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Le regard
Wednesday, May 18, 2005 12:36 PM
Potete trovare oggi in edicola l'ultimo numero - il n.15 di maggio-giugno - della Rivista [COLORE]FF0000[=COLORE][C]mente & cervello[/C][/COLORE], che contiene un saggio della psicologa francese Sylvie Berthoz, [C]Quel silenzio delle emozioni[/C].

[DIM]8pt[=DIM]Quasi una persona su sette non riesce ad esprimere con le parole le proprie emozioni a causa di un difetto di connessione tra i centri cerebrali in cui nasce l'emozione e quelli in cui è percepita.
Il disturbo si chiama ALESSITIMIA. "E' un difetto della rappresentazione mentale delle emozioni: le sensazioni corporee sono scarsamente associate a stati mentali, o addirittura non lo sono affatto.
Verosimilmente, occorre cercarne le cause nella prima infanzia. Non avendo ancora stati mentali gerarchizzati e associati a concetti o a parole, il bambino piccolo affronta il mondo delle emozioni tramite il corpo. Se ha fame, sente dolore allo stomaco; se ha paura di perdere la mamma, sente la gola che si stringe e gli occhi che si riempiono di lacrime. In seguito, anche i sentimenti di invidia e di collera si manifestano attraverso sensazioni corporee.
Crescendo, arriverà il momento in cui dovrà organizzare queste percezioni organiche in un insieme coerente, imparare che gli altri hanno esperienze simili, e trovare un codice per riconoscerle in sé e negli altri, così da divenire un essere sociale.
In questa evoluzione i genitori svolgono un ruolo importante. La madre guida il bambino con le proprie parole sul cammino di questo sviluppo mentale, domandandogli: Hai fame? Oppure: Sei triste? Queste domandano canalizzano le sensazioni fisiche, attribuendo loro le 'etichette' che serviranno a identificarle e comunicarle. [...]
Gli scambi con la madre sono probabilmente determinanti per la creazione nel bambino di una buona "banca delle emozioni", e cioè un vasto repertorio di sensazioni associate a parole e a pensieri [...]
E' interessante sottolineare come si contino più alessitimici tra i tossicomani che nella media della popolazione. Forse l'assunzione di droga è, per gli alessitimici, un modo di creare uno stato emotivo intenso, dissipando momentaneamente la frustrazione di fronte alla varietà di emozioni che non si identificano; per mezzo della droga, restaurerebbero il collegamento interrotto tra il sistema limbico e la corteccia, che non sarebbe attivata se non in condizioni drastiche. [...]
Per far uscire il paziente dal suo silenzio emotivo, occorre dotarlo di un linguaggio. Per il momento, le terapie di gruppo si dimostrano le più efficaci a questo rigardo. [...]
In definitiva, lo studio dell'alessitimia rivela che le emozioni si imparano. [...]"[/DIM]

Un po' di scienza in più può aiutarci forse a riconciliarci con la nostra umanità. Può servire a pensare un po' meno astrattamente il disagio che osserviamo nella società e a non farci impazzire di fronte all'insensibilità di alcuni che forse non possono raggiungere la realtà, come vorrebbero, perché non ne hanno i mezzi.
Come Maschio selvatico, non posso fare a meno di pensare alla responsabilità grande che hanno le madri nel disegnare il futuro dei loro figli. Purtroppo, [S]alcune[/S] donne oggi non hanno voglia di farlo.

