I piaceri della buona tavola... bavarese!
Il Ratzinger inedito del Patriarca Scola
«Ho incontrato per la prima volta il Cardinal Ratzinger nel 1971. Era Quaresima». Così il Patriarca di Venezia card. Angelo Scola ricorda il suo primo incontro con Joseph Ratzinger, papa Benedetto XVI. «Un giovane professore di diritto canonico - prosegue il cardinale - due sacerdoti non ancora trentenni studenti di teologia e un giovane editore erano a tavola, invitati dal professor Ratzinger, in un caratteristico ristorante in riva al Danubio che, a Regensburg, scorre né troppo lento né troppo impetuoso così da far ancora pensare al bel Danubio blu. L'invito l'aveva procurato von Balthasar per discutere della possibilità di fare un'edizione italiana di quella rivista che sarebbe poi stata Communio».
«Col suo tratto delicato, i gesti misurati ma gli occhi mobilissimi, Ratzinger ci illustrava il menu: una lunga sequenza di succulenti piatti bavaresi... Mostrava di conoscerlo bene, era senz'altro un habitué del ristorante. Noi, superato l'impaccio dell'inizio, da buoni latini, per giunta giovani, ci lanciammo in paragoni fra menu bavaresi e lombardi. Mi ricordo bene che chiesi al nostro ospite cosa ci consigliasse: pazientemente prese a illustrarci ogni piatto della lista, spingendoci a gustarne più di qualcuno per farci un'idea della cucina bavarese. Non senza disordine finimmo, sotto gli occhi benevoli ed il sorriso, forse un po' impaziente, del nostro ospite, per scegliere un vasto ed esagerato assortimento di piatti. Ratzinger chiuse la lista degli ordini dicendo al cameriere qualcosa come "per me il solito". Il cameriere portò al noto teologo un toast e una sorta di limonata. La nostra sorpresa rischiava l'imbarazzo. Con un sorriso, stavolta veramente largo e bonario, il cardinale ci liberò, esclamando: "Voi siete in viaggio... Se io mangio troppo come si fa poi a studiare?". Al ritorno in auto, notammo però quella battuta: "come al solito"».
«Non è per aggiungere il tratto agiografico della sobrietà che mi sono dilungato su questo piccolo, personale ricordo. L'ho fatto solo perché, anche dopo l'approfondirsi della mia conoscenza, quell'episodio mi pare dire il suo stile e lo stile, si sa, è l'uomo. Ratzinger è un vero cattolico bavarese: capace di godere e di far godere la vita. Il suo segreto è che l'affronta come compito. Amante della persona in quanto partecipa della vita del popolo per il quale è naturale spendersi totalmente, è capace di un'abnegazione quotidiana tenace, mai appariscente». Eppure, secondo il Patriarca di Venezia vi sono alcuni stereotipi riguardo alla figura e al pensiero del nuovo pontefice che vanno sfatati. Il primo è riferito al «supposto passaggio da "teologo progressista" (ai tempi del concilio, ndr ), per fasi successive, a "prefetto restauratore". L'affermazione di una supposta rottura nel pensiero di Ratzinger è da ascrivere al pregiudizio ideologico, ormai troppo radicato anche tra cristiani, che applica il modello conservatori/progressisti alla Chiesa nelle sue espressioni organiche e nei suoi uomini».
«Un altro stereotipo che cade con facilità, appena si conosce la persona, è quello del "prefetto di ferro", che farebbe pensare, prima ancora che ad una rigidità di pensiero, ad una durezza di tratto. Basta parlarci una volta per cogliere la squisitezza della sua umanità. C'è, comunque, un dato più oggettivo che fa comprendere la debolezza di questi stereotipi, legato all'esercizio del suo compito di Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. E' toccato a Ratzinger assumere un servizio così gravoso in una impegnativa fase di transizione nella Chiesa. Essa può forse apparire in tutta la sua delicatezza se si riflette al fatto che l’autocoscienza dottrinale della Chiesa ha approfondito inverandola la nozione di Rivelazione della "Dei Filius" (Vaticano I) in quella della "Dei Verbum". Il Concilio Vaticano II "sostituisce una idea di verità astratta con l'idea di una verità il più possibile concreta ... l’idea di questa verità in persona che è Gesù di Nazareth, pienezza della Rivelazione" (De Lubac)».
«L’approfondimento della autocoscienza della Chiesa circa la Rivelazione ha comportato uno spostamento di linguaggio a molti livelli: dalla liturgia alla catechesi, dalla teologia ai pronunciamenti del Magistero. In estrema sintesi si può dire che il linguaggio ecclesiale, dovendo accettare questa sfida, da "concettualistico" si è fatto "simbolico". E' la sfida cui il Magistero stesso, soprattutto quello di Giovanni Paolo II, non si è sottratto, come si vede dal linguaggio "pastorale" dei suoi pronunciamenti magisteriali . Ovviamente la qualifica di pastorale non implica alcuna opposizione a quella di dottrinale. Anzi, se adeguatamente compresa, esalta tutto il rigore della formulazione dottrinale. Ratzinger stesso ci illumina a proposito di questa evoluzione del linguaggio quando dice di sé: "Io ero del parere che la teologia scolastica, così come si era fissata, non fosse più uno strumento adatto a far sì che la fede dialogasse con il proprio tempo. Essa doveva uscire da questa corazza, doveva anche tradursi in un nuovo linguaggio, aprirsi alle situazione del presente"».
«La riscoperta della più profonda tradizione nel presentare la nozione di Rivelazione con tutte le sue delicate implicazioni di contenuto e di metodo - spiega il card. Scola - è uno dei fattori, se non il fattore decisivo, che consente a Ratzinger l'originale esercizio del suo gravoso ministero nella Chiesa. Ne risulta più evidente il suo compito di promozione, indisgiungibile da quello di difesa, della dottrina della fede. Ciò che sorprende, quando si ha modo di ascoltarlo e di dialogare con lui sui più svariati problemi, è che ti comunica sempre una sfumatura in più, qualcosa di nuovo, ti apre sempre a qualcosa che non avevi ancora visto. «Il ministero di Giovanni Paolo II - conclude il Patriarca - e lo sviluppo del magistero pontificio di questi ultimi vent'anni, come autentica interpretazione del Concilio Vaticano II in continuità con tutta la Tradizione, ha incontrato un collaboratore originale e fedele in questo genuino figlio del popolo cattolico bavarese».
Tratto da Gente Veneta , no.16 del 2005