Amer
Jerome posò un attimo l'ascia, riprendendo fiato.
Non era molto avanti con l'età ma alberi di quella dimensione iniziavano a diventare sfide troppo impegnative per la sua schiena.
Si asciugò il sudore con la manica e si sputò sui palmi, preparandosi a riniziare il combattimento con quella cosa.
Guardò nuovamente la quercia: era tanto grande da non poter essere abbracciata neppure da un uomo alto due palme più di lui, ed improvvisamente iniziò a pensare che forse il piacere della sedia a dondolo che aveva progettato non valeva la fatica di abbattere l'albero.
e poi è anche una bella creatura di Dio...forse è meglio lasciarla così com'è Si sedette su una pietra e tirò fuori le proviste che si era portato dietro come pranzo:pane nero e formaggio, un pasto che ogni nobile avrebbe disdegnato ma che dopo la fatica per il suo umile palato appariva come un banchetto.
Staccò un morso ed iniziò ad masticarlo lentamente, senza fretta, tanto nessuno lo stava aspettando e prima di sera la taverna sarebbe stata vuota.
Mentre si soffermava su quei pensieri, iniziò a sentire una voce maschile, giovanile e fioca, che si avvicinava...
...D'amor non v'era parvenza nel
viso della donzella rapace,
ma solo disgusto profondo pel
cavalier pò troppo loquace
Questi quindi ignaro di tutto
con voce squillante e sicura
proclamava del mostro il lutto
Nel vedere la propria sventura
Dell'incontrar sì uomo prode
com'anche non poco smargiasso
sicchè cantando la propria lode
l'uomo da lei fu piantato in asso...
La voce non era particolarmente intonata, tantomeno piacevole da ascoltare, così Jerome decise di interompere: "chi và là?"
Il canto si interruppe di colpo, fra una strofa e l'altra, lasciando udire nel silenzio del bosco il rumore di passi, lenti e leggeri.
Da dietro la quercia sbucò di profilo la figura di un uomo, ancora giovane, ma già sicuramente un delinquente: capelli neri ricci, lunghi (sarà anche un sodomita?) fino alle spalle e curati tanto da sembrare quelli di una donna, la pelle pallida, arrossata su gote e nasi per via del freddo; quello che lo identificava subito erano però i vestiti: una lunga giacca di pelle nera lunga fino alle ginocchia, da cui sporgevano guanti e stivali, sempre neri, sempre di pelle.
Nessuna persona normale vestirebbe così, spero solo non sia un abominio...ti prego Dio fà che sia solo una persona comune, fosse anche un criminale o che altro genere di pazzo!
"hei, vecchio!...sì, parlo con te...Fatti un favore, dimmi dove stà il villaggio e poi levati dai piedi" il tono era piatto, letteralmente atono, senza neppure la vaga traccia della minaccia che le parole lasciavano intravedere...sarà il solito spacconcello di paese venuto a fare un pò di casini...altro che abominio!
"chi sei, ragazzo?"
Il bulletto fece un paio di passi in avanti in direzione di Jerome, fermandosi ad un paio di braccia di distanza.
"Indicami il villaggio e poi spostati, altrimenti ti lascio zoppo a vita...conto fino a tre"
Il tono era sempre piatto, ma le parole non lasciavano adito a dubbi sulle intenzione, per quanto stesse palesemente bluffando, era evidente che non era una persona molto amichevole
"di che parli?"
"Uno"
"forza, vattene, non li vogliamo i tipi come te al villaggio"
Ed era vero:avevano già i loro problemi ultimamente, ci mancava soltanto un altro attaccabrighe; basta farsi vedere sicuri e più cattivi di loro e questi se ne vanno come neve al sole...
"Due"
Jarome iniziava a sentire la propria voce incrinarsi, non era più molto sicuro che fosse un bluff...
"Mi hai capito? vattene!"
