Emergenze etiche - La morte del padre
[QUOTE]Il Manifesto che propongo è invito a costruire insieme nuova conoscenza, a mettere in comune i nostri piccoli pensieri, le nostre modeste esperienze; ad esprimere angosce e speranze, a disegnare possibili vie d'uscita dalle [S]emergenze etiche[/S] in cui ci dibattiamo.
UN ALTRO SGUARDO, CIOE' UNO SGUARDO COMUNE, UNA SCRITTURA COLLETTIVA.
Mercoledì 1° giugno 2005 [/QUOTE]
L'emergenza etica più grande forse è la [C]morte del padre[/C].
Già quarant'anni fa il sociologo Alexander Mischerlitch parlava di [C]società [S]senza padre[/S][/C], per significare crisi d'autorità, fine dell'esperienza trasmissibile... Le nuove generazioni dovevano costruirsi il futuro senza contare troppo sull'esperienza dei padri: i cambiamenti della società capitalistica rendevano presto 'obsoleta' la conoscenza della realtà sociale; il rispetto delle attitudini personali, poi, incominciava a diventare una necessità, a fronte dei cambiamenti intervenuti, per cui la scolarizzazione di massa e la cultura dei pari, la vita fuori di casa di tutta la famiglia e l'emergere delle 'differenze' personali non potevano più essere ignorati.
Più recentemente, si è sentito parlare addirittura di [C][S]morte[/S] del padre[/C] e se n'è incominciato a tracciare il 'percorso': Zoja e Risé - non a caso due junghiani - hanno scritto già diverse opere sull'argomento.
Prima di esporre le loro teorie, è urgente dire che la cosiddetta 'crisi del maschio' - se può farvi piacere, anche la 'morte del maschio' - risalirebbe, in realtà, alla crisi della figura del padre che, secondo Risé, non è indotta dal femminismo o dall'emancipazione della donna, ma dalla prima rivoluzione industriale, cioè risalirebbe al momento in cui i padri sono usciti di casa per andare a lavorare e non vi hanno fatto più ritorno.
Quello che sentiamo dire prevalentemente, infatti, è che il padre è assente; ma il padre, interpellato, dice sempre: vado a lavorare. Il suo ruolo nella famiglia è consegnato per sempre al lavoro. Le conseguenze sull'educazione dei figli sono note.
Una prima cosa da chiedersi, a questo punto, è: nel frattempo le madri sono state capaci di far vivere nella mente e nel cuore dei loro figli - dei figli che hanno concepito con il maschio che è a lavoro - il valore del padre, il suo significato alto, il principio che lui solo incarna? o hanno approfittato della sua 'assenza' per sequestrare i figli, arrogandosi il diritto di educarli da sole, soprattutto poi i figli maschi? non hanno forse costruito una parte grande del loro potere su una realtà che era conseguente a una divisione dei ruoli? il fatto che siano andate anche loro a lavorare non ha forse aggravato il quadro, giacché hanno avuto modo di scaricare meglio sui padri 'assenti' la colpa delle carenze dei figli?