Il primo anno di governo delle destre si è concluso con risultati molto lontani – in alcuni casi del tutto opposti – rispetto alle promesse enunciate durante la campagna elettorale e rispetto alle affermazioni ripetute anche recentemente dal presidente del consiglio.
Le schede che seguono documentano le inadempienze del governo rispetto al cosiddetto “contratto con gli elettori” esibito dall’attuale maggioranza e indicano alcuni dei rischi concreti ai quali è esposta l’economia italiana, la finanza pubblica e la vita quotidiana della maggioranza dei cittadini.
LE SCHEDE
L’ECONOMIA E LO SVILUPPO pag. 3
Le promesse pag. 3
I fatti:
- Il Pil pag. 3
- L’inflazione pag. 4
- I consumi pag. 4
- L’occupazione pag. 4
- Il lavoro pag. 4
- Il “sommerso” pag. 5
- Le privatizzazioni e le liberalizzazioni pag. 5
- La competitività pag. 5
- Il credito pag. 5
LE TASSE pag. 6
Le promesse pag. 6
- La pressione fiscale pag. 6
I fatti:
- Per le famiglie pag. 7
- Per le imprese pag. 7
- La “riforma” annunciata pag. 8
LA FINANZA PUBBLICA pag. 10
Le promesse pag. 10
- Il “buco” pag. 10
I fatti:
- Il debito pag. 11
- Il peggioramento dei conti pag. 11
- Lo “scudo fiscale” pag. 11
- Le entrate tributarie pag. 11
- Il rapporto indebitamento netto/Pil pag. 12
- Conclusioni pag. 12
IL MEZZOGIORNO
Le promesse pag. 13
I fatti pag. 13
LE INFRASTRUTTURE, I TRASPORTI, IL TERRITORIO URBANO pag. 15
LA SICUREZZA pag. 19
I CLANDESTINI pag. 21
APPENDICE: LE “22 PRIORITA’” pag. 22
L’ECONOMIA E LO SVILUPPO
Le promesse
La destra ha fondato tutta la sua politica di opposizione e poi la sua campagna elettorale sull’accusa rivolta al centrosinistra di non promuovere adeguatamente la crescita del Paese. Ha addirittura teorizzato che le maggiori spese che il suo programma prometteva sarebbero state sostenibili grazie ai maggiori proventi derivanti dalla forte crescita dell’economia che il nuovo governo avrebbe saputo promuovere. Nel Dpef presentato nell’estate del 2001 e riconfermato nell’autunno seguente, il governo ha voluto inserire – nonostante i diffusi scetticismi e la congiuntura internazionale già da parecchi mesi al limite della recessione - una previsione di crescita assai forte: 3,1 nel 2002 (solo recentemente corretto al 2,3), 3,2 nel 2003, 3,1 in ciascuno degli anni successivi fino alla fine della legislatura (2006).
I fatti
I fatti sono stati – e sono tuttora – molto diversi. La lunga fase di quasi recessione americana si è ripercossa in tutto il Mondo e tutti gli istituti italiani e internazionali hanno corretto al ribasso le previsioni di crescita dei Paesi industrializzati. L’attentato dell’11 settembre ha poi contribuito a creare un clima di incertezza che ha ulteriormente appesantito la situazione. Cause esogene non imputabili al governo, naturalmente, ma tali da rendere del tutto inattendibili le previsioni iscritte, quando già la situazione era nota (almeno nei sui elementi principali), nei documenti ufficiali di bilancio.
Il caso Italia, del resto, è stato caratterizzato almeno da altri due fattori:
- un lungo periodo di incertezza e stasi delle attività imprenditoriali derivante dall’attesa delle agevolazioni annunciate dal governo (in particolare la cosiddetta “Tremonti bis”);
- l’assenza di ogni intervento di stimolo sull’economia e la sostanziale paralisi degli interventi per il Mezzogiorno.
