Print   Search   Utenti   Join     Share : FaceboolTwitter
leggefiscofinanza
Sunday, January 09, 2005 1:35 PM
Se non si pagano retribuzioni e ritenute




Non è perseguibile di reato il datore di lavoro che non versa i contributi dovuti all’Inps ove le retribuzioni non siano state materialmente corrisposte: l’obbligo contributivo nasce esclusivamente al momento della effettiva corresponsione della retribuzione a favore dei dipendenti. Così ha concluso la Corte di Cassazione, sezioni unite penali, con l’articolata ed interessantissima sentenza n. 27641/2003, che risolve il contrasto giurisprudenziale in essere da tempo.

Il fatto

Il Tribunale aveva dichiarato un imprenditore responsabile del reato di cui all’art. 81 del decreto legge 12 settembre 1983, n. 463, convertito in legge 11 novembre 1983, n. 683, nella qualità di legale rappresentante della propria ditta, per avere omesso di versare all’Inps le ritenute previdenziali e assicurative operate sulle retribuzioni dei dipendenti per i mesi di novembre e dicembre 1995, per un ammontare complessivo di L. 1.570.979, condannandolo alla pena di un mese di reclusione e di L. 800.000 di multa, sostituendo la pena detentiva con la multa di L. 2.509.000. Avverso tale provvedimento l’imputato propose impugnazione, chiedendo la rinnovazione del dibattimento al fine di provare che egli, a causa di un dissesto finanziario, non aveva corrisposto ai propri dipendenti alcuna retribuzione e sostenendo che, in un’ipotesi siffatta, non sussisteva il reato a lui attribuito. La Corte di Appello, con successiva sentenza, respinse il ricorso, affermando che la chiesta rinnovazione del dibattimento era del tutto inutile dal momento che lo stato di dissesto dell’imprenditore, che prosegue ciononostante nell’attività di impresa senza adempiere all’obbligo previdenziale e neppure a quello retributivo, non elimina il carattere di illiceità penale dell’omesso versamento dei contributi; ciò in quanto il termine “ritenuta” non deve essere collegato con il materiale esborso delle somme dovute al dipendente, quale retribuzione, bensì al solo diritto sorto a seguito di una prestazione di lavoro, che si presume retribuita. L’imputato ricorre per Cassazione.

La tesi difensiva

Il ricorrente assume che, secondo la corretta interpretazione letterale e logica della norma, il reato contestato sarebbe a condotta mista: ciò in quanto comprenderebbe una condotta commissiva, consistente nell’operare le trattenute sulla retribuzione effettivamente corrisposta ai dipendenti, e una omissiva, consistente nel mancato versamento delle trattenute all’Inps; dunque, secondo la tesi difensiva, i giudici di merito non avrebbero potuto condannare l’imputato senza avere prima acquisito la prova dell’effettivo pagamento delle retribuzioni.

