Yoshihiro
Friday, May 21, 2004 2:06 AM
A tre anni dalla sua elezione, l’eccentrico primo ministro giapponese ottiene la fiducia dal partito per altri due anni: quali i segreti di questo successo? Osannato come padre del riformismo nel Giappone del XXI secolo, Koizumi ha davvero realizzato cambiamenti radicali nella macchina statale? Quello di Koizumi è sì riformismo, ma forse in pillole, in piccoli passi, nonché in continuo scontro con il tradizionalismo imperante nello storico partito giapponese di maggioranza. E gli scandali vicini e lontani non giovano di certo.
di Paolo Cacciato
Junichiro Koizumi : un cuore di leone nella politica giapponese?
Possiamo pensare all’attuale primo ministro giapponese come a un vero e proprio “cuore di leone”? Descrizione con cui lo stesso Koizumi tratteggia il proprio carisma politico nelle righe di una sua presentazione apparsa su Internet. Tre anni alla guida dell’LPD, il partito liberal democratico che per ben 48 anni ha dominato incontrastato la scena politica giapponese. Componente partitica che, anche se nell’ultimo decennio ha dato adito a segnali di debolezza e d’allarmante caduta (come nel periodo dall’agosto 1993 al giugno 1994), ha in qualche modo rappresentato per le esigenze dell’elettorato, la via più equilibrata e dalla costante affidabilità politica. Tre anni intensi quelli che hanno visto Junichiro Koizumi alla guida del Paese del Sol Levante, anni di riforme più o meno riuscite e di successi più o meno sfumati.
Un elemento, però, è più che evidente nella brillante ascesa del nobile leone nipponico: Koizumi ha saputo attirare grande attenzione su di sé, e insieme alle critiche, molte provenienti dalle schiere più “conformiste” dello stesso LPD, ha assicurato per sé e per la sua dirigenza il grande appoggio popolare; appoggio che parrebbe attualmente riconfermato, per la linea di perfetta coerenza e solidità politica dimostrata sempre da Koizumi, anche in un momento così critico, come la cattura in Iraq degli ostaggi giapponesi da parte di milizie islamiche integraliste.
Koizumi, come notato da molti burocrati giapponesi di provata esperienza politica, ha saputo emergere quale figura nuova e soprattutto distintiva per caratteri propri e non per definizioni accostate alla sua persona dal gruppo politico d’appartenenza. Koizumi è stato in grado di rompere le barriere dell’interesse di fazione e si è imposto quale protagonista, quale faber in grado di superare i vecchi taboo e di permettere all’LPD l’adesione a quell’atmosfera di rinnovamento, anche se in parte solo superficiale, di cui tanto, da più parti, elettorato compreso, si sentiva necessità. Koizumi ha rappresentato la risposta più valida al bisogno di rottura con il passato e di cambiamento: basta osservare lo style dell’attuale primo ministro giapponese e paragonarlo anche solo brevemente a quello dei suoi predecessori, per notare delle differenze più che sottili.
Junichiro Koizumi è un 62enne piacente, di bella presenza, giovanile, dal capello folto, piuttosto lungo, potremmo dire dalla criniera brizzolata, per ricordare l’immagine del leone nipponico. Un indisciplinato nei confronti non solo dei suoi stessi colleghi di partito, ma anche nell’etichetta d’ufficio, un divorziato e non risposato. Tutti caratteri che urlano al “nuovo” se inseriti in quel tradizionalismo liberal democratico tutto d’un pezzo proprio dei predecessori di Koizumi. Così come appare di forte impatto “l’urlo di riforma strutturale” di cui Koizumi si fa fin da subito portavoce.
