione – dopo un lungo periodo di crescita (dal luglio 1996 al luglio 2001, gli occupati sono passati da 20.344.000 a 21.713.000, con un incremento di 1 milione e 369.000 unità) - protratta per i due trimestri successivi.


L’ANDAMENTO DELL’OCCUPAZIONE

Numero di occupati Variazione
Gennaio 2001 21.273.000
Aprile 2001 21.373.000 +100.000
Luglio 2001 21.713.000 +340.000
Ottobre 2001 21.698.000 -15.000
Gennaio 2002 21.644.000 -54.000
- Il lavoro: Fra le “22 priorità” che il governo aveva elencato, compariva la “Pace sociale”. Il primo sciopero generale di tutte le sigle sindacali (comprese – fatto senza precedenti – quelle delle organizzazioni legate alla destra) contro lo stralcio dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è il primo risultato di quel programma.
Ma alla grave preoccupazione diffusa nel Paese per il clima sociale che si sta instaurando, bisogna aggiungere due elementi non trascurabili:
- il contratto per il pubblico impiego, siglato con annunci trionfali da parte del governo, implica aumenti che, ad oggi, sono privi di copertura;
- la riforma del sistema pensionistico – altra “priorità” giudicata irrinunciabile – è impantanata dal tentativo del governo di compensare il trasferimento del Tfr dalle imprese – che già hanno molte ragioni di scontento - ai fondi pensione con un abbattimento dei contributi che aprirebbe gravi buchi nel sistema pensionistico e che incontra la drastica opposizione dei sindacati;

- Il “Sommerso”: E’ stato anche questo un cavallo di battaglia della destra, in ciò sostenuta a spada tratta dalla Confindustria: la lotta al sommerso era indicata come condizione irrinunciabile per procedere al risanamento dell’economia e alla ripresa del Mezzogiorno. La legge varata dal governo aveva il dichiarato obiettivo di risolvere il problema ottenendo la regolarizzazione di 900.000 lavoratori “in nero”. I dati a tutt’oggi disponibili, dopo circa 6 mesi, dicono che il provvedimento ha permesso l’emersione di poche centinaia di persone: un fallimento totale che, oltre ad avere conseguenze sociali ed economiche, si ripercuote pesantemente anche sui conti pubblici poiché il governo prevedeva di ricavarne entrate per oltre un miliardo di euro.

- Le privatizzazioni e le liberalizzazioni: Anche questo versante è stato uno dei più propagandati: la presentazione di una destra liberalizzatrice e privatizzatrice (“meno Stato, più mercato”) a confronto con un centrosinistra accentratore e statalista è stata lo sfondo su cui l’attuale maggioranza ha costruita tutta la propria immagine propagandistica. La realtà fa cadere la maschera.

Per quanto riguarda le privatizzazioni, gli incerti andamenti del mercato mobiliare sono sicuramente un elemento di freno, ma non sufficiente a giustificare una paralisi totale dei processi di dismissione il cui andamento è riportato dalla tabella qui sotto che riguarda un arco di tempo nel quale pure si sono registrate fasi difficili per la borsa.

PROVENTI DA PRIVATIZZAZIONI

1996 1997 1998 1999 2000 2001 2001 2002 TOTALE TOTALE
mld £ mld £ mld £ Mld £ mld £ mld £ mld £ mld £ mld £ mld €
(gen - febb.) (mar - dic.)
18.325 41.918 25.045 47.112 21.014 6.252 0 0 159.666 82,46


Per quanto riguarda le liberalizzazioni, la paralisi nell’attuazione dei decreti 79/99 e 164/00 è totale: questioni come la Borsa elettrica, l’Acquirente unico, i codici di rete del gas, potevano essere definite da tempo e i ritardi di attuazione rappresentano un ulteriore elemento frenante per lo sviluppo economico.

- La competitività: La insoddisfacente competitività del sistema produttivo italiano era
impugnata come una delle accuse più gravi a carico del centrosinistra: dopo un anno di governo della destra tutti gli indicatori di competitività resi noti negli ultimi tempi segnalano una stazionarietà o un peggioramento delle posizioni italiane. L’indicatore della Banca d’Italia segnala, proprio a partire dalla primavera 2001 e fino all’ultimo dato di dicembre 2001, una diminuzione di competitività. L’ultimo dato elaborato da Confindustria, reso noto al convegno di Parma, indica una perdita di 2 posizioni.

- Il credito: Accanto ai malumori che il governo sta suscitando nel mondo imprenditoriale per le promesse non mantenute (e difficili da mantenere), sta emergendo uno stato di grave confusione nel mondo bancario a seguito delle nuove norme stabilite dal governo per le fondazioni bancarie. Il nuovo regime di fatto annulla la riforma Ciampi e concentra un nuovo potere nelle mani del governo e della maggioranza: lo scontro con le fondazioni è aperto e l’intero mondo del credito ne sta subendo i costi.

LE TASSE




Le promesse

“Meno tasse per tutti” fu, in campagna elettorale, uno slogan ripetuto in maniera martellante fino ad entrare profondamente nella mente di tutti gli elettori. Gli annunci della destra erano talmente seducenti da indurre milioni di italiani a credere che davvero il nuovo governo avrebbe elargito nuovo benessere e nuova ricchezza a tutti. La riforma fiscale promessa, fin da allora mostrava di costare molto di più di quanto i conti pubblici e i binari europei avrebbero potuto permettere, ma ciò – diceva la destra – non costituiva un problema perché i redditi sarebbero talmente aumentati da consentire ampi margini per il finanziamento degli sgravi. E il dato della pressione fiscale italiana, scesa negli anni di governo del centrosinistra dal 44,6% del ’97 al 42,6% del 2000 con una riduzione di 2 punti percentuali, veniva brandito come una clava contro la maggioranza di allora accusata di tartassare imprese e cittadini.

In realtà l’andamento della pressione fiscale si è rapidamente trasformato in un tema abbastanza scomodo per il governo in carica. Basta leggere in sequenza i seguenti dati:

Pressione fiscale per il 2001 indicata dal governo di centrosinistra
nel suo ultimo Dpef (luglio 2000)….……………………………………..42,4%
Pressione fiscale per il 2001 indicata dal governo della destra
nel suo primo Dpef (luglio 2001)……….…………………………..….....42,0%
Pressione fiscale per il 2001 rilevata a consuntivo………………….……..42,4%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo di centrosinistra
nel suo ultimo Dpef………………………………………………….……..42,0
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo della destra
nel suo primo Dpef ………………………………………………………...41,7%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo della destra
nella RPP (Relazione Previsionale e Programmatica, settembre 2001)..…..41,9%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo di destra
nella RTC (Relazione Trimestrale di Cassa, aprile 2002).…………………42,3%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo di centrosinistra
nel suo ultimo Dpef…………………………………..…………………….42,0%

Che cosa si può dedurre da questa sequenza?
Che, dopo aver puntato su una diminuzione apprezzabile della pressione fiscale formulando un dato di partenza eccessivamente ottimistico per il 2001, gli uomini del Tesoro hanno dovuto procedere a successive correzioni man mano che la realtà dei fatti assumeva evidenza facendo emergere l’insostenibilità di quanto era stato precedentemente scritto. Di conseguenza, la pressione fiscale di cui era stata annunciata la rapida e forte discesa, resta, allo stato dei fatti, sostanzialmente invariata.
Si può rilevare, inoltre, che le politiche fiscali del centrosinistra avevano permesso una corretta previsione della pressione 2001 e possono quindi essere considerate credibili nell’indicazione di una riduzione valutata per il 2002 in 0,4 punti percentuali, cioè più energica per 0,3 punti percentuali rispetto al percorso indicato dalla destra.