Il tempo di vedersi rivolgere uno sguardo innervosito e l'unica cosa che percepì fu uno svolazzo del vestito di pelle, poi la sua vista si dileguò nel rosso quando sentì un dolore indescrivibile al ginocchio destro, mentre sentiva che le gambe cedevano.
Non riuscì neppure a cadere:si sentì afferrare alla gola con uno strattone che gli tolse il fiato e gli fece sbocciare un altro fiore rosso nel campo visivo.
Il bastardo lo stava facendo reggere in piedi su di una gamba sola, l'altra gli faceva troppo male per poter anche solo pensare di muoverla, tenendolo per la trachea, rendendogli difficile respirare e facendogli danzare molte luci davanti agli occhi.
"Ripeto:dimmi dov'è il villaggio. fallo, evita di disturbarmi ancora e non provare mai più a metterti sulla mia strada. non provare a denunciarmi alla milizia cittadina. conto fino a Uno" con una certa enfasi sulla parola "Poi ti ammazzo, e come hai visto non minaccio a vuoto...Forza, indica"
Jarome reso sveglio e fulmineo dalla paura, indicò il villagio.
Con un vago sorriso, storto e spiacevole, il tipo lo lasiò andare, facendolo cadere e gridare dal dolore...
Quando si riprese dal trauma si accorse che si stava facendo sera, e la gamba destra pulsava terribilmente:il tipo non c'era più.
Si rigirò un poco per vedere la sua gamba, movimento che gli costò un grido strozzato, ucciso dalla vista del suo ginocchio insanguinato, ma soprattutto girato dalla parte sbagliata: gli si era praticamente rivoltata la gamba!
Si lasciò andare per terra cercando di trattenere le lacrime nervose, fallendo miseramente.
Amer arrivò al villaggio indicato dal taglialegna solo dopo il tramonto del sole, e sforzò gli occhi per distinguere l'insegna di una taverna in mezzo alla nebbia che, fredda e sottile, gli rendeva doloranti le dita nonostante il fatto che le tenesse in tasca e che cercasse, inutilmente, di riscaldarle con il fiato.
Ancora nulla..."MA IN QUESTA CAZZO DI CITTA' NON C'E' NEMMENO UNA TAVERNA!?!... MA IN CHE RAZZA DI BUCO SONO CAPITATO!?!" il suo urlo si perse fra i vicoli e la nebbia, e gli rispose solo una folata di vento gelido che gli fece salire le lacrime agli occhi.
Scosso dal freddo si rimise in cammino, continuando a vagare nella notte.
Poco dopo assaporava il caldo della taverna e di un buon pasto, in effetti caro oltre che buono, e ben presto la stanchezza iniziò a farsi sentire...ed intanto dentro di lui la cattiveria iniziò ad assoporsi, seguita dal resto di mente e corpo...
E' a casa sua...la finestra della sua camera è aperta e fuori è caldo...sente solo il gelo della propria anima impaurita...sente la SUA presenza lì fuori, che lo cerca e lo desidera...se lo trova perderà non la sua vita, ma la sua anima, la sua libertà, per cui ha combattuto estenuamente...Il solo pensiero di LUI basta a fargli ancora tremare i denti...cerca disperatamente di chiudere le imposte, come se potessero fornire anche solo un minimo di protezione, sottrarlo dal SUO sguardo, dalla vista del suo signore e padrone che lo desidera...ma le imposte non si chiudono, si rifiutano di scendere...un respiro profondo, come per assorbire tutta la paura che aveva lasciato intorno a sè...e poi urlo! forte, con tutta la forza della sua disperazione, gridando al mondo il suo dolore, in preda ad un attacco isterico e stringendosi la testa fra le mani, sforzando le sue corde vocali oltre i loro limiti in uno stridio di agonia, sentendo il filo sottile e fragile che ancora lo legava alla sanità mentale tendersi per poi vibrare, e arrivare quasi a rompersi, sempre di più, sempre di più, in un attimo di eterna sospensione ed agonia...scogliendosi poi in lacrime, in ginocchio, sentendosi svuotato da tutto salvo che da un senso di irrealtà e di ingiustizia...Sua madre e suo padre accorrono allarmati, e vedendo lui in lacrime, cosa mai fatta prima davanti a loro, rimangono un attimo interdetti per poi avvicinarsi...chiedono spiegazioni...sà bene che loro non possono nulla contro di LUI e quindi con ancora gli ultimi singhiozzi e con il velo del trauma avanti agli occhi, li abbraccia e dice loro di non preoccupasi, che non è successo nulla e che non darà spiegazioni...si allontana, esce dalla stanza...per poi ritrovarsi di nuovo di fronte alla finestra semiaperta, sapendo che LUI tanto lo troverà, lo avrà, e deciso a lanciargli quindi il suo gesto di sfida, gridando carico di rabbia e odio, profondo e deciso...
