Print   Search   Utenti   Join     Share : FaceboolTwitter
pdcimontevarchi
Sunday, November 02, 2003 11:03 AM
PROBLEMA GIUSTIZIA “ CUI NON PRODEST”?

Parlare oggi del problema giustizia, ormai incancrenito e avvelenato da violente polemiche politiche e scontri istituzionali, può apparire arduo, se non inutile.
Per il bene del Paese bisogna, però, avere il coraggio di esaminare il problema obbiettivamente, indipendentemente, cioè, dal proprio tornaconto politico, intanto perché questo è il compito assegnato alla politica ed inoltre perché la civiltà di un paese si misura dall’efficienza del suo sistema giudiziario. Bisogna, cioè, capire che il problema giustizia non esaurisce e non si gioca solo sul terreno della guerra in atto tra la Procura di Milano ed i potenti penalisti del Presidente del Consiglio né su quello della polemica riguardante leggi “ad personam” approvate in questi ultimi due anni dal Parlamento. Continuare a seguire questa strada è fuorviante, oltre che politicamente improduttivo, soprattutto per le forze di opposizione che si logorano, ormai da anni, nella difesa della Procura di Milano e della magistratura in generale, con il risultato che il Presidente del Consiglio può atteggiarsi, con successo, come vittima del sistema giudiziario.
Soprattutto bisogna, una volta per tutte, capire che il pianeta giustizia non si esaurisce nel processo penale, al quale ovviamente non si vuole sottrarre la sua importanza vitale, ma comprende quella immensa galassia che è il processo civile e che, a differenza del penale, riguarda l’intera comunità dei cittadini e lo stesso sistema economico produttivo.
Bastano al riguardo alcuni numeri e dati per rendersi conto che l’intero sistema giudiziario è già da tempo in coma e vicino ad un pericoloso punto di non ritorno.
Oltre sei milioni di cause civili in corso, un numero non dissimile di esecuzioni immobiliari, mobiliari e procedure fallimentari, un esercito di circa centoquarantamila avvocati, un manipolo, in proporzione, di circa settemila magistrati togati e svariate migliaia di magistrati onorari assunti quasi in pianta stabile, una edilizia giudiziaria fatiscente e allo sfascio, un sistema informatico è inesistente.
Un recente studio del Centro Paolo Baffi e Newfin della Bocconi ha accertato, limitatamente alle espropriazioni immobiliari e mobiliari che le aspettative dei soggetti economici non soddisfatte dall’attuale sistema riguardano i tempi, generalmente troppo elevati, con picchi di inefficienze intollerabili in alcune regioni del Paese (Campania, Puglia, Calabria e Sicilia) ed i costi.
E’ stata stimata, nel Comparto delle espropriazioni immobiliari e delle procedure fallimentari, una perdita per le Banche italiane, attribuibile al differenziale di ritardo delle Corti Italiane rispetto alla media europea, pari circa a tre miliardi e cinquecentomila euro. Naturalmente in questi numeri non sono compresi i danni conseguenti ai ritardi delle cause civili.
A tenere lontani gli investimenti stranieri dall’Italia non sono, dunque, solo la fiscalità e il problema dell’Ordine Pubblico (in alcune regioni del Paese) ma anche questi numeri da Caporetto del sistema giustizia.
La legge fallimentare (risalente al 1942) è inoltre vecchia ed irrimediabilmente legata ad una concezione ottocentesca e punitiva del fallimento e collegata ad una attribuzione di responsabilità “tout court” all’imprenditore fallito, nel mentre, nel sistema economico attuale, si può fallire non solo e non tanto per errori dall’imprenditore, ma per una molteplicità di cause esterne, come un repentino calo della domanda, l’ingresso nel mercato di nuovi produttori Con politiche apprensive di vendita, crisi finanziarie collegate alla instabilità politica mondiale, etc. Di fronte a questo spettacolo che colpisce gli operatori, i cittadini, il sistema economico e in sintesi, la credibilità e la stessa immagine del Paese, la sinistra deve trovare il coraggio di approfondire l’analisi e trasformarsi in forza propositiva di una riforma complessiva dell’intero sistema giudiziario.
In gioco sono non solo l’assetto istituzionale, l’ordine sociale e gli interessi economici del Paese ma, drammaticamente, la sopravvivenza stessa della funzione “giustizia sostanziale”, cioè la legittima aspettativa di giustizia dei cittadini e dello intero sistema paese e che uno stato civile e moderno non può continuare a negare, pena una veloce discesa verso il c.d. terzo mondo.
