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Squarepusher
Sunday, August 08, 2004 4:34 AM
“Biglietti prego” disse il Clown. Nelle frequenze della sua voce appariva manifesta un’ambigua gioia, come se il cliente potesse infondergli godimento sessuale con il semplice ingresso nella sua Sala Delle Illusioni.
La Sala delle Illusioni del Grande Milenko.
Il suo ampio sorriso scintillava davanti al cliente, riflettendo e filtrando la luce della luna con toni irreali. Dietro di lui, la struttura decadente della Sala sembrava richiamare, bramare il cliente, contorcendosi impercettibilmente a causa del vento invernale, dandogli un’amorfa parvenza di vita. Era una logora casa di foggia ottocentesca, fiocamente illuminata dai lampioni arrugginiti. Come mosso da un burattinaio, il cliente non poté far altro che entrarvi, ignaro del perché o del come era giunto in quel luogo. Guardando alle sue spalle, vide i resti del circo del Grande Milenko, sommersi da uno spesso strato di tenebra che gli dava un aspetto sinistro, sottilmente inquietante.
Tentò di ricordare, di focalizzare, di spiegare in modo razionale ciò che gli stava succedendo, così simile ad una scena onirica, senza riuscire però a rispondersi in alcun modo. Era semplicemente lì. Era un ombra giunta dalla grande nausea della quotidianità, uno dei tanti nessuno che si aggirano nelle grandi metropoli, senza storia né futuro.
Infilò nervosamente una mano in tasca, sentendosi costretto a porgere il biglietto al Clown. Non poteva fare altrimenti. Prima di varcare la soglia venne fermato dal pagliaccio, che, in tono goliardico, esagerato, lo introdusse alla Sala. “Grazie, gentile signore. Entri pure nella Stupefacente Sala Delle Illusioni Del Grande Milenko!!!! Vedrà cose che potrebbero essere, cose che avrebbe voluto fossero, cose che dovrebbero essere.... se non avessi mandato tutto a puttane, mio signore.” E lo salutò con un goffo inchino, investendolo con il suo tanfo di tequila scadente.
Lasciando alle sue spalle il Clown, l’uomo attraversò la soglia della porta e fece qualche passo tremante nell’ombra. L’oscurità era completa.
Proseguì lentamente, cieco, sordo, muto, inciampando, camminando a carponi, proseguendo con andatura febbrile. Gocce di sudore freddo imperlavano la sua fronte, mentre incedeva senza meta nelle tenebre. Venne sorpreso da un repentino bagliore, un vortice di luci che lo fece sobbalzare. Confuso, notò che gli antichi lampadari in bronzo pendenti dal soffitto marcescente erano ora accesi.
Innanzi a lui si estendeva un corridoio che pareva infinito. Continuò a camminare, senza pensare alla fredda morsa d’angoscia che gli stringeva lo stomaco.
Il terrore era soffocato dalla strisciante sensazione di irrealtà che avvolgeva ogni cosa. Le sue percezioni erano distorte dall’ambiente circostante, e ogni determinazione spazio-temporale sembrava perdere valore.
Gli sembrò di camminare ore, forse giorni.
Proseguendo per il corridoio, osservò che si concludeva con una stanza circolare. Un semicerchio della parete era occupato da una polverosa tenda scarlatta, simile al sipario di un palcoscenico. Dal centro della sala partivano dei binari sconnessi che proseguivano oltre la tenda, e sopra di essi, un vagoncino, simile a quelli delle montagne russe, lo attendeva. Come si accomodò al suo interno un brivido lo colse, mentre sudore freddo colava lungo la sua spina dorsale. Un alito di vento freddo sul suo collo, come una profezia di sventura, lo allertò che qualcosa di inquietante sarebbe presto accaduto.
Sentì numerosi passi strascicati alle sue spalle, frenetici, accompagnati da risate e ghigni. Non ebbe il coraggio di muovere un muscolo.
Rimase immobile, respirando a fatica, pregando di risvegliarsi da questo orrendo sogno. Come tenebra liquida, vide le mani di tre clown strisciargli addosso, repentine, stingendo cinghie di cuoio attorno alle sue braccia e le sue gambe, immobilizzandolo totalmente, senza lasciargli spazio per muovere un dito, riducendolo al silenzio per respirare.
Una cinghia tirata contro la gola lo soffocava con dolcezza, e i tre clown, dopo averlo paralizzato, si contorsero grottescamente attorno a lui, come in un selvaggio rito tribale. Uno di loro, avvicinando il suo volto a quello dell’uomo, sussurrò nelle sue orecchie queste parole: “Vedrai che non è male come sembra....”
Il sipario si alzò bruscamente, e l’uomo scivolò in una sorta di torpore, una morbida semi-incoscenza. Non sentiva più alcuna cinghia sul suo corpo, e il terrore svanì, sfumando. Immagini di quiete riempirono i suoi occhi, mentre il vagone incedeva dolcemente, cullandolo, sulle rotaie.