I dati complessivi che caratterizzano l’andamento dell’economia reale, a questo punto, possono essere così sintetizzati:
- Il Pil: Il dato dell’ultimo trimestre 2001 ha registrato un calo dello 0,2%. Ciò significa che anche un dato positivo del primo trimestre 2002 difficilmente potrà essere significativo ai fini del risultato di fine anno: bisognerà comunque attendere il dato del secondo trimestre per avere un’indicazione attendibile. In ogni caso, è fin d’ora evidente che le stime del governo non potranno essere rispettate. A fronte di una crescita 2002 stimata inizialmente dal governo al 3,1% e successivamente rivista al 2,3%, tutte le previsioni formulate dai diversi istituti italiani e internazionali si attestano su valori che non superano l’1,4% (circa 1 punto percentuale in meno); la stima più recente di Ubs Warburg si ferma ad un secco 1%. Ciò è inevitabilmente destinato ad avere conseguenze pesanti sulla finanza pubblica, come verrà segnalato più avanti;
L’ANDAMENTO TRIMESTRALE DEL PIL NEL 2001
- L’inflazione: il dato armonizzato di aprile indica una crescita dell’inflazione al 2,6%. Si tratta di un dato allarmante e di uno dei peggiori d’Europa, la cui media si colloca al 2,2%. Particolarmente pesante è poi il fatto che i prezzi dei beni alimentari di largo consumo registrano, rispetto all’aprile 2001, un incremento record di 4,2 punti percentuali. La causa di questo fenomeno è generalmente individuata nella mancata attuazione di strumenti di efficace monitoraggio sul change over dalla lira all’euro, ai quali il governo Amato stava lavorando e che sono stati del tutto abbandonati dal nuovo governo;
- I consumi: l’andamento dei consumi sembra aver imboccato una traiettoria discendente che rappresenta, probabilmente, il più immediato riscontro del progressivo peggioramento delle condizioni di vita dei cittadini. Il calo dei consumi risulta evidente confrontando l’ultimo dato disponibile sull’andamento del commercio al dettaglio, che a febbraio registrava un +2,1% nominale, con il dato dell’inflazione che nello stesso mese era al 2,5%: la differenza implica un calo dei consumi reali di 0,4 punti percentuali, ampiamente sufficienti a motivare il preoccupato grido d’allarme e di protesta lanciato recentemente dalla Confcommercio.
- L’occupazione: indicata dal centrodestra come assoluta priorità che solo le sue politiche liberiste avrebbero potuto affrontare efficacemente, è stata recentemente segnalata con accenti trionfali citando il dato grezzo dell’Istat che registra un aumento di circa 400.000 unità rispetto all’anno precedente. In realtà le cose stanno in maniera opposta, come dimostra la tabellina qui riportata costruita con gli stessi dati Istat non destagionalizzati a cui faceva riferimento il governo: secondo quei dati, l’incremento di occupazione registrato a gennaio 2002 rispetto al gennaio 2001 c’è ma risulta realizzato tutto nel primo semestre del 2001, ben prima, cioè, di quando qualsiasi intervento del nuovo governo potesse avere effetti. Questi dati, malamente utilizzati dalla destra, dimostrerebbero, infatti, una sorta di coincidenza fra la nascita del nuovo governo e una progressiva riduzione dell’occupazione – dopo un lungo periodo di crescita (dal luglio 1996 al luglio 2001, gli occupati sono passati da 20.344.000 a 21.713.000, con un incremento di 1 milione e 369.000 unità) - protratta per i due trimestri successivi.
L’ANDAMENTO DELL’OCCUPAZIONE
Numero di occupati Variazione
Gennaio 2001 21.273.000
Aprile 2001 21.373.000 +100.000
Luglio 2001 21.713.000 +340.000
Ottobre 2001 21.698.000 -15.000
Gennaio 2002 21.644.000 -54.000
- Il lavoro: Fra le “22 priorità” che il governo aveva elencato, compariva la “Pace sociale”. Il primo sciopero generale di tutte le sigle sindacali (comprese – fatto senza precedenti – quelle delle organizzazioni legate alla destra) contro lo stralcio dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori è il primo risultato di quel programma.