Si svegliò di soprassalto, scosso dall'incubo e tremando dal freddo.
Guardò nello specchio la sua immagine sconvolta e i suoi occhi dilatati, ancora annebbiati dal sonno.
Si ridistese, attendendo che il sonno tornasse ad abbracciarlo, sperando che placasse i suoi tremiti.
Per l'ennesima volta temendo il sonno.
La mattina dopo, dopo aver pagato il conto all'oste se ne andò via, con lo zaino sulle spalle, diretto verso la prossima tappa: la città di Ilea.
Ripensandoci con la lucidità della notte di sonno trascorsa, iniziò a riconsiderare i fatti del giorno prima:il boscaiolo rompiscatole e l'incubo della notte...
Non si sentiva in colpa, in realtà del boscaiolo non gli importava nulla e secondo quel viaggiatore lasciare libero sfogo a tutto il suo essere poteva essere la cura di cui aveva bisogno, e ormai da troppo tempo aveva quel peso sul cuore.
Però l'incubo di quella notte...che significava? il significato sembrava chiaro: aveva ancora paura di se stesso, anzi, di quel pezzo della propria mente che sembrava una fiera selvaggia... ad una fiera selvaggia e orrenda si corresse Amer.
Oramai erano quasi otto anni che aveva scoperto la sua esistenza, ed ancora il ricordo gli dava un fiotto di bile.
Erano in uno slargo di un vicolo a giocare, lui ed un gruppo di ragazzi che non conosceva moltissimo anzi, a ripensarci meglio alcuni erano suoi amici, mentre altri non li conosceva affatto.
In vita sua non aveva mai perso in una scazzottata, e quindi fu più che sicuro nell'iniziare a prendere a pugni il ragazzino che lo aveva infastidito fino a quel momento.
No, nella sfumatura dei ricordi non ricordava molto bene non era molto sicuro che avesse iniziato lui dopo l'ennesima provocazione o avesse risposto alle provocazioni fino a convincere l'altro ad iniziare...più probabile la seconda:gli piaceva uscire con le mani pulite dalle situazioni e questo era molto più facile se era l'altro ad iniziare...
Non ci mise molto a bloccare la testa dell'altro fra il braccio e il costato, di fatto immobilizzandolo:a qualsiasi tentativo di ribellione si limitava a stringere un poco il braccio per vedere l'altro che si divincolava con il collo ritorto.
In una simile situazione di palese superiorità non c'era neppure più gusto a litigare, ma con quel genere di serpi bisognava sempre andare con i piedi di piombo: decise di dargli quindi una possibilità di arrendersi prima che lo costringesse a colpirlo con più forza.
Rifiutò.
Un pò piccato ritentò, ma sentiva una fastidiosa sensazione di brividi che risalivano la schiena, una sensazione che con gli anni avrebbe imparato a conoscere anche troppo bene.
Rifiutò ancora.
E ancora.
E ancora.
E ancora, ma ora era una volta di troppo.