I fatti

I primi interventi del governo in materia fiscale – che, come si è detto prima, non sono stati in grado di ridurre la pressione fiscale e ne provocano, anzi, un incremento rispetto al percorso indicato dal centrosinistra - sono stati i seguenti:

Per le famiglie:

- cancellazione degli sgravi Irpef già codificati dalla Finanziaria per il 2001 dal precedente governo
- cancellazione della restituzione del drenaggio fiscale a lavoratori dipendenti e pensionati
- incremento delle detrazioni per figli a carico

Per le imprese:

- introduzione della “Tremonti – bis” e contestuale cancellazione della Dit (Dual Income Tax)

Il risultato, per le famiglie, è quello illustrato negli esempi che seguono: un peggioramento netto per tutte le tipologie di contribuenti

CARICO FISCALE SULLE FAMIGLIE NEL 2002
Reddito imponibile Tasse (in euro) lavoratore dipendente lavoratore autonomo dipendente con famiglia autonomo con famiglia
€ 15.494 finanziaria 2001 (+restituzione fiscal drag) 2.616 3.671 1.619 2.674
finanziaria 2002 2.748 3.791 1.734 2.778
Euro VARIAZIONE D'IMPOSTAaliquota +132 +120 +116 +104
+0,85% +0,77% +0,75% +0,67%

Reddito imponibile Tasse (in euro) lavoratore dipendente lavoratore autonomo dipendente con famiglia autonomo con famiglia
€ 30.987 finanziaria 2001 (+restituzione fiscal drag) 7.835 9.620 6.889 8.674
finanziaria 2002 8.000 9.777 7.024 8.800
Euro VARIAZIONE D'IMPOSTAaliquota +165 +156 +135 +126
+1,07% +1,01% +0,87% +0,81%
Reddito imponibile Tasse (in euro) lavoratore dipendente lavoratore autonomo dipendente con famiglia autonomo con famiglia
€ 61.975 finanziaria 2001 (+restituzione fiscal drag) 20.334 23.501 19.483 22.651
finanziaria 2002 20.648 23.814 19.940 23.106
Euro VARIAZIONE D'IMPOSTAaliquota +314 +313 +457 +456
+2,03% +2,02% +2,95% +2,94%



All’appesantimento fiscale documentato dalle tabelle, va poi aggiunto il generalizzato inasprimento delle addizionali locali (Regionali e Comunali), adottato a partire dal 2002 da moltissime amministrazioni per sopperire al calo di risorse messe a disposizione dallo Stato. Si tratta di incrementi che variano da località a località, ma nel complesso è possibile affermare che l’aumento del carico fiscale per i cittadini che in questi giorni affrontano la dichiarazione dei redditi sarà generalizzato e, in alcuni casi, molto sensibile.

Per le imprese, il risultato è stato, prima, quello di determinare – come si è detto sopra – un lungo periodo di stasi nell’attesa dei provvedimenti annunciati, poi quello di suscitare diffuse delusioni e grandi problemi dovuti al brusco cambiamento di regime fiscale per tutte le aziende che, avendo fatto in passato nuovi investimenti, contavano di utilizzare il meccanismo Dit per un abbattimento dell’onere fiscale che improvvisamente è divenuto impossibile. Il meccanismo della “Tremonti bis”, infatti, è molto diverso dal precedente e, per moltissime imprese, ha rappresentato un netto peggiorameto.

Per capire meglio la questione, è utile consultare la seguente tabellina elaborata su dati della Commissione Europea:

ALIQUOTA MEDIA EFFETTIVA SULLE IMPRESE NEI PAESI DELL’UE
ANNO DI RIFERIMENTO 2001

AUSTRIA 27,9 ITALIA 27,6
BELGIO 34,5 IRLANDA 10,5
GERMANIA 34,9 LUSSEMBURGO 32,2
DANIMARCA 27,3 OLANDA 31,0
SPAGNA 31,0 PORTOGALLO 37,0
GRECIA 28,0 SVEZIA 22,9
FRANCIA 34,7 GRAN BRETAGNA 28,3
FINLANDIA 26,6 MEDIA (esclusa Italia) 29,1


Dalla tabella risulta evidente che il sistema fiscale per le imprese introdotto dalla riforma Visco aveva prodotto un forte vantaggio, portando l’Italia ad un livello reale di tassazione fra i più bassi d’Europa. E’ importante notare che, a parte l’Irlanda, gli altri Paesi che possono vantare livelli analoghi a quelli italiani sono Paesi che hanno adottato regimi di Dual income tax. E che la Germania, la cui riforma fiscale il governo sta cercando di imitare, è il Paese in cui la tassazione risulta più elevata.


La riforma annunciata. Dopo averne fatto il cavallo di battaglia di tutta la campagna elettorale, la traduzione concreta dello slogan “meno tasse per tutti” – realizzato al contrario, come si è detto sopra, in questo primo anno - è stato affidato ad una legge delega presentata al Parlamento. Ciò che prevede la legge è noto; quello che non è noto, perché nella delega non è detto, è però di tale portata da rendere questa riforma del tutto virtuale ed astratta. Infatti non si sa:
- Quando e in quali tempi sarà realizzata;
- Come saranno articolate le deduzioni alle quali viene affidata la salvaguardia della progressività dell’imposta personale;
- Quanto sarà possibile risparmiare per le diverse categorie di reddito;
- A quanto ammonterà la perdita di gettito per l’erario
- Con quali risorse finanziarie quella perdita di gettito sarà coperta

Come si vede, ce n’è abbastanza per nutrire severi dubbi, ai quali va aggiunta la seria preoccupazione che deriva dagli esiti di tutte le simulazioni condotte da vari istituti sulla base dei dati noti. Da queste simulazioni risulta che il 70% degli sgravi programmati andrà a beneficio del 20% più ricco della popolazione. Alla grande maggioranza dei contribuenti (80%), che hanno redditi medi o medio bassi, verrà riservato solamente il 30% che consentirà risparmi non superiori alle poche decine di euro all’anno.

E’ probabilmente questa ripartizione che ha permesso al governo di promettere che l’avvio della riforma sarà varato con la prossima legge Finanziaria e riguarderà i redditi più bassi: il costo degli alleggerimenti per i redditi più bassi è infatti abbastanza contenuto: le cifre di cui si parla oscillano fra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro, pari a circa 5 – 7.000 miliardi di vecchie lire: non sarà inopportuno ricordare che l’ultima Finanziaria dell’Ulivo varò sgravi fiscali per 23.000 miliardi.

Come è noto, tuttavia, la riforma virtuale del governo non si limita all’imposta sui redditi delle persone: essa contempla la riduzione dell’Irpeg e l’abolizione dell’Irap. Un recente studio dell’Università Bocconi commissionato dall’associazione delle piccole e medie imprese, tuttavia, segnala che queste innovazioni, accompagnate dalla già realizzata abolizione della Dit, non portano molti benefici alle imprese e che, in alcuni casi, comportano un netto peggioramento. E in ogni modo, per ora, l’unica cosa che il governo ha dichiarato di voler fare per il prossimo anno è ridurre l’aliquota Irpeg dal 36 al 35%, cioè la stessa cosa che era stata già decisa dal governo Amato con la sua ultima Legge Finanziaria.

Sull’intera operazione, resta, comunque, la pesante incognita della copertura finanziaria, come risulterà più avanti.

LA FINANZA PUBBLICA



Le promesse

Questo è probabilmente l’unico capitolo sul quale la destra non ha mai enunciato mirabolanti risultati. L’unica cosa che ha spesso ripetuto è l’impegno a rispettare i vincoli europei, cosa, peraltro, obbligatoria e ovvia.

Le ragioni di questa scarsa attenzione al capitolo “finanza pubblica” da parte della destra possono essere molteplici:
- Il risanamento – definito “straordinario” dai partner europei – era stato già realizzato dal centrosinistra;
- La contraddittorietà fra una prudente gestione del bilancio e le promesse di elargizioni necessarie per conquistare il consenso;
- La consapevolezza che il governo della destra avrebbe comunque cercato di gestire i conti nel modo più disinvolto;
- Lo scarso appeal dell’argomento presso la generalità dell’elettorato di riferimento

Oltre a tutto ciò, probabilmente, occorre mettere in conto una dose di oggettiva incompetenza e di conseguente disinteresse su questa materia diffusa tra gli uomini della destra.

