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Il mistero di quella pioggia rossa
E se arrivasse da mondi lontani?
Ha il sapore della fantascienza lo strano fenomeno che si verificò nel luglio del 2001 a Kerala, in India e che si è ripetuto poche settimane or sono. E come tutte le storie strane il suo inizio passa quasi inosservato ai più. Cinque anni fa, per vari giorni, sulla città indiana era piovuto rosso. La gente era abituata a qualcosa del genere, quando le tante tempeste di sabbia che giungono dal nord si mescolano alle piogge locali. Ma a Godfrey Louis, fisico della Mahatma Gandhi University, quel fenomeno apparve molto strano. Non era come tutte le altre piogge frammiste a sabbia. E così raccolse alcuni campioni del materiale caduto ed iniziò uno studio che non è ancora terminato, ma che una parte dei risultati è apparsa sull'autorevole Astrophysics and Space Science, una rivista specializzata in astronomia e astrofisica. Negli ultimi mesi le ricerche vengono condotte anche dalla Corbell University (Usa) e dalla Sheffield University (Gran Bretagna).
Il mistero risiede nei globuli rossastri che compongono la pioggia. Essi hanno un diametro di circa 10 micron, poco più grandi di un globulo rosso che è di 7 micron. Louis sostiene di aver osservato 15 piccole cellule fuoriuscire da una cellula madre dando origine ad un chiaro processo di moltiplicazione. Ma questo fenomeno, per quanto avviene negli organismi terrestri, necessita della presenza di Dna. E qui sta il mistero o se si vuole il problema da risolvere. Louis infatti, non è riuscito a trovare il Dna. Per questo ha inviato il materiale ad altre università più attrezzate in questo tipo di ricerca. Spiega Chandra Wickramasinghe, della Cardiff University, che sta studiando il materiale di Kerala: "Non abbiamo mai visto nulla del genere prima d'ora. Non ci sono dubbi che questi globuli sono composti da idrogeno, silicio, ossigeno, carbonio e alluminio. Possiedono pareti molto spesse così che è difficile entrarvi o estrarre il materiale che vi è all'interno. Le analisi che abbiamo eseguito con il Dapi (la sostanza utilizzata dai biologi per mettere in luce la presenza di Dna all'interno delle cellule viventi) ha dato risultati contrastanti".
Nonostante le ricerche fin qui condotte, non si riesce a capire cosa produca il colore rosso ai globuli in questione. I ricercatori vorrebbero rompere le pareti delle cellule per studiare ciò che vi è all'interno, ma l'operazione risulta estremamente complessa perché le pareti sono molto spesse e risulta difficile romperle senza disperdere il contenuto. "Forse - ostiene Louis- le pareti spesse servono a quegli organismi per sopravvivere nello spazio, al di fuori dell'atmosfera terrestre".
La seconda metà dell'articolo è su:
Repubblica.it