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ulisseitaca
Monday, November 05, 2012 2:10 PM

PER CHI E’ A FAVORE DELL’ABORTO…
Una donna piangendo va dal suo ginecologo e gli dice: “Dottore, lei mi deve aiutare, ho un figlio di un anno e sono di nuovo incinta e non voglio altri figli in uno così corto spazio di tempo…”

 
Il medico le chiede: “Cosa vuole che io faccia?”.
La Signora risponde : “Voglio interrompere questa gravidanza.”
Il medico rimane un minuto in silenzio e le dice: ”Credo di aver trovato una soluzione al suo problema.”
La donna sorride…
E il dottore continua a parlare: ”Visto che lei non vuole avere due bambini in un cosi corto spazio di tempo, uccidiamo questo che é fra le sue braccia , cosi lei potrà riposare per 9 mesi finche nascerà l’altro.
Se dobbiamo uccidere una VITA umana non fa differenza fra questo o l’altro.
La donna disperata controbbatte: “No Dottore, uccidere um bambino è un crimine.”
 
E il dottore: “Anche io la penso come Lei, ma Lei era tanto convinta che ho pensato di aiutarla.”
La donna restò in silenzio e il Dottore le disse infine… “Ci ritroviamo la settimana prossima per la prima ecografia” …
Lei si toccò il ventre, sorrise e disse: ” GRAZIE DOTTORE, HA SALVATO IL MIO PICCOLO!!!”

dal web
ulisseitaca
Monday, November 05, 2012 3:12 PM
«Mai l'aborto»: il no di La Pira, uomo di pace
Beatissimo Padre, questa nuova ondata contro la Santa Sede non deve farci paura. È vero che la Chiesa anche in questa occasione ha preso posizione per il bene e la salvezza dell’umanità, difendendo i bambini e con essi il domani. Forse anche in sede politica si potrebbero ancora salvare le cose se ci fosse il convincimento che "la salvezza dei bambini" è il valore assoluto da difendere oggi». Lo scriveva Giorgio La Pira a Paolo VI il 27 gennaio 1977. Erano i mesi caldi del dibattito sull’aborto. L’ex sindaco di Firenze sarebbe morto il 5 novembre dello stesso anno, prima dell’approvazione della legge 194 al Senato il 19 maggio 1978 e la promulgazione il successivo 22 maggio. Ma il suo impegno su questi temi, pur nel rispetto della persona che da parte sua non veniva mai meno, «fu forte e originale», come ebbe a dire Marco Carraresi, consigliere regionale dell’Udc in Toscana quando nel 2004, nel centenario della nascita di La Pira (che era nato a Pozzallo, in provincia di Ragusa, il 9 gennaio 1904), curò un fascicolo sul pensiero del "sindaco santo" in rapporto a difesa della vita e della famiglia.
«Nel caso del tema dell’aborto – spiega Carraresi – si può dire che la questione fu una delle ultime che lo assillò fortemente, poco prima di morire, e per la quale intervenne in modo deciso». Ne sono prova (oltre all’articolo pubblicato sull’Osservatore Romano e di cui diamo conto a parte) le lettere e i numerosi telegrammi inviati all’inizio del 1977, oltre che al Papa, al presidente del Consiglio dei ministri e ai segretari di partito.
«Torno a raccomandarti vivissimamente di fare il possibile perché non sia reso legale l’aborto in Italia, vero delitto del secolo contro la legge di Dio», scriveva il professore all’allora capo del governo Giulio Andreotti. «Caro Berlinguer – scriveva invece al leader del Pci il 30 gennaio 1977 – riflettendo sulla votazione dell’altro giorno mi pare evidente che ancora tra voi c’è un profondo disagio per questa legge totalmente errata: pensaci, lasciala cadere, farai il bene del popolo italiano ancora sano e buono. Questi problemi sono troppo gravi o travalicano il campo politico. Andiamo avanti invece con leggi in aiuto più serie e più umane». Al segretario del Partito comunista faceva presente che sarebbe «un errore politicamente immenso» votare questa legge, «che ci fa tornare indietro nel cammino percorso, proprio nel momento in cui era invece necessario andare avanti insieme».
A Benigno Zaccagnini, segretario della Democrazia cristiana, La Pira riferiva delle lettere ad Andreotti e a Berlinguer, aggiungendo che doveva essere lui, in quanto capo della Dc, a opporsi con tutte le forze «affinché questo "delitto del secolo" non avvenga». «Ti prego con tutto il cuore – implorava il professore – di premere e se necessario arrivare anche a forti decisioni ma di non cedere». E citava, nell’occasione, un articolo di Carlo Casini, fondatore del Movimento per la vita, il quale ancora oggi dice di avere «viva memoria di un lungo e significativo colloquio con La Pira, durato quasi un intero pomeriggio nel convento della "Maddalena" a Firenze. Chiunque ha incontrato La Pira – racconta Casini – se lo ricorda come uomo di speranza (spes contra spem, ripeteva sempre) e perciò della gioia, della fiducia, del sorriso, della battuta incoraggiante e allegra. Ma quella sera La Pira era serio, persino cupo. Parlammo anche di aborto, perché egli doveva prepararsi per un dibattito e la legge permissiva già era all’orizzonte». Quella sera La Pira, abituato a parlare di muri da perforare, a partire dalla cortina di ferro, «parlava di un altro muro, più alto e più duro del primo, che si stava innalzando: quello, appunto, dell’aborto».
 
