Squarepusher
Sunday, July 18, 2004 7:24 PM
C’era una volta Sir Ditlesius Imel, nobile paladino senza macchia. Conduceva una vita nel rispetto dell’onore e della giustizia, al servizio del pontefice Hrothgar, un uomo pio, umile, amante del bello e del sacro.
Sir Ditlesius. L’Ammazzadraghi, lo Sgominatore di Stregoni Malvagi, il Flagello dei Sozzi Orchi.
Ogni impresa aggiungeva un epiteto al suo nome, e per ogni epiteto, sempre più cresceva l’onore del paladino. Tutti i pargoli aspiravano a divenire, un giorno, come il Grande Ditlesius, la Gemma di Luskan.
Un giorno, ammirando dalle alte torri del suo maniero le colline sottostanti, rimase incantato dall’incessante e laborioso operato dei contadini. Studiò le loro semplici movenze, vide le loro figlie giocare felici con le meravigliose creature che popolavano la zona: regali unicorni, satiri burloni... piccoli cuccioli di drago, che, splendenti e dorati, imparavano a volare insieme alle loro gloriose madri. C’era proprio un po’ di tutto, nelle zone periferiche a Luskan, la capitale.
Vide fate ed elfi saltellare gioiosi tra i cespugli, nani dal naso paonazzo raccontarsi aneddoti attorno ad un focolare, orde di orchi pesantemente tatuati mangiare gli intestini dei contadini....... ORDE DI ORCHI ?!?!?!
Tutto ciò era.... fastidioso, ai suoi occhi.
Senza esitare, Sir Ditlesius chiamò i suoi gaudenti scudieri, affinché lo bardassero e preparassero il suo fido destriero. Nonostante i paggi l’avessero avvertito del grande pericolo, il paladino non esitò a lanciarsi da solo verso la legione maledetta. Cavalcò attraverso le colline, fino a giungere innanzi alle trincee orchesche. Voltandosi, vide la meravigliosa città di Luskan, costruita in onice e marmo attorno al santuario di Pelor, il Dio del Sole.
Sicuramente era la città più strabiliante dei Reami del Nord, unica nel suo fulgore.
Ora Luskan appariva come un gigantesco rogo sacrificale, e i paesani fuggivano in preda al panico, alcuni avvolti da fiamme, e la loro pelle bruciava e colava sul suolo intriso di sangue, lo stesso suolo che in passato fu benedetto dall’alto pontefice Hrothgar.
“Vieni, avvicinati, ragazza, non avere paura....” urlò una voce inumana nel caos generale. Un orco stava ritto davanti ad una giovane donna, stringendo nella mano destra una scure, nella sinistra il suo sproporzionato cazzo putrido e umidiccio. Ai suoi piedi, una nauseabonda pozza della sua orina melmosa.
“....E ORA VOGLIO VEDERTI LECCARE !!!!!”. La ragazza eseguì senza esitare, chinandosi e passando la sua giovane e rosea lingua nel mefitico putridume della pozza.
Sir Ditlesius sgranò gli occhi, annichilito per un attimo dall’immonda visione. Mai aveva visto una tale perversione, anche nelle culture più retrograde delle civiltà barbare.
Innanzi al suo sguardo, le legioni orchesche si agitavano convulsamente come un unico organismo privo di senso e controllo, come un oceano di lame e carne.
Il paladino si avvicinò maestosamente al fronte orchesco, e disse a gran voce: “Ebbene, creature infernali, che il più valoroso tra voi mi sfidi in un pari duello, cosicché possa dimostrarvi che la Luce dissolve le Tenebre con il suo scintillante vigore !!!!”.
Un piccolo drappello di orchi gli si avvicinò curioso. Il più massiccio tra loro si fece avanti.
La sua pelle verdastra e malaticcia ricopriva un corpo esageratamente muscoloso e temprato. Il suo torso nudo non era altro che un reticolo di cicatrici, dovute alle lezioni che ogni giorno imparava sui campi di battaglia. Brandiva uno spadone sproporzionato, mal affilato, mostruosamente sgraziato. Con voce roca, disse a Ditlesius: “Che cazzo pensi di fare? Siamo in cinquemila, coglione. Sai dove te la puoi infilare la tua Luce del cazzo? Nel culo, ecco dove te la infili, insieme a quella cacchina che pensi sia una spada.”
