Brema il capolinea di Benitez. Dopo il Mondiale arriverà l'esonero del tecnico spagnolo
MILANO - La storia è finita. Manca soltanto la data del divorzio fra l'Inter e Rafa Benitez. Non è successo martedì sera (per poco); oggi non si può fare, perché Moratti vuole evitare un colpo di teatro, con la squadra che parte domani mattina per Abu Dhabi; poi ognuno andrà per la sua strada, con o senza coppa. Perché è evidente che così non si può andare avanti. Arriverà uno fra Leonardo, Capello, Zenga o una sorpresona. Dell'Inter, non soltanto di quella di Mourinho, non è rimasto più nulla: né i giocatori, tutti infortunati; né il gioco; né un progetto, un'idea e nemmeno una logica nelle scelte.
Pensare di vincere il Mondiale è un'illusione, perché è impensabile che la scintilla possa accendersi all'improvviso, quando manca tutto.
Massimo Moratti ha fotografato con amara lucidità il momento dell'Inter, dopo la settima sconfitta della stagione e la pessima figura di Brema. E ha detto un quarto di quello che pensa: «Mi sento tradito, come ci si sente traditi da una squadra che ha perso troppe partite. Psicologicamente ci sono rimasto male per la sconfitta, ma non ho detto nulla ai giocatori:
a Brema, in fondo, credevo di perdere, ma non in questo modo». E su Benitez: «Non voglio creare problemi alla squadra né prima né durante il Mondiale, poi vedremo. Non ci sono alibi, però: ad Abu Dhabi bisogna vincere e per farlo, Benitez deve mostrare tutto il suo carattere, altrimenti non si porta a casa niente. Ci vuole un grosso supporto psicologico, perché i giocatori riprendano a fare ciò che facevano prima».
La delusione del presidente è direttamente proporzionale a quello che la società chiedeva al nuovo staff tecnico. Nessuno pretendeva una rivoluzione tecnico-tattica, per vincere chissà quale partita con il passato. C'erano da giocare le due Supercoppe; guadagnare una serena qualificazione agli ottavi di Champions League; gestire la prima parte del campionato in modo da arrivare allo stop in buona posizione di classifica, per ripartire nel 2011; presentarsi al Mondiale nella condizione di provare a vincerlo, dopo quattro mesi di lavoro. Benitez e il suo staff sono riusciti a: 1. perdere la Supercoppa europea con l'Atletico Madrid che è ottavo nella Liga; 2. passare il turno di Champions League, da secondi, con un girone di ritorno disastroso (due sconfitte); 3. chiudere il campionato a 10 punti di distacco dal Milan; 4. presentare una squadra a pezzi a un Mondiale che l'Inter aspetta da quando Benitez aveva 5 anni; 5. lamentarsi per quattro mesi del mancato arrivo di Mascherano e Kuyt. Che il mercato estivo potesse essere condotto con altri criteri, pur rispettando le inderogabili esigenze di bilancio, è vero, ma anche Benitez avrebbe potuto evitare di rompere i tre quarti del gruppo, con una preparazione che sarà anche il frutto di 25 anni di esperienza, ma che ha sbriciolato l'Inter. Con una conseguenza gravissima: ora nella squadra domina la paura di farsi male, chi va in campo si muove con il freno a mano tirato, non esiste più nessuna intensità di gioco e persino le palle da fermo, che una volta erano la forza dei nerazzurri, sono diventate un vantaggio per gli avversari. Due esempi nella partita di Brema: sette i falli degli interisti, un totale da amichevoli di agosto, per una squadra che fino a quattro mesi fa aggrediva l'avversario, anche con due uomini in meno; sul gol del 3-0, il Werder, che non è il Barcellona, ha tenuto ininterrottamente la palla per 1'10''.
Resta da capire perché i dirigenti interisti non siano intervenuti prima e perché nessuno abbia vigilato sul lavoro fatto ad Appiano, prima che si arrivasse a questo punto. Evidentemente esistevano altre priorità (misteriose) e adesso è tardi per pensare di redimersi a cinque giorni dalla semifinale del Mondiale. Un gruppo, che non dà più retta all'allenatore, non diventa squadra all'improvviso, schiacciando un interruttore. In pochi avrebbero immaginato un finale del genere, il 21 agosto, la sera del 3-1 alla Roma, in Supercoppa, quando qualcuno era ancora sano.