Ermando Danese
Su richiesta dell'Autore, inserisco un suo articolo, che è off topic, ma siamo nella sezione free forum...
Ermando Danese
IL DELITTO DI AVETRANA
(LA SOLUZIONE)
«Egli libererà il povero che grida e il misero che non trova aiuto, avrà pietà del debole e del po-vero e salverà la vita dei suoi miseri. Li riscatterà dalla violenza e dal sopruso, sarà prezioso ai suoi occhi il loro sangue».
(Salmi LXXII, 12 e segg.)
Dopo tanto clamore sul delitto di Avetrana, era necessario che la vicenda fosse esaminata più a fondo? Questa intricata faccenda possiede qualcosa che possa richiamare l’attenzione di un decifra-tore di enigmi ermetici? Troviamo qui gli stessi simboli, le stesse complesse allegorie della scienza nascosta? Assolutamente no! Si tratta soltanto di un infinito guazzabuglio che non fa altro che gene-rare confusione. Purtroppo, nonostante tutto, si continua con la spettacolarizzazione nei programmi televisivi, facendo comprendere che con qualsiasi veste si presenti, non interessa affatto il lato uma-no della vicenda, giacché il suo fine è sempre quello di fare spettacolo. Né poteva mancare il classi-co esperto di turno sempre pronto con la sua interpretazione arbitraria, così come lo s’incontra so-vente nella filosofia antica. Di questi ultimi, scrive Fulcanelli, che sono «spinti dall’irresistibile bi-sogno di attirare l’attenzione. Essi sono forniti di pretensione piuttosto che di vera scienza, quanti Tiresia, Talete o Melampo esistono, che siano capaci di comprendere le cose? Certamente noi non ci prendiamo la briga di scrivere per costoro, le cui interpretazioni illusorie non approdano a niente di positivo, di solido, di scientifico».
Era necessario, quindi, fino a quando una ragazza grida in cella la sua innocenza, fino a quando una famiglia già provata trovandosi un assassino in casa, si ritrova bersagliata di lettere, di telefona-te ingiuriose, minacciose. Sguardi sospetti e ostili degli stessi parenti, degli stessi paesani.
«Passare dall’osanna al crucifige».
Quest’antica espressione racchiude tutto il calvario che si trova a vivere ora Sabrina Misseri. Per-ché accade questo? È vero che siamo sempre pronti a lapidare il nostro prossimo, ma dovremmo anche essere pronti al mea culpa. Storie simili possono succedere anche a noi stessi e ai nostri cari.
Cominciamo dall’inizio, quando quattro ragazze decidono di prepararsi per andare al mare. Parlo di Sabrina, di Sarah, di Mariangela e della sorellina di Mariangela. La loro unica preoccupazione, in quella manciata di minuti, era quella di prepararsi per partire: un rituale ormai collaudato in quelle giornate estive. Una specie di corsa contro il tempo. Niente di più.
A pagina 11 degli Atti pubblicati su Tgcom leggiamo:
«Spagnoletti Mariangela è l’amica che, con Sabrina Misseri e Sarah Scazzi, sarebbe dovuta an-dare al mare quel pomeriggio, secondo quanto tra loro convenuto di massima la sera precedente, con riserva di conferma telefonica da parte, appunto, della Spagnoletti, legata ad eventuali suoi contrattempi di lavoro.
Ella riferisce, dunque, che, intorno alle 14.20 (dai tabulati emerge, con più precisione, alle 14.23), liberatasi dal lavoro, ha inviato un sms alla Misseri, del seguente tenore: “Il tempo di met-tere il costume e vengo”. Alle 14.24, quindi, Sabrina le ha scritto, sempre via sms “avviso Sarah”: ella le ha risposto con lo stesso mezzo, “ok”; dopo di che, alle 14.28 e 40 sec. (come è stato verifi-cato dall’esame dei tabulati), Sabrina le ha inviato un altro messaggio, dal testo “sto tentando in bagno”, del quale ella non si è spiegata il senso».