Ma alla grave preoccupazione diffusa nel Paese per il clima sociale che si sta instaurando, bisogna aggiungere due elementi non trascurabili:
- il contratto per il pubblico impiego, siglato con annunci trionfali da parte del governo, implica aumenti che, ad oggi, sono privi di copertura;
- la riforma del sistema pensionistico – altra “priorità” giudicata irrinunciabile – è impantanata dal tentativo del governo di compensare il trasferimento del Tfr dalle imprese – che già hanno molte ragioni di scontento - ai fondi pensione con un abbattimento dei contributi che aprirebbe gravi buchi nel sistema pensionistico e che incontra la drastica opposizione dei sindacati;
- Il “Sommerso”: E’ stato anche questo un cavallo di battaglia della destra, in ciò sostenuta a spada tratta dalla Confindustria: la lotta al sommerso era indicata come condizione irrinunciabile per procedere al risanamento dell’economia e alla ripresa del Mezzogiorno. La legge varata dal governo aveva il dichiarato obiettivo di risolvere il problema ottenendo la regolarizzazione di 900.000 lavoratori “in nero”. I dati a tutt’oggi disponibili, dopo circa 6 mesi, dicono che il provvedimento ha permesso l’emersione di poche centinaia di persone: un fallimento totale che, oltre ad avere conseguenze sociali ed economiche, si ripercuote pesantemente anche sui conti pubblici poiché il governo prevedeva di ricavarne entrate per oltre un miliardo di euro.
- Le privatizzazioni e le liberalizzazioni: Anche questo versante è stato uno dei più propagandati: la presentazione di una destra liberalizzatrice e privatizzatrice (“meno Stato, più mercato”) a confronto con un centrosinistra accentratore e statalista è stata lo sfondo su cui l’attuale maggioranza ha costruita tutta la propria immagine propagandistica. La realtà fa cadere la maschera.
Per quanto riguarda le privatizzazioni, gli incerti andamenti del mercato mobiliare sono sicuramente un elemento di freno, ma non sufficiente a giustificare una paralisi totale dei processi di dismissione il cui andamento è riportato dalla tabella qui sotto che riguarda un arco di tempo nel quale pure si sono registrate fasi difficili per la borsa.
PROVENTI DA PRIVATIZZAZIONI
1996 1997 1998 1999 2000 2001 2001 2002 TOTALE TOTALE
mld £ mld £ mld £ Mld £ mld £ mld £ mld £ mld £ mld £ mld €
(gen - febb.) (mar - dic.)
18.325 41.918 25.045 47.112 21.014 6.252 0 0 159.666 82,46
Per quanto riguarda le liberalizzazioni, la paralisi nell’attuazione dei decreti 79/99 e 164/00 è totale: questioni come la Borsa elettrica, l’Acquirente unico, i codici di rete del gas, potevano essere definite da tempo e i ritardi di attuazione rappresentano un ulteriore elemento frenante per lo sviluppo economico.
- La competitività: La insoddisfacente competitività del sistema produttivo italiano era
impugnata come una delle accuse più gravi a carico del centrosinistra: dopo un anno di governo della destra tutti gli indicatori di competitività resi noti negli ultimi tempi segnalano una stazionarietà o un peggioramento delle posizioni italiane. L’indicatore della Banca d’Italia segnala, proprio a partire dalla primavera 2001 e fino all’ultimo dato di dicembre 2001, una diminuzione di competitività. L’ultimo dato elaborato da Confindustria, reso noto al convegno di Parma, indica una perdita di 2 posizioni.
- Il credito: Accanto ai malumori che il governo sta suscitando nel mondo imprenditoriale per le promesse non mantenute (e difficili da mantenere), sta emergendo uno stato di grave confusione nel mondo bancario a seguito delle nuove norme stabilite dal governo per le fondazioni bancarie. Il nuovo regime di fatto annulla la riforma Ciampi e concentra un nuovo potere nelle mani del governo e della maggioranza: lo scontro con le fondazioni è aperto e l’intero mondo del credito ne sta subendo i costi.
