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Full Version: Outing
Mr. Adelphi
Monday, April 16, 2007 9:49 AM
Outing – Su Battiato, la Consoli e la Sicilianità





Nonostante io non ne faccia quasi mai parola e certi ricordi siano ormai un po’ sfumati, in passato ammetto di aver provato cose poco buone gentili nel confronti del prossimo. Ma la cosa fastidiosa è che l’ho fatto soprattutto nei confronti di una sua parte, che, colpe nei miei confronti, proprio non ne aveva.

Ho riversato attenzione e odio, tormenti e tentazioni, e non nei confronti di vicini del cuore come sarebbe stato più normale fare, ma bensì l’ho fatto verso dei celebri sconosciuti, verso quella Elite della Scrittura e della Musica che abitualmente ci si limita solo a guardare dal basso, senza alzare mai troppo la testa per ringraziare o dissentire.
La mia speranza, ora, sta nel fatto di riuscire un domani a donare un qualche frutto letterario e una qualche emozione a quelli cosi da me lontani ma al cuore da sempre così vicini; e la motivazione che mi spinge a ciò, è dettata più per debito morale nei confronti dei loro capolavori, quelli offerti artisticamente a me e agli altri; e non più per la semplice vanità di far sapere a loro che certe cose buone le so fare anch’io; forse perché, alla fine, questa arroganza e supponenza, mi sono reso conto di quanto poco abbia valore.

Circa quattro anni fa le mie velleità artistiche erano in pieno svolgimento e mi tormentavo per un pulpito che non arrivava; stavo percorrendo interiormente un delirio, l’Adelphi; camminavo sfrontato e presuntuoso verso i celebri, ammaccato da sfaceli e stanchezze esistenziali, detestando qualunque persona non mi prestasse la giusta attenzione, arrivando fino al punto quasi di odiarli. Arrivai ad odiare pure contemporaneamente a Calasso un altro Uomo: Battiato – ed oggi un po’ me ne pento pensandoci; anche se ammetto che il motivo scatenante sia stato più la voglia di odiare qualcun altro e non lui, ma non tanto per lui e le sue Opere, forse perché semplicemente volevo odiare meno chi stavo perdendo in Amore; e ce l’avevo pure con quel figlio di puttana del cancro, colui che mi aveva strappato dal cuore un amico con così poco preavviso.
Cercavo soddisfazione per quello che avevo perduto in malo modo in amicizia, orientando la mia brama di carezze e abbracci verso Adelphi e affini, quasi con la certezza che fosse quella l’unica soluzione per ristabilire certi equilibri perduti.

Ero a Milano. Ero là nella città dell’amaro Ramazzotti, in un teatro di Milano. Per quanto poco volessi ammetterlo, quella sera, ebbi invidia di Battiato. Era un sentimento dovuto per chi gli stava vicino, perché sentivo quasi che dovessi starci io là in mezzo. Con prepotenza e frustrazione, con perdimento e incoerenza, avrei voluto bere una tazza di caffè con i suoi due interlocutori, ma semplicemente perché ritenevo di esserne degno e non perché lo meritassi realmente.
Fleur Jaeggy e Roberto calasso, PadronAdelphi e Svizzerina, loro due insieme a Franco Battiato al Teatro Manzoni e io quasi accanto, ma soltanto tre file di poltrone e mille chilometri mentali indietro. Ebbi invidia del suo cervello e della sua profondità, della sua intelligenza e del suo naso importante, delle sue solitudini e dei suoi viaggi, del suo celebre e del suo contrario, forse perché pensavo che potenzialmente stesse soltanto in quelle cose la differenza tra chi poteva bere un caffè con l’Editore e chi no.

Come un pazzo in pieno corso d’Opera mi prendevo la libertà di odiare e di Amare, ma solo a mio piacimento e per i miei scritti, e non per il giusto senso delle cose; e credo sia inutile dire che un passo indietro – o avanti – oggi credo di averlo fatto, se non altro perché del desiderio di bere un caffè con loro non muoio più.
Odio a volte la sua Sicilianità e i suoi abitanti, ma solo perché riconosco di amarla e di sentirla troppo. Ho odiato la terra brulla dove spesso cammina, e le promesse di libertà promesse dal mondo della modernità e della non-mafia ma mai a loro mantenute – forse perché, quando guardo e leggo di Sicilia e di senso di appartenenza provo vergogna e pentimento, riconoscendo il fatto che, volente o nolente, di quel mondo di pagliacci anti-siciliani ho fatto parte anch’io.
Sono cresciuto in quel mondo traditore e bastardo che mi ha formato con il principio del lavoro e del benessere, limitando molto spesso il mio pensiero e la mia voglia di poesia al fatto che: il senso delle cose e di ogni individuo, si possa alimentare e sviluppare solo quando hai il portafogli pieno e non hai mai chiesto niente agli altri.