Individuare la medicina giusta per questo colosso gravemente ammalato non è semplice ma se si ricercano con attenzione le cause della malattia, si può iniziare a lavorare. Basta leggere con attenzione i numeri e cercare di interpretarli.
Il primo numero, abnorme e destinato, in assenza di una riforma tempestiva, a diventare spropositato è quello degli avvocati, la cui categoria è divenuta un enorme calderone “de residuo” nel quale confluisce la maggioranza degli studenti che non ha le idee chiare sul proprio futuro. Assenza di serie selezioni universitarie e di un severo esame di ingresso, confluenza nella professione di pensionati dello stato che hanno superato uno striminzito esame per procuratore legale chissà quanti anni prima, l’assenza di un serio e rigoroso controllo della pratica forense, sono alcune delle cause che mettono in serio pericolo la sopravvivenza stessa della classe forense. Il risultato è sotto gli occhi di tutti.La stragrande maggioranza degli avvocati non possiede quel livello minimo di preparazione tecnica e deontologica che possa garantire una corretta tutela dei diritti dei propri assistiti, e in assenza di un flusso costante di clientela, è fortemente indirizzata a portare in giudizio qualunque controversia, anche se componibile con un minimo di impegno ovvero, peggio ancora, a portare la causa fino alla sentenza anche se, esaurita l’istruttoria, l’esito negativo appare fortemente probabile.
Il numero abnorme degli arretrati dei tribunali italiani è dovuto anche a questo motivo. E’ evidente, infatti, che una classe forense ben selezionata, autorevole, preparata tecnicamente e deontologicamente e con adeguate strutture professionali, porterebbe in giudizio un numero infinitamente minore di controversie.
Infine, non si può fare a meno di notare che, se lo stesso numero di cause è patrocinato da centoquarantamila avvocati e deciso da circa settemila giudici togati, allora nel sistema c’è qualcosa di profondamente sbagliato.
Non basta. Il grido d’allarme per questa situazione deve essere lanciato non solo per i motivi sopra esaminati ma anche e soprattutto perché l’avvocato, che ha rappresentato sin dall’antichità (veggasi Grecia e Antica Roma), la nobile arte che funziona da filtro tra il potere e il cittadino, oggi non è più in grado di assistere e difendere adeguatamente il proprio assistito.
Una società moderna, complessa ed articolata come quella italiana contemporanea, non può rinunciare a garantire i cittadini con un’adeguata difesa dei propri diritti patrimoniali e personali, bene supremo questo, almeno quanto il diritto alla salute.
Ancora più inaccettabile, allora, risulta la ricetta proposta dalla maggioranza secondo la quale la selezione deve essere affidata al mercato.
Se prevalesse questo assurdo, bisognerebbe togliere valore legale ai titoli di studio, eliminare i consigli dell’ordine e parificare il professionista all’imprenditore, equazione questa profondamente sbagliata. L’imprenditore vende merci mentre il professionista “vende” prestazioni intellettuali; affidare il professionista alla selezione del mercato significa prevedere e mettere in conto cinicamente che un certo numero di malcapitati cittadini dovrà fare da cavia al professionista, in lotta nel mercato per affermarsi. Bisogna, dunque, opporsi con forza a questo orientamento di pensiero e ripensare in fretta ad un sistema di accesso alla professione, che garantisca il possesso di requisiti minimi di preparazione e professionalità.
Non meno urgenti sono le riforme che riguardano la magistratura: reintroduzione dei criteri di merito per l’avanzamento nella carriera e valutazione degli indici di produttività sono le riforme minime necessarie. Bisogna, poi, riportare in fretta i giudicanti nei limiti fisiologici dei togati e riportare così, definitivamente, il giudizio, cioè la conduzione del processo e la sentenza, fuori del pericoloso sentiero dei giudici onorari. Nati con funzione rigorosamente di supplenza (il famoso vice-pretore quando la Pretura era considerata una forma di giustizia minore), la magistratura onoraria oggi ha conservato, di quella figura, solo la precarietà economica e di impiego, nel mentre è divenuta, a tutti gli effetti, una magistratura con compiti stabili di trattazione e giudizio delle cause.
Se si pensa che molti di questi magistrati, ai quali è affidata la conduzione di cause complesse, difficili, e con rilevanti interessi economici, sono spesso giovani laureati in legge, senza alcuna esperienza, si ha l’esatta dimensione dei pericoli che corrono i diritti dei cittadini, se non probabilmente già compromessi dall’avvocato.