LE TASSE
Le promesse
“Meno tasse per tutti” fu, in campagna elettorale, uno slogan ripetuto in maniera martellante fino ad entrare profondamente nella mente di tutti gli elettori. Gli annunci della destra erano talmente seducenti da indurre milioni di italiani a credere che davvero il nuovo governo avrebbe elargito nuovo benessere e nuova ricchezza a tutti. La riforma fiscale promessa, fin da allora mostrava di costare molto di più di quanto i conti pubblici e i binari europei avrebbero potuto permettere, ma ciò – diceva la destra – non costituiva un problema perché i redditi sarebbero talmente aumentati da consentire ampi margini per il finanziamento degli sgravi. E il dato della pressione fiscale italiana, scesa negli anni di governo del centrosinistra dal 44,6% del ’97 al 42,6% del 2000 con una riduzione di 2 punti percentuali, veniva brandito come una clava contro la maggioranza di allora accusata di tartassare imprese e cittadini.
In realtà l’andamento della pressione fiscale si è rapidamente trasformato in un tema abbastanza scomodo per il governo in carica. Basta leggere in sequenza i seguenti dati:
Pressione fiscale per il 2001 indicata dal governo di centrosinistra
nel suo ultimo Dpef (luglio 2000)….……………………………………..42,4%
Pressione fiscale per il 2001 indicata dal governo della destra
nel suo primo Dpef (luglio 2001)……….…………………………..….....42,0%
Pressione fiscale per il 2001 rilevata a consuntivo………………….……..42,4%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo di centrosinistra
nel suo ultimo Dpef………………………………………………….……..42,0
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo della destra
nel suo primo Dpef ………………………………………………………...41,7%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo della destra
nella RPP (Relazione Previsionale e Programmatica, settembre 2001)..…..41,9%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo di destra
nella RTC (Relazione Trimestrale di Cassa, aprile 2002).…………………42,3%
Pressione fiscale per il 2002 indicata dal governo di centrosinistra
nel suo ultimo Dpef…………………………………..…………………….42,0%
Che cosa si può dedurre da questa sequenza?
Che, dopo aver puntato su una diminuzione apprezzabile della pressione fiscale formulando un dato di partenza eccessivamente ottimistico per il 2001, gli uomini del Tesoro hanno dovuto procedere a successive correzioni man mano che la realtà dei fatti assumeva evidenza facendo emergere l’insostenibilità di quanto era stato precedentemente scritto. Di conseguenza, la pressione fiscale di cui era stata annunciata la rapida e forte discesa, resta, allo stato dei fatti, sostanzialmente invariata.
Si può rilevare, inoltre, che le politiche fiscali del centrosinistra avevano permesso una corretta previsione della pressione 2001 e possono quindi essere considerate credibili nell’indicazione di una riduzione valutata per il 2002 in 0,4 punti percentuali, cioè più energica per 0,3 punti percentuali rispetto al percorso indicato dalla destra.