Il giornalista Salvatore Maria Righi, scrive:
«Cosima Serrano, moglie di Michele Misseri, riposa nel suo letto. Però ricorda un sms da Marian-gela a Sabrina, quello delle 14.23, che secondo lei riposava insieme a lei sullo stesso giaciglio. Sa-brina ha detto di essere rimasta ancora sul letto e di essersi alzata solo dopo aver ricevuto lo squillo da Sarah. Sabrina manda un sms a Sarah (14.25 e 8 secondi), seguito da un altro (14.28 e 13 secon-di). Tra il secondo sms mandato da Sabrina a Sarah e lo squillo di Sarah a Sabrina passano 13 se-condi. Sabrina a quel punto (14.28 e 40 secondi) manda a Mariangela un sms dal tono molto cripti-co: “Sto tentando in bagno” ».
Per quale motivo Sabrina invia due sms a Sarah? Questo lo possiamo sapere grazie all’intervista fatta a Sabrina dal giornalista Ciccio Casula a due giorni dalla scomparsa di Sarah.
«Gli ho mandato un messaggio per mettersi il costume per andare al mare. Visto che non mi ri-spondeva gli ho mandato un altro messaggio, dicendo se avesse letto il primo messaggio, lei mi ha risposto con uno squillo ».
Infatti, il primo messaggio di Sabrina inviata a Sarah, dice: «Mettiti il costume e vieni». Il secondo messaggio è una richiesta di conferma: «Hai letto il messaggio?».
Sabrina spiegherà in seguito agli inquirenti, che Sarah non possedeva sufficiente credito telefoni-co, per questo non le aveva risposto con un sms, tuttavia lo fa al secondo messaggio con il suo fa-moso e ultimo squillo per confermare che lo aveva letto. La sua risposta non è proprio immediata ma bisogna tenere conto che era impegnata a prepararsi.
Questo è confermato da sua madre, la signora Concetta, che ha riferito che Sarah non aveva volu-to pranzare perché, se andava al mare, voleva fare il bagno subito. Dopo, tutte e due si erano messe a riposare nel letto matrimoniale. Al primo messaggio di Sabrina, continua la signora Concetta, Sa-rah si alza e va a prepararsi.
Abbiamo ancora un’altra testimonianza, quella di una coppietta che in macchina ha visto Sarah in strada, riportata dal programma Chi l’ha visto? La ragazza sostiene che Sarah si è voltata e che si sono guardate, poi «mi è caduto lo sguardo sull’orologio della macchina, erano le 14,30», sono le sue testuali parole. Molto probabilmente era qualcosa di più delle 14,30, dato che Sarah alle 14,28 e 26 sec., si stava preparando. Di solito l’orologio della macchina non è la precisione in sé, potremmo dire le 14,32, ma non di più, perché Sarah deve arrivare a casa di Sabrina prima delle 14,39, altri-menti sarebbe stata vista.
Torniamo a Sabrina e al suo messaggio delle 14,28 e 40 secondi, “Sto tentando in bagno” che il giornalista definisce «dal tono molto criptico», che in realtà tanto criptico non è poiché significa semplicemente «sto provando a», quello che in medicina si chiama evacuazione intestinale, confer-mato pure a pagina 14 degli Atti:
«[Sabrina] in ogni caso, ha sostenuto che, prima d’uscire, è andata d’intestino e si è fatta pure la doccia».
Per quanto tempo è stata in bagno Sabrina? Il giornalista Salvatore Maria Righi, aggiunge:
«Nel frattempo alle 14.31, sono passati tre minuti dallo squillo di Sarah a Sabrina e Mariangela è ancora “sospesa”, Sabrina riceve un sms da Angela Cimino. Risponderà all’amica alle 14.35, meno di sette minuti dopo aver ricevuto lo squillo da Sarah: è in quel pugno di minuti che secondo gli in-quirenti si è consumato il tragico destino di Sarah. Alle 14.38 la Cimino manda un altro sms a Sa-brina, la quale finalmente alle 14.39 e 27 secondi scrive a Mariangela: “Pronta”. Mariangela Spa-gnoletti ha poi detto di aver ricevuto questo sms quando si trovava ormai in Via Deledda».