[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_silenzio.jpg[/IMG][/CENTER]<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 19/05/2005&nbsp;23.58</i>]</font></p>
Le regard
Friday, May 20, 2005 7:03 AM
Strati di senso: il freddo dentro
[DIM]10pt[=DIM]Il 21 febbraio del 2001, all'età di 16 anni, Erika De Nardo, con la attiva complicità di Omar Favaro, 17 anni, uccideva sua madre e suo fratello.
Non solo: ha accusato un innocente, ha mentito, ritrattato, mentito di nuovo.
Se ci ha gettati nello sgomento, però, non è soltanto per la gravità del crimine: Erika ha spostato le frontiere dell'orrore, le ha rese domestiche. Le ha situate in un interno borghese, perfino virtuoso. Fra la gente perbene. Erika rassomiglia troppo ai ragazzi normali. E', contemporaneamente, turpe e banale, estrema e mediocre, cattiva e sciocca, colpevole e ingenua. Il suo gesto ha disordinato il tranquillo scenario delle nostre convinzioni.
Ora, tre anni dopo il delitto e un anno dopo che è stata definitivamente condannata, su Erika è sceso il silenzio. "Si è richiuso su tutto quel sangue versato, commentato, esposto. Ha coperto le impronte, le intercettazioni, le confessioni involontarie, quelle volontarie, le bugie. Ha coperto la tragedia e la commedia che la tragedia ha bruscamente interrotto. Il silenzio si è sostituito alle accuse, allo sconcerto, all'orrore. E' sceso su di te come uno sudario, a ripararti dagli sguardi, a spegnere l'attenzione. Tutti ne parlano attorno a te, di questo silenzio, te lo porgono come un dono, lo brandiscono come una spada contro chi vuole ancora parlare. E' diventato un 'progetto educativo' il silenzio. I riflettori, dicono, ti hanno fatto male. Non si può regalare una ribalta a una giovane narcisista.
Non si può premiarla con la notorietà dopo che ha ucciso. Infatti, non si può.
Ma non si può neanche premiarla col silenzio, dopo che ha offeso le nostre certezze.
Lei ha bisogno di silenzio, noi abbiamo bisogno di risposte" o almeno di continuare a porci delle domande, a riflettere, a pensare, perché Erika è un caso estremo, ma il freddo che è dentro di lei potrebbe essersi insinuato anche in altri corpi giovani, in altre anime, come una malattia. E la colpa potrebbe essere anche nostra.
(Dal risvolto di copertina di LIDIA RAVERA, [C]Il freddo dentro[/C], RIZZOLI 2003).[/DIM]

Erika, dunque, era affetta da narcisismo. Anche a Pietro Maso fu diagnosticato un disturbo analogo. Aveva ucciso i genitori perché non gli davano il denaro sufficiente per comprarsi una macchina con il cruscotto di radica. Di lui si scoprì che aveva una ricca collezione di foulard e di profumi. Vittorino Andreoli scrisse nella perizia psichiatrica che aveva una mente scandalosamente vuota.
Di lui e di Erika si potrebbe dire sbrigativamente che erano (sono?) malati. E la discussione è chiusa. Ma è veramente chiusa? Si tratta forse di malattie del 'corpo', di tare del cervello, deficit insorti dalla nascita e/o che si sono manifestati successivamente? Insomma, sono incolpevoli? E la famiglia, l'ambiente, la scuola non hanno colpe né responsabilità?
VOI CHE VIVETE SICURI NELLE VOSTRE TIEPIDE CASE, CHIEDETEVI OGGI - TANTO PER COMINCIARE - SE NON AVETE NESSUNA RESPONSABILITA' NEI CONFRONTI DEI RAGAZZI CHE CRESCONO E SE SPETTA SOLO AD ALTRI IL COMPITO DI FAR CRESCERE E DI EDUCARE EMOTIVAMENTE CHI NON CRESCE E SI ATTARDA IN STADI PRECOCI E IMMATURI DELLO SVILUPPO.