I fatti
I primi interventi del governo in materia fiscale – che, come si è detto prima, non sono stati in grado di ridurre la pressione fiscale e ne provocano, anzi, un incremento rispetto al percorso indicato dal centrosinistra - sono stati i seguenti:
Per le famiglie:
- cancellazione degli sgravi Irpef già codificati dalla Finanziaria per il 2001 dal precedente governo
- cancellazione della restituzione del drenaggio fiscale a lavoratori dipendenti e pensionati
- incremento delle detrazioni per figli a carico
Per le imprese:
- introduzione della “Tremonti – bis” e contestuale cancellazione della Dit (Dual Income Tax)
Il risultato, per le famiglie, è quello illustrato negli esempi che seguono: un peggioramento netto per tutte le tipologie di contribuenti
CARICO FISCALE SULLE FAMIGLIE NEL 2002
Reddito imponibile Tasse (in euro) lavoratore dipendente lavoratore autonomo dipendente con famiglia autonomo con famiglia
€ 15.494 finanziaria 2001 (+restituzione fiscal drag) 2.616 3.671 1.619 2.674
finanziaria 2002 2.748 3.791 1.734 2.778
Euro VARIAZIONE D'IMPOSTAaliquota +132 +120 +116 +104
+0,85% +0,77% +0,75% +0,67%
Reddito imponibile Tasse (in euro) lavoratore dipendente lavoratore autonomo dipendente con famiglia autonomo con famiglia
€ 30.987 finanziaria 2001 (+restituzione fiscal drag) 7.835 9.620 6.889 8.674
finanziaria 2002 8.000 9.777 7.024 8.800
Euro VARIAZIONE D'IMPOSTAaliquota +165 +156 +135 +126
+1,07% +1,01% +0,87% +0,81%
Reddito imponibile Tasse (in euro) lavoratore dipendente lavoratore autonomo dipendente con famiglia autonomo con famiglia
€ 61.975 finanziaria 2001 (+restituzione fiscal drag) 20.334 23.501 19.483 22.651
finanziaria 2002 20.648 23.814 19.940 23.106
Euro VARIAZIONE D'IMPOSTAaliquota +314 +313 +457 +456
+2,03% +2,02% +2,95% +2,94%
All’appesantimento fiscale documentato dalle tabelle, va poi aggiunto il generalizzato inasprimento delle addizionali locali (Regionali e Comunali), adottato a partire dal 2002 da moltissime amministrazioni per sopperire al calo di risorse messe a disposizione dallo Stato. Si tratta di incrementi che variano da località a località, ma nel complesso è possibile affermare che l’aumento del carico fiscale per i cittadini che in questi giorni affrontano la dichiarazione dei redditi sarà generalizzato e, in alcuni casi, molto sensibile.
Per le imprese, il risultato è stato, prima, quello di determinare – come si è detto sopra – un lungo periodo di stasi nell’attesa dei provvedimenti annunciati, poi quello di suscitare diffuse delusioni e grandi problemi dovuti al brusco cambiamento di regime fiscale per tutte le aziende che, avendo fatto in passato nuovi investimenti, contavano di utilizzare il meccanismo Dit per un abbattimento dell’onere fiscale che improvvisamente è divenuto impossibile. Il meccanismo della “Tremonti bis”, infatti, è molto diverso dal precedente e, per moltissime imprese, ha rappresentato un netto peggiorameto.
Per capire meglio la questione, è utile consultare la seguente tabellina elaborata su dati della Commissione Europea:
ALIQUOTA MEDIA EFFETTIVA SULLE IMPRESE NEI PAESI DELL’UE
ANNO DI RIFERIMENTO 2001
AUSTRIA 27,9 ITALIA 27,6
BELGIO 34,5 IRLANDA 10,5
GERMANIA 34,9 LUSSEMBURGO 32,2
DANIMARCA 27,3 OLANDA 31,0
SPAGNA 31,0 PORTOGALLO 37,0
GRECIA 28,0 SVEZIA 22,9
FRANCIA 34,7 GRAN BRETAGNA 28,3
FINLANDIA 26,6 MEDIA (esclusa Italia) 29,1
Dalla tabella risulta evidente che il sistema fiscale per le imprese introdotto dalla riforma Visco aveva prodotto un forte vantaggio, portando l’Italia ad un livello reale di tassazione fra i più bassi d’Europa. E’ importante notare che, a parte l’Irlanda, gli altri Paesi che possono vantare livelli analoghi a quelli italiani sono Paesi che hanno adottato regimi di Dual income tax. E che la Germania, la cui riforma fiscale il governo sta cercando di imitare, è il Paese in cui la tassazione risulta più elevata.