L’iter del ricorso

Il ricorso venne assegnato alla terza sezione penale della Corte, la quale, con ordinanza lo rimise alle sezioni unite, evidenziando un contrasto nella giurisprudenza di legittimità in ordine alla questione se il delitto di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali sia configurabile a carico del datore di lavoro anche in caso di mancata corresponsione della relativa retribuzione ai dipendenti.
La decisione
La questione di diritto portata all’esame delle sezioni unite ha dato luogo a un contrasto giurisprudenziale: secondo alcune decisioni, infatti, il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assicurative è configurabile a carico del datore di lavoro, anche se questi non ha pagato le retribuzioni ai suoi dipendenti, mentre secondo altre decisioni ove la retribuzione non sia stata effettivamente corrisposta il delitto non sussiste. Tra questi due indirizzi giurisprudenziali su indicati è stato ritenuto corretto il secondo, anche se minoritario.
Al fine di chiarire le ragioni di tale scelta, è necessario anzitutto prendere in esame il testo della norme, che prevede il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali.
Tale disposizione di legge (art. 2, commi 1 e 1-bis, del decreto legge 12 settembre 1983, n. 463, convertito nella legge 11 novembre 1983, n. 683) stabilisce testualmente: “le ritenute previdenziali e assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei lavoratori dipendenti, ivi comprese le trattenute effettuate ai sensi degli artt. 20, 21 e 22 della legge 30 aprile 1969, n. 153, debbono essere comunque versate e non possono essere portate a conguaglio con le somme anticipate, nelle forme e nei termini di legge, dal datore di lavoro ai lavoratori per conto delle gestioni previdenziali e assistenziali, e regolarmente denunciate alla gestioni stesse, tranne che a seguito del conguaglio tra importi contributivi a carico del datore di lavoro e le somme anticipate risulti un saldo attivo a favore del datore di lavoro”. L’omesso versamento delle ritenute di cui al comma 1 è punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a e 1.032,91. Peraltro, il datore di lavoro non è punibile se provvede al versamento entro il termine di tre mesi dalla contestazione o dalla notifica dell’avvenuto accertamento della violazione. Nel ricostruire il significato del comando espresso dalla norma suddetta, utilizzando i criteri indicati nell’art. 12 delle disposizioni sulla legge generale, non può che pervenirsi alla conclusione secondo cui il reato di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali non sussiste nelle ipotesi in cui il datore di lavoro non abbia pagato la retribuzione al lavoratore. Iniziando dalla così detta interpretazione letterale, deve anzitutto farsi rilevare che il termine “ritenute”, sia nel linguaggio comune che in quello giuridico, sta a indicare il fatto di trattenere, per varie ragioni o scopi, parte di una somma dovuta come stipendio, compenso o altro emolumento: con la conseguenza ovvia che può difficilmente configurarsi una ritenuta senza l’effettivo pagamento della somma dovuta al creditore. Ma il termine è seguito da quello “operate”, il quale nella lingua italiana designa il risultato di un’azione o di un’attività; perciò, il senso della norma in questione fatto palese dal significato proprio delle parole, secondo la connessione di esse, è certamente quello adottato dai sostenitori dell’indirizzo giurisprudenziale qui accolto. Di contro, i sostenitori della tesi contraria (e maggioritaria) hanno creduto di superare tale argomento letterale affermando che il primo comma dell’art. 1 della legge citata, nel sancire l’obbligo di versamento delle somme dovute alle gestioni previdenziali, la cui omissione realizza l’ipotesi criminosa prevista dal comma 1-bis del successivo art. 2, prescinde da ogni riferimento al momento del pagamento delle retribuzioni, stabilendo invece termini unificanti entro i quali il versamento deve avvenire in ogni caso. L’obbligo del versamento nascerebbe, quindi, in virtù della stessa prestazione lavorativa e dovrebbe essere adempiuto comunque; detta indefettibilità discenderebbe dalle finalità costituzionalmente garantite, cui i versamenti sono destinati, cioè assicurare i mezzi economici necessari per provvedersi ai benefici assistenziali e previdenziali a favore dei lavoratori, dall’autonomia tra rapporto di lavoro e quello previdenziale, dalla semplice commisurazione del contributo, che ha natura di tributo, alla retribuzione quale criterio di calcolo per la sua quantificazione e, quindi, dall’omesso collegamento del versamento al materiale esborso delle somme dovute al dipendente. Tali ragioni non incidono tuttavia sulla limpidezza dell’interpretazione letterale cui si è fatto cenno; né, giova ricordarlo, è opportuna l’adozione di un metodo interpretativo che superi il confine invalicabile costituito dalla parola della legge, giacché esso finirebbe con l’affidare l’applicazione della norma giuridica alle vedute soggettive e quindi all’arbitrio del giudice. Comunque, all’argomento letterale prima indicato deve seguire anche l’interpretazione logica, che, come si vedrà tra breve, conduce a risultati del tutto diversi da quelli prospettati da coloro i quali ritengono che il reato di che trattasi sussista anche nel caso di mancato pagamento della retribuzione.