I tre clown, commossi, sedevano ai suoi piedi, totalmente sperduti in questo scenario soave. L’uomo vide una casetta bianca in lontananza, attorniata da soffici prati ben tenuti. Tutto era perfetto, nella sua semplicità, e aveva un ché di poetico. Avvicinandosi alla piccola villetta notò una macchina sportiva, immacolata e luccicante, parcheggiata all’esterno della casa. L’uomo venne trasportato, quasi stesse levitando, all’interno della casa.
Nel ricco salotto, in perfetto ordine, sentì come fosse palpabile l’amore e la gioia che trasudavano dalle pareti, il calore del focolare domestico. Sorrise, vedendo due bambini intenti nel giocare a Nintendo. Oh, che teneri, hanno fatto l’High Score.... si sfidavano con l’energia e la competizione positiva, innocente, che solo l’infanzia può donare. Una lacrima solcò le gote dell’uomo.
Erano i suoi figli.
Dietro di loro, una donna sedeva su uno sgabello intarsiato, ed era così allegra, così sorridente. Li osservava con l’amore negli occhi, come fossero il culmine della gioia e dell’orgoglio di una donna. Era sua moglie.
Ma... vide un altro uomo stringerle la mano, ed erano così felici.... l’uomo non riuscì a capire, lanciò occhiate confuse ai clown, totalmente immersi nell’estasi della famiglia.
Uno di loro, con movenze lievi e delicate, si alzò e si avvicinò lentamente al suo orecchio, senza rompere il delicato equilibrio del sublime sogno.
“Questa è un illusione, fallito, non sarà mai vera...... PER COLPA TUA !!!!!” gli urlò nelle orecchie.
L’uomo si sentì morire... bruciare... dentro.
Il cuore gli esplose, strappando ogni brandello della sua umanità, riducendo in polvere l’utopia che aveva davanti agli occhi. Lo scenario che gli si parava davanti si distorse rapidamente. Dove c’era salute fu malattia, dov’era gioia rimase miseria, dov’era benessere fu solo degradazione. La casetta bianca divenne gradualmente uno squallido tugurio di periferia, tappezzato di vomito e scarafaggi.
L’uomo si accorse di essere tornato alla realtà. Quella era la sua vera vita. Vide i suoi figli, logori e denutriti, rintanarsi in un angolo della stanza, piangendo, pregando. Vide sua moglie giacere in terra, sanguinante, e lui continuava a percuoterla con una bottiglia rotta, segnando le sue carni con profonde ferite infette. Non poteva fermarsi. Non voleva fermarsi. Quella era la sua vita.
I tre clown rimasero lì ad osservarlo, compiaciuti, e uno di loro stappò una birra.
“Tua moglie NON può sorridere...” disse “....e NON può far altro che venire pestata da te.... perché sei un violento pezzo di merda alcolizzato..... Ma è tutto okay, dai, fatti una birra.” Aveva una voce stridente, un’ironia fastidiosa.
Gli si avvicinò cordialmente con la birra in mano.
Con grande sforzo l’uomo si riprese dall’eccesso d’ira, respirando affannosamente, coperto dal sangue si sua moglie, dal vomito e dal sudiciume. Lanciò un occhiata al corpo della donna, che tentava di rialzarsi, stremata.
Un altro flusso di adrenalina lo spinse a schiacciare la sua testa sotto il piede, facendola svenire, soffocata dal suo stesso sangue. L’uomo si voltò verso i clown giusto in tempo per vedere uno di questi, che, rapido e sorridente, fracassò la bottiglia di birra, colpendolo agli occhi con i suoi cocci affilati. Sentì il vetro penetrare nelle sue iridi, recidendo i suoi nervi ottici. L’uomo cadde al suolo, in preda a spasmi di dolore, urlando bestemmie e maledizioni. Scivolò dolorosamente verso l’oblio, l’incoscienza e il nero.

All’ingresso della sala delle illusioni del Grande Milenko il clown attendeva ozioso, giocherellando con una piccola bottiglia di tequila. E si sa, le mani oziose svolgono il lavoro del Diavolo. La sua attenzione fu presto catturata da un altro uomo, che si avvicinava confuso, con movimenti meccanici, dando l’impressione di avere una meta ben definita senza in realtà conoscerla. Come spinto da una suggestione post-ipnotica, tirò fuori il biglietto dalla tasca della giacca, porgendolo tremante al pagliaccio. Questo lo squadrò: era Mr. Clark. Percepì tutta la sua vita scorrergli negli occhi, mentre strappava il biglietto e lo incitava ad entrare. Lo vide oltrepassare la soglia, sentì il sibilo silenzioso delle porte che si chiudevano alle sue spalle.
Il suo ampio sorriso sembrava presagire ad un ciclo che mai si concluderà. Sfidando l’eternità, sentiva nel cuore che la sua purezza, la sua verità, sarebbe durata in eterno.

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"Io non uso la droga. Io SONO la droga" -Salvador Dalì
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