La riforma annunciata. Dopo averne fatto il cavallo di battaglia di tutta la campagna elettorale, la traduzione concreta dello slogan “meno tasse per tutti” – realizzato al contrario, come si è detto sopra, in questo primo anno - è stato affidato ad una legge delega presentata al Parlamento. Ciò che prevede la legge è noto; quello che non è noto, perché nella delega non è detto, è però di tale portata da rendere questa riforma del tutto virtuale ed astratta. Infatti non si sa:
- Quando e in quali tempi sarà realizzata;
- Come saranno articolate le deduzioni alle quali viene affidata la salvaguardia della progressività dell’imposta personale;
- Quanto sarà possibile risparmiare per le diverse categorie di reddito;
- A quanto ammonterà la perdita di gettito per l’erario
- Con quali risorse finanziarie quella perdita di gettito sarà coperta
Come si vede, ce n’è abbastanza per nutrire severi dubbi, ai quali va aggiunta la seria preoccupazione che deriva dagli esiti di tutte le simulazioni condotte da vari istituti sulla base dei dati noti. Da queste simulazioni risulta che il 70% degli sgravi programmati andrà a beneficio del 20% più ricco della popolazione. Alla grande maggioranza dei contribuenti (80%), che hanno redditi medi o medio bassi, verrà riservato solamente il 30% che consentirà risparmi non superiori alle poche decine di euro all’anno.
E’ probabilmente questa ripartizione che ha permesso al governo di promettere che l’avvio della riforma sarà varato con la prossima legge Finanziaria e riguarderà i redditi più bassi: il costo degli alleggerimenti per i redditi più bassi è infatti abbastanza contenuto: le cifre di cui si parla oscillano fra i 2,5 e i 3,5 miliardi di euro, pari a circa 5 – 7.000 miliardi di vecchie lire: non sarà inopportuno ricordare che l’ultima Finanziaria dell’Ulivo varò sgravi fiscali per 23.000 miliardi.
Come è noto, tuttavia, la riforma virtuale del governo non si limita all’imposta sui redditi delle persone: essa contempla la riduzione dell’Irpeg e l’abolizione dell’Irap. Un recente studio dell’Università Bocconi commissionato dall’associazione delle piccole e medie imprese, tuttavia, segnala che queste innovazioni, accompagnate dalla già realizzata abolizione della Dit, non portano molti benefici alle imprese e che, in alcuni casi, comportano un netto peggioramento. E in ogni modo, per ora, l’unica cosa che il governo ha dichiarato di voler fare per il prossimo anno è ridurre l’aliquota Irpeg dal 36 al 35%, cioè la stessa cosa che era stata già decisa dal governo Amato con la sua ultima Legge Finanziaria.
Sull’intera operazione, resta, comunque, la pesante incognita della copertura finanziaria, come risulterà più avanti.
LA FINANZA PUBBLICA
Le promesse
Questo è probabilmente l’unico capitolo sul quale la destra non ha mai enunciato mirabolanti risultati. L’unica cosa che ha spesso ripetuto è l’impegno a rispettare i vincoli europei, cosa, peraltro, obbligatoria e ovvia.
Le ragioni di questa scarsa attenzione al capitolo “finanza pubblica” da parte della destra possono essere molteplici:
- Il risanamento – definito “straordinario” dai partner europei – era stato già realizzato dal centrosinistra;
- La contraddittorietà fra una prudente gestione del bilancio e le promesse di elargizioni necessarie per conquistare il consenso;
- La consapevolezza che il governo della destra avrebbe comunque cercato di gestire i conti nel modo più disinvolto;
- Lo scarso appeal dell’argomento presso la generalità dell’elettorato di riferimento
Oltre a tutto ciò, probabilmente, occorre mettere in conto una dose di oggettiva incompetenza e di conseguente disinteresse su questa materia diffusa tra gli uomini della destra.
