Bagnasco: “I beni della Chiesa sono a disposizione dei poveri”. Davvero?
pubblicato il 10 agosto 2010 alle 12:53
Il Cardinale genovese, presidente dei vescovi italiani, lo ha affermato durante l’omelia per la ricorrenza di San Lorenzo. Ma probabilmente dimentica lo sterminato patrimonio immobiliare, sfitto o impiegato a scopo di lucro, che il Vaticano possiede in Italia.
“Non dobbiamo dimenticare che la grande parte del patrimonio della Chiesa è di tipo artistico, storico e culturale: come tale è a disposizione di tutta l’umanità come universale tesoro di bellezza e di fede”, dice Angelo Bagnasco, primate di Genova, presidente dei vescovi italiani, alla guida della Cei. “I beni della Chiesa sono soprattutto dedicati alla vita della comunità cristiana, alle opere educative e pastorali, ai poveri e ai bisognosi. Anche nel contesto attuale, per le note ragioni, la presenza e l’opera di sostegno delle comunità ecclesiali sono capillari ed evidenti, aperti a tutti senza distinzioni”, afferma, durante la sua omelia in San Lorenzo, cattedrale del capoluogo ligure, affrescata con una pala d’altare che riporta l’episodio più importante della vita del Diacono martire – obbligato dall’Imperatore Valentiniano a consegnare a Cesare i beni della Chiesa, gli aveva mostrato i poveri, dicendo: “Sono questi i nostri tesori”.
IL CAMMELLO, L’AGO, IL RICCO E IL PARADISO – Mirabile esempio. Perchè non seguirlo? Già, delle due l’una infatti: o Bagnasco parla in divenire, ovvero esprime quello che gli inglesi chiamerebbero un “wishful thinking”, un auspicio per il futuro, teso a modificare alcune pratiche non sempre in linea con una tale descrizione, oppure straparla, speriamo in buonafede. E’ noto infatti – se ne sente parlare quasi fino alla noia – che
la Chiesa Cattolica possiede in Italia il 20% del patrimonio immobiliare complessivo;
nella sola Roma, un quarto degli edifici complessivi nella città - con la zona fra San Pietro e il Gianicolo, dove sorge, fra l’altro, l‘Ospedale Bambino Gesù, è notoriamente chiamata dai romani “la Gran Pretagna”: e si capirà perchè; a Bologna, “un patrimonio immobiliare di oltre 1.200 tra case, negozi, uffici, box e garage, campi sportivi e teatri. Una specie di “città nella città” a Bologna di proprietà della Chiesa, in una selva di parrocchie, confraternite, congregazioni, missioni, fondazioni, opere diocesane, seminari”. La cifra, imponente, la potevano affermare con un affidabile grado di certezza, a Sandro Orlando, giornalista de Il Mondo, gli agenti del gruppo Re, sigla che sta per “Religiosi ed Ecclesiastici”, società di agenzie immobiliari specializzata nella compravendita di edifici appartenenti o comunque gravitanti nel giro religioso. “
A metà degli anni ‘90 i beni delle missioni si aggiravano intorno ai 800-900 miliardi di vecchie lire, oggi dovrebbero valere dieci volte di più”, spiegavano i fondatori della Re immobiliare solo tre anni fa.
EDIFICI SFITTI – Ok, si dirà, è diritto della Chiesa possedere tutti i beni immobili di cui può appropriarsi. D’altronde, giuridicamente, è un ente di diritto privato come tanti altri. E anzi, se le cose stessero come professa Bagnasco, sarebbe anche ammirevole: il 20% del patrimonio immobiliare complessivo del paese dedicato integralmente “ai poveri e ai bisognosi”. Ma così non è, o comunque, dai dati reperibili, così non appare.
Molti dei beni della Chiesa sono vuoti, ovvero sfitti: ad esempio, nell’ambito dell’approvazione del “Piano Straordinario di Edilizia Pubblica” della Provincia Autonoma di Trento, arrivava la denuncia del segretario della Uil locale, che invocava la partecipazione proprio della diocesi tridentina al progetto di messa a disposizione degli alloggi posseduti da privati a canoni sociali. “Sarebbe un dovere morale” per la Chiesa, affermava il sindacalista. E quello di Trento è comunque solo un esempio fra i tanti.