[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_silenzio.jpg[/IMG][/CENTER]

<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 20/05/2005&nbsp;14.33</i>]</font></p>
Le regard
Friday, May 20, 2005 2:42 PM
Strati di senso: il silenzio delle donne.
A primavera del 2003 è uscito [C]Donna contro donna. Rivalità, invidia e cattiveria nel mondo femminile[/C], di PHYLLIS CHESLER, nella Collana Saggi di Arnoldo Mondadori (355 pagine, 19,00 euro).
Il titolo dell'opera originale è [C]Woman's Inhumanity to Woman[/C]. La Prefazione all'edizione italiana è di ANSELMA DELL'OLIO.
Dal risvolto di copertina:
[DIM]10pt[=DIM]«Uno strano silenzio circonda la disumanità della donna verso le proprie simili» scrive Phyllis Chesler nell'Introduzione: «Le femministe hanno per lo più taciuto ; io stessa ho taciuto: semplicemente perché è troppo doloroso ricordare i tradimenti subiti per mano femminile, oppure perché è troppo difficile analizzare le modalità con cui le donne, me compresa, collaborano a distruggere altre rappresentanti del loro genere».
Spesso le donne sono spietate protagoniste di una violenza declinata al femminile - fatta di rancori e rabbie ancestrali, ostracismi e feroci pettegolezzi, invidie e rivalità, amicizie spezzate o mai nate - che, nonostante le lotte e le conquiste del femminismo, non solo ha consentito alla cultura maschilista dominante di rimanere radicata nella società, ma di fatto ha anche contribuito ad alimentarla e legittimarla.
In questo libro Phyllis Chesler dà voce a un fenomeno solitamente negato dalle stesse donne le quali, oppresse dal sistema patriarcale, hanno bisogno di credere nella presunta bontà e gentilezza delle proprie simili per non sentirsi sole in un mondo ostile.
L'indagine si snoda fra le più recenti conquiste della ricerca scientifica - dalla psicoanalisi alla psicologia dello sviluppo, dalla primatologia all'antropologia - per poi passare in rassegna i miti e le fiabe, i romanzi e le biografie, nonché la storia del movimento delle donne e le conclusioni tratte dalle centinaia di interviste effettuate dall'autrice nel corso di oltre vent'anni. E' una lettura sconvolgente, non di rado amara, che aiuterà le donne a conoscersi, stimarsi e amarsi reciprocamente, rischiarando la faccia oscura, più arcaica, dell'universo femminile.
Vorrei far capire alle donne che, nonostante i vincoli d'amore e di fiducia che ci legano, collettivamente siamo poco umane, talvolta persino crudeli e sadiche le une con le altre e che questa crudeltà è potente, dolorosa, paralizzante. Dare un nome a tutto ciò, riconoscerlo, significa compiere il primo passo verso il cambiamento».[/DIM]

La favola della superiorità morale delle donne va discussa, deve essere affrontata e proposta ai ragazzi, per dare senso alla loro educazione sentimentale, che non è suggerire sentimenti, suscitare emozioni e sentimenti positivi, ma operare sui modelli culturali che vengono da loro seguiti, giacché emozioni e sentimenti nascono dalla testa.
Una rappresentazione idealizzata della donna, infatti, come una sua riduzione a oggetto del desiderio maschile orienteranno e daranno tono a emozioni e sentimenti.
Le condizioni di senso a partire dalle quali si dà vita emotiva e sentimentale sono inscritti nell'identità di genere e vivono del modo in cui un uomo è uomo di fronte a una donna e una donna è donna di fronte a un uomo: l'uomo e la donna non esistono. Esistono uomini e donne. Possiamo parlare di quest'uomo e di questa donna, tutt'al più del maschile e del femminile, al di là e oltre ogni storico errore e a dispetto di tutte le forme di oppressione. Si tratta qui e ora di pensarci in relazione, impegnati a dare senso alla nostra vita morale, dentro la differenza irriducibile di genere.


