Testimonianze di alcuni cardinali sull'elezione di Papa Benedetto XVI (parte 1)
Bernardin Gantin
decano emerito del Sacro Collegio
Sono molto contento che Benedetto XVI mi abbia ricevuto prima che io ritornassi in Benin per continuare a essere missionario romano in Africa. E sono molto contento che nella stessa mattinata il Papa abbia ricevuto anche il cardinale vicario Camillo Ruini e i vertici del Celam. Roma, l’Africa e l’America Latina insieme. Al Papa ho fatto gli auguri per un pontificato lungo e proficuo. E ho ricordato i problemi del mio continente, spesso dimenticato dai potenti di questo mondo, ma sempre nel cuore del successore di Pietro. Di Giovanni Paolo II ieri, del suo successore oggi. Ho parlato delle guerre che insanguinano la nostra terra, della fame che uccide grandi e piccini, delle sette che avvelenano la fede dei semplici, dell’islam che avanza, dell’Aids che fa strage di innocenti. A questo proposito sono rimasto colpito dal fatto che il primo appello del Papa nel primo Regina Caeli recitato dalla finestra del suo appartamento del Palazzo apostolico sia stato per la pace nel Togo, Paese confinante col mio Benin. Sono commosso dalla prontezza del Papa, anche se, ovviamente, avrei preferito non si rendesse necessario il suo intervento. Nella breve udienza abbiamo parlato del presente e del futuro. Non c’è stato tempo per nessun “amarcord”. Non posso comunque dimenticare il fatto che Benedetto XVI venne creato cardinale da Paolo VI nel 1977, e che in quello che fu un vero “miniconcistoro” – i neocardinali furono quattro –, la porpora venne concessa anche alla mia umile persona. Anche di questo sono grato al grande papa Montini.
Alfonso López Trujillo
«La prima opera di Ratzinger che lessi fu Introduzione al cristianesimo. Mi impressionò per la sua chiarezza e per il modo di trattare, a partire dalla fede, i problemi del mondo contemporaneo. Mi offrì poi materia di riflessione la sua opera ecclesiologica Parola nella Chiesa. Fu come spalancare finestre per respirare il buon ossigeno della fede. I suoi criteri sono quelli giusti. Ai miei sacerdoti, a Medellín, ero solito regalare quel libro in occasione della loro ordinazione; è uno di quelli che deve stare nella biblioteca di ogni sacerdote. Credo di aver letto tutto ciò che è stato pubblicato del cardinale Ratzinger in spagnolo, e anche in italiano e in francese». Queste parole, scritte per il mio libro Testimonianze, uscito in spagnolo nell’ormai lontano 1997, conservano tutto il loro valore.
Posso aggiungere poi che la mia conoscenza con l’allora professor Joseph Ratzinger risale al 1971. Ero vescovo da poco e nella sede della Conferenza episcopale colombiana organizzammo un mese di corsi di aggiornamento teologico per i vescovi del Paese. E tra i conferenzieri c’era l’attuale papa Benedetto XVI. Ricordo come fosse oggi che il giovane professor Ratzinger a volte “spariva” dalla circolazione e si ritirava in un angolo per recitare il breviario o per preparare la conferenza successiva. A questo proposito sono testimone di come fosse molto abile nell’usare la tachigrafia per scrivere velocemente le proprie lezioni.Successivamente, nel 1988, quando ero presidente della Conferenza episcopale colombiana, organizzai una settimana di incontri tra i vescovi e il solo Ratzinger, che nel frattempo era diventato cardinale e prefetto della Congregazione per la dottrina della fede.Come membro della predetta Congregazione poi ho avuto modo di apprezzare in questi oltre venti anni le grandi doti umane e spirituali dell’attuale Pontefice. Il suo atteggiamento semplice, umile, tranquillo. La sua capacità di ascolto e di sintesi. La sua apertura paziente al dialogo. Senza mai dimenticare però l’obbligo di ricordare a tutti ciò che il Signore desidera dalla Sua Chiesa.Sempre nel mio libro del 1997 scrissi: «Francamente, in noi che lo conosciamo da vicino, provoca piuttosto ilarità vederlo ingiustamente qualificato come “grande inquisitore’”. Anzitutto, credo che solo la sua esemplare obbedienza l’abbia portato a una così difficile responsabilità, esercitata con l’autorità che si cementa nella verità serena, ma fermamente servita […]. Una nota poco conosciuta, forse, è quella della sua pazienza, di cui potrebbero testimoniare quelli che hanno avuto a che fare con lui nel compimento degli incarichi che gli ha affidato la Chiesa, inclusi i teologi della liberazione». Anche queste sono parole che a otto anni di distanza non hanno perso il loro valore… Anzi.Voglio chiudere questo mio breve intervento affermando che sono molto onorato dal fatto di essere stato tra i primi a essere ricevuti in udienza privata dal Papa. In quella occasione ho avuto modo di aggiornarlo sui preparativi dell’Incontro mondiale delle famiglie con il Papa previsto per la prima settimana del luglio 2006 a Valencia, in Spagna.
Giovan Battista Re
Se il nome Benedetto XVI è risultato per molti una sorpresa, per ciò che riguarda la brevità del conclave e l’elezione del cardinale Ratzinger non si può parlare di vera sorpresa a motivo della personalità del nuovo Papa.
Egli infatti era, già in anni lontani, tra i teologi di maggior spicco (salito in cattedra universitaria a trentun anni, perito del Concilio Vaticano II, ecc.); inoltre, dal 1977, da quando cioè Paolo VI lo nominò arcivescovo di Monaco e, qualche mese dopo, cardinale, era tra i personaggi più noti nel mondo per lo spessore intellettuale, per la visione dei problemi del nostro tempo e per l’impegno nella difesa dell’identità cristiana.La novità del nome non deve far pensare a una discontinuità con i suoi immediati predecessori: Benedetto XVI certamente continuerà la linea di Giovanni Paolo II, nella scia della bimillenaria tradizione della Chiesa. Lo ha dichiarato egli stesso, l’indomani della sua elezione, affermando che gli sembrava di «sentire la mano forte» di papa Giovanni Paolo II stringere la sua, e lui stesso dirgli: «Non avere paura!» (L’Osservatore Romano, 21 aprile).Papa Ratzinger unisce vigore e rigore intellettuale alla finezza umana e alla semplicità di modi. Rivelatrici della sua umanità sono anche le parole con cui, appena dopo l’elezione a papa, ha presentato sé stesso, definendosi «un semplice e umile lavoratore della vigna del Signore».La grandezza di un papa sta nel fatto di essere successore di san Pietro e, di conseguenza, vicario di Cristo in terra col compito di confermare i fratelli nella fede e di essere fondamento dell’unità della Chiesa. Cambia la persona, ma continua la stessa missione.Tuttavia, ogni papa porta la sua personalità, le sue origini, l’impronta che gli viene dall’ambiente in cui è avvenuta la sua formazione umana e cristiana. Pertanto lo stile di Benedetto XVI sarà diverso da quello del suo predecessore, ma non sarà differente l’amore a Cristo e il desiderio di servire l’umanità, aiutandola a crescere nella fratellanza, nella solidarietà, nel rispetto degli altri, nell’amore, nella giustizia e nella pacifica convivenza.In questi ventitré anni in cui è stato a capo del dicastero della Curia romana che si occupa della difesa e della promozione della fede cattolica, il cardinale Ratzinger ha manifestato di essere un grande testimone della verità su Dio e sull’uomo, senza cedimenti alle mode e senza mai cadere nella ricerca del successo di questo mondo.Nell’omelia del giorno in cui si è aperto il conclave, commentando san Paolo che esortava «a non lasciarsi portare qua e là da qualsiasi vento di dottrina», il cardinale Ratzinger ha usato parole forti contro la «dittatura del relativismo», tanto diffuso oggi, «che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie». E concludeva che una fede adulta non è quella che «segue le onde della moda e dell’ultima novità», ma è «la fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo» (L’Osservatore Romano, 19 aprile). Sono parole, queste, che fanno capire l’orizzonte del suo pensiero e della sua mentalità e che manifestano uno spirito coraggioso. Uomo di fede profonda, è disposto a incontrare e a dialogare con chiunque, purché sia ricercatore sincero della verità.Mentre Giovanni Paolo II era per natura un mistico e un filosofo, in Benedetto XVI prevale una spiritualità radicata nella tradizione dei Padri della Chiesa e una forte dimensione teologica.La scelta del nome si collega con l’impegno per la pace che caratterizzò Benedetto XV (1914-1922), il quale parlò della guerra come di «un’inutile strage» e fu infaticabile ricercatore di soluzioni pacifiche. Ma tale nome riprende soprattutto l’eredità di san Benedetto, fondatore del monachesimo, che da Montecassino si è diffusa in tutta Europa e che tanto ha influito nella formazione della civiltà europea, fondata sul riconoscimento del primato di Dio sulla storia e dello spirito sulla materia. Il nome Benedetto ha pertanto una profonda radice di fede, di cultura e di civiltà. Dei sedici papi che hanno scelto questo nome, ben dieci erano romani: nel nome vi è quindi anche una radice di romanità.L’esperienza ci insegna che ogni epoca ha il papa di cui ha bisogno, perché lo Spirito Santo agisce nella Chiesa e nei cuori.Lo straordinario interesse che il papato ha suscitato nel mondo in queste settimane e l’incisività che ha avuto nei cuori non solo manifesta quanto è viva la Chiesa cattolica, ma è anche segno di speranza che l’azione del nuovo Papa, pur tra le tempeste e le tribolazioni che non mancheranno, porterà frutti abbondanti di bontà e di bene all’umanità di oggi, segnata da un desiderio di infinito che nessuno potrà mai cancellare nei cuori umani.Benedetto XVI ora traccerà la sua strada, che sarà nuova e antica allo stesso tempo. Nell’omelia per la messa di inaugurazione del ministero pastorale come successore di Pietro, Benedetto XVI ha voluto ricordare e fare sue le parole di Giovanni Paolo II, risuonate il 22 ottobre 1978: «Aprite le porte a Cristo!». Con forza ha sottolineato che «il cristiano non è mai solo» e che chi fa entrare Cristo nella propria esistenza «non perde assolutamente nulla di ciò che rende la vita libera, bella e grande» (L’Osservatore Romano, 25 aprile).D’ora in poi papa Ratzinger non avrà più il tempo di suonare Mozart al pianoforte. Sarà un Papa che rafforzerà nel mondo la fede; sarà un grande Pastore, esigente sul piano della fede e dei principi, ma col cuore pieno di bontà verso vicini e lontani, in un mondo assetato di amore e di ragioni di speranza e di vita.
Bernard Francis Law
Conoscevo i libri di Joseph Ratzinger teologo, ma il primo incontro con l’attuale Pontefice risale agli anni Ottanta, quando era prefetto della Congregazione per la dottrina della fede e io ero delegato ecclesiastico della Conferenza episcopale statunitense per la pastoral provision dei membri del clero anglicano uxorato che volevano entrare nella Chiesa cattolica come sacerdoti. In pratica facevo da trait d’union tra la Congregazione che formalmente accordava agli anglicani il permesso di essere consacrati sacerdoti e i singoli vescovi che erano disposti a dare un ruolo pastorale a questi nuovi sacerdoti della Chiesa cattolica. Dopo il Sinodo straordinario del 1985, ebbi poi modo di frequentare più da vicino l’allora cardinale Ratzinger. In conseguenza di quel Sinodo infatti il Papa decise che venisse preparato un Catechismo ufficiale della Chiesa cattolica. Giovanni Paolo II nominò Ratzinger presidente della Commissione incaricata di redigerlo e io fui nominato tra i membri di questa Commissione. In quell’occasione ho avuto modo di lavorare fianco a fianco con Ratzinger. E questa per me è stata una esperienza straordinaria, una ricchezza per la mia vita. A questo proposito non posso dimenticare un fatto che mi lega personalmente alla figura del nuovo Papa e a quella del suo predecessore. Era il 27 maggio 1994, l’ultimo giorno di degenza di Giovanni Paolo II al Gemelli, dove era stato ricoverato per un’operazione all’anca. Proprio in quella mattina il Papa – ancora nella sua camera al decimo piano del policlinico – ricevette dall’allora cardinale Ratzinger e dal sottoscritto la prima copia, con la classica copertina di cuoio bianco, della versione inglese del Catechismo della Chiesa cattolica.
Con il cardinale Ratzinger ho partecipato anche a numerose riunioni di varie Congregazioni della Curia romana, durante le quali sono rimasto impressionato dai suoi pareri sempre preziosi. La sua capacità di ascoltare, la sua capacità di fare una sintesi degli interventi che ascoltava nel corso delle riunioni, di eliminare le confusioni, era una cosa meravigliosa.
Una cosa che mi ha poi sempre impressionato del cardinale Ratzinger è che, ascoltando o leggendo ogni suo intervento, si impara sempre qualcosa e che lui ha un particolare, straordinario, carisma per insegnare. Non solo. Il nuovo Papa è anche un uomo che vive la sua vita senza paura, perché ripone tutta la sua confidenza in Dio, in Gesù e nella Beata Vergine Maria. E questo si è visto anche nel modo semplice con cui ha accettato il compito umanamente inaudito di vescovo di Roma e successore di Pietro.