Nel repertorio degli annunci della destra, va comunque ricordata la grottesca campagna sul presunto “buco” lasciato dai governi precedenti. Indicato prima nella cifra di 60.000 miliardi di lire, poi passato a 25.000, poi dichiarato a 35.000, poi, secondo un comunicato emesso dal ministero dell’Economia, del tutto scomparso, come, del resto, era risultato inesistente al vaglio dei conti pubblici della Commissione europea. Adesso, con il crescere dei malumori per le promesse mancate, di tanto in tanto esponenti del governo tornano a parlarne, ma non si accorgono di essere in contraddizione con se stessi. Il comunicato del ministero dell’economia emesso il primo marzo scorso all’indomani della pubblicazione del dato Istat sullo scostamento del risultato 2001 nel rapporto indebitamento netto/Pil rispetto alle previsioni, infatti, recitava:
“Lo scostamento per 0,3, relativo alla previsione 1,1%, è essenzialmente dovuto ai seguenti fattori: 1) accelerazione straordinaria, operata negli ultimi tre mesi del 2001, delle spese di investimento in cofinanziamento con fondi strutturali Ue, a chiusura del Programma Comunitario del Mezzogiorno 94-99 e accelerazione del nuovo Programma 2000-2006; 2) Scostamento della crescita del Pil, rispetto alle previsioni (1,8 invece di 2%); 3) impatto sul 2001 della correzione operata sul 2000”.
Il “buco”, dunque, non c’entrava niente e non c’era: era – e resta – solamente un argomento di propaganda per giustificare le inadempienze e i ritardi rispetto alle promesse pronunciate davanti al Paese con inconsapevolezza della realtà dei conti (o con vera e propria scelta di non tenerla in considerazione).
In ogni modo, un impegno c’era, come si è detto: rispettare i vincoli europei. In sintesi: 0,5% nel rapporto indebitamento/Pil nel 2002, pareggio di bilancio e stock del debito al 100% del Pil nel 2003.
I fatti
Il fatto più recente riguarda il debito. E’ di questi giorni l’indicazione Bankitalia sulla crescita record del debito pubblico. L’elemento che suscita preoccupazione non è tanto la crescita nominale (che è fisiologica) quanto la sua dimensione percentuale: 3,6%, vale a dire più o meno uguale alla crescita nominale del Pil. Questo significa che se l’andamento del debito dovesse essere costante in ragione d’anno, alla fine del 2002 il rapporto fra stock del debito e Pil avrebbe interrotto la sua graduale discesa, come vogliono gli impegni europei.
Ma i fatti che suscitano allarme per il potenziale peggioramento dei conti in essi implici, sono numerosi: norme senza copertura, sovrastime delle entrate e dei risparmi programmati, sottostime delle spese, mancanza di poste per la copertura di impegni assunti o in corso di assunzione. Per fare un solo esempio, fra i tanti possibili, l’adeguamento del contributo italiano per i Paesi in via di sviluppo alla media europea, a cui il Paese è chiamato entro il 2006 e che lo stesso presidente del Consiglio ha recentemente confermato di voler realizzare, costerà circa 5.000 miliardi, ma non se ne ha traccia nelle poste di bilancio.
Infine, la certezza oramai acquisita di una crescita del Pil inferiore alla stima di 2,3 indicata dal governo avrà come conseguenza inevitabile una proporzionale riduzione delle entrate: se la crescita sarà dell’1,4 (come dicono le previsioni internazionali più favorevoli), mancheranno all’appello 5 miliardi di euro, vale a dire quasi 10.000 miliardi di vecchie lire.
A ciò vanno aggiunti i 3.600 milioni (7.000 miliardi di lire) del costo previsto per la “Tremonti bis”, che è privo di copertura, i mancati proventi dell’emersione che non sta avvenendo, i costi dell’abolizione dell’imposta di successione (300 milioni) e della tassa sulle insegne (400 milioni), nonché i legittimi dubbi su una misteriosa posta indicata dal governo come “effetti di trascinamento di provvedimenti assunti nel 2001” cifrata per 2.580 miliardi che non si capisce da che cosa debbano scaturire.
Anche lo “scudo fiscale”, peraltro, avrà effetti di dubbio valore: chi ne avrà usufruito potrà contare sulla comoda regolarizzazione della propria posizione, ma da quanto risulta a tutt’oggi la motivazione principale addotta dal governo – cioè quella di rendere l’Italia più attrattiva per l’impiego di capitali – si sta rivelando del tutto falsa: i dati della bilancia dei pagamenti di febbraio, infatti, indicavano un rientro di circa 7 miliardi di euro, a fronte dei quali però si registrava un’eguale somma di circa 7 miliardi di euro in uscita. In altre parole, al rientro di capitali farebbe riscontro una tendenza al deflusso che, essendo oramai vigente la libertà di circolazione, non può trovare altro freno se non l’attrattività degli investimenti. Attrattività che, evidentemente, il nuovo governo non sembra in grado di creare.