E’ solo una confessione, e non è assolutamente mia intenzione sputare nel piatto dove ho sempre mangiato – è che ogni tanto, la mia carne e il mio sangue ha il sopravvento, tutto qui.
Avrei a volte il bisogno di passeggiare tra aranceti in fiore, provando per assurdo magari anche il dolore che puzza di polvere da sparo e da coltelli bagnati di rosso, solo per sentire un po’ di orgoglio e ragione, per poter uscire da queste mie persecuzioni romantiche e deliri Milanesi. Vorrei a volte poter lamentarmi in lingua madre e non in austro-ungarico/bergamasco, più che altro per non dimenticarmi da dove vengo.
Ogni tanto ho voglia di capelli di donna che sappiano solo di mare e di lavanda, forse perché di trucchi e agende Organizer ne ho abbastanza. Chissà se è solo colpa della loro Musica e non invece della mia natura a metà – l’essere siciliano dentro e lombardo fuori, intendo.

Se sento i lamenti della cantante di Catania ho sempre dei sussulti, quasi come quelli che provo sentendo le profondità interiori del Maestro.

Come si dice: “Tutto il Mondo è paese”, lo so. Ma a volte non mi basta, tutto qui.


“Se una canzone può ancora far sorridere o commuovere la tua anima, sappi che c'è ancora speranza”, questa sarebbe una parte dell’introduzione di un racconto d’amore che scriverei su Catania e su alcuni suoi abitanti.

***

Penso che alla pagina cinquanta o cinquantuno, le parole che si leggeranno potrebbero essere più o meno queste..:

“Catania, anno duemila sette – quasi duemilaotto. Io e Carmen, Carmen ed io, insieme in macchina ma in macchina soli allo stesso tempo, e solo quasi per ironia, soltanto quasi per avversità. Lui, Battiato, era nella bocca della gente quasi come Maria Catena, e non per il senso del testo, ma per l’importanza delle loro parole e della terra su cui loro camminano danzando.

Stavo arrivando nella bocca dei Catanesi, o almeno stavo arrivando nella bocca della studentessa innamorata di Goethe di Catania; e solo con la semplice voglia di vivere un po’ di quella Sicilianità poco vissuta ma nell’animo tanto desiderata e inespressa; perché, sinceramente, non è che mi aspettassi dell’altro.
Volevo un pezzo di Sicilia anch’io, volevo offrire un pezzo della mia anch’io agli altri, perché: se pur da lontano e molte volte nascosta al mondo, anch’io ce l’ho!


Non ero nella bocca di nessuno ma stavo nelle pagine del Signore della musica dell’Anima, accanto al suo comodino. Più velocemente di quanto razionale sarebbe stato anche il semplice desiderarlo o pensarlo, ero nel comodino di Battiato e, a volte, anche sulla scrivania del suo studio – e ci stavo già da molti mesi prima del mio arrivo in aereo, anche se non con la carne e con i piedi ma soltanto con l’anima. Ma per me, questo, era già più che sufficiente.

[Sapevo che per un momento ero stato una nota musicale per il Poeta siciliano, e mi bastava. Era questo l’importante.]



“Catania, anno duemilaotto quasi duemilanove, alle dodici e trenta, tra un pianoforte a coda “sgranciatu” ed arance sul tavolo. Ero arrivato da lei, avevamo già dormito insieme ed insieme ad una tazza di caffè ci eravamo svegliati, tra i pizzi e i merletti sulla sedia e le sigarette spente nella notte, mentre tra un abbraccio ed un bacio si parlava della vita in Sicilia e dei suoi profumi.
Ero a Catania, “da’ zà Assunta, a zia di Marilù, chidda di li biddezze e di l’inganni du core”, e pensavo di poter ritornare a volare – anche se forse lo avevo già fatto, posandomi in punta di piedi sugli spartiti della bella Mary e leggendo dei suoi sogni.”


Che bello Volare nella Musica. Ma lo è ancor di più se si riesce ad andare in alto spiccando in volo con la Musica dell’Anima. E con Battiato e Carmen Consoli succede spesso.

La psicologia moderna penso stabilirebbe che la mia avversione nei confronti di Battiato sia nata nella mia adolescenza, già ai tempi di Alice e della sua Per Elisa. Penso sia facile arrivare a questa conclusione, forse perché, in qualche modo, oltre alla Callas, a quindici anni, nella mia solitudine amai pure lei. (…)

La motivazione e il senso di questi atteggiamenti non credo di averle ancora ben comprese, ma ritengo almeno di aver ottenuto e gustato qualcosa.
Insomma, alla fine, nonostante quei miei sentimenti non fossero i migliori da manifestare ma solo uno scarto di frustrazione inespressa, sono serviti a riempire qualche pagina e a capire che l’indirizzo del destinatario era sbagliato, e che dovevo tornare indietro, rivolgendo l’attenzione e il disappunto solo verso me stesso e a quello che non avevo mai capito.

Anche se ho scritto su di loro di deliri e alienazioni, e male credo di non averne fatto, l’atteggiamento del focoso brutto anatroccolo incompreso non mi è di gran sollievo né di giustificazione, perché: se non dovessi lavorare, per una cassata e un piatto di pasta con le sarde, partirei oggi stesso.



Per oggi mi basta almeno il pensarci.







G. F.

* Non voleva essere una lode al maestro, ma solo una confessione.

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