Come abbiamo visto, durante quei sette minuti Sabrina è stata in bagno, e dopo le 14,35 si prepara per andare al mare “e si è fatta pure la doccia”.
Proprio nel tempo che Sabrina si trova sotto la doccia, arriva Sarah a casa sua. Come ha riferito Mariangela, Sarah arrivava sempre prima di lei. Quasi sicuramente arriva tra le 14,35 e le 14,37, sua cugina non è ancora pronta ma ne ha per poco. Abbiamo sempre prove alla mano, cioè documenta-to. Infatti, alle 14.39 Sabrina invia un altro sms a Mariangela dicendole: «Pronta». E intorno alle 14,40 le due amiche stanno già insieme, di Sarah, invece, non c’è nessuna traccia. È già scomparsa. Si scoprirà solo dopo 42 giorni che fine aveva fatto. Cioè che il ragno (Michele) aveva già ghermito la sua mosca (Sarah) e la teneva nel suo buco (cantina).
Come si può vedere il Giudice Supremo ha fornito Sabrina di prove inoppugnabili, a difesa dell’infamante accusa rivoltole dal suo stesso padre.
Nella ricostruzione fatta dal programma Chi l’ha visto? ascoltiamo:
«Dunque, Sarah è morta e ad ucciderla è stato quello zio piagnucoloso che quasi tutti avevano preso per un pover’uomo. Ma che pover’uomo non era visto quale micidiale macchina dell’orrore era stato in grado di mettere in piedi. L’aveva uccisa, strangolandola praticamente sotto il naso della figlia e della moglie, e mentre si abbozzavano le prime ricerche, l’aveva caricata in macchina por-tandola in una campagna che era appartenuto a suo padre. Facendo sempre tutto sotto il naso di mo-glie, figlia e di un’amica di quest’ultima. Aveva quindi denudato il cadavere e l’aveva violentato sotto una pianta di fico, e per finire aveva sommerso la povera Sarah in una tomba liquida, ben mi-metizzata nella terra dov’era restata quarantadue giorni.
Alle 14,40 Sabrina chiama il cellulare di Sarah che squilla sei sette volte a vuoto e poi scatta la segreteria. Due minuti dopo, alle 14,42, Sabrina chiama ancora ma il cellulare tace per sempre.
“Quando tu, Sabrina, sei salita in macchina con Mariangela tuo padre stava in strada o dentro?”.
“Stava in strada quando ce ne siamo andate, mentre squillava il telefonino proprio. Sono salita in macchina mentre ce ne stavamo andando e il telefonino squillava”.
“Tu stavi chiamando Sarah?”.
“Sì! E mio padre stesso chiedeva: ‘Ti sta rispondendo?’ Io ho detto: ‘No, non mi risponde’. Quando ce ne siamo andate chissà cosa ha combinato dopo”.
“Non risponde?”, le avrebbe dunque chiesto oscenamente il padre mentre la povera Sarah era già cadavere in cantina ».
Qualcuno pensa che se Mariangela fosse arrivata prima di Sarah, non sarebbe successo nulla. Senza dubbio, ma anche se Sabrina si fosse sbrigata prima.
Ma è inutile piangere sul latte versato, perché l’omicidio sarebbe stato solo rimandato.
Contrariamente a quanto si crede, tra Sarah e sua madre c’era confidenza. Lo dimostra il fatto che quando lo zio le diede i primi 5 euro per andare al mare, con la raccomandazione di non dirlo a nes-suno, nemmeno a sua madre, subito Sarah glie la raccontò.
Come si dice? «Il diavolo insegna a fare le pentole ma non i coperchi». Se soltanto la signora Concetta avesse chiesto al cognato il perché di quella raccomandazione al silenzio sui soldi che da-va alla figlia, molto probabilmente Michele avrebbe bofonchiato qualche scusa, ma sentendosi per così dire scoperto, avrebbe rinunciato a tutto. La sua figura, sia come uomo nella sua casa, a detta del suo datore di lavoro, sia come l’ha descritta il medico del paese, non era mai emergente. Stando al racconto del medico, quando si andava a consegnare l’uva alla cantina sociale, molti litigavano per la precedenza, su chi era arrivato per primo, ecc. Michele se ne stava in disparte, quando arriva-va il suo turno consegnava l’uva.
