Ecco i sette esperti
che valuteranno la ricerca
di Pietro Greco
Il Consiglio dei Ministri dello scorso 21 gennaio ha approvato in via preliminare la nomina dei sette componenti del Consiglio Direttivo dell’ANVUR, l’Agenzia nazionale di valutazione del sistema universitario e della ricerca.
Si tratta di Sergio Benedetto, Ordinario di Trasmissione di dati al Politecnico di Tornino; Andrea Bonaccorsi, Ordinario di Economia e Gestione delle Imprese all’Università di Pisa; Massimo Castagnaro, Ordinario di Patologia Generale e Anatomia Patologica veterinaria all’Università di Padova; Stefano Fantoni, fisico teorico della Scuola Internazionale Superiore di Studi Avanzati di Trieste; Giuseppe Novelli, Ordinario di Genetica Medica presso la Facoltà di Medicina e Chirurgia dell’Università di Roma “Tor Vergata”; Fiorella Kostoris, Ordinario di Politica economica all’Università di Roma; Luisa Ribolzi, Ordinario di Sociologia dell’educazione e della famiglia presso la facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Genova.
La nomina avviene con un certo ritardo, ma nel modo giusto. La creazione dell’Agenzia, infatti, risale all’ottobre 2006, proposta dall’allora ministro Fabio Mussi e approvata dal governo di Romano Prodi nel 2007 per stabilizzare il principio che tutti nell’ambito dell’università e della ricerca devono essere sottoposti a periodica e seria valutazione del merito: singoli, dipartimenti e interi atenei. Sono passati dunque quasi quattro anni, tre dei quali sotto il governo Berlusconi, per nominare il Consiglio Direttivo. Dovesse valutare i tempi della propria nomina i sette dovrebbero bocciare il governo.
Tuttavia la nomina è avvenuta nel modo giusto, come previsto dallo statuto fondativo: attraverso un “search commitee”, un comitato di selezione indipendente e scientificamente valido, che ha valutato 300 candidature e proposto al Ministro una rosa di 15 nomi, tra cui il responsabile politico dell’università e della ricerca ha scelto i 7 nomi approvati dal Consiglio dei Ministri.
Ma è stata una buona scelta? Non c’è dubbio che i sette sono tutte persone qualificate. Dunque non ci sono state evidenti sbavature. Tuttavia i nomi selezionati da Mariastella Gelmini sono state sottoposte a sei diverse critiche. Alcune fondate, altre no.
La prima critica è stata mossa, a quanto pare, dal Ministro Tremonti (ma la notizia è stata smentita del Ministro Gelmini) ed è sintetizzata nella frase: «sono tutti di sinistra». Non conosciamo l’orientamento politico di tutti i sette consiglieri. E, francamente, non ci interessa conoscerlo. È il metodo di valutazione attribuito al Ministro Tremonti che è inaccettabile. Quello dell’appartenenza politica non può essere un criterio di selezione dei “civil servants”, dei tecnici che servono lo stato. Soprattutto se devono operare nell’ambiente scientifico.
C’è una seconda critica, avanzata questa volta da ambienti scientifici, secondo cui tra i sette non figurano leader assolti della ricerca. I migliori assoluti nei rispettivi settori. Questa critica ci sembra infondata. Sia perché i sette sono ottimi ricercatori selezionati dalla stessa comunità scientifica in un universo ampio di 300 candidati e, dunque, è ingenerosa. Sia perché non c’è ragione alcuna perché la valutazione sia effettuata da “top leader” e ci sono molte ragioni perché la valutazione sia effettuata (in realtà i sette organizzeranno la valutazione) da persone disponibili a spendere buona parte del loro tempo nell’impresa.
E altre quattro critiche hanno buon fondamento. Alcuni hanno fatto notare che tra i sette non ci sono né esponenti di discipline umanistiche né esponenti delle università e dei centri di ricerca del Mezzogiorno d’Italia. Sono proprio i due ambiti – l’uno tematico, l’altro geografico – in cui in Italia il criterio di merito viene meno con maggiore frequenza. Averli esclusi dalla direzione di un organo che ha come primo obiettivo quello di affermare il principio del merito non appare una scelta lungimirante.
Una terza critica pertinente è che tra i sette non sono presenti stranieri, che nell’idea originaria del governo Prodi avrebbero dovuto sia assicurare un maggior tasso di indipendenza sia una maggiore adesione agli standard di valutazione affermati a livello internazionale.
Un’ultima critica, infine, riguarda la scarsa quantità di risorse che il governo Berlusconi ha assegnato all’ANVUR per realizzare le sue valutazioni. Senza risorse adeguate sarà difficile misurare con sufficiente precisione quanto valgono il sistema universitario, il sistema di ricerca e le loro innumerevoli articolazioni. I sette avranno un difficile lavoro da svolgere.
Ma, sia pure con questi limiti, è un bene che l’ANVUR parta e che anche l’Italia abbia un organo tecnico che valuti il merito nei settori strategici dell’alta educazione e della produzione di nuova conoscenza.
Il problema sarà cosa le istituzioni politiche, il governo in primis, faranno di queste valutazioni. Se le useranno per favorire la democrazia della conoscenza (che o è fondata sul merito o non è) o per fare della conoscenza il nuovo fattore di esclusione sociale, penalizzando intere fasce sociali e intere aree geografiche. In altri termini l’ANVUR e le sua valutazioni saranno bene utilizzati se serviranno per migliorare l’offerta pubblica di alta educazione in tutto il paese, Mezzogiorno incluso. E se serviranno per aumentare e non diminuire le attività di ricerca.
29 gennaio 2011
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