Nel repertorio degli annunci della destra, va comunque ricordata la grottesca campagna sul presunto “buco” lasciato dai governi precedenti. Indicato prima nella cifra di 60.000 miliardi di lire, poi passato a 25.000, poi dichiarato a 35.000, poi, secondo un comunicato emesso dal ministero dell’Economia, del tutto scomparso, come, del resto, era risultato inesistente al vaglio dei conti pubblici della Commissione europea. Adesso, con il crescere dei malumori per le promesse mancate, di tanto in tanto esponenti del governo tornano a parlarne, ma non si accorgono di essere in contraddizione con se stessi. Il comunicato del ministero dell’economia emesso il primo marzo scorso all’indomani della pubblicazione del dato Istat sullo scostamento del risultato 2001 nel rapporto indebitamento netto/Pil rispetto alle previsioni, infatti, recitava:
“Lo scostamento per 0,3, relativo alla previsione 1,1%, è essenzialmente dovuto ai seguenti fattori: 1) accelerazione straordinaria, operata negli ultimi tre mesi del 2001, delle spese di investimento in cofinanziamento con fondi strutturali Ue, a chiusura del Programma Comunitario del Mezzogiorno 94-99 e accelerazione del nuovo Programma 2000-2006; 2) Scostamento della crescita del Pil, rispetto alle previsioni (1,8 invece di 2%); 3) impatto sul 2001 della correzione operata sul 2000”.
Il “buco”, dunque, non c’entrava niente e non c’era: era – e resta – solamente un argomento di propaganda per giustificare le inadempienze e i ritardi rispetto alle promesse pronunciate davanti al Paese con inconsapevolezza della realtà dei conti (o con vera e propria scelta di non tenerla in considerazione).
In ogni modo, un impegno c’era, come si è detto: rispettare i vincoli europei. In sintesi: 0,5% nel rapporto indebitamento/Pil nel 2002, pareggio di bilancio e stock del debito al 100% del Pil nel 2003.





I fatti

Il fatto più recente riguarda il debito. E’ di questi giorni l’indicazione Bankitalia sulla crescita record del debito pubblico. L’elemento che suscita preoccupazione non è tanto la crescita nominale (che è fisiologica) quanto la sua dimensione percentuale: 3,6%, vale a dire più o meno uguale alla crescita nominale del Pil. Questo significa che se l’andamento del debito dovesse essere costante in ragione d’anno, alla fine del 2002 il rapporto fra stock del debito e Pil avrebbe interrotto la sua graduale discesa, come vogliono gli impegni europei.

Ma i fatti che suscitano allarme per il potenziale peggioramento dei conti in essi implici, sono numerosi: norme senza copertura, sovrastime delle entrate e dei risparmi programmati, sottostime delle spese, mancanza di poste per la copertura di impegni assunti o in corso di assunzione. Per fare un solo esempio, fra i tanti possibili, l’adeguamento del contributo italiano per i Paesi in via di sviluppo alla media europea, a cui il Paese è chiamato entro il 2006 e che lo stesso presidente del Consiglio ha recentemente confermato di voler realizzare, costerà circa 5.000 miliardi, ma non se ne ha traccia nelle poste di bilancio.

Infine, la certezza oramai acquisita di una crescita del Pil inferiore alla stima di 2,3 indicata dal governo avrà come conseguenza inevitabile una proporzionale riduzione delle entrate: se la crescita sarà dell’1,4 (come dicono le previsioni internazionali più favorevoli), mancheranno all’appello 5 miliardi di euro, vale a dire quasi 10.000 miliardi di vecchie lire.

A ciò vanno aggiunti i 3.600 milioni (7.000 miliardi di lire) del costo previsto per la “Tremonti bis”, che è privo di copertura, i mancati proventi dell’emersione che non sta avvenendo, i costi dell’abolizione dell’imposta di successione (300 milioni) e della tassa sulle insegne (400 milioni), nonché i legittimi dubbi su una misteriosa posta indicata dal governo come “effetti di trascinamento di provvedimenti assunti nel 2001” cifrata per 2.580 miliardi che non si capisce da che cosa debbano scaturire.

Anche lo “scudo fiscale”, peraltro, avrà effetti di dubbio valore: chi ne avrà usufruito potrà contare sulla comoda regolarizzazione della propria posizione, ma da quanto risulta a tutt’oggi la motivazione principale addotta dal governo – cioè quella di rendere l’Italia più attrattiva per l’impiego di capitali – si sta rivelando del tutto falsa: i dati della bilancia dei pagamenti di febbraio, infatti, indicavano un rientro di circa 7 miliardi di euro, a fronte dei quali però si registrava un’eguale somma di circa 7 miliardi di euro in uscita. In altre parole, al rientro di capitali farebbe riscontro una tendenza al deflusso che, essendo oramai vigente la libertà di circolazione, non può trovare altro freno se non l’attrattività degli investimenti. Attrattività che, evidentemente, il nuovo governo non sembra in grado di creare.

Il recente dato comunicato dalla Banca d’Italia sul forte calo delle entrate tributarie del primo trimestre 2002, come è noto (e come i governi di centrosinistra furono ripetutamente chiamati a spiegare ogni volta che, alle stesse comunicazioni di Bankitalia, corrispondeva un furibondo attacco dell’opposizione delle destre), non può essere considerato indicativo del reale andamento del gettito. Tuttavia, questo dato, letto insieme alle preoccupazioni sopra indicate e in un clima che sembra diffondersi sempre più favorevole ad una ripresa dell’evasione fiscale, potrebbe essere sintomo di una tendenza preoccupante.

Alle preoccupazioni sempre più incalzanti per la tenuta dei conti pubblici, del resto, il governo ha cercato di reagire con la micromanovra delle scorse settimane che, in ogni modo, resta lontana dal risolvere il problema. Perciò appare molto fondato il timore che la creazione delle due nuove S.p.a. del Tesoro (“Patrimonio S.p.a.” e “Infrastrutture S.p.a.”) sia stata escogitata per predisporre un meccanismo capace di consentire la collocazione fuori bilancio di quote di debito pubblico. Si tratta, peraltro, di un’iniziativa che ha suscitato diffuse perplessità e preoccupazioni, esposte anche dal presidente della Corte dei Conti nella sua audizione in Parlamento.

Tutto ciò, in presenza anche di un cattivo andamento della spesa sanitaria, rende l’obiettivo di rapporto deficit/Pil allo 0,5% come del tutto inattendibile. La stima dell’Ue – che è molto preoccupata – indica l’1.3. Un recente rapporto del Centro Studi “Nuova Economia Nuova Società” segnalava un rischio del 2,1%.

Né la situazione è destinata a migliorare nel 2003: anche per quell’anno le previsioni dell’Ue sono molto peggiori delle stime del governo (-1,3 invece del pareggio al quale l’Italia è impegnata), e bisogna poi considerare che un peggior risultato nel 2002 pesa inevitabilmente sull’anno successivo (il rischio segnalato dal “Nens” segnala addirittura il 2,3).