Bisogna, poi, intervenire sul Giudice di Pace, figura di per sé molto positiva e con reali effetti deflattivi sulla giustizia civile, ma accompagnata, molto spesso, da una insufficiente preparazione giuridica. Se si riflette sul fatto che al Giudice di Pace è attribuita anche la competenza funzionale inderogabile a conoscere delle cause aventi ad oggetto danni da sinistri stradali, fino ad € 15.493,71 (£ 30.000.000), competenza questa che, prima della riforma, era attribuita ad un collegio di giudici togati, si può, anche in questo caso, avere la netta percezione dello stato di pericolo nel quale si trovano i diritti dei cittadini.
Non meno grave è la situazione, come si accennava nelle prime pagine, delle espropriazioni immobiliari il cui percorso è lungo (non sono rare le procedure che superano la veneranda età di 12 anni), costosissimo e capzioso. La preoccupazione del legislatore di garantire il debitore esecutato in tutti i passaggi del processo è così esasperata che lo stesso diviene un vero e proprio percorso ad ostacoli per il creditore.
L’aver, poi, affidato l’aste ai Notai ha peggiorato la situazione perché l’intervento nella procedura di questi professionisti non ha velocizzato i tempi nel mentre rappresenta un notevole aggravio dei costi conseguenti alle parcelle.
Milioni di immobili sono, così, sottratti al mercato per anni, con la creazione di una sorta di impropria “manomorta” e, quando giungono alle aste diventano facile preda degli speculatori, presenti in tutti i fori,veri e propri professionisti delle aste che acquistano solo quando, con gli abbattimenti per le aste deserte, il prezzo degli immobili è divenuto vile.
I rimedi a questa situazione non sono semplici ma sono certo individuabili, in via di prima approssimazione, in una semplificazione delle norme procedurali, nella completa informatizzazione del sistema con la possibilità per gli avvocati di accedere al fascicolo di ufficio con una password e nell’incoraggiamento all’uso dello arbitrato (istituto già presente nel nostro codice di procedura civile) per tutte le controversie che insorgono all’interno del procedimento espropriativo.

Prima, dunque, che l’intero sistema giunga all’inflazione, peraltro pericolosamente vicina con devastanti conseguenze economiche istituzionali ed etiche, tali da mettere in pericolo la sopravvivenza stessa della democrazia sostanziale, bisogna capire ed accettare che il problema giustizia è la prima e vera emergenza italiana e che può essere risolto solo con una radicale e complessiva riforma, pena anche l’impopolarità.
Riforma del Codice di procedura civile e della legge fallimentare della professione forense e dei criteri di accesso, della carriera dei magistrati, edilizia giudiziaria e informatizzazione sono i punti cardini per i quali bisogna lavorare per sviluppare un disegno organico e complessivo, avendo presente che sono in gioco gli interessi vitali dell’intero paese e con la consapevolezza che tutto questo sarà poi la premessa per una vera e propria rivoluzione culturale degli operatori del settore (avvocati e magistrati) e dell’utente finale e cioè il cittadino.
I soldi per compiere questa impresa mai neppure tentata nell’Italia repubblicana, devono essere trovati. Ne confluiscono già tantissimi nelle casse dello stato per i servizi (sic!) della giustizia ma, se non bastano bisognerà che la classe politica stabilisca delle priorità. Non c’è dubbio, ad esempio, che tra il ponte sullo stretto e la riforma della giustizia è quest’ultima ad essere prioritaria a patto, naturalmente, che chi amministra il paese abbia il senso dello stato e non sia, come l’attuale, un grande venditore di promesse.
“cui non prodest” il problema giustizia. La risposta è semplice: la mancata soluzione del problema danneggia l’intero Paese.
E’ auspicabile che sia la sinistra a farsi carico di questa vera battaglia di civiltà e di far conoscere il problema al paese nella sua gravità.
Ha già combattuto e vinto molte battaglie in difesa dei ceti più deboli. Nell’Italia contemporanea, superati i conflitti di classe, tocca alla sinistra mostrare la propria responsabilità in difesa dei diritti dei cittadini. L’elettorato, che è più attento e critico di quanto non si pensi apprezzerà.
Questa è la versione 'lo-fi' dell Comunità Per visualizzare la versione completa click here
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 2:44 PM.
Copyright © 2000-2012 FreeForumZone snc - www.freeforumzone.com