Andrea Fagioli
 
da avvenire
ulisseitaca
Monday, November 05, 2012 4:13 PM
Il vero nodo: il divorzio «giusto»
 
 
Non sapevo dell’esistenza di una "Lega italiana per il divorzio breve". L’ho scoperto quando sono venuto a sapere che questa Lega ha promosso uno sciopero della fame per protestare contro il fatto che il disegno di legge, presentato a suo tempo in Parlamento per abbreviare i tempi del divorzio, non è stato ancora, come si suol dire, "calendarizzato" e corre quindi seriamente il rischio di non passare al vaglio della Camera in questi ultimi mesi di legislatura. Non mi interessa, in questo contesto, discutere le ragioni che vengono avanzate a giustificazione di questo disegno di legge. Mi dà piuttosto da pensare il fatto che, se è stata fondata una "Lega per il divorzio breve", nessuno abbia pensato a fondare una Lega per il "divorzio giusto". Si dirà: ma chi avrebbe dovuto pensarci? Per i cattolici il divorzio non è mai giusto; per i non cattolici il divorzio non è né giusto né ingiusto: è una facoltà che la legge riconosce, congiuntamente o disgiuntamente, a qualsiasi coppia coniugale. Chi auspica un "divorzio breve" non lo pensa come una questione di giustizia, ma come una questione di opportunità: si tratterebbe di abbattere le spese legali a carico dei divorziandi, di sciogliere al più presto la comunione dei beni eventualmente instaurata tra loro, di far riacquistare nel più breve tempo possibile a chi chieda il divorzio uno stato anagrafico, che lo legittimi a contrarre un nuovo matrimonio (in ossequio alla vecchia facezia, secondo la quale un secondo matrimonio rappresenterebbe "la vittoria della speranza sull’esperienza"). Messe così, le cose possono apparire tutto sommato "ragionevoli". Appaiono tali, però, solo per chi abbia recepito come indiscutibile un principio che è invece tutt’altro che "ragionevole" e cioè che la possibilità del divorzio debba essere riconosciuta appunto come una facoltà o addirittura come un vero e proprio "diritto" di tutte le persone coniugate: un diritto il cui esercizio potrebbe essere anche ritenuto conturbante, aspro, lacerante; ciò non di meno un vero e proprio diritto. Stanno davvero così le cose? La risposta è no. Ancora una volta si tratta di un "no", che non è basato su ragioni confessionali (come pensano erroneamente molti "laici", che liquidano la questione dicendo che nessuno obbliga "i cattolici" a divorziare, se credono all’ indissolubilità del vincolo), ma su ragioni antropologiche e sociali. Tutto dipende ovviamente da una corretta comprensione di cosa sia e di cosa non sia il matrimonio. Il matrimonio non è un fatto privato, è un fatto pubblico; non è una tecnica per gratificare o legittimare la passione amorosa di una coppia, è un’ istituzione sociale, finalizzata alla costruzione delle famiglie e volta a garantire i rapporti intergenerazionali. E lo scioglimento del matrimonio non consiste semplicemente nella presa d’atto sociale della crisi di una coppia intenzionata a separarsi e di sperimentare nuove unioni coniugali; è piuttosto la presa d’atto di una gravissima frattura di quell’ordine sociale familiare che governa e umanizza (la parola non sembri esagerata) le vite private dei cittadini. Una frattura che storicamente a volte si rivela talmente pericolosa, da rendere indispensabile da parte dei governanti l’attivazione di politiche sociali a difesa del matrimonio e della famiglia (e Dio solo sa quanto oggi si senta il bisogno di tali politiche).
Non è questo né il tempo né il luogo per riaprire la questione etica, politica e giuridica della legalizzazione del divorzio in Italia, che si è attuata in un modo particolarmente goffo (la nostra legge non usa mai la parola «divorzio», ma l’ espressione «cessazione degli effetti civili del matrimonio»!). La questione è quella della progressiva banalizzazione del divorzio, che comporta inevitabilmente un’ulteriore banalizzazione dei vincoli coniugali. Che questi vincoli siano in sofferenza in tutti i maggiori Paesi occidentali tutti sono portati a riconoscerlo; ben pochi, però, hanno l’onestà intellettuale di riconoscere che la crisi antropologica che caratterizza queste stesse società va, almeno in gran parte, ricondotta proprio a tale sofferenza e al conseguente inevitabile alterarsi dei vincoli coniugali e intergenerazionali. Non conta quanto il divorzio possa essere "lungo" o "breve": dobbiamo tornare a interrogarci su quanto esso possa essere "giusto". Questo è il cuore della questione.
 
Francesco D'Agostino
 
da avvenire
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