In conclusione, in base ai dati e alle norme fino ad oggi varate, si possono formulare le seguenti osservazioni:

- Lo stato dei conti pubblici appare precario e i risultati per l’anno in corso e per quello successivo sembrano destinati, in assenza di adeguati interventi, a mancare gli obiettivi e gli impegni comunitari, riportando la finanza pubblica a situazioni di disordine dalle quali con tanta fatica il Paese era finalmente riuscito a liberarsi;

- Lo stato dei conti pubblici non consente di reperire le risorse necessarie per mantenere le molte promesse fatte agli italiani. Di conseguenza quelle promesse sono destinate ad essere disattese o – come è il caso degli sgravi fiscali – mantenute solo in parte marginale e secondo le stesse linee già indicate e imboccate dal centrosinistra che prevedevano, infatti, sia l’innalzamento della quota di reddito esente sia la riduzione del carico tributario sui redditi più bassi;

- Mancano le risorse per onorare impegni già assunti o in via di assunzione, come i nuovi contratti per il pubblico impiego e quelli, prossimi, della scuola;

- A fronte di questa situazione, esistono evidenti segnali di tentativi di ricorrere ad operazioni di cosiddetta “finanza creativa” che in realtà nasconderebbero operazioni di cosmesi contabile inevitabilmente destinate ad essere smascherate e bocciate in sede europea, esponendo il Paese ad una ulteriore perdita di prestigio e alle pesanti ammende che vi sarebbero connesse.















I buoni vanno in , invece io che sono vado dove voglio.

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Saturday, September 07, 2002 1:24 PM
IL MEZZOGIORNO



Le promesse.

L’attuale governo aveva preso un solo vero impegno nei confronti del Mezzogiorno: portarlo nel 2002 ad una crescita di oltre mezzo punto percentuale superiore alla media nazionale. Già oggi le previsioni dei principali istituti di ricerca ci dicono che quell’impegno non sarà mantenuto.


I fatti

Il Mezzogiorno non decolla. Cresce qualche decimo di punto in più o in meno della media nazionale ma non se ne distacca in maniera significativa. Cresce sospinto da una spesa pubblica di bassa qualità che non riesce a tradursi in fattore strutturale di crescita ed in potenziale di sviluppo. A questi ritmi sarebbe necessario più di un secolo per arrivare ad una qualche convergenza fra le diverse aree del Paese.

Che le scelte per il Mezzogiorno avessero bisogno di significative correzioni era cosa nota al centrosinistra sin dall’ultimo scorcio della passata legislatura. Era necessario programmare meno e meglio, esercitando anche i poteri sostitutivi nei confronti delle Regioni incapaci di spendere presto e soprattutto bene. Era necessario decentrare meglio e di più, mantenendo ferma la barra di un federalismo solidale ma nel contempo spingendo le Regioni a spostare verso il basso – verso i Comuni e le Province – risorse e competenze. Era necessario affermare i diritti, visto che questi – dalla salute all’istruzione, dalle condizioni di lavoro alla giustizia – sono ancora troppo spesso negati a molti meridionali. Era necessario, infine, liberare le famiglie e le imprese meridionali dalla tassa odiosa ed occulta imposta da una burocrazia inefficiente e da una politica clientelare. E le prime correzioni, su quest’ultimo fronte, erano già state apportate. Ad esempio, attraverso il credito d’imposta automatico ai nuovi investimenti: uno strumento di cui fino ad oggi hanno fatto uso – senza l’intermediazione del burocrate o del politico di turno - oltre 100 mila piccole e piccolissime imprese.

Nel suo primo anno di attività il Governo Berlusconi ha invece scelto, su ogni fronte, di non correggere la rotta ed anzi di imboccare la strada sbagliata

- Annullando il vantaggio per il Mezzogiorno rappresentato dal credito d’imposta e puntando invece sulla Tremonti bis e quindi sul centro-nord. O anche estendendo all’intero Paese le forme di decontribuzione;

- Impostando una politica dell’emersione che si è trasformata in fallimento di rare proporzioni: solo 500 lavoratori emersi contro i 900 mila preventivati;

- Scegliendo la strada della diversificazione dei diritti fra nord e sud come nell’intervento sull’articolo 18;

- Coprendo il Mezzogiorno di annunci e di promesse ma negando le risorse per finanziare ai patti e contratti già approvati, o ai progetti di investimento a volte già realizzati, per dare opportunità ai giovani attraverso il prestito d’onore, o per dotare il Mezzogiorno delle infrastrutture di cui ha bisogno;

- Sprecando le risorse laddove esistono. Il Governo ha già perso € 1 mld. del Programma comunitario 1994-99 e la tendenza continua: il Programma comunitario 2000-06 ha fino ad ora mancato gli obbiettivi per altri € 700 ml;

- Sbandierando una “modernizzazione amministrativa” nelle Regioni meridionali di cui nessun cittadino meridionale si e’ accorto;

- Procedendo ad un accentramento delle scelte senza precedenti nelle mani di un unico Ministero – quello dell’Economia - e di pochi Presidenti di Regione.

Nelle mani del centrodestra, la “nuova programmazione” e’ rapidissimamente invecchiata.

I risultati non sono mancati soprattutto sul fronte più importante e delicato: fino all’estate del 2001 l’occupazione meridionale cresceva molto di più della media nazionale. Da allora non è più così. Anzi dall’insediamento del Governo Berlusconi l’occupazione meridionale è cresciuta anche meno della media nazionale (luglio 2001-gennaio 2001: 0,59% contro 0,75%).

E sotto l’ala protettiva del centrodestra è riemerso in questi mesi anche il peggior Mezzogiorno: quello fondato sul controllo della spesa pubblica, sulle protezioni ed i favori clientelari, quello strettamente legato alla più inefficiente burocrazia, pronto ad inquinare le gare d’appalto.






























LE INFRASTRUTTURE, I TRASPORTI, IL TERRITORIO URBANO




LE PROMESSE

La promessa di realizzare grandi opere pubbliche era uno dei 5 punti del "contratto con gli italiani". L'impegno di "aprire i cantieri previsti dal «Piano decennale per grandi opere», comprendente strade, autostrade, metropolitane, ferrovie, reti idriche e opere idrogeologiche per le difese dalle alluvioni" è uno dei punti qualificanti del programma del Governo. A quell'impegno si sono poi accompagnati nei primi mesi della legislatura ripetuti, enfatici annunci. "Faremo dell'Italia un grande cantiere, siamo il governo del fare", è il ritornello preferito di Berlusconi e Lunardi, che hanno annunciato opere per almeno 125 miliardi di euro (244 mila miliardi di lire) in dieci anni.


I FATTI

Nel primo anno l'attività del Governo si è concentrata su due fronti: da un lato l'approvazione della legge-obiettivo per la realizzazione delle infrastrutture strategiche, dall'altro le modifiche alla legislazione sugli appalti di lavori pubblici. Ma ad oggi non vi è stato alcun rilancio delle opere pubbliche. "Un anno dopo non sta partendo niente", ha scritto il "Corriere della Sera". Mentre appare sempre più evidente la pericolosità di una politica che comporta per le regole sugli appalti un vero e proprio ritorno al passato.

La legge obiettivo: una legge sbagliata e inefficace.
Di opere pubbliche l’Italia ha bisogno: ferrovie, strade più moderne e sicure, reti idriche, reti di trasporto nelle città, difesa del suolo, porti e aeroporti. Ma la legge-obiettivo è profondamente sbagliata, perché colpisce regole essenziali per la trasparenza e la correttezza degli appalti pubblici, crea un doppio mercato per le opere pubbliche a vantaggio solo di poche grandi imprese, svuota il nuovo Piano generale dei trasporti, smantella la valutazione di impatto ambientale, soffoca con un centralismo brutale le funzioni delle Regioni e degli Enti locali. Al tempo stesso essa appare inefficace, destinata a non funzionare.
La pubblicazione della delibera CIPE sul piano delle opere ha reso evidente che il Governo si è infilato in un “operoso pantano” (Sole 24 ore).