In novembre l’alleanza con il Nuovo Komeito ha rafforzato l’LPD favorendone la vittoria elettorale sul DPJ, Partito democratico del Giappone, fazione d’opposizione che anche se in notevole ascesa non si realizza quale componente politica così “sicura” e “tradizionalmente equilibrata” da permettere un vero e proprio cambio della guardia, soprattutto se l’LPD riconferma la fiducia alla guida del partito e del Paese al leone Koizumi. E di riforme da leone, Koizumi ne ha intraprese: privatizzazione dell’enorme sistema postale nipponico e parallelamente, la creazione di un piano di dimensionamento del programma pensionistico invitando proprio le forze all’opposizione a lavorare insieme per una riforma valida e costruttiva. Ma, sicuramente, le azioni più coraggiose sono quelle intraprese nell’ambito della politica estera di vicinanza statunitense e di neo alleanza, forse più che diplomatica, nonchè nella rinnovata “antipatia” di Koizumi all’art. 9 della costituzione, che proibisce la creazione di un esercito nazionale e l’attività bellica in territorio giapponese: la mobilità delle truppe appartenenti alla Self Defense Force e il loro stanziamento in territorio iracheno hanno dato molto da discutere e, ancora un volta, hanno forse, condotto più in alto il ruggito del nobile leone giapponese. Ma non tutti vedono nella linea adottata da Junichiro Koizumi una ponderato progetto costruttivo, portatore di benefici per il Giappone. Tanti vedono nella sua linea la dimostrazione più chiara di un fallimento politico e la neo pericolosità di un ruolo diplomatico malamente rivestito.
LPD: il dominatore della scena politica nipponica fra certezze del passato e aria di trasformazioni per il futuro
La storia politica del Giappone ha conosciuto totale stabilità nella definizione del partito al Governo: il partito liberal democratico, difatti, fatta esclusione per un momentaneo crollo avvenuto nel 1993 e di breve durata, si è sempre assicurato la maggioranza dei voti dell’elettorato fin dal 1955. È interessante notare, però, come pur essendo emerso quale vero e proprio dominatore della scena politica e partito di sicura legittimazione al governo, l’LPD ha sempre dimostrato un fitto cambio della guardia nella definizione del presidente di partito e conseguentemente nella designazione del primo ministro. Ciò non ha giovato in fattori di “dialogo” con i leaders esteri, durante gli anni 90, difatti, i maggiori partners stranieri appartenenti al G7, quali Germania, Francia, Regno Unito hanno cambiato una sola volta la guida dei loro governi, il Canada due volte, mentre il Giappone ha fatto cambio di guardia per ben otto volte, superando addirittura l’Italia, che ha cambiato sette volte primo ministro ed è famoso a livello europeo per una sorta di “mobilità” nelle linee guida.
Ecco, perciò, la necessità di fornire la figura politica al governo di “fissità” e fiducia da parte dell’LPD che ne sta alle spalle, di mostrare anche all’estero una coerenza continuativa nel piano di riforme intraprese non solo su scala nazionale ma anche all’interno della comunità internazionale, coerenza di posizioni e di riforme che ne risulterebbe maggiormente assicurata dalla permanenza alla guida del governo di una precisa personalità politica per un certo numero di anni. L’LPD ha colto la palla al balzo e ha rinnovato la fiducia nei confronti di Koizumi fino al 2006: un vero e proprio record di permanenza al Kantei, sede di lavoro del primo ministro giapponese; prima di Junichiro Koizumi, per quanto riguarda la politica dell’ultimo ventennio, solo Yasuhiro Nakasone all’inizio degli anni 80 rimase per così tanto tempo alla guida del governo.
Quella del partito liberal democratico appare realmente come una grande scommessa su Koizumi, un nuovo cambio della guardia, difatti, non farebbe che peggiorare la posizione della storica maggioranza politica nipponica, rischiando di vedere precluse la validità delle riforme tanto propagandate dalla linea Koizumi. Ma viene spontaneo chiedersi i motivi per cui il sistema politico nipponico si sia ritrovato incentrato, da sempre, su una realtà quasi monopartitica. Un elemento tipico dell’elettorato nipponico è l’avversione per il rischio e questo incide molto sulla scelta del partito da designare al governo; l’LPD, difatti, non solo ha alle spalle una maturata memoria politica nella storia del Giappone, ma ha sempre sviluppato una considerevole rete di appoggi e di sicurezze intorno a quello che è definito come “triangolo di ferro”: legame molto intenso fra partito, burocrazia e business per l’investimento in grandi settori industriali e la creazione di vere e proprie lobby nel settore agricolo rurale. Ciò ha dotato l’LPD di grande competitività e privarne il Giappone significherebbe privarlo di un notevole contributo nella gestione dell’economia nazionale; sono molti gli interessi dell’LPD intrecciati nell’ambito economico e di certo la migliore linea adottata è quella della continuità e della conservazione di tali interessi, un piano di riforme troppo accentuato spaventa la classe dirigente e spaventa anche l’elettorato: in questo tradizionalismo elettori e politici dell’LPD si sono trovati uniti.
