Full Version: Nuovo Tetamento
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Manlio-
Wednesday, April 20, 2011 6:55 PM
6. Riassunto dei libri del Nuovo Testamento: Atti, Epistole, Apocalisse
6. Riassunto dei libri del Nuovo Testamento: Atti, Epistole, Apocalisse
Gli Atti ci raccontano lo stabilimento della Chiesa per lo Spirito Santo venuto dal cielo, poi i lavori degli apostoli a Gerusalemme od in Palestina, e di altri operai, specialmente l’opera di Pietro e poi quella di Paolo, la storia della Scrittura che finisce col racconto del rigettamento dell’Evangelo di quest’ultimo, avvenuto da parte dei Giudei della dispersione.

Esporre, foss’anche sommariamente, il contenuto delle epistole, ci condurrebbe troppo lungi: ci limiteremo a dire qualche cosa sul loro ordine cronologico, facendo soltanto notare che essi sviluppano l’efficacia dell’opera di Cristo e l’amore del Padre rivelato in Lui.

In primo luogo bisogna menzionare quelle che hanno una data certa: la 1a e la 2a ai Tessalonicesi, la 1a e la 2a ai Corinzi, quelle ai Romani, agli Efesini, ai Colossesi, ai Filippesi, a Filemone, queste ultime quattro scritte durante la prigionia di Paolo. L’epistola ai Galati fu scritta fra quattordici e venti anni dopo la chiamata dell’Apostolo, e dopo ch’ebbe lavorato qualche tempo nell’Asia Minore, forse nel suo soggiorno ad Efeso, quantunque non fosse trascorso molto tempo dalla fondazione delle assemblee nella Galazia. La 1a a Timoteo fu scritta nell’occasione della partenza dell’Apostolo da Efeso — in quale epoca precisa, non si sa; la seconda ebbe luogo alla fine della vita dell’Apostolo, quand’era pronto per soffrire il martirio. L’epistola a Tito ha rapporto con un viaggio di Paolo a Creta, senza ci sia dato sapere quando questo viaggio fu effettuato (si è pensato che forse avvenne mentre l’Apostolo dimorava ad Efeso); moralmente essa è sincrona (contemporanea) della 1a a Timoteo, poiché non fu l’intenzione di Dio di darci delle date cronologiche; la sapienza divina non l’ha voluto, ma l’ordine morale è chiarissimo, come lo si vede di già nel modo con cui la 2a epistola a Timoteo ha rapporto con la ruina di ciò il cui ordine era stabilito nella prima.

L’epistola agli Ebrei fu scritta in un’epoca relativamente tarda, in vista dell’imminente giudizio di Gerusalemme: essa esortava i Giudei cristiani di separarsi da ciò che Dio stava per giudicare.

L’epistola di Giacomo si riferisce a quell’epoca di cui una tale separazione non aveva luogo in nessuna maniera: dei cristiani Giudei sono ancora considerati come facenti parte d’Israele che non era ancora stato definitivamente rigettato, riconoscendo soltanto Gesù quale Signore della gloria. Come tutte le epistole cattoliche, quella di Giacomo fu scritta negli ultimi giorni della storia apostolica, allorquando il cristianesimo aveva avuto una larga entrata fra le tribù d’Israele, e che il giudizio stava per chiudere la storia dei Giudei.

Nella 1a epistola di Pietro vediamo che l’Evangelo s’era molto sparso fra i Giudei; ed essa è indirizzata ai cristiani Giudei della dispersione. La seconda è posteriore, ciò s’intende, ed appartiene alla fine della carriera dell’Apostolo, quando il tempo di posare la sua tenda e di separarsi dai suoi fratelli s’avvicinava; — egli non voleva lasciarli senza avvertