19 Aprile 2005 : Il testimone/Arcangelo Paglialunga
(20 aprile 2005)
"Lo Spirito Santo ha letto i giornali"
A chi gli chiedeva nei giorni scorsi un nome rispondeva immancabilmente: «Niente previsioni. Per fortuna lo Spirito Santo non legge i giornali». Precisando, però, subito dopo che il copyright della battuta non era suo, ma del cardinale Agagianian, uno che di conclavi se ne intendeva. E ha voluto mantenere fino in fondo questa sua personalissima regola, il giornalista del Gazzettino di Venezia Arcangelo Paglialunga, 85 anni, al suo quinto conclave.
Anche se in cuor suo un po’ di tifo deve averlo fatto per il cardinale Joseph Ratzinger, con il quale si incontrava spesso la mattina in piazza San Pietro. Il decano dei cardinali diretto al suo ufficio, alla Congregazione per la dottrina della fede, il decano dei vaticanisti che si recava in sala stampa. Proprio a Paglialunga, il futuro Benedetto XVI confidò: «
Nel terzo segreto di Fatima non c’è alcuna previsione catastrofica», vari anni prima che il testo fosse pubblicato.
Con Paglialunga, che era stato amico di Perosi, parlava spesso di musica sacra, lui innamorato del gregoriano. E da lui apprese la notizia della morte di monsignor Lefebvre. Quella mattina non aveva ancora avuto modo di leggere i giornali. I giornali, appunto. «Beh, qualche volta li legge anche lo Spirito Santo», scherza felice Paglialunga, adesso che il suo cardinale, uno dei papabili più pronosticati, è diventato Benedetto XVI. E lui che fino all’ultimo non ha voluto fare previsioni, aggiunge semplicemente: «
Sarà un grande Papa, perché Joseph Ratzinger è un uomo straordinario». È un parere di cui ci si può fidare. Perché nei cinque conclavi della sua carriera, ne ha viste davvero tante. A cominciare proprio dal "duello" tra Agagianian e Roncalli. «Ricordo che andammo a seguire l’ultima Messa del cardinale armeno – racconta – E fu proprio alla fine che forse notando la nostra presenza, aggiunse: «Per fortuna lo Spirito Santo non legge i giornali». In quella occasione, però, il porporato ebbe ragione. Entrato Papa in conclave, ne uscì, rispettando l’antico adagio, ancora cardinale. La veste bianca toccò al meno pronosticato patriarca di Venezia. Che con la sua consueta bonaria ironia descrisse qualche tempo dopo, proprio visitando il collegio armeno a Roma, il singolare "ballottaggio" con il porporato armeno. «I nostri nomi - così si espresse il Papa - si avvicendavano or su or giù come i ceci nell’acqua bollente». E forse anche a causa dei questo lungo testa a testa, afferma Paglialunga, il cerimoniere pontificio dell’epoca, monsignor Dante, invece di aprire la scatola della talare bianca con la taglia large (adatta a Roncalli) prese quella small (che sarebbe andata bene ad Agagianian).
Dopo qualche mese proprio Papa Roncalli, ricevendo i giornalisti, dette loro le "pagelle" per il recente conclave. «Ci raccontò che la prima notte dopo l’elezione, non potendo prendere sonno, si fece portare i giornali dei giorni precedenti. "Non ne avete indovinata una", fu il suo lapidario giudizio. Seguito da una altrettanto lapidaria assoluzione: "Ma vi perdono tutti lo stesso". Questo era Papa Roncalli».
Andò meglio cinque anni dopo con Paolo VI. Ma questa volta, scherza Paglialunga, «cambiai le mie "fonti" e feci un figurone». Niente più giornalisti. Meglio la vox populi. «Lavoravo allora a Momento sera. Il direttore ci chiese di sentire gli umori di piazza San Pietro e io intervistai decine di persone. "Chi volete come Papa?". Ottenni un plebiscito a favore di Montini. Allora richiamai il direttore e glielo dissi. Quando fu eletto, mi ringraziò vivamente, perché solo dopo quella "soffiata", in redazione si decisero a preparare una scheda anche sull’arcivescovo di Milano, oltre che sul cardinale Ottaviani e gli altri "conservatori"». Vox populi, vox Dei, dunque. Ma per Giovanni Paolo I, quindici anni dopo, la voce fu invece quella di un tecnico della radio Vaticana. Eroe per caso divenne l’elettricista incaricato di preparare i microfoni della Loggia Centrale della Basilica. Non si accorse che c’era l’interfono aperto con la sala stampa e disse in romanesco: «M’hanno mannato qua perché devo prepara’ i fili. Er Papa sta per dà ’a benedizione». Così i giornalisti seppero pochi secondi prima della fumata bianca che il successsore di Pietro (in quella occasione il patriarca di Venezia, Albino Luciani) era ormai pronto. Altri tempi, altri ricordi. Ieri nell’epoca del digitale, dei telefonini e di Internet, non è successo nulla di tutto questo. Solo le campane di piazza San Pietro hanno tolto i residui dubbi sul colore della fumata. Anche altri ricordi dell’anziano vaticanista sono destinati a rimanere per sempre tali. La Domus Sanctae Marthae ha, da questo punto di vista, migliorato molte cose. Così non avverrà più che un cardinale a dieta per motivi di salute debba farsi mandare il pranzo da fuori come era costretto a fare il cinese Tien Chen Sin, nel Conclave che elesse Giovanni XXIII. «Un giovane sacerdote gli faceva pervenire ogni giorno una scodella di brodo di pollo», racconta Paglialunga. Oppure che qualcuno - come avvenne a Suenens nel primo conclave del 1978 - si trovi di fronte un altro cardinale in accappatoio (nell’occasione Landazuri), che gli chiese di fare la doccia, perché nella sua "cella" non c’era. Giovanni Paolo II, che quei due conclavi aveva vissuto in prima persona, ha innovato anche da questo punto di vista. "[
G]E ancora una volta che ha fatto bene", conclude Paglialunga.