Con ciò non voglio farne alcuna colpa a quella povera madre che ha perso la figlia, ha semplice-mente sottovalutato la questione non sospettando nulla. Basta pensare che anche dopo il ritrovamen-to del cellulare da parte di Michele, la signora Concetta ha difeso subito il cognato. Infatti, apparen-temente non sembrava una persona che potesse fare del male, ma la paura l’ha tradito. Dopo, Mi-chele ha perso dodici chili, stando a quanto riferisce la moglie, e ogni tanto andava a recitare un’Ave Maria sulla “tomba” di Sarah.
Un particolare. Quando fu ritrovato il cellulare, le autorità ascoltarono anche Sabrina, lei disse che temeva che Sarah potesse essere stata stuprata e che questo l’avrebbe traumatizzata. Allora gli in-quirenti le dissero che era passato molto tempo e che si doveva cominciare a pensare pure al peggio, e lei, che non voleva ancora ammettere questo dentro di sé, scoppiò a piangere. Gli inquirenti le of-frirono un bicchiere d’acqua ma insisterono perché era naturale che ormai si pensasse pure a questo.
Sarah, fino a quella mattina del 26 agosto, la passò come al solito con Sabrina.
Il giornalista Salvatore Maria Righi, scrive:
«La mattina dello stesso giorno, secondo Concetta Scazzi, sua figlia si alza presto e alle otto va da Sabrina Misseri, la cugina che abita in Via Deledda. Alle 10, ricorda la madre, Sarah torna a casa ed esce di nuovo, per comprare una crema di bellezza alla cugina che lavoricchiava come estetista in casa, nella stanza lasciata libera da Valentina, la sorella sposata che vive a Roma. Poi Sarah è torna-ta a casa Misseri fino all’ora di pranzo, rientrando a in Vico Verdi II verso le 12.30. Alle 13, Sarah ha accompagnato il padre in macelleria, per rincasare insieme a lui venti minuti dopo ».
In quell’ultima mattinata che stette con Sabrina, Sarah le chiese come sempre se la adottassero, racconta la cugina, poi, prima di andarsene, le diede un bacetto sulla guancia dicendole: «Mi rac-comando, se si va al mare, chiamami». Fu l’ultima volta che Sabrina vide Sarah.
Il giornalista Goffredo Buccini, scrive:
«Sarah aveva un sogno. E glielo aveva messo in testa proprio Sabrina: “Appena fai diciott’anni, Saretta, ci prendiamo una casa e andiamo a vivere assieme”.
Sarah la voglia di stare con quella cugina scafata e ai suoi occhi affascinante doveva sentirla for-tissima e dev’essere stato così fino alla fine, perché in fondo c’era una cosa persino migliore che farsi adottare dai Misseri, come chiedeva da quand’era tornata ad Avetrana da Milano, 9 anni fa: di-videre con Sabrina, e solo con lei, tutti i momenti del giorno e della notte, come una sorella o, pure meglio, come un’amica, l’amica del cuore ».
All’inizio, grazie alle innumerevoli versioni di Michele, si credette che lo zio molestasse la nipote. Sabrina — la sua grande confidente, cugina, amica e protettrice — non ne sapeva nulla. La stessa signora Concetta — alla quale la figlia aveva subito confidata che lo zio le aveva raccomandata di non dire nulla alla mamma dei soldi — non sapeva nulla di questa faccenda ben più grave. I diari di Sarah, così meticolosi, su questo punto tacciono.
In realtà Michele era ancora in alto mare, si trovava a dare i cinque euro per tentare di accattivarsi la simpatia della nipote. E la risposta a tutto sta proprio qui, cioè Sarah, quando arrivò a casa Misse-ri, andò nella cantina a prendere i soliti cinque euro che lo zio le dava perché stava andando al mare, com’era evidente dall’abbigliamento e dallo zainetto che portava con sé. Naturalmente la invitò lo zio nella cantina per restare nei limiti della segretezza.