Ditlesius fece una smorfia di disgusto per il turpiloquio, e pensò che avrebbe dovuto lavarsi le orecchie con il sapone, per le orrende parole udite. Replicò: “Arrendetevi, marrani!!! Perché venite ad infestare queste terre splendenti? E’ il Grande Ditlesius che ve lo chiede !!!”
L’orco grugnì. “Senti, mozzarellone” disse “Quando tu vieni a incendiare i nostri villaggi, noi non diciamo un cazzo. Le terre selvagge sono degli orchi, non dei rompicoglioni. Non parlare, e non stupirti se ci girano le palle. Ti ricordi di me? Sono Xo. Due anni fa, con la scusa di portare la parola del signore nel mio villaggio, hai sgozzato come porci mia moglie e mia figlia. Hai detto che erano creature del male. Ora ho una cura rudimentale per il tuo fottuto culo luminoso.”
Le loro spade si incrociarono nel rito sacrificale della battaglia. Uno di loro avrebbe visto la luce per l’ultima volta, sopra quel campo di battaglia.
Lo scontro fu breve.
In seguito, molti si chiesero dove finirono le rotule e le articolazioni di Sir Ditlesius. Un bambino trovò un rene in mezzo ad un cespuglio, e lo soprannominò Ditty. Pensava che portasse fortuna.
Il funerale del paladino fu radioso come la sua breve vita, unico nel suo genere, equiparabile a quello di un re.
Passarono sei anni. Un ennesimo assedio turbava la pace di Luskan. All’orizzonte, come un infinito sciame di locuste, erano visibili le legioni orchesche, illuminate dalla fioca luce di una luna purpurea. La luna delle Donne.
Più volte i chierici avevano profetizzato che la luna rossa sarebbe stata la fine di un ciclo storico. Con mestizia, il sommo Hrothgar, illuminato dalla sapienza del Dio Pelor, era cosciente di non poter sfuggire al Fato. La luna delle Donne avrebbe portato un’ondata d’ignoto nella quieta vita di Luskan.
Hrothgar ben conosceva sia la sfera spirituale che quella temporale del potere. Le milizie erano svogliate e demotivate, fin dalla morte del Paladino. Alla città mancava la figura dell’eroe/protettore. Perfino il popolo si lasciava andare al banditismo e la criminalità, con la caduta dell’ideale cavalleresco propugnato con vigore da Ditlesius. Luskan era una città debole, e le legioni l’avrebbero spazzata via in pochi giorni. Non era rimasto niente. Niente in cui credere.
Il pontefice, dall’alto della sua torre, avrebbe osservato la fine di una civiltà..... della sua civiltà.
Ma era tempo che gli Dei partecipassero alla difesa della propria città. Pelor, questa volta, sarebbe stato costretto a prendere posizione sul campo di battaglia. L’intento del pontefice era costringere la divinità a guerreggiare, in nome del sommo potere umano. Hrothgar era sicuro di poter tramutare la fede in furia e la spiritualità in brama animale.
Radunò i suoi cardinali e si diressero verso la cattedrale, quello splendente capolavoro dell’architettura, adornato con ori e marmi, sculture e bassorilievi, che costituiva il centro della città. Già riusciva a sentire i canti tribali, il crepitio delle fiamme, le urla di dolore. Gli orchi erano riusciti a penetrare all’interno delle mura.
Una volta giunto sul suolo sacro della cattedrale, il pontefice si affrettò a pronunciare le preghiere preliminari e organizzare quelli che sarebbero potuti essere gli ultimi riti di Luskan.