Il piano delle opere: un (brutto) libro dei sogni.
Il piano delle cosiddette infrastrutture strategiche indicato nella delibera CIPE è un elenco lunghissimo e confuso di opere. Se ne contano 276, tra grandi e piccole. Assomiglia terribilmente ai vecchi famigerati piani degli anni ’70 e ’80 – come il Piano decennale della viabilità – fatti di lunghi elenchi di opere destinate a rimanere sulla carta. Per evitare conflitti con le Regioni e poter continuare a fare promesse in giro per l’Italia, Lunardi ha fatto finta di accontentare tutti. Salvo poi ammettere, in Parlamento, che “il Governo applicherà la legge obiettivo a 19 grandi opere, per le altre si vedrà”. Ma se le cose stanno così vuol dire che il Governo sta ingannando le stesse Regioni.
Il piano delle opere appare fortemente squilibrato, nient’affatto coerente con la necessità di riequilibrare il sistema dei trasporti, dotare il paese delle infrastrutture di cui ha più bisogno, dare attuazione al Protocollo di Kyoto, favorire il riequilibrio tra Nord e Sud. Dei 125 miliardi di euro annunciati come investimenti per il decennio, la fetta più grande andrebbe a strade e autostrade (circa il 42%), e poi alle ferrovie (35%) ai sistemi urbani (11%), ai sistemi portuali e aeroportuali (4%), a interventi specifici come il Ponte sullo Stretto e il Mose di Venezia (5%). Vi è quindi un profondo cambiamento rispetto alle previsioni del nuovo Piano Generale dei trasporti, approvato dal Governo di centrosinistra, che indicava come prioritari gli investimenti per le Ferrovie (56%) rispetto a quelli per la viabilità (28%).

TERRITORIO: L’AMBIENTE DA SACRIFICARE.
Del tutto residuali vengono considerati, nella delibera CIPE, gli interventi sul territorio più significativi dal punto di vista ambientale. Agli impianti per le risorse idriche andrebbe una quota assolutamente insufficiente, poco più di 4 miliardi di euro (3%), mentre neppure un euro è previsto ad oggi per la difesa del suolo e il riassetto idrogeologico, che dovrebbe invece essere considerata una delle grandi priorità nazionali. Già nella Legge Finanziaria erano stati ridotti in misura consistente i finanziamenti per l’ambiente ed il territorio. D’altra parte è tutta la politica del Governo – basta ricordare la legge delega sull’ambiente presentata alle Camere, una vera e propria controriforma in campo ambientale, e la gigantesca ipoteca che viene messa sul patrimonio dei beni naturali e culturali con la creazione della società "Patrimonio SpA" – a rivelare una concezione vecchia e sbagliata che vede la tutela dell’ambiente solo come un fastidioso vincolo e non come elemento di innovazione, competitività, qualità dello sviluppo oltre che, prima ancora, come condizione di qualità della vita e di civiltà.

MENO SOLDI PER LE OPERE PUBBLICHE.
Nonostante la ricerca di nuove e talvolta discutibili fonti di finanziamento (Cassa depositi e prestiti, Fondazioni bancarie, fino alla creazione di "Infrastrutture SpA" che rischia di produrre effetti assai negativi sui bilanci pubblici), il piano delle opere pubbliche annunciato dal Governo è senza copertura finanziaria. Quando parla di 125 miliardi di euro non parla di risorse disponibili, ma semplicemente di quanto sarebbe necessario per realizzare il piano decennale. Per il triennio 2002-2004 il Governo annuncia investimenti per 24 miliardi di euro: ma le risorse effettivamente disponibili e certe, cioè quelle per il 2002, sono solo 2,7 miliardi di euro, mentre il resto sono semplici previsioni programmatiche. Le risorse ad oggi davvero disponibili sono pari, quindi, al 2% di quelle promesse per l’intero piano e al 10% di quelle necessarie nel triennio. L’altro dato certo è che nella legge finanziaria il Governo ha ridotto gli investimenti per le infrastrutture del 5,4%, mentre dal ’98 al 2001, con i governi dell’Ulivo, c’era stato un incremento medio annuo pari al 10,6%.
Conclusione? Nessun nuovo importante cantiere sarà aperto nel 2002, se non quelli decisi e finanziati dal precedente Governo. Che ha lasciato in eredità al Governo Berlusconi non un "deserto", come dice Lunardi, ma un significativo patrimonio di opere pubbliche già progettate, finanziate, appaltate e di cantieri già aperti.
La verità è che il centrodestra aveva detto di voler semplificare le procedure, ma per certi versi le ha complicate. Ha rimesso in discussione decisioni già prese per proporre nuovi progetti, ha aperto conflitti con le Regioni sui tracciati. È il caso, ad esempio, del Corridoio tirrenico da Grosseto a Civitavecchia, o del passante di Mestre. Risultato? L'avvio dei lavori, che poteva essere già avvenuto, si allontana nel tempo. E perché gli interventi previsti nel rinnovo delle convenzioni con le società autostradali, per circa 18.000 miliardi di lire, non sono ancora partiti? Insomma, il centrodestra aveva detto di voler accelerare la realizzazione delle opere, ma l’ha rallentata.

LE REGOLE PER GLI APPALTI: UN RITORNO AL PEGGIORE PASSATO
Il centrodestra sta smantellando, pezzo a pezzo, le regole di trasparenza e tutela della concorrenza per i lavori pubblici. Si tratta di norme dirette ad una deregulation che non comporta una maggiore apertura del mercato, ma al contrario un suo restringimento.
Con la legge-obiettivo si sono sottratte alle regole sugli appalti le cosiddette “opere strategiche”. Con la legge sulle infrastrutture collegata alla Finanziaria si prevede il ritorno agli affidamenti diretti, senza gare, per i lavori dell’Alta velocità ferroviaria e si consente l’affidamento senza gara anche per tutti i lavori dei concessionari (decine di miliardi di euro, ad esempio, solo nel settore autostradale).
Gran parte dei lavori pubblici verranno realizzati quindi senza gare di appalto e senza procedure trasparenti: un ritorno al passato, al tempo in cui pochi si sedevano ad un tavolo e si spartivano gli appalti. Si vuole riconsegnare il mercato a poche grandi imprese e far ripiombare nel cono della subalternità quelle piccole e medie. Si riduce la possibilità da parte della Pubblica Amministrazione di controllare tempi, costi e qualità dell’opera, e si rischia di invertire il processo di qualificazione delle imprese avviato in questi anni. Si reintroduce la possibilità delle varianti in corso d’opera, si aumenta dal 30% al 50% la possibilità di subappalto e si allentano i controlli antimafia sui piccoli subappalti. Si abbassa pericolosamente la soglia di legalità, con il rischio di tornare alla situazione da cui si sviluppò Tangentopoli, aprendo varchi alla criminalità organizzata e mafiosa, come ha denunciato anche il procuratore nazionale antimafia Vigna.
Non solo: il modo di agire del Governo riporta il settore dei lavori pubblici in una situazione di incertezza e confusione. Modificare così le regole sugli appalti, pezzo a pezzo, senza un disegno organico e senza aspettare la nuova direttiva europea, significa fare un danno anche alle imprese e a tutti gli operatori, che avrebbero bisogno di regole certe e chiare.

CASA
Dietro l’accattivante ed improprio slogan “padroni a casa propria” il provvedimento del Governo per la semplificazione delle autorizzazioni edilizie non fa altro che ricopiare in larga parte, per gli interventi che interessano la grande maggioranza delle famiglie italiane, quanto già previsto dal testo unico emanato dal Governo di centrosinistra. E’ preoccupante invece non aver previsto adeguate garanzie per la tutela dei centri storici, per il rispetto degli standard urbanistici, per la lotta all’abusivismo.
Con la Finanziaria il Governo aveva previsto di metter fine alla positiva esperienza delle agevolazioni fiscali per la ristrutturazione delle abitazioni (più di 1 milione di famiglie ne hanno usufruito dal ’98 al 2001): grazie anche agli emendamenti dell’opposizione la norma è stata prorogata a tutto il 2002.
Grave, infine, è stato il taglio di risorse al Fondo sociale per la casa. Circa 100 mila famiglie non avranno più da quest’anno il contributo previsto per aiutare i più disagiati a sostenere le spese per l’affitto.