Ma cosa aveva in mente di fare lo zio in quei pochissimi minuti? Ci si chiede. Niente, si vede che per lui era giunto il momento di dichiararsi. Siccome Sarah non ci sta e sicuramente l’avrebbe detto (e anche scritto sui suoi tre diari), proprio perché avrebbe parlato, è morta. Infatti, appena lei si gira per andarsene, lui prontamente prende una corda e glie la stringe intorno al collo. Ma come Sarah ha portato quel segno sul suo collo, anche lui ha portato il segno di ciò che aveva fatto in tutte e due le braccia causate dalle unghie di Sarah che, nella sua disperazione, le aveva affondate nella carne, mentre lui continuava a stringerle con forza la corda intorno al collo.
Michele Misseri, uomo pieno di sensi di colpa, che dimagrisce 12 chili per l’uccisione della nipo-te, che dice le Ave Maria sul luogo dov’è sepolto, che finge di trovare il telefonino come per accu-sarsi, dicendo poi ai magistrati di essersi tolto un peso dalla coscienza, tuttavia non ha avuto alcuno scrupolo nello strangolare colei che chiamava la sua terza figlia, né ne ha avuto accusando ingiu-stamente sua figlia del proprio delitto, né ha avuto scrupolo di violentare il corpo morto della ragaz-za, giustificandosi che «era appena morta», e descrivendo importanti particolari. Dopo aver confes-sato l’omicidio della ragazza, il magistrato gli chiese:
«Sarah era incinta?».
«No!».
«L’hai violentata?».
«No! Dopo».
«Dopo morta?».
«Sì! […]Mentre la portavo con la macchina non sapendo dove andare, ho visto un albero di fico, appena ho visto il fico, ho avuto il desiderio di fare all’amore con lei. L’ho portata sotto l’albero e l’ho spogliata. È stato un rapporto completo e veloce».
Checché Michele poi possa ritrattare, riconfermare e ritrattare ancora nelle sue innumerevoli ver-sioni, la prova di quella violenza sta nel sangue della povera Sarah ritrovato nel cofano della sua macchina. Il sangue, non ancora del tutto coagulatosi, è fuoriuscito dal corpo appena violato e butta-to nudo nel cofano. Questo dimostra ancora che il delitto porta un’unica firma, giacché nessun pos-sibile complice avrebbe potuto partecipare a tale scempio, tantomeno Sabrina, com’è stata pure ven-tilata la sua presenza a quell’ora insieme al padre.
Naturalmente l’albero del fico è stato soltanto la scintilla, perché Michele la ragazza la desidera-va da qualche tempo. Il fico ha risvegliato in lui sensazioni ataviche, appartenenti al condiziona-mento collettivo, essendo quest’albero sin dall’antichità uno dei tanti supporti della scienza nasco-sta. Fulcanelli insegna che «l’albero del fico in greco si dice sýkê, da sýkon, fico (parola usata di frequente per kýsthos, radice kýo, portare nel proprio seno, contenere), è l’emblema alchemico della sostanza passiva, matrice e veicolo dello spirito incarnato».
Per questo motivo il fico è considerato per eccellenza il simbolo dell’organo femminile della ge-nerazione. Ciò è così vero che, nella lingua italiana, il frutto di quest’albero non è menzionato nella versione femminile, come avviene per tutti gli altri frutti. Se espresso in questo modo, si legge nel vocabolario, intende propriamente «l’organo sessuale femminile».
Tocchiamo un altro argomento, il motivo che avrebbe spinto Sabrina a sbarazzarsi della cugina. Cioè la tanta decantata gelosia per Ivano Russo. Questo particolare Ivano lo ha sempre negato. Nel Tgcom, leggiamo:
« “C’era gelosia tra Sarah e Sabrina per te?”. Hanno chiesto i giornalisti a Ivano. “No, non credo proprio”, ha risposto lui ».
Inoltre, nell’intervista avuta con l’inviata di Chi l’ha visto? Ivano Russo ha aggiunto che «Sabri-na, se fosse stata gelosa, lo sarebbe stata di una ragazza più grande, ma sicuramente non di Sarah».