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_silenzio.jpg[/IMG][/CENTER]

<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 20/05/2005&nbsp;14.44</i>]</font></p>
Le regard
Wednesday, May 25, 2005 11:53 PM
Strati di senso: L'errore di Cartesio
Antonio Damasio chiama così la 'separazione' tra mente ed emozioni, oltre che tra anima e corpo. Su queste due 'scissioni' e sui dualismi che ne sono derivati è piena la storia della cultura occidentale degli ultimi quattro secoli.
Più interessante, perché più grave, è lo stato di analfabetismo emotivo in cui viviamo, a dispetto di tutte le evacuazioni televisive dei sentimenti privati.
I veri sentimenti sono il pudore di Fann, che non aspira a stare al centro della piazza o a vedere messo in piazza ciò che la riguarda. Ma non si tratta, evidentemente, della sola Fann. ...

Attivare gli strati profondi della propria sensibilità: così parla Roberta De Monticelli, grandissima filosofa cattolica vivente.
Entrando in contatto con le persone, ho quotidianamente l'impressione di una grande 'superficialità'. Sarà il timore di essere coinvolti in storie sentimentali. Ma non è esattamente questo una forma di barbarie?
Quando ero fanciullo, si diceva della barbarie di coloro che amano le persone ad una ad una...
Onore alle donne che hanno il potere di sconvolgere la vita della mente e dell'anima, che lasciano tracce indelebili del loro passaggio!
Un onore ancora più grande è dovuto a chi è capace di vera manutenzione degli affetti. Parlo di chi non butta all'aria il tavolo da gioco, se il giocatore sta bluffando o rilancia, pur avendo solo una doppia coppia. Tutti hanno il diritto di esistere. Se dovessimo osare solo avendo un poker d'assi in mano, la vita sulla Terra si sarebbe già estinta.

Ci accade di amare anche quando non dovremmo, di distogliere lo sguardo dalla porta purpurea che ci ha accolti e di farci incantare dagli occhi di una zingara, di cui seguiremo i passi fino a quando non si perderanno all'orizzonte.
Le intermittenze del cuore possono costare anche la vita a un partner incauto, che avrà scelto un compagno violento. I cuori violenti non tollerano pluralismi di sorta. Sono monarchi assoluti. Non conoscono le vie impervie del cuore. A loro non accadrà mai di subire il fascino di una giovane donna anche in età 'avanzata'. Continueranno ottusamente ad adorare un solo dio, a cui non mancheranno di offrire vittime sacrificali inutili. Gli dei hanno abbandonato la terra.

[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_Aquilegia2.jpg[/IMG][/CENTER]

Cercate ANTONIO DAMASIO, [C]L'errore di Cartesio. Emozione, ragione e cervello umano[/C], ADELPHI 1995, 2994; [C]Emozione e coscienza[/C], ADELPHI 2000, 2003; [C]Alla ricerca di Spinoza. Emozioni, sentimenti e cervello[/C], ADELPHI 2003, 2004.
Ci trovate trent'anni di studi sui rapporti tra 'ragione' e 'sentimento', 'emozione'.<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 26/05/2005&nbsp;9.19</i>]</font></p>
Le regard
Saturday, May 28, 2005 5:59 AM
Strati di senso: madri che uccidono

UMBERTO GALIMBERTI, [C]Nella testa di una madre che uccide suo figlio[/C], “la Repubblica”, 27 maggio 2005