Nulla per la mobilità nelle città
Di fronte all’emergenza smog”, ai problemi di inquinamento e di congestione del traffico nelle città, gli interventi annunciati dal Ministro Matteoli sono null’altro che quelli già decisi e finanziati dal Governo dell’Ulivo. Sarebbe necessario un piano straordinario per la mobilità sostenibile - facendo leva sui piani urbani della mobilità (PUM), su un aumento dei finanziamenti statali e su maggiori poteri da attribuire ai Sindaci - ma il centrodestra ha respinto le nostre proposte. Non esistono risorse aggiuntive sul bilancio 2002; anzi, sono state tagliate le risorse al trasporto pubblico locale.
In particolare:
§ Le risorse stanziate nel 2000 (30 miliardi di lire per il mobility management, 10 miliardi per car sharing, 40 miliardi per conversione veicoli a GPL e metano) non sono stati ad oggi utilizzati. Stessa cosa per i progetti sperimentali per la mobilità sostenibile.
§ Il Ministro non firma gli accordi di programma relativi al programma strategico per la mobilità nelle aree urbane (300 miliardi di lire).
§ Matteoli parla di 244 milioni di euro per un piano d'azione di acquisto di veicoli a metano o elettrici negli anni 2002-2005, pari a 60 milioni di euro all'anno, ma nel 2002 le risorse si riducono a 15,5 milioni di euro.
§ Lunardi taglia gli stanziamenti per trasporto pubblico locale e per il trasporto rapido di massa. Per il 2002 non c’è una lira per il rinnovo parco autobus. Alle Regioni viene semplicemente ripartito l’ex fondo nazionale trasporti senza una lira in più.
§ I piani urbani della mobilità (PUM), individuati dalla legge 340/2000 e dal Piano generale dei trasporti, sarebbero uno strumento molto utile in mano ai sindaci. Ma non possono essere utilizzati perché il Governo non ha predisposto il regolamento e non ha individuato le risorse necessarie.

Ferrovie
Mentre Lunardi e Berlusconi continuano ad inaugurare cantieri già aperti dal centrosinistra, le continue modifiche delle norme sugli appalti ritarderanno i programmi delle FS, mentre negli scorsi anni si erano impegnati circa 10.000 miliardi di lire all’anno per investimenti. Sono state resuscitate le concessioni TAV (Alta velocità) in contrasto con le norme comunitarie e con il parere con l’Autorità Antitrust; ciò comporterà un aggravio di oltre 4.000 miliardi di lire e probabilmente un rallentamento dei lavori. Viene penalizzato il Sud: sono stati tagliati infatti 200 miliardi di lire per il trasporto merci ferroviario in Sicilia ed in Sardegna.

Trasporto aereo
C’è una totale assenza da parte del Governo di una strategia sul trasporto aereo e sulla compagnia di bandiera. Per non parlare del dilettantismo sul problema della sicurezza: dopo l’incidente di Linate si sono tagliati i fondi per l’ENAC, l’ENAV, l’Agenzia per la Sicurezza del Volo. L’attuazione del programma per il potenziamento degli aeroporti (1.000 miliardi lire) è in ritardo.

Autotrasporto
Il Governo ha lasciato passare 12 mesi senza affrontare i problemi degli autotrasportatori, a partire dalla richiesta da parte dell’Europa di restituzione del bonus fiscale per gli anni dal ’92 al ’94. Mentre spiegava alle imprese che non avrebbero pagato gli ecopunti, il Governo ha predisposto una circolare per l’invio delle cartelle esattoriali. Un vero e proprio imbroglio a danno degli autotrasportatori. Né sono state individuate adeguate politiche per il settore.

Economia marittima
Nessun intervento è stato attuato per il sostegno alla cantieristica. Il decreto ministeriale attuativo della legge 88/2001 è stato emanato solo alla fine del 2001, malgrado ripetute sollecitazioni parlamentari e delle associazioni imprenditoriali e sindacali. Nel frattempo alcune industrie cantieristiche minori sono fallite. Anche la legge 51 (navi a doppio scafo e sicurezza della navigazione) subisce ritardi ed inadempienze.
Le risorse per le infrastrutture portuali non state ancora erogate, mentre la delega per l’autonomia finanziaria delle autorità portuali, nonostante la scadenza dei termini, non è stata ancora attuata dal Governo. L’abbattimento dei contributi previdenziali per i naviganti che esercitano il cabotaggio (una misura introdotta dal centrosinistra che aveva favorito lo sviluppo del settore) è stato reintrodotto nella finanziaria, ma in modo inadeguato, solo per l’armamento privato ed in una misura pari al 43%. La nostra proposta di riportarla all’80% è stata finora respinta. Le imprese stanno riprendendo la strada delle iscrizioni nei registri navali esteri. La tonnage tax ha una copertura finanziaria insufficiente, mentre il percorso avviato dal centrosinistra per la formazione professionale dei naviganti è stato interrotto.








LA SICUREZZA



Le promesse

Il tema della sicurezza è stato durante i 5 anni dei Governi dell'Ulivo al centro di campagne propagandistiche condotte dalle forze che erano allora all'opposizione. La destra ha lanciato continui allarmi per ogni episodio di criminalità diffusa di cui le cronache davano notizia e per ogni sbarco di immigrati clandestini, promettendo che con un governo del Polo le cose sarebbero radicalmente cambiate.

Il numero dei reati commessi in Italia negli ultimi anni è, in realtà, gradualmente diminuito, ma ciò non ha in alcun modo ridimensionato le campagne demagogiche della destra.

Il limite estremo della demagogia è stato toccato immediatamente dopo un tragico fatto di cronaca, come il duplice omicidio di Novi Ligure, per il quale i parlamentari della Lega, di Alleanza Nazionale e di Forza Italia hanno chiamato in causa presunte responsabilità del Governo di centro sinistra.

Quali sono oggi, dopo un anno di Governo del Centro Destra, i dati relativi alla criminalità diffusa e agli sbarchi dei clandestini?
Quali provvedimenti concreti ha assunto il Governo Berlusconi per garantire più sicurezza e con quali risultati?


I fatti

Le notizie sull'andamento dei reati fornite finora dal Governo sono volutamente lacunose e reticenti. E' per ciò difficile tracciare un quadro compiuto. Ad esempio la Lombardia, area fra quelle a rischio più elevato ed emblematica per vari aspetti, presenta dati allarmanti. Nel primo bimestre 2001, erano state commesse in questa Regione 345 rapine. Nello stesso periodo del 2002 vi sono state 427 rapine con un aumento di circa il 24 %. La fonte di questa notizia è l'Arma dei Carabinieri.

Ancora più gravi sono i dati riguardanti le rapine nelle abitazioni in particolare nelle ville isolate, forniti dalla stessa fonte, sempre con riferimento alla Lombardia. Si tratta di reati odiosi, che colpiscono con particolare brutalità famiglie inermi. Questi reati sono passati dal numero di 28 nel primo bimestre del 2001 al numero di 40 nello stesso periodo del 2002, con un aumento del 43%.

I furti e le rapine negli uffici postali che, nel primo trimestre del 2001, erano stati 33, hanno raggiunto nel primo trimestre 2002 il numero di 62 con un aumento di circa il 100%.

I dati della Lombardia trovano conferma in una tendenza più generale all'aumento delle rapine in tutta Italia. Nel primo trimestre del 2001 erano state commesse 9479 rapine. Nello stesso periodo del 2002 ne sono state commesse 9592. Questi dati devono ritenersi rispondenti al vero, poiché per le rapine non vi è il fenomeno delle mancate denunce che rende meno attendibili i dati statistici relativi ai reati di minore gravità, come ad esempio, i borseggi.

Il numero dei furti tra il primo trimestre del 2001 e il primo trimestre del 2002 subisce una lieve flessione (da 323.085 a 308.142); ma aumentano del 5 % i furti nei negozi, che di solito vengono denunciati tutti. La fonte è rappresentata dai dati Istat provenienti dalle varie forze di Polizia.