Infatti, Sabrina non vedeva affatto Sarah come una possibile rivale. Se fosse stato così, come lei stessa ha detto, non l’avrebbe portata con sé. Sarah sarebbe stata ridimensionata al suo ruolo di ado-lescente, e invece di starsene fino alle tre al Pub 102, il ritrovo della compagnia, avrebbe passata le serate con la mamma come le altre sue coetanee.
Per quanto riguarda il fatto che Sabrina diverse volte aveva rimproverata Sarah per Ivano, e che la stessa Sarah aveva scritto nel suo diario che a questo c’era abituata, Mariangela, in un’intervista, ha avuto cura di chiarire questo punto dicendo che Sabrina rimproverava tutte per questa cosa, e anche a lei più di una volta. In altre parole Sabrina rimproverava chiunque distogliesse, volente o nolente, l’attenzione di Ivano da lei.
Questa vicenda e, soprattutto l’arresto di Sabrina, ha messo tutti contro. Ma come sostiene la si-gnora Concetta, Sabrina voleva molto bene a Sarah, aggiungendo che lei sua figlia non l’avrebbe mai fatta uscire con i suoi coetanei, ma con i ragazzi più grandi si sentiva più sicura, e la stessa Sa-rah si divertiva molto di più con loro. Qualsiasi adolescente che ha trascorso la vita con ragazzi più grandi potrebbe confermarlo. Sarah poteva andare ai pub, alle pizzerie, in gite turistiche con quei ragazzi più grandi, cose che i suoi coetanei potevano solo sognarsi. Almeno possiamo dire che si è divertita un po’ per quei pochi anni che ha vissuto.
Sabrina, dunque, voleva molto bene a Sarah, e il fatto stesso che la portava con sé lo dimostra. Gli stessi filmati che Sabrina faceva frequentemente a Sarah lo confermano. Si noti la scena del gelato che Sarah mangia al McDonald, fa tenerezza, Sabrina le dice che non sa mangiare, che si è sporcata, e lei si pulisce col tovagliolo. Quindi, se Sarah poteva frequentare il mondo dei ragazzi più grandi, era grazie a Sabrina. Lei ne era la sua protettrice e si sentiva tale. Lo stesso Ivano Russo ha detto in un’intervista che «Sabrina era la protettrice di Sarah». Ciò è ampiamente dimostrato nei vari video, dove si vede Sarah sempre seduta vicina a Sabrina, e quando Sabrina cammina, lei la segue sempre come un pulcino la chioccia. Sabrina fu la promotrice della fiaccolata e di altre cose ad Avetrana per ritrovare Sarah.
La sera di mercoledì 6 ottobre Sabrina seppe che suo padre aveva confessato l’omicidio della ni-pote e che ne aveva occultato il cadavere in un pozzo. Sempre nel Tgcom, leggiamo:
«Sabrina era in casa ad aspettare notizie e quando arrivarono chiamò immediatamente i suoi più cari amici, Alessio Pisello e Ivano Russo. A questo punto, i tre uscirono in macchina a cercare il pozzo.
“A un certo punto Sabrina, dopo che avevamo girato alcuni fondi della famiglia Misseri — rac-conta Ivano —, ha chiamato la mamma e la mamma le ha detto ‘prova a vedere in contrada Mo-sca’”, proprio il posto dove poi è stato trovato il corpo della quindicenne ».
Infatti, quando arrivarono lì, c’erano già diverse macchine sul posto. Come si vede, Sabrina è la prima a correre in cerca della sua protetta. Non sa dove si trova, nel terreno di suo padre non c’è, tanto che telefona alla madre. In realtà Michele aveva raccontato che un contadino gli aveva chiesto di chiudere un pozzo sul suo terreno. Michele se ne era poi ricordato mentre vagava con il corpo della povera Sarah chiuso nel cofano.
Dunque, Sabrina non sapeva nulla, questo è ovvio, e se mai fosse stato necessario, ciò avrebbe potuto costituire un’altra prova, ma questo sarebbe poco in confronto a quanto troviamo qui, cioè la prova “scientifica” della sua innocenza.