Il recente dato comunicato dalla Banca d’Italia sul forte calo delle entrate tributarie del primo trimestre 2002, come è noto (e come i governi di centrosinistra furono ripetutamente chiamati a spiegare ogni volta che, alle stesse comunicazioni di Bankitalia, corrispondeva un furibondo attacco dell’opposizione delle destre), non può essere considerato indicativo del reale andamento del gettito. Tuttavia, questo dato, letto insieme alle preoccupazioni sopra indicate e in un clima che sembra diffondersi sempre più favorevole ad una ripresa dell’evasione fiscale, potrebbe essere sintomo di una tendenza preoccupante.
Alle preoccupazioni sempre più incalzanti per la tenuta dei conti pubblici, del resto, il governo ha cercato di reagire con la micromanovra delle scorse settimane che, in ogni modo, resta lontana dal risolvere il problema. Perciò appare molto fondato il timore che la creazione delle due nuove S.p.a. del Tesoro (“Patrimonio S.p.a.” e “Infrastrutture S.p.a.”) sia stata escogitata per predisporre un meccanismo capace di consentire la collocazione fuori bilancio di quote di debito pubblico. Si tratta, peraltro, di un’iniziativa che ha suscitato diffuse perplessità e preoccupazioni, esposte anche dal presidente della Corte dei Conti nella sua audizione in Parlamento.
Tutto ciò, in presenza anche di un cattivo andamento della spesa sanitaria, rende l’obiettivo di rapporto deficit/Pil allo 0,5% come del tutto inattendibile. La stima dell’Ue – che è molto preoccupata – indica l’1.3. Un recente rapporto del Centro Studi “Nuova Economia Nuova Società” segnalava un rischio del 2,1%.
Né la situazione è destinata a migliorare nel 2003: anche per quell’anno le previsioni dell’Ue sono molto peggiori delle stime del governo (-1,3 invece del pareggio al quale l’Italia è impegnata), e bisogna poi considerare che un peggior risultato nel 2002 pesa inevitabilmente sull’anno successivo (il rischio segnalato dal “Nens” segnala addirittura il 2,3).
In conclusione, in base ai dati e alle norme fino ad oggi varate, si possono formulare le seguenti osservazioni:
- Lo stato dei conti pubblici appare precario e i risultati per l’anno in corso e per quello successivo sembrano destinati, in assenza di adeguati interventi, a mancare gli obiettivi e gli impegni comunitari, riportando la finanza pubblica a situazioni di disordine dalle quali con tanta fatica il Paese era finalmente riuscito a liberarsi;
- Lo stato dei conti pubblici non consente di reperire le risorse necessarie per mantenere le molte promesse fatte agli italiani. Di conseguenza quelle promesse sono destinate ad essere disattese o – come è il caso degli sgravi fiscali – mantenute solo in parte marginale e secondo le stesse linee già indicate e imboccate dal centrosinistra che prevedevano, infatti, sia l’innalzamento della quota di reddito esente sia la riduzione del carico tributario sui redditi più bassi;
- Mancano le risorse per onorare impegni già assunti o in via di assunzione, come i nuovi contratti per il pubblico impiego e quelli, prossimi, della scuola;
- A fronte di questa situazione, esistono evidenti segnali di tentativi di ricorrere ad operazioni di cosiddetta “finanza creativa” che in realtà nasconderebbero operazioni di cosmesi contabile inevitabilmente destinate ad essere smascherate e bocciate in sede europea, esponendo il Paese ad una ulteriore perdita di prestigio e alle pesanti ammende che vi sarebbero connesse.

I buoni vanno in

, invece io che sono

vado dove voglio.