Sì trovò a fissare il naso dell'altro bambino, pensando che, come aveva sentito raccontare a certi avventori di taverna, un colpo a salire su quella patata che gli sporgeva dal viso poteva ucciderlo, e ,desiderando con tutto il cuore di farlo, iniziò a preparare il braccio al colpo.
Si congelò.
Non riusciva a capire di chi fossero quei pensieri...di sicuro non suoi! lui era una ragazzo buono! non avrebbe mai contemplato gesti di quel tipo!
Il ragazzino si ribellò e ,visto che Amer non reagiva, immobile a contemplare se stesso, iniziò a sua volta a colpirlo.
Il flusso di ricordi si interruppe quando sbatté le dita fredde contro una botte, sussultando di dolore.
Si arrestò sul bordo della stradina fissando con malcelato odio il barile mezzo pieno d'acqua, togliendosi lo zaino dalle spalle e infilandosi i guanti.
I suoi ricordi degli anni successivi erano molto semplici:L'inferno.
Ogni mattina si svegliava sapendo che quel lato del suo carattere, quel demone che si portava dentro, si sarebbe potuto risvegliare da un momento all'altro, alla minima provocazione, e passava il resto della giornata a combattere contro la propria mente, per schiacciare, per uccidere se stesso.
Ogni sera la stesso sconforto per non essere riuscito a sopraffare quella sua metà, con la lotta cristallizzata su di un perenne stallo.
E con la paura di svegliarsi ancora il giorno dopo.
E così erano passati gli anni, mentre lui si isolava dal mondo, stando in mezzo alla gente e smettendo di credere nella propria normalità.
Andò ad abitare da solo e si trovò un lavoro come cameriere in una locanda; arrotondava lo stipendio con furtarelli notturni, che divennero con gli anni la sua principale fonte di sostentamento.
Tutto questo finché, circa cinque giorni prima, non aveva incontrato quel tipo.
Il suo turno era finito e da cameriere si era trasformato in avventore, facendosi dare dal ragazzo di turno alla sbarra qualche boccale di birra.
Mentre mandava giù il terzo (in quel momento pensava di essere lucidissimo, ma riguardando oggettivamente il suo comportamento, doveva iniziare ad essere già sbronzo), quell'uomo gli si sedette vicino.
Era alto e magro, molto magro, quasi scheletrico, con un viso tanto comune che se lo avesse guardato solo una volta non lo avrebbe riconosciuto a distanza di un altro boccale di birra.
Guardandolo letteralmente e metaforicamente dall'alto al basso, gli disse con durezza: "puzzi. spostati"
Amer scattò su, senza rendersi conto di quanto fosse ridicolo, un diciottenne che minacciava un uomo più che fatto alto una spanna abbondante più di lui, e gli parò i pugni davanti alla faccia.
"Hei spino! con chi ti credi di parlare? se non rimangi subito quello che mi hai detto te lo rimetto dentro a pugni, hai capito! e in nome degli dei faccio sul serio!"
il tipo chiamò il ragazzo al banco senza neppure voltare lo sguardo.
"Cazzo!! ma vuoi proprio che ti cavo i denti! che c'è, ti pesano? Non permetto che un pezzente come te mi si rivolga così! hai capito, eh? devo essere più chiaro? dillo se vuoi che ti spezzo!!"
L'uomo gli rivolse uno sguardo annoiato per tutto il monologo, poi si tirò su, lentamente e con un movimento liscio e fluido da sembrare un gatto.
E poi si limitò a fissarlo.
"che hai da guardarmi? ti dev..." la frase gli si mozzò a metà.
Con un movimento rapidissimo il suo 'avversario' gli aveva stretto la gola nella mano e ora lo stava lentamente sollevando da terra.
Iniziò ad artigliare disperatamente il braccio che gli impediva di respirare, essendo troppo lontano dal viso o dal corpo, anche per usare le gambe.