Il giorno dopo, quando autorità, forze dell’ordine, Vigili del Fuoco, giornalisti, cameraman e una folla di curiosi erano sul posto del ritrovamento del corpo di Sarah, al telegiornale si vide Sabrina far ritorno dal campo, era disperata: la sua protetta era stata uccisa, non solo, ma a ucciderla era sta-to suo padre. Era talmente sconvolta da mandare a quel paese i giornalisti che le andarono incontro.
Tuttavia, a questo punto appare la chiave. Dove si recò Sabrina? Dai conoscenti? Dal gruppo dei suoi amici? No, Sabrina si recò da alcuni carabinieri presenti sul posto. Perché? Se fosse stata col-pevole, visto che si stavano scoprendo le cose, istintivamente si sarebbe tenuta lontana dai rappre-sentanti della legge cercando rifugio tra i suoi amici, invece si reca proprio da loro. È un senso an-cestrale che la guida, perché quei carabinieri per lei personificano la giustizia, l’equità. Certo, non è la giustizia Divina, come il tribunale dell’uomo non è quello di Dio, ma ne ha, o almeno dovrebbe averne, tutta l’apparenza. Quindi, Sabrina si reca da loro. È talmente disperata che chiede giustizia, ma l’uomo non ha il potere di farle tornare in vita Sarah.
Per concludere faccio rilevare come un giornalista si è meravigliato del fatto che Sabrina, appena dopo dieci minuti dalla ricerca di Sarah, ha esclamato: «L’hanno presa, l’hanno presa!». Questo particolare l’aveva raccontato Mariangela, e in seguito l’aveva detto pure Sabrina in un’intervista. Sabrina dice, infatti, che dopo che si sono mosse per la ricerca di Sarah, ed essere state un paio di volte dalla signora Concetta, aver ripercorso più volte la stessa via, visto pure che il cellulare di Sa-rah era stato spento, ha pensato dicendo che Sarah era stata presa.
Io stesso, dopo che fu diffusa la notizia che il cellulare era stato spento, trascorrendo una serata col suocero di mia sorella, commentai che la ragazza sicuramente era stata presa e che i suoi rapitori avevano spento il cellulare per far perdere le sue tracce. Quel vecchio fu del mio stesso parere.
In realtà il problema è sorto solo dopo l’arresto di Sabrina, il suo racconto e quello di Mariangela prima rientrava nella norma… Il fatto è che noi siamo facilmente influenzabili perché non posse-diamo ancora l’arte del vedere e dell’ascoltare che è uno degli appannaggi della scienza per eccel-lenza. «Questa filosofia», scrive Fulcanelli, «conferisce a chi la sposa una grande capacità d’investigazione e una notevole e chiara visione delle cose».
Un decifratore di enigmi è una persona che indaga senza sapere cosa sta cercando. È come uno scienziato, non può scoprire qualcosa che già conosce o che sia già stato scoperto. La parola “inda-gare” è voce dotta del latino indāgāre, “seguire la pista, scrutare, cercare”. Cioè, una battuta di cac-cia, come scriveva Niccolò Tommaseo:
«“Indagare”, detto de’ cani e de’ cacciatori, per investigare i covili delle fiere».
Il cacciatore sa quando deve andare avanti e quando deve completamente tornare sui suoi passi. L’immagine del labirinto insegna proprio questo punto della scienza antica. È necessario che l’artista all’inizio dei lavori arrivi al suo centro, ossia che faccia centro nell’interpretazione dei sim-bolismi. Qualsiasi interpretazione errata consiste in un vicolo cieco, in un muro insormontabile che impedisce di proseguire. Per questo deve assolutamente tornare indietro e imboccare un altro vicolo per continuare ad avanzare; ossia deve necessariamente riconsiderare la sua primitiva interpretazio-ne. Questo vicolo cieco fa la differenza tra il filosofo ermetico e lo pseudofilosofo. Il primo riconsi-dera la sua interpretazione primitiva e arriva al centro, o a scoprire la verità, il secondo resta fermo nella sua interpretazione arbitraria.