Lecco come Cogne? In un certo senso sì. Cogne è diventato un paesaggio dell´anima a cui fare riferimento per collocare episodi che il sentimento umano fatica ad accettare come suoi. E anche se Cogne non ha ancora una soluzione giudiziaria e quindi una definizione di come i fatti sono andati, anche a Lecco, come a Cogne, la famiglia, e in un primo tempo anche i vicini di casa, si schierano a difesa della madre, perché è difficile ammettere che il terribile possa accadere tra noi, quando nessun segno lo lascia presagire.
Ma è proprio così? O la disattenzione che riserviamo a chi vive con noi o accanto a noi porta a non accorgerci di quanto avviene nel chiuso della nostra anima, che non si fida neppure della comunicazione, perché teme che le sue parole possano non essere raccolte o addirittura svilite. E quando la comunicazione collassa, quando la parola si sente vana, non resta che il gesto, per chiudere il discorso con una disperazione da cui non si sa come uscire. Qui gli psichiatri parlano di “depressione post partum”. Vero. Ma questa diagnosi rivela solo un sintomo non di una malattia, ma della condizione della maternità, di ogni maternità, dove l´amore per il figlio non è mai disgiunto dall´odio per il figlio, perché il figlio, ogni figlio, vive e si nutre del sacrificio della madre: sacrificio del suo corpo, del suo tempo, del suo spazio, del suo sonno, delle sue relazioni, del suo lavoro, della sua carriera, dei suoi affetti e anche amori, altri dall´amore per il figlio.
Se poi la madre, come sembra sia il caso della madre di Mirko, ha aspirazioni di autorealizzazione nel mondo dell´apparire (televisivo), in una cultura che ci ha insegnato che l´apparire è l´unica condizione per essere, per ottenere quel riconoscimento che è il fondamento della nostra identità, allora l´ambivalenza amore/odio, comune a tutte le madri, si potenzia e chiede una soluzione: l´accettazione della propria maternità o la sua soppressione. Accettare la realtà quando questa è troppo distante dal proprio desiderio è per chiunque di noi il lavoro che ci affatica ogni giorno. Quando questa fatica supera oggettivamente o soggettivamente i nostri limiti, si affaccia come via di uscita il più terribile degli eventi: l´evento della morte. La morte propria o quella dell´altro, o entrambe. Qui siamo in presenza della morte dell´altro, che avviene in quella tragicità spaesante quando l´altro è carne della nostra carne, e quindi non propriamente e per davvero un altro, ma io stesso nel corpo dell´altro.
Nel nostro caso il gesto omicida della madre lascia la madre viva e bene indaffarata a mettere in scena la finzione della rapina e a sostenere con ostinazione e lucidità la sequenza dei fatti che danno corpo alla finzione, allo scopo di salvare la propria vita e le proprie aspirazioni che erano già viste compromesse dalla maternità. I familiari fanno cerchio perché Cogne insegna. I membri della famiglia e i vicini di casa hanno una capacità sorprendente di ignorare o fingere di ignorare che cosa accade davanti ai loro occhi, come spesso succede con gli abusi sessuali, la violenza, l´alcolismo, la follia o la semplice infelicità. Esiste un livello sotterraneo dove tutti sanno quello che sta succedendo, ma in superficie si mantiene un atteggiamento di assoluta normalità, quasi una regola di gruppo che impegna tutti a negare ciò che esiste e si percepisce.
Siamo al diniego che è il primo adattamento della famiglia alla devastazione causata da un membro, sia esso alcolista, o drogato, o pedofilo, o violento, o folle, o infanticida. La sua presenza deve essere negata, ignorata, sfuggita o spiegata come qualcos´altro, altrimenti si rischia di tradire la famiglia. Qui scatta quella che potremmo definire la “morale della vicinanza”, che è quanto di più pernicioso ci sia per la coscienza privata, e a maggior ragione per quella pubblica. Infatti, la morale della vicinanza tende a difendere il gruppo (familiare, comunitario) e a ignorare tutto il resto. E così finisce col sostituire alla responsabilità, alla sensibilità morale, alla compassione, al senso civico, al coraggio, all´altruismo, al sentimento della comunità, l´indifferenza, l´ottundimento emotivo, la desensibilizzazione, la freddezza, l´alienazione, l´apatia, l´anomia e alla fine la solitudine di tutti nella vita della città.
Non nascondiamoci l´ambivalenza dell´amore e dell´odio che sempre accompagna la condizione della maternità. Non ci sarebbero tanti disperati nella vita se tutti, da bambini, fossero stati davvero amati e solo amati. Ma non nascondiamoci neppure dietro il diniego di fronte a ciò che accade. A colpi di negazione non c´è evoluzione e neppure speranza per chi ha drammaticamente deragliato dal più comune dei sentimenti umani.
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