Senza una parola o espressione del viso, l'uomo gli prese la testa e gliela sbatte con forza contro il banco.
I boccali tremarono ed il suo in particolare gli si rovesciò, portandogli alla bocca il sapore della birra chiara mescolato al sangue che gli usciva copioso dal naso.
Si trovò poi ad essere scaraventato verso il centro della sala, spaccando una sedia con la schiena e ribaltando il tavolo.
Si tirò su lentamente, asciugando il sangue dal naso con la manica e fissando il tipo con rabbia.
Iniziava a sentire i brividi che gli correvano selvaggi lungo la schiena e la sensazione che il sangue gli ribollisse nelle vene.
Sprezzante il tipo gli disse:
"Sei ancora un poppante...è inutile che provochi chi è migliore di te...guardati, tremi...non sei neanche capace di controllarti" l'affermazione colpì Amer con violenza fisica, facendogli salire un ringhio sulle labbra...che ne voleva sapere quel tipo di controllo!!! non era lui che aveva passato gli ultimi anni a combattere contro sè stessi!!! non era lui che vedeva il proprio sguardo nello specchio come quello di un pazzo!!!
"tanto vale che ti lascia andare...ti farà di sicuro bene...almeno le prenderai come si deve e capirai come ci si comporta!"
Amer rimase immobile, attonito mentre quelle parole si sedimentavano nel suo animo.
Sentì quindi il mostro dentro di lui urlare con forza, facendogli venire la pelle d'oca su tutto il corpo.
Una morsa gli strinse lo stomaco e trasse un respiro esplosivo, prendendo aria come per alimentare un incendio dentro di se.
Poi tutto finì.
E lui non era più lo stesso.
Guardava il mondo con occhi diversi, si rese conto subito, gli occhi del mostro in lui, e sentiva il proprio corpo vibrare di energia.
Non sentiva neppure più il dolore al naso o alla schiena.
L'unica cosa che sentiva era un bisogno fisico, impellente, di distruggere quel borioso spilungone.
Non fece attendere se stesso, avanzando a passo rapido verso la sua preda, con un sorriso mescolato ad un ringhio.
Si sentiva per la prima volta in vita sua libero, potente...immortale.
Aveva deciso di restituirgli il favore.
"E ora cosa combini? non dirmi che quel sorriso è perché pensi di potermi colpire? ma fammi il piacere! ora ti faccio vede..." avanzando, a metà della frase raccolse con velocità e decisione una sedia lì vicino e gliela sbatté con forza sul cranio, dall'alto al basso.
Il tipo, stordito, fece due o tre passi indietro, tenendosi il capo fra le mani.
Il secondo colpo, con un gesto simile ad un manrovescio, sbriciolò l'arma improvvisata insieme al naso e alla mascella dell'uomo.
Con una piroetta quasi artistica, il tipo finì per terra prono e subito Amer gli fu sopra, immobilizzandogli le braccia con le gambe e prendendogli la testa.
Iniziò a sbatterla per terra con tutta la violenza di cui era capace.
Ridendo.
Ancora adesso, a giorni di distanza, le sue mani gli sembravano macchiate del sangue di quell'uomo...il resto dei ricordi era sfumato dall'agitazione e dalla paura.
Risvegliato dalle sue stessa risa dalla trance assassina in cui era caduto, la vista di quel tipo a terra in un lago di sangue l'aveva sconvolto, e così era corso in camera sua, aveva raccolto la sua roba in fretta e furia ed era fuggito dalla città, senza lasciare tracce oltre ad un cadavere (o almeno quello che sembrava tale) in una locanda.
Era fuggito verso la città più vicina, ed ora si doveva rimettere in marcia, perché la sua fuga non era ancora finita.
Mise in capo a pochi minuti piede fuori dal villaggetto, inoltrandosi nuovamente nel bosco in direzione di Ilea, la città dei mercanti.