«Saper di aver sbagliato e non giustificarsi», dice Krishnamurti, «ma vedere la realtà del fatto, questa è onestà e in questa onestà c’è grande bellezza. La bellezza non urta nessuno. Dire di aver sbagliato è un riconoscimento della realtà; è riconoscere un errore come tale. Ma trovare ragioni, scuse o giustificazioni alla cosa è disonestà, e in questo c’è autocommiserazione. L’autocommise-razione è la tenebra della disonestà. L’onestà non è l’opposto della disonestà. L’onestà non è un principio. Non è conformarsi, ma piuttosto la percezione totale di ciò che è. E la meditazione è il movimento di questa onestà nel silenzio».
Infatti, aggiunge Krishnamurti, «la verità è lì, dove voi non guardate mai». Pertanto penso che quello stesso giornalista, e non solo lui, dopo un po’ che invano stesse cercando una persona cara, sicuro di trovarla perché gli ha fatto poco prima uno squillo sul cellulare, non pensasse anche lui subito al peggio, e forse anche prima dei dieci minuti di Sabrina.
Tuttavia, una volta estradata in carcere, Sabrina dice che non ha mai pronunciato le parole: «L’hanno presa, l’hanno presa!».
Perché Sabrina ora mente? Perché teme che quella sua debolezza possa essere interpretata dagli investigatori come prova per incastrarla. Ma Sabrina, di fronte alla coscienza dell’uomo moderno, non deve temere questo. Se lei ha pensato e detto: «L’hanno presa, l’hanno presa!», queste parole le fanno solo onore, perché confermano tutto il bene che voleva a Sarah. Di questo, Sabrina non deve affatto vergognarsi e troverà nelle persone ragionevoli i suoi più accesi sostenitori.
Vengono in mente qui le parole dette dal prete durante il funerale della povera Sarah Scazzi e tratte dal libro del profeta Daniele (IX, 7):
«A te, Signore, la giustizia e a noi la vergogna sul volto».
Che si potrebbero tradurre con le parole di San Paolo (Romani, XII, 19) riportate dalla signora Concetta:
«Non vi vendicate, carissimi, ma cedete il posto all’ira divina: sta scritto, infatti: A me la vendet-ta, io darò ciò che spetta, dice il Signore».
Per onore della signora Concetta riportiamo anche la frase tradotta dai Testimoni di Geova:
«Non vi vendicate, diletti, ma fate posto all’ira; poiché è scritto: “La vendetta è mia; io ricom-penserò, dice Geova”».
Post Scriptum
Il caso Sabrina Misseri fa ricordare quanto racconta Ernani Barretta, anch’egli vittima di un’azione giudiziaria che gli è costato otto mesi di custodia cautelare e di tempesta mediatica:
«Presto l’attenzione generale sarà distolta, dalla stessa macchina mostruosa, stavolta indirizzata su di un altro fatto di cronaca-spettacolo, per sacrificare nuove persone, uomini e donne come noi Barretta, esattamente identici a voi lettori e con i vostri stessi sentimenti. La storia si ripeterà ogni volta uguale alla precedente, cambiando solo personaggi e vicende, ma con la stessa ipocrita trama.
Ormai siete abituati, assuefatti, a questo squallido spettacolo.
Non ci farete nemmeno più caso.
Leggerete il vostro giornale preferito con l’attenzione di sempre.
Vi capisco.
In fondo non è colpa vostra ciò che avviene sulla pelle degli altri.
Ed io che amo tutti, anche quelli che non mostrano di valere un sentimento pulito e bello, non posso che augurarvi che mai, per nessuno di voi, una vicenda così amara abbia a varcare la soglia della vostra casa, facendovi desiderare, da innocenti, soltanto il conforto di una morte rapida e libe-ratoria.
Mai possa accadervi quanto è accaduto a noi ».
Per il caso Ernano Barretta, il giornalista Gianfranco Gentile scrive al riguardo dei suoi colleghi:
«Quid est veritas? Giovanni, 18, 38
La frase del governatore romano di Giudea ha attraversato, come un dardo, i secoli. Eppure ab-biamo ancora bisogno di approfondire il senso, per comprendere il significato della non-risposta del Cristo, al quale la domanda era rivolta.
Che cos'è la verita? (continus-)