AFFITTI D’ORO – Ma è quando i beni della Chiesa vengono affittati che sorge il problema: questi edifici, sono concessi a canone, appunto, agevolato, ovvero destinati in perdita, ai poveri, senza badare al rientro economico? Anche questo non risulta: poichè
lo sterminato patrimonio del Vaticano in Italia serve, come intento primario, al sostentamento del clero, e dunque chi affitta, da esso, si aspetta un guadagno. Ovvero affitta a prezzo di mercato. Il che è stato ampiamente dimostrato nell’inchiesta realizzata dalla redazione di Exit, il programma di La7 condotto da Ilaria d’Amico e andata in onda qualche settimana fa; inoltre ribadito, ed è ancora, solo uno degli esempi possibili, dal dirigente dell’Istituto per il sostentamento del Clero bolognese, che a Repubblica spiegava il funzionamento del giro immobiliare della Chiesa: “Noi facciamo investimenti per trasformare questo grande patrimonio in un reddito per i sacerdoti, ma comunque non riusciamo a coprire per intero il sostentamento dei nostri parroci. Ci sono circa 500 parroci nella diocesi bolognese, con uno “stipendio” attorno ai 900 euro mensili. I proventi dell´amministrazione di case e negozi noi li giriamo direttamente alla sede di Roma, che poi provvede a integrarli con i fondi dell´8 per mille alla chiesa cattolica. Gli affitti da soli non basterebbero.”
PROPAGANDA FIDE – E non solo. Come abbiamo visto,
affitti a prezzi di mercato, per sostentare il clero – e comunque, non sufficienti – all’inquilino comune. Trattamenti di favore e un occhio di riguardo per l’inquilino privilegiato: e senza voler riaprire un argomento che sarebbe molto voluminoso, basterà scorrere alcuni dei nomi che hanno avuto la disponibilità di una casa in affitto a Roma, parte del patrimonio di Propaganda Fide, il Ministero vaticano finito sotto la lente d’ingrandimento per i suoi collegamenti con la “cricca” di Balducci & co. Persone come Bruno Vespa, Cesara Buonamici, Augusto Minzolini, Pietro Lunardi - quello del palazzetto svenduto sottocosto – dirigenti di Authority e di grandi imprese di Stato (Trenitalia, Enac). Certamente tutte queste persone pagheranno un normale affitto, tutto in regola e niente da obiettare, ma una cosa è sicura: non sono certo poveracci, diseredati e bisognosi di un tetto da Santa Madre Chiesa.
NIENTE CASA AI GAY – L’aiuto della Chiesa sarebbe “aperto a tutti senza distinzioni”, conclude Bagnasco. E’ così? No, di nuovo: e basta un caso. Per esempio, secondo la Chiesa Cattolica, sarebbe giusto non firmare un contratto d’affitto con una persona omosessuale. Ricordate? E’ il caso, di qualche giorno fa, della 27enne lesbica che cercava casa a Roma, poteva pagarla denaro contante – ha un lavoro, ha delle garanzie – ma l’agenzia a cui si era rivolta le ha fatto capire che era meglio cambiare aria, perchè di gay in giro per il palazzo, la padrona di casa non ne voleva. Il ministro Mara Carfagna, recentemente convertita alla causa gay – ricorderete anche questo – da Anna Paola Concia, aveva osservato che questo non sarebbe “un comportamento da paese civile”; ma dalle pagine di Pontifex.Roma, voce, bisogna dirlo, non ufficiale, ma attendibile, il direttore Bruno Volpe, fra le continue allusioni al passato da showgirl della Carfagna, aveva consigliato al ministro di “andare al mare”, perchè nel nostro paese “la proprietà privata è protetta da garanzia costituzionale” e quindi il proprietario affitta a chi gli pare.
LASCIA TUTTI I TUOI BENI E SEGUIMI – Vero, anche questo. Posso negare l’affitto a chi voglio – magari, la motivazione discriminatoria potrebbe costituire reato: però, questo sarebbe materiale, eventualmente per la magistratura. In ogni caso, non veniteci a raccontare che la gestione dei beni della Chiesa è colma di spirito evangelico (“Se vuoi essere perfetto, va’, vendi quello che possiedi, dallo ai poveri e avrai un tesoro nel cielo; poi vieni e seguimi”, racconta il Vangelo di Matteo). Almeno per ora, no di certo.