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Full Version: Ricerca scientifica?
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Sunday, February 22, 2009 1:07 AM
La ricerca "scientificamente corretta"


di Pietro Greco

La rivista inglese Nature, nel numero appena giunto in edicola, ha proposto ad alcuni esperti una semplice domanda: gli scienziati devono poter studiare il rapporto tra razza e quoziente d'intelligenza?

In Italia abbiamo difficoltà a comprendere fino in fondo una simile domanda, sia perché per almeno mezzo secolo il tema della razza non è stato molto presente nei luoghi di confronto tra scienza e società, sia perché anche l'altro corno del dilemma, la misura del quoziente d'intelligenza, nel nostro paese non è tra gli argomenti più caldi del dibattito.

Al contrario, nei paesi anglosassoni l'uno e l'altro tema sono da decenni sul tappeto e vengono regolarmente riproposti. Ritornarvi serve anche a noi, non fosse altro perché ci aiuta a capire meglio i meccanismi, fisiologici e patologici, che regolano i rapporti tra scienza e società.

La domanda di Nature ha ottenuto due risposte, una - proposta dal neuro scienziato Steven Rose, che si conclude con un no secco. L'altra, proposta da Stephen Ceci (esperto dello sviluppo dell'intelligenza e della memoria) e da Wendy M. Williams (esperta di educazione e di correlati sociali dell'intelligenza) con un sì argomentato. Entrambi riconoscono, però, che sulla base delle evidenze scientifiche il concetto biologico di razze umane non ha alcun fondamento.

Steven Rose sostiene che ci sono due criteri che rendono auspicabile una ricerca scientifica. Che l'oggetto della ricerca sia ben definito. E che gli scienziati abbiano a disposizione gli strumenti, teorici e sperimentali, per ottenere una risposta significativa.

La misura del quoziente d'intelligenza tra le diverse razze umane e tra i due generi sessuali (maschi e femmine) non soddisfa nessuno dei due criteri. È mal fondato, perché le razze umane appunto non esistono e perché la stessa intelligenza è un concetto complesso, difficile da definire in maniera univoca. Inoltre non esiste alcuno strumento - né teorico né sperimentale - per ottenere una risposta significativa alla domanda.

Ma Rose va oltre. La domanda stessa non nasce da un'esigenza scientifica, ma ha solo motivazioni ideologiche. Nessuno in Italia si sognerebbe di misurare le differenze di quoziente di intelligenza tra lombardi e veneti. Tutti coloro che cercano di rispondere alla domanda individuano in partenza dei gruppi precisi: per esempio, bianchi e neri in America.

Questo tipo di ricerche, dunque, non vanno fatte e tanto meno finanziate.

Di parere diverso sono, invece, Stephen Ceci and Wendy M. Williams. La ricerca ha dimostrato che non ci sono differenze di fondo tra appartenenti a gruppi etnici diversi o a generi diversi nelle multiformi espressioni dell'intelligenza. Di più. La scienza ha dimostrato che quelle genetiche non sono né le uniche e neppure le più importanti nella determinazione dell'intelligenza. Nel modellare le nostre capacità cognitive sono ben più importanti i rapporti sociali e ambientali.

Ma detto questo, non bisogna certo smettere di ricercare. E anche di dare buone opportunità a chi ha ipotesi diverse. Non solo perché ogni forma di censura è odiosa. Ma perché spesso i buoni risultati scientifici nascono dall'esigenza di falsificare ipotesi non fondate o addirittura provocatorie.

La discussione è aperta. E la si può estendere anche ad altri campi. Come la ricerca sulle staminali embrionali o la clonazione umana. L'importante è aver presente che è un tipo di discussione che non riguarda solo gli scienziati. Riguarda noi tutti. E noi tutti possiamo (dobbiamo) parteciparvi.

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Wednesday, February 02, 2011 1:06 AM
Ecco i sette esperti
che valuteranno la ricerca




