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Full Version: Rocco - di Nerina
Caleidos
Monday, November 13, 2006 10:58 PM



***

Quello che ricordo di Rocco è la sua scapestrataggine. Perfino i suoi capelli rossicci parevano annoiarsi su quella testa tonda tonda, e gli sfuggivano da ogni lato, ribelli e caparbi. Era un’impertinenza di forme e di pensieri che ammiccavano con sfida da uno sguardo ceruleo: a dieci anni, la sua figura alta e vigorosa, già sovrastava noi, minuti “secchioni”, “uomini del domani”, e le sue idee di frivolezza si rinverdirono poi, col maturare degli anni.
Proprio non riuscivo a capirlo. A volte mi sforzavo di entrare nella sua testa, fingevo di avere più coraggio, di poltrire nella sbadataggine, per non sentirmi carico di responsabilità. Non ci riuscivo mai.
Certo, Rocco era il giullare che intratteneva la compagnia, che rendeva interi pomeriggi degni di un racconto comico, ma nessuno di noi aveva mai osato confessargli i propri sogni, sarebbero stati troppo grandi per lui.
I sogni, i segreti bisbigliati in silenzio che ci promettono il futuro, Rocco sembrava non averli. Viveva per il presente e questo gli bastava. Solo a tratti lo vedevo incupirsi, di nascosto, davanti ai nostri progetti realizzati,
agli abbracci dei genitori commossi, a quel premio natalizio che non vinceva mai, perché a scuola non sarebbe mai stato il primo della classe, “eh no, signori”, non ci teneva davvero!

Se mi vedesse adesso mentre, seduto in questo vagone fumoso di seconda classe, corro svogliato verso la festa del suo trentatreesimo compleanno, scommetto che neppure mi riconoscerebbe, o forse sì: magari, questa smorfia di presago fallimento già traspariva da quei miei silenzi pieni d’attesa.
Sia ben chiaro, io non sono un fallito, almeno non ancora; ho studiato lettere moderne all’Università e, probabilmente, un giorno diverrò pure uno scrittore…è che prima devo sistemare alcuni pezzi del puzzle della mia esistenza…sapete come si dice, non si può essere davvero vincenti se qualcuno non ci sostiene nella lotta.
Soffro un po’ d’isolamento, di un certo senso di vaghezza, incerta speranza, come se qualcosa che non ricordo mi fosse sfuggito fra le mani, tanto, ma tanto tempo fa.
Eh sì, ne ho fatta di strada da allora! Se non altro, questo posso dirlo: ho viaggiato per anni dentro me stesso, con la solitudine di una lanterna magica, come quando ci si appresta ad attraversare un tunnel, che porti ad un luogo di rinascita, e sono stato, certamente, più accurato nel difendermi la vita che Rocco.
Egli ha bruciato ad occhi chiusi tutte le tappe: ha messo incinta la sua ragazza, si è sposato di fretta e furia, ha trovato un lavoro d’operaio tessile che lo occupa ben dieci ore al giorno, e c’è chi assicura che, nel tempo rimanente,
continui pure a dipingere! Per me, è già stancante questo tragitto e tutti i pensieri che mi si accavallano nella mente, polverosi e recalcitranti!
Siamo proprio diversi, io e Rocco. Eppure a lui questo non sembra importare, altrimenti oggi non mi avrebbe invitato.

Sono appena tornato. Forse, non ero mai partito davvero, prima d’oggi. Visto che solo adesso rientro in me.
Rocco ha sempre i capelli rossi, ma di un colore più fulgido, ed un gran sorriso. Anche sua moglie Costanza, alta e bruna, ha occhi ridenti. Il piccolo Lucio regge, a suo dispetto, una nube arruffata di riccioli porporini, indispettiti e giocosi, proprio come quelli del padre.
Mi hanno accolto con un calore di braccia aperte, di risa cordiali, di pacche rispettose sulle spalle, ed il mio amico d’infanzia si è davvero commosso, e mi ha detto, tutto inorgoglito: “Ecco il dottor Fulvio, che già da piccolo era un poeta imbarazzato, hai scritto ancora o no la favola della tua vita?”.
E’ diventato un pittore, nel tempo libero s’intende, ma pur sempre un pittore. Ricordo ancora quando, invece di studiare, si metteva a disegnare tutto quello che “lo ispirava”, come diceva lui. Ed ora, la sua casa è tappezzata di quadri. E sono gradevoli; lo dico io, che sono sempre stato un amante dell’arte, senza mai toccarla. E’ il vivo dei colori quello che spiazza. C’è tutto il suo mondo in un ritratto: la fabbrica plumbea, il rosso delle gote dei compagni di bevuta, la voglia di un cielo azzurro, le manine paffute di Lucio. Mentre io vedo tutto grigio, anche se meglio di lui conosco l’arcobaleno della speranza.
Ogni gesto, ogni sguardo, ogni scherzoso rimprovero di quella piccola famiglia sembravano concretizzare un’immagine, fatta degli oggetti che avevamo attorno: la tovaglia inzaccherata, il piatto di plastica con i palloncini colorati, la torta ornata di sbadate rifiniture casalinghe erano e sono tuttora il sogno della loro vita.
Una vita che è sempre in mezzo ai piedi, nelle mani sudate, nelle lacrime affannate, ma che vive con loro.
Ridevo, sfolgoravo di vitalità, ma dentro di me c’era un pianto un po’ colpevole.
Me ne stavo seduto lì, giocherellando nervosamente con le mani, e non sapevo dire altro di come sarebbe stata un giorno la mia esistenza. Ho sempre vissuto così, nel conforto di tutte le cose che avrei potuto fare, e non faccio nulla. Mentre lui poteva e può fare solo una cosa, nient’altro che una: dipingere.
Tracciare linee nonostante la polvere dell’industria, oltre gli schiamazzi del bimbo che non è mai stanco, con le lamentele di una moglie che, di nascosto, lo guarda compiaciuta buttare via il suo tempo, in un capriccio stravagante.
Lui era lì, e mi comunicava in faccia questo: la passione può cambiare un destino.
Essa è molto di più, di una voglia dolciastra, di un sogno nebuloso.
E’ un istinto che ti pulsa nelle vene, che ti fa puntare la matita su un foglio lindo, che non ti permette di scegliere da un altro te stesso.

L’ho salutato stringendogli la mano, augurandogli buona fortuna: per la prima volta, il buon Rocco, mi ha confessato il suo sogno e mi ha insegnato qualcosa.





Stefania Marchini
Caleidos
Tuesday, November 14, 2006 6:04 PM
Rocco
****

Splendido il ritratto del personaggio Rocco. In esso affiora tutta la spensieratezza, la spontaneita, l'immediatezza,l'imprevedibilità di una vita vissuta a 360 gradi, in antitesi con quella interiorizzata,soppesata, ragionata, programmata, ma spesso votata al fallimento dei propri ideali.



Caleidos
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