La fioca luce dei ceri si amalgamava alle esalazioni d’incenso, e una litania grave e solenne aleggiava nell’aria simile a nebbia, prodotta da figure incappucciate disposte in un circolo il cui centro era Hrothgar. Furono pronunciate le parole, eseguite le movenze, vergati i simboli. Tutto era perfettamente in sincronia con il rito. I cuori dei cardinali battevano seguendo la febbrile ritmica degli scongiuri, la voce del papa si disperdeva nell’aria sulfurea come un richiamo ancestrale, e attirava a sé vaghe ombre e spiriti inquieti.
All’esterno gli orchi sbavavano, ruggivano, attorno alla cattedrale. Alcuni tentarono di fare irruzione sfondando la massiccia porta principale, altri attesero affamati. Posizionarono cariche di polvere nera sotto il portone principale. Niente poteva fermare la devastazione orchesca. Niente poteva fermare un’etnia nata in guerra, addestrata a non riconoscere altro se non il nemico, a non provare emozioni se non l’odio. Gli orchi erano la manifestazione della guerra e della violenza, sia nel corpo che nella mente. Per deformazione culturale, avevano imparato dalla vita solo rancore e frustrazione, motori della loro disperata animalità.
Dopo una lunga attesa, il rito si concluse.
Pelor sarebbe arrivato in soccorso della sua città, avrebbe schiacciato il male e il nemico. Hrothgar ne era sicuro.
Ma non successe niente. Assolutamente niente. Nessun effetto evidente. La tensione era palpabile e schiacciante, e i cardinali persero totalmente la speranza, quando videro il loro maestro, l’alto pontefice, inginocchiarsi in lacrime. Urlò, con gli occhi colmi di codardia e terrore: “DIO, PERCHE? PERCHE’ MI HAI ABBANDONATO ?!?!?!”
La porta principale saltò in aria, per merito della polvere nera, e branchi di orchi entrarono all’interno della cattedrale, stravolti dalla frenesia guerriera, defecando sui simboli sacri, facendo strage dei fedeli, deturpando la sacralità di quel luogo. Come una macabra collezione di trofei, le teste degli adepti di Pelor adornavano la cattedrale, conficcate in cima a pali di bambù.
Il pontefice, persa la speranza, restò inginocchiato al suolo, tremante.
Osservava il massacro dall’esterno, come se non lo riguardasse. Tutto ciò che aveva fatto e in cui aveva creduto per tutta la vita stava velocemente scomparendo. Dopo la sua morte, nessuno avrebbe proferito il verbo di Pelor, e la fede nel Sole si sarebbe spenta in pochi anni. Quel fuoco che per una vita aveva creduto bruciasse in eterno, stava per estinguersi. Il Sole non avrebbe più rischiarato i corpi e i cuori dei cittadini del mondo.
Xo, tiranno degli orchi, si avvicinò al pontefice. Ogni suo passo lasciava crepe sul suolo, e ogni suo sguardo sembrava bruciare nei cuori degli orchi. Era coperto di sangue, sfregi, e una collana di orecchie pendeva dal suo collo. La sua voce tuonava per le sale della cattedrale, e alle sue spalle il massacro stava giungendo alla sua inevitabile conclusione.
“Maestro.... sembra che alla fine dei giochi siano sempre gli eroi a pagare, vero?” ruggì il tiranno.
Con gli occhi pieni di paura e le parole che stridevano come un rasoio sulla pietra, il pontefice rispose: “C-Chi sei? P-potremo trovare un accordo diplomatico.... orco.”.
“Forse si....” esclamò l’orco “Forse no. Più ci temete, più forti saremo. Muori. Come Ditch.” Sorrise beffardamente.
Il pontefice si alzò a fatica, e riassunse uno sguardo fiero. “Sir Ditlesius è morto per mano vostra, popolo barbaro”. Con tono sadico, il tiranno concluse la conversazione: “Ditch era un eroe, l’avete addestrato per questo. Per uccidere senza fare domande, al servizio della vostra patetica morale. Era programmato per farlo, una pedina nelle tue mani, prete..... chiedi aiuto alla tua giustizia divina adesso..... la fine del silenzio è sempre più vicina per la mia tribù.”.
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"Io non uso la droga. Io SONO la droga" -Salvador Dalì