Per quanto riguarda il controllo del territorio, dal Governo Berlusconi non è venuta alcuna indicazione concreta. Non sappiamo se operatori, prima destinati ad attività burocratica, siano stati spostati sulla strada per rendere effettivo il concetto di Polizia di prossimità, vale a dire per realizzare la funzione di tutela della sicurezza in forme sempre più visibili e a contatto con i cittadini. Non sappiamo se il programma avviato dai Governi di centro sinistra sia stato almeno in parte realizzato, ma tutto fa pensare che non si sia compiuto alcun passo avanti. Quello che sappiamo è che sono stati soppressi servizi di tutela e di scorta, prima disposti a favore di persone a rischio. Ciò ha comportato uno spostamento minimo di forze sul territorio. A Palermo sono state recuperate per attività di polizia sulla strada appena 30 unità per effetto della soppressione di servizi di scorta, che servivano a tutelare i magistrati addetti a processi per reati di mafia. A Napoli il recupero è stato di 15 unità, mentre a Reggio Calabria è stato di appena 7 unità, destinate comunque ad attività non direttamente operative.

Da ultimo il Ministro dell'Interno ha dovuto riconoscere che la riorganizzazione tentata in questi mesi per recuperare forze, sopprimendo i servizi di scorta, era sbagliata e terribilmente rischiosa (come mostrano le vicende relative alla ingiustificata soppressione della scorta per il Professor Marco Biagi, ucciso dalle Brigate Rosse).






























I CLANDESTINI



Le promesse

Lo stop all’arrivo di extracomunitari senza permesso è stato uno dei motivi più martellanti usati in campagna elettorale. I clandestini sono stati indicati come portatori di delinquenza e i loro sbarchi sulle coste italiane erano segnalati come segno inequivocabile delle incapacità e del lassismo del centrosinistra. Uno degli impegni più propagandati dalla destra fu, quindi, la costruzione di un argine che mettesse fine a questo fenomeno.


I fatti

Nel secondo trimestre del 2001 gli sbarchi dei clandestini sono aumentati del 135,4% in Sicilia, del 282,8 % in Calabria, mentre sulle Coste Pugliesi ( per effetto del dispositivo di controllo nel mar Adriatico, realizzato dal Governo di centro-sinistra fra il 1998 e il 2000) gli sbarchi sono diminuiti del 44,7 % (fonte Sottosegretario Mantovano).

In base alla Legge Napolitano-Turco, nella seconda metà del 2001, sono stati allontanati effettivamente dal territorio nazionale 42.087 immigrati clandestini, con un aumento, rispetto al primo semestre, di alcune migliaia di espulsioni. In realtà, il forte incremento di sbarchi clandestini è l'effetto di una assoluta assenza di iniziativa del Governo Berlusconi, sul terreno dei rapporti internazionali con i Paesi di provenienza e di transito dell' immigrazione clandestina. In meno di due anni i governi dell'Ulivo avevano concluso e reso operanti 26 accordi internazionali di riammissione degli immigrati non legali.

In questo primo anno del Governo Berlusconi non si è sviluppata alcuna efficace collaborazione con i Paesi di provenienza per contrastare il traffico dei clandestini. Il governo Berlusconi non ha concluso neanche un accordo nuovo (ne' con la Turchia, ne' con la Cina, ne' con altri) e si è limitato a condurre a termine un accordo con Malta che già era stato siglato dal centro-sinistra. Non è stato istituito nemmeno un nuovo centro di permanenza temporanea, ne' sono state migliorate le condizioni di quelli esistenti; il che significa una non corretta applicazione della Legge sull'immigrazione.

I cittadini extra comunitari sbarcati clandestinamente nel primo bimestre 2002 sono: 664 in Calabria, 700 sulla Costa Ionica della Sicilia, 134 a Lampedusa, 500 a Gallipoli, 46 a Otranto; e infine numerose persone (65?, 100? o ancora di più?) non sono giunte a destinazione, essendo morte tragicamente nel naufragio di una nave a largo di Lampedusa.

Di fronte a questa invasione senza precedenti e ai fatti luttuosi che l'hanno accompagnata, il 18 marzo il Governo ha deciso lo stato di emergenza, ma al di la' di questo annuncio, nessuna misura concreta è stata predisposta. Non si sa se esista una struttura apposita per la gestione della emergenza; non si sa in che cosa consista; non si sa quali siano i responsabili di tale gestione.


APPENDICE
Le ventidue "priorità": fallimento totale o presa in giro?

Il ministro dell’Economia è tornato recentemente a ricordare le “22 priorità del governo” che, qualche mese fa, sciorinò stampate su un lenzuolo di carta davanti agli occhi attoniti dei cronisti. Quella lista conteneva cose di varia natura - alcune concrete e precise, altre assai più fumose – ma tutte, secondo il ministro, già fatte o in corso di attuazione. A rileggerle, tuttavia, c’è da chiedersi se la loro esibizione voleva essere un’autocritica graffiante o fu semplicemente un colpo di dabbenaggine. Bastano i titoli per rendersene conto.
1. “Accordo con i sindacati per i nuovi contratti a tempo indeterminato”: basta pensare a quello che sta succedendo sull’articolo 18, per rendersi conto dell’esito dell’operazione.
2. “Emersione dell’economia sommersa”: il provvedimento c’è, ma, come si sa, non ha fatto emergere niente.
3. “Legge obiettivo sulle grandi opere”: non è stato aperto nemmeno un cantiere né si sa se e quando qualcosa potrà cominciare a muoversi.
4. “Detassazione degli utili reinvestiti”: è la cosiddetta “Tremonti bis”. Ma fino ad ora non ha fatto ripartire gli investimenti e gli imprenditori rimpiangono le agevolazioni introdotte dai governi precedenti, che adesso sono state abolite.
5. “Facilitazioni per le imprese con più operai”: non è chiaro quali siano le “facilitazioni” in questione. In ogni modo, le imprese seguitano a lamentarsi di non aver ricevuto nessuna delle “facilitazioni” promesse.
6. “Detassazione degli investimenti per realizzare asili nido nelle imprese”: iniziativa meritoria, ma nessuno ne ha notizia.
7. “Privatizzazioni immobiliari come volano per lo sviluppo”: se il riferimento è alla vendita degli immobili degli enti, si tratta di un’operazione avviata assai prima del governo Berlusconi. Se si riferisce alla missione ora affidata alla costituenda società “Patrimonio pubblico s.p.a.”, si tratta di un’operazione assai dubbia che sta suscitando vaste perplessità. Di “sviluppo” connesso a vendite immobiliari, in ogni modo, a tutt’oggi non si ha traccia.
8. “Abolizione dell’imposta di successione”: questo sì, questo è stato fatto, e i supermiliardari che ne hanno beneficiato (per i patrimoni più contenuti la successione era già esentasse), primo fra tutti il proprietario di Fininvest, sono molto grati al governo.
9. “Diritti sulle invenzioni agli inventori”: si riferisce a una delle misure dei "cento giorni" il cui risultato consiste nel sostanziale svuotamento della ricerca pubblica.
10. “Possibilità di sottoscrivere capitale sociale delle aziende”: il riferimento è dubbio. Meglio attendere per capire di che cosa si tratta.
11. “Nuova disciplina dei fondi pensione”: un progetto c’è, ma per compensare il previsto utilizzo del Tfr, alle imprese è stato promesso un abbattimento della contribuzione Inps a cui i sindacati si stanno duramente opponendo e per coprire il quale non ci sono risorse. Tutto, perciò, è molto incerto.
12. “Modi per conservare la ricchezza in Italia”: la formula sembra fare riferimento al cosiddetto “Scudo fiscale”, cioè alla sanatoria per il rientro dei capitali dall’estero. Siccome non rientrava una lira, il governo ha più volte prorogato i termini e mutato le normative. Ora il provvedimento sembra funzionare, ma tutto sembra indicare che, anche rientrati in Italia, quei capitali seguiteranno ad essere investiti nelle forme in cui erano investiti all’estero: perciò, nessun beneficio per l’economia italiana, molto beneficio, invece, per i titolari di quei capitali che si sono visti cancellare gli illeciti per i quali avrebbero potuto essere perseguiti.
13. “Liberalizzazioni”: tutto bloccato, non un passo è stato fatto.
14. “Privatizzazioni”: idem. Da quando si è insediato, questo governo non ha messo sul mercato nemmeno uno 0,0001% delle partecipazioni ancora in suo possesso, dopo le massicce privatizzazioni degli anni del centrosinistra.
15. “Semplificazione con l’abolizione di 190 milioni di atti amministrativi e burocratici”: non se ne ha traccia, a meno che l'enunciazione non si riferisca al tentativo di appropriarsi della cosiddetto "fisco telematico" di cui il governo si è molto vantato omettendo che era stato realizzato dai governi del centrosinistra.
16. “Nuova disciplina della spesa sanitaria con responsabilizzazione delle Regioni”: la spesa sanitaria, secondo gli ultimi rilievi della Ragioneria, seguita a galoppare oltre il dovuto e le imposte locali stanno aumentando ovunque in maniera vistosa.
17. “Valorizzazione del volontariato e del sistema di cooperazione”: l’unico intervento che si conosce relativo alla cooperazione è la recente norma che inasprisce il trattamento fiscale delle cooperative.
18. “Detassazione per i trasferimenti in Paesi in via di sviluppo e di emigrazione”: non se ne ha notizia.
19. “Libertà di assumere, non di licenziare”: la proposta che riguarda l’articolo 18, come si sa, facilita i licenziamenti senza giusta causa. Ciò, sostiene il governo, faciliterà le assunzioni: gli imprenditori sono i primi a non crederci.
20. “Maggiore libertà di ristrutturare case e aziende”: in realtà, sono state fortemente ridotte le agevolazioni per le ristrutturazioni edilizie.
21. “Nuovo Louvre nella sede del ministero dell’Economia”: forse nessuno l’aveva ancora capito, ma era proprio questo che gli italiani volevano quando hanno votato per il Polo. Comunque, di un “nuovo Louvre” in via XX Settembre nessuno ha visto traccia.