di Pietro Greco
Il Consiglio dei Ministri dello scorso 21 gennaio ha approvato in via preliminare la nomina dei sette componenti del Consiglio Direttivo dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca.
Si tratta di Sergio Benedetto, Ordinario di Trasmissione di dati al Politecnico di Tornino; Andrea Bonaccorsi, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Pisa; Massimo Castagnaro, Ordinario di Patologia Generale e Anatomia Patologica veterinaria all’Università di Padova; Stefano Fantoni, fisico teorico della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste; Giuseppe Novelli, Ordinario di Genetica Medica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma “Tor Vergata”; Fiorella Kostoris, Ordinario di Politica economica all’Università di Roma; Luisa Ribolzi, Ordinario di Sociologia dell’educazione e della famiglia presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova.
La nomina avviene con un certo ritardo, ma nel modo giusto. La creazione dell’Agenzia, infatti, risale all’ottobre 2006, proposta dall’allora ministro Fabio Mussi e approvata dal governo di Romano Prodi nel 2007 per stabilizzare il principio che tutti nell’ambito dell’università e della ricerca devono essere sottoposti a periodica e seria valutazione del merito: singoli, dipartimenti e interi atenei. Sono passati dunque quasi quattro anni, tre dei quali sotto il governo Berlusconi, per nominare il Consiglio Direttivo. Dovesse valutare i tempi della propria nomina i sette dovrebbero bocciare il governo.
Tuttavia la nomina è avvenuta nel modo giusto, come previsto dallo statuto fondativo: attraverso un “search commitee”, un comitato di selezione indipendente e scientificamente valido, che ha valutato 300 candidature e proposto al Ministro una rosa di 15 nomi, tra cui il responsabile politico dell’università e della ricerca ha scelto i 7 nomi approvati dal Consiglio dei Ministri.
Ma è stata una buona scelta? Non c’è dubbio che i sette sono tutte persone qualificate. Dunque non ci sono state evidenti sbavature. Tuttavia i nomi selezionati da Mariastella Gelmini sono state sottoposte a sei diverse critiche. Alcune fondate, altre no.
La prima critica è stata mossa, a quanto pare, dal Ministro Tremonti (ma la notizia è stata smentita del Ministro Gelmini) ed è sintetizzata nella frase: «sono tutti di sinistra». Non conosciamo l’orientamento politico di tutti i sette consiglieri. E, francamente, non ci interessa conoscerlo. È il metodo di valutazione attribuito al Ministro Tremonti che è inaccettabile. Quello dell’appartenenza politica non può essere un criterio di selezione dei “civil servants”, dei tecnici che servono lo stato. Soprattutto se devono operare nell’ambiente scientifico.
C’è una seconda critica, avanzata questa volta da ambienti scientifici, secondo cui tra i sette non figurano leader assolti della ricerca. I migliori assoluti nei rispettivi settori. Questa critica ci sembra infondata. Sia perché i sette sono ottimi ricercatori selezionati dalla stessa comunità scientifica in un universo ampio di 300 candidati e, dunque, è ingenerosa. Sia perché non c’è ragione alcuna perché la valutazione sia effettuata da “top leader” e ci sono molte ragioni perché la valutazione sia effettuata (in realtà i sette organizzeranno la valutazione) da persone disponibili a spendere buona parte del loro tempo nell’impresa.
E altre quattro critiche hanno buon fondamento. Alcuni hanno fatto notare che tra i sette non ci sono né esponenti di discipline umanistiche né esponenti delle università e dei centri di ricerca del Mezzogiorno d’Italia. Sono proprio i due ambiti – l’uno tematico, l’altro geografico – in cui in Italia il criterio di merito viene meno con maggiore frequenza. Averli esclusi dalla direzione di un organo che ha come primo obiettivo quello di affermare il principio del merito non appare una scelta lungimirante.
Una terza critica pertinente è che tra i sette non sono presenti stranieri, che nell’idea originaria del governo Prodi avrebbero dovuto sia assicurare un maggior tasso di indipendenza sia una maggiore adesione agli standard di valutazione affermati a livello internazionale.
Un’ultima critica, infine, riguarda la scarsa quantità di risorse che il governo Berlusconi ha assegnato all’ANVUR per realizzare le sue valutazioni. Senza risorse adeguate sarà difficile misurare con sufficiente precisione quanto valgono il sistema universitario, il sistema di ricerca e le loro innumerevoli articolazioni. I sette avranno un difficile lavoro da svolgere.
Ma, sia pure con questi limiti, è un bene che l’ANVUR parta e che anche l’Italia abbia un organo tecnico che valuti il merito nei settori strategici dell’alta educazione e della produzione di nuova conoscenza.
Il problema sarà cosa le istituzioni politiche, il governo in primis, faranno di queste valutazioni. Se le useranno per favorire la democrazia della conoscenza (che o è fondata sul merito o non è) o per fare della conoscenza il nuovo fattore di esclusione sociale, penalizzando intere fasce sociali e intere aree geografiche. In altri termini l’ANVUR e le sua valutazioni saranno bene utilizzati se serviranno per migliorare l’offerta pubblica di alta educazione in tutto il paese, Mezzogiorno incluso. E se serviranno per aumentare e non diminuire le attività di ricerca.
29 gennaio 2011

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