Le motivazioni

L’art. 2 del decreto legge n. 463 del 1983 deve, infatti, essere preso in esame insieme alle altre norme che regolano il pagamento dei contributi assistenziali e previdenziali da parte del datore di lavoro a favore del lavoratore. In particolare è necessario, ai fini di una corretta valutazione della questione, prendere in esame la distinzione effettuata dal legislatore tra l’ipotesi di omesso versamento dei contributi assicurativi e previdenziali direttamente gravanti sul datore di lavoro e quella di omesso versamento delle ritenute da quest’ultimo operate sulle retribuzioni corrisposte ai dipendenti. Il meccanismo della contribuzione, com’è ben noto, è congegnato in maniera che la maggior parte di tali contributi sono a carico del datore di lavoro, mentre per una quota minore sono a carico del lavoratore; tuttavia, anche per le quote contributive a carico dei dipendenti, il soggetto obbligato al versamento è sempre il datore di lavoro, che deve appunto trattenere sulla retribuzione corrisposta al dipendente la quota contributiva a carico di quest’ultimo, per poi versarla all’Inps.
Così che - ha proseguito la Corte - in sostanza il datore di lavoro è gravato: di un obbligo contributivo diretto, per la quota di sua spettanza; di un obbligo contributivo indiretto, per la quota di spettanza del lavoratore, in relazione alla quale egli agisce come sostituto responsabile verso l’ente assicuratore, vale a dire come soggetto obbligato prima a effettuare le ritenute sulle retribuzioni corrisposte al dipendente e poi a versare le ritenute stesse all’ente assicuratore.
Le due distinte omissioni, pur se si riferiscono allo stesso contributo assicurativo e previdenziale, hanno per il legislatore una valenza giuridica del tutto diversa: e infatti, l’omesso versamento della quota di contributi a carico del datore di lavoro (che è poi quella di maggior peso) è stato depenalizzato (legge n. 689/1981) ed è punito con una sanzione amministrativa, a meno che non sia la conseguenza dell’omissione di una registrazione o di una denuncia che il datore di lavoro è obbligato a effettuare. Mentre l’omesso versamento delle ritenute è ancora configurato come delitto punito con la reclusione fino a tre anni e con la multa fino a e 1.032,91.
Questa profonda differenza di trattamento tra le due ipotesi deve trovare una spiegazione logica e tale non è quella dei sostenitori della tesi della sussistenza in ogni caso del reato, per i quali, come si è accennato, la grave pena detentiva per l’omesso versamento delle ritenute deriverebbe dalla circostanza che quelle somme sono destinate ad assicurare i mezzi economici necessari per provvedere ai benefici assistenziali e previdenziali a favore dei lavoratori e dalla loro natura di tributo; infatti, è fin troppo agevole replicare che i contributi direttamente a carico del datore di lavoro adempiono alla stessa finalità ed hanno identica natura, ma che ciononostante il loro omesso versamento non costituisce più reato. Il vero è, dunque, che è corretta la tesi di coloro i quali sostengono che il legislatore, con l’art. 2 del decreto legge n. 463 del 1983, ha inteso reprimere non il fatto omissivo del mancato versamento dei contributi, ma il più grave fatto commissivo dell’appropriazione indebita da parte del datore di lavoro di somme prelevate dalla retribuzione dei lavoratori dipendenti. E che quindi l’obbligo di versare le ritenute nasce solo al momento della effettiva corresponsione della retribuzione, sulla quale le ritenute stesse debbono essere operate.
Ove così non fosse, la differenza tra il trattamento tra le due fattispecie sarebbe del tutto irragionevole e potrebbe dare adito a dubbi di legittimità costituzionale.

Le conclusioni

Va osservato che il mancato pagamento della retribuzione costituisce un inadempimento civile, mentre l’omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali è stato assimilato dal legislatore a una appropriazione indebita; quest’ultima fattispecie criminosa è del tutto autonoma rispetto al primo comportamento e non può essere ricollegata in alcun modo allo stesso, né può essere utilizzata per sanzionarlo. Si deve invece porre in rilievo che il comportamento del datore di lavoro che omette di pagare la retribuzione ai suoi dipendenti e di versare le ritenute operate sugli emolumenti è solo apparentemente più grave di quella del datore di lavoro che si limita a trattenere queste ultime: e ciò anche se si prescinde dalla circostanza fondamentale che l’omesso versamento delle ritenute è stata assimilata dal legislatore al reato punito dall’art. 646 c.p. Il primo comportamento, infatti, non si presta a essere occultato, e in tempi assai brevi, alla fine della settimana lavorativa o del mese, i lavoratori dovranno necessariamente prendere cognizione dell’inadempimento e potranno esperire i rimedi opportuni; mentre il mancato versamento delle ritenute assicurative e previdenziali può rimanere celato anche per lunghi periodi e costituisce dunque una condotta insidiosa, capace di procurare al lavoratore danni assai gravi.
E analogo ragionamento può farsi, infine, per le ipotesi di lavoro in nero, pure prospettate in qualche sentenza, come nei casi in cui, aderendo alla tesi qui accolta, si finirebbe con il lasciare il datore di lavoro esente da pena per l’omesso versamento delle ritenute; peraltro, per tali ipotesi giova in aggiunta osservare che l’ordinamento giuridico ha previsto altri specifici rimedi di indubbia efficacia dissuasiva. Concludendo, il delitto di omesso versamento delle ritenute previdenziali e assistenziali non è configurabile a carico del datore di lavoro nel caso di mancata corresponsione della relativa retribuzione ai dipendenti; quindi, per affermare la responsabilità penale dell’imprenditore, i giudici del merito avrebbero dovuto accertare, utilizzando a tal fine la documentazione aziendale, nonché quella eventualmente predisposta dal datore di lavoro ed inoltrata all’ente previdenziale (mod. DM 10/89), se l’imputato avesse effettivamente retribuito i lavoratori che avevano prestato la loro attività.
Conseguentemente, la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte di Appello per dar luogo a nuovo giudizio, uniformandosi ai princìpi sopra enunciati.

Renzo La Costa
Ispettore di Società Cooperative Direzione Regionale del Lavoro di Bari
http://www.ancl.it/ANCLINST/LACO_5_S.htm
Questa è la versione 'lo-fi' del Forum Per visualizzare la versione completa click here
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 11:22 AM.
Copyright © 2000-2014 FreeForumZone snc - www.freeforumzone.com