I buoni vanno in , invece io che sono vado dove voglio.

666
Saturday, September 07, 2002 1:25 PM
22. “Pace sociale”: proprio così, avete letto bene: “Pace sociale”. Obiettivo prioritario di questo governo che sta
scatenando scioperi generali dell’intero mondo del lavoro dipendente, proteste durissime del mondo della scuola, reazioni generali di tutti i settori dell’informazione stampata e radiotelevisiva, addirittura uno sciopero della magistratura, oltre a continui appelli e richiami del capo dello Stato; e che, nonostante questo, promette che “accelererà” nella sua corsa verso lo scontro frontale avendo esplicitamente mandato in soffitta la pratica della concertazione; bene, questo governo, indica come sua priorità la “Pace sociale”. Si tratta solo di capire se vuole prendere in giro o se è un incapace totale.


I buoni vanno in , invece io che sono vado dove voglio.

g
Saturday, September 07, 2002 4:09 PM
Ma la giustizia l'ha già minata

Bravo,Vampiro ;)

oreZrd
Saturday, September 07, 2002 4:55 PM
Re:

Scritto da: 666 07/09/2002 14:25
22. Si tratta solo di capire se vuole prendere in giro o se è un incapace totale.



Chiaramente ci prende per il culo
Mister G
Saturday, September 07, 2002 5:25 PM
Bravo 666!!!


Ma chi sei??? Il cugino di Travaglio??? :risata: :risata: :risata:

BERLUSKA TI ODIO!!!
:fspara2: :fcann: :fcann:



Mister G
"E'ora di ubriacarsi! Ubriacatevi, per non essere gli schiavi martirizzati del Tempo!
Ubriacatevi in continuazione! Di vino, di poesia o di virtù, come volete." - C. Baudelaire
666
Saturday, September 07, 2002 5:55 PM
Nn è farina del mio sacco, semplice copia incolla.
Ho ritenuto utile postarlo.

;)

I buoni vanno in , invece io che sono vado dove voglio.

marbev
Saturday, September 07, 2002 10:50 PM
Re:
Scritto da: 666 07/09/2002 18:55
Nn è farina del mio sacco, semplice copia incolla.
Ho ritenuto utile postarlo.

;)






Infatti, avresti fatto prima ad elencare le promesse mantenute, piuttosto che quelle mancate!!!!
Praticamente non avresti avuto NULLA da scrivere!!!!!:p





Marbev
*Per avere qualcosa che non hai mai avuto
devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto.*
goccedigiada
Saturday, September 07, 2002 10:53 PM
Re: Re:

Scritto da: marbev 07/09/2002 23:50
Scritto da: 666 07/09/2002 18:55
Nn è farina del mio sacco, semplice copia incolla.
Ho ritenuto utile postarlo.

;)






Infatti, avresti fatto prima ad elencare le promesse mantenute, piuttosto che quelle mancate!!!!
Praticamente non avresti avuto NULLA da scrivere!!!!!:p







;) :p
g
Saturday, September 07, 2002 11:05 PM
Re: Re:

Scritto da: marbev 07/09/2002 23:50
Scritto da: 666 07/09/2002 18:55
Nn è farina del mio sacco, semplice copia incolla.
Ho ritenuto utile postarlo.

;)






Infatti, avresti fatto prima ad elencare le promesse mantenute, piuttosto che quelle mancate!!!!
Praticamente non avresti avuto NULLA da scrivere!!!!!:p





Hanno mantenuto la promessa di cambiare la giustizia

ales il ternano
Sunday, September 08, 2002 12:12 AM
Ottimo lavoro

Bravo.
Ma la gente continua a credere alle sue barzellette!

marbev
Sunday, September 08, 2002 12:16 AM
Re: Ottimo lavoro
Scritto da: ales il ternano 08/09/2002 01:12

Bravo.
Ma la gente continua a credere alle sue barzellette!





Già!!! Ma ormai credo che non rida più nessuno!




Marbev
*Per avere qualcosa che non hai mai avuto
devi essere disposto a fare qualcosa che non hai mai fatto.*
g
Sunday, September 08, 2002 12:17 AM
Re: Ottimo lavoro

Scritto da: ales il ternano 08/09/2002 01:12

Bravo.
Ma la gente continua a credere alle sue barzellette!


Il casino è ke il pubblico ACCURATAMENTE SELEZIONATO della fiera di BA rideva pure delle sue kzzt

Il signorotto vuol fare anke il simpatico :vomito2:

666
Sunday, September 08, 2002 12:51 AM
Re: Re:

Scritto da: marbev 07/09/2002 23:50
Scritto da: 666 07/09/2002 18:55
Nn è farina del mio sacco, semplice copia incolla.
Ho ritenuto utile postarlo.

;)






Infatti, avresti fatto prima ad elencare le promesse mantenute, piuttosto che quelle mancate!!!!
Praticamente non avresti avuto NULLA da scrivere!!!!!:p








Nn avendo nulla da scrivere, vuole dire che va tutto bene.
Troppo vantaggio x il berluskaiser

I buoni vanno in , invece io che sono vado dove voglio.

DoS
Sunday, September 08, 2002 10:31 AM
Segnato a tutti il sito www.lavoce.info, uno dei pochi dove è possibile leggere opinioni e segnalazioni, qualificate e supportate da numeri e conoscenze scientifiche, riguardanti l'economia e la politica. Così ci possiamo rendere conto di dove effettivamente ci stia conducendo questo pseudo-governo.
Ex: Un ammanco di 30 miliardi di euro (42 a fine anno)? B. risponde "ma no, è tutto a posto" ... già, tanto le tasse per ripianare le paghiamo noi ... ST***ZI!
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[Modificato da DoS 08/09/2002 11:34]

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