Ma è anche vero che tale gestione all’insegna dell’equilibrio e del rinnovato tradizionalismo, con al governo una figura più rappresentativa che un vero e proprio agente riformista, a livello d’amministrazione politica, è valida in un panorama economico all’insegna della tranquillità e dell’equilibrio nonché facilmente contenibile, ma nel corso degli anni 90 la situazione ha vissuto un grande cambiamento e anche un aggravarsi delle sicurezze economiche, in seguito alla grande crisi asiatica del 1997 e l’esigenza di una guida più responsabile e soprattutto più “protagonista” si è fatta larga strada. Ecco emergere in tale contesto la personalità di Junichiro Koizumi; egli stesso abbozzò, già nel Maggio 2001, un tentativo di riforma storico nella politica giapponese, proprio per mettere in luce la volontà della sua amministrazione a voler favorire la sana ed equilibrata competizione fra partiti e la creazione di un’atmosfera sempre più democratica nel superamento di un’eredità storica fatta di vittorie certe in partenza, in riferimento all’incontrastato dominio liberal democratico: l’attuazione di un sistema elettorale diretto nella designazione del primo ministro.
Questa proposta venne poi congelata nel momento in cui Koizumi si accorse di disporre già con il vecchio sistema elettorale di più dell’80% dell’appoggio elettorale, ma comunque rappresenta una svolta nell’atteggiamento del primo ministro nei confronti della storia politica giapponese e nei confronti del suo stesso partito. Ovviamente sono molte le voci discordi, anche all’interno dello stesso LPD per l’attuazione di una tale riforma; la paura più grande è che ciò comporti una sorta di “filippinizzazione” della politica giapponese, ovvero l’entrata in campo, sulla falsa riga di quanto avvenuto nelle Filippine, di una serie di personalità con inesistente preparazione politica ma di spicco nel mondo dei media e di grande attrattiva popolare.
Teorie a parte: le riforme ci sono?
Al di là delle analisi politiche sul successo dell’LPD e sull’ascesa di Koizumi quale nuovo incontrastato leader, emblema del rinnovamento liberaldemocratico, è importatane analizzare quali riforme Junichiro Koizumi ha concretamente perseguito negli ultimi tre anni, e quali sono di fatto i risultati ottenuti. Al momento il proposito d’azione di Koizumi al governo copre quattro principali linee di riforma: pensioni, strade, amministrazione postale e relazioni fra governo centrale e potere locale.
Pensioni
La riforma prevede di porre un freno al tasso di contributo sostenuto dai lavoratori e dai datori di lavoro. Si tratta, perciò di una riforma minima che non comporta di fatto significativi cambiamenti all’interno della struttura previdenziale e nella ridefinizione delle problematiche fasce d’età che fanno da ago della bilancia nel qualificare il diritto al sostegno pensionistico. I partiti all’opposizione mirano ad un ampliamento del capitale pensionistico, visto come inevitabile dato il rischio di fossilizzazione dei fondi, in seguito anche alle ingenti spese affrontate dal governo nel sostegno delle zone economicamente più deboli del Giappone. La strada più facilmente percorribile comporterebbe l’aumento della tassa nazionale sui consumi, attualmente al 5 %, punto che l’LPD non vuole discutere, respingendo qualsiasi proposta di recupero fondi in tale direzione.
Strade
Il piano base perseguito da Koizumi prevede la privatizzazione di quattro società pubbliche che operano nella costruzione di strade e che attualmente si trovano pesantemente indebitate. Questo progetto di grande clamore è stato annunciato nella fine dell’anno scorso. Con la privatizzazione si spera di poter contenere i costi crescenti per la costruzione di nuove superstrade, ma senza per questo dover in qualche modo ridimensionare i progetti d’ampliamento della rete stradale, che prevede nuovi innesti e costruzioni sull’intera linea. Il debito verrà assorbito e sostenuto da una nuova unità, definita come “Organismo Amministrativo Indipendente”, frutto diretto della politica di privatizzazione. In seguito a una sorta di protesta interna alla commissione che approva tale risoluzione finale, Koizumi ha dovuto ripiegare sulla lobby per l’ampliamento del settore stradale interno all’LPD.
Decentralizzazione
Un terzo ma significativo programma riguarda la definizione della relazione fra governo centrale e governi locali. Lo stato centrale taglierà i sussidi ai governi locali risparmiano una grossa fetta della spesa pubblica, ma nello stesso tempo assicura la restituzione all’amministrazione locale dell’importo ricavato dalle tasse applicate in loco. Questo processo prende il nome di decentralizzazione fiscale. Al momento tale riforma, aggravata dal meccanismo burocratico di adeguamento al nuovo programma, si trova sospesa.
Amministrazione postale
È la riforma di privatizzazione del sistema postale giapponese ad essere il cuore del piano di riforme targate Koizumi. Egli rivestì, infatti, l’importantissimo ruolo di ministro delle poste e telecomunicazioni, posto che oggi è stato assorbito in un più grande organismo ministeriale nato sotto il nome di Japan Post già nel 2000. La Japan Post, però, come vera e propria compagnia il cui acquisto d’azioni diviene accessibile al pubblico, è nata nel 2003 proprio per superare il servizio gestito unitariamente dal governo. Trattasi di una realtà nuova, che rappresenta l’apporto concreto al piano di riforme che il primo ministro Koizumi vuole attuare nella prospettiva di privatizzazione.
Ovviamente compagnie private hanno libertà d’azione ma in fascia limitata. Koizumi fin dal primo anno d’attività al Kantei si dimostrò irremovibile sulla questione Japan Post; avrebbe addirittura minacciato guerra all’LPD se questo si fosse opposto, nella sua componente più conservatrice, al suo disegno di privatizzazione dell’amministrazione postale. Il Japan post, inoltre, rappresenta una delle più grandi banche di risparmio al mondo, i cui finanziamenti hanno spesso permesso la realizzazione dei programmi fiscali di governo e hanno giocato una carta indispensabile nel gioco degli investimenti.
Molti economisti hanno osservato come le riforme di Koizumi portate a termine siano quelle più fattibili, mentre quelle strutturali, certamente più significative ma anche decisamente più a lungo termine, sono state rimandate in funzione di una più contingente necessità di ricostruzione del benessere finanziario globale. Riforme strutturali più costose e impegnative non comporterebbero altro che un ulteriore aggravarsi del peso del bilancio pubblico, che generazioni future, magari in uno stato dalle condizioni strutturali minime già precarie, non riuscirebbero a sostenere incedendo in un massiccio impoverimento. Passi piccoli ma concreti, almeno sembrerebbe questa la linea di Koizumi; e soprattutto piccoli passi che anticipano grandi cambiamenti ma a cui si cerca di abituare con gradualità l’elettorato, che, ricordiamo, fu il primo a esprimere accondiscendenza per il riformismo koizumiano.
Lo scandalo dei contributi pensionistici non pagati
La popolazione giapponese è in continuo invecchiamento e il governo deve necessariamente pensare di migliorare con mosse concrete e senza temporanei tamponamenti il proprio sistema pensionistico. Inoltre a livello popolare vi è un rifiuto nel pagamento dei contributi: si stima, difatti, che nel futuro il 40% dei fondi pensionistici caleranno proprio a partire dal pagamento del contributo mensile. In Giappone vi è un obbligo minimo di contributo mensile di quasi 120 dollari e moltissimi sono quelli che non pagano con il semplice risultato che vedranno compromessa la loro pensione.
Un problema, quello dei contributi pensionistici non pagati, che non coinvolge solamente i normali lavoratori o i loro datori di lavoro, ma tocca anche i vertici più alti degli uffici governativi. E quello che potrebbe sembrare un singolo caso o un’eccezionale distrazione si trasforma in vero e proprio scandalo, quando viene a colpire le personalità schierate in prima linea nella coalizione Koizumi e soprattutto quando si tratta di mancanze perdurate nel tempo e operate da un grande numero di politici. Una cifra è più che esauriente per esemplificare l’atmosfera di scandalo intorno al team capitanato da Koizumi: 7 membri sui 17 che formano la coalizione dei diretti collaboratori del primo ministro dichiarano di aver scavalcato l’obbligo di pagamento dei contributi pensionistici allo Stato. E non si tratta di personalità semisconosciute, ma di nomi importanti non solo per il ruolo rivestito nell’amministrazione Koizumi, ma per prestigio accumulato durante anni di militanza fra le file dell’LPD. Un nome che fa davvero tremare è quello di Yasuo Fukuda, capo segretario di gabinetto, che dopo aver dichiarato il mancato pagamento dei contributi pensionistici per un totale di 37 mesi, ha rilasciato le proprie dimissioni.
Uno scossone davvero forte per il gruppo politico di Koizumi che il prossimo 12 giugno dovrà riconfermarsi nelle elezioni nazionali per la Camera Alta. Fukuda fu un ministro di spicco anche nel governo precedente a quello di Koizumi, guidato da Yoshihiro Mori; anche suo padre, Takeo Fukuda, fu una pietra essenziale per la costruzione dell’LPD e questo fu primo ministro con la coalizione di governo in cui Koizumi negli anni settanta iniziava la sua carriera parlamentare. Ma si tratta di una vera e propria sequela di nomi quella che chiarifica l’identità delle personalità che dalle file più attive al governo dichiarano le proprie mancanze in fatto di pagamento dei contributi-pensione: il ministro dell’economia, Heizo Takenaka; il ministro delle finanze, Sadakazu Tanigaki; il ministro per l’economia, il commercio e l’industria, Shoichi Nakagawa e il ministro dell’amministrazione pubblica, degli affari interni, delle poste e telecomunicazioni, Taro Aso. A questi dobbiamo aggiungere i nomi illustri di personalità non direttamente membri del governo Koizumi, ma di fatto legati ad esso come il direttore generale dell’Agenzia di Difesa Shigeru Ishiba e il ministro in carica per l’amministrazione di Okinawa e dei Territori del nord, Toshimitsu Motegi.
C’è un altro nome che fa forte eco nella lista dello scandalo, ma la sua identità per quanto importante risuona meno peggio. Si tratta di Naoto Kan, leader all’opposizione alla guida del DJP. La confessione di Kan vuole essere sicuramente un vero e proprio atto di fiducia nei confronti della nazione, una sorta di dimostrazione di “chiarezza” nei confronti dei suoi colleghi e dell’elettorato in vista delle prossime elezioni. Una cosa è certa: il DJP non ha perso molto in questa rivelazione del suo leader, che nella dichiarazione ha rimarcato il bisogno di agire diversamente, rispetto all’LPD in tema di previdenza. In fatto di riforma delle pensioni, difatti, il partito democratico mira a un rifornimento dei fondi attraverso l’aumento della tassa nazionale sui consumi e cercando di annullare una volta per tutte il concetto di pagamento mensile che affossa e sterilizza l’economia di ogni individuo. Sono proprio i liberal democratici guidati da Koizumi ha dover ancora una volta ovviare a questo incidente di percorso per assicurare la sempre più grande avanzata di questo massiccio riformismo, ancora parziale, così come era stato pianificato.
Conclusioni
Non c’è altalena nell’incedere politico giapponese. L’LPD è la risposta più valida al bisogno proprio dell’elettorato di una linea politica stabile e tradizionalmente equilibrata, sicura. Nello stesso tempo, però, Koizumi pur rifacendosi a una componente partitica di grande tradizione e di provato successo, ha stregato l’elettorato nella descrizione di un riformismo quasi d’avanguardia che avrebbe rialzato il Giappone dalla crisi. Una totale riforma strutturale non vi è stata e sembra tardare. L’LPD non ha intenzione di temporeggiare, ma gioca anche per i prossimi due anni la carta Koizumi che sembra quella più valida a farsi strada fra rallentamenti, opposizioni e scandali. Un ruggito quello del leone Koizumi che anche se leggermente più basso, risulta ancora oggi limpido e autorevole, caratteri che fino a novembre, seppur con una forte diminuzione, l’elettorato ha saputo apprezzare. Vedremo se anche a giugno per la Camera Alta avverrà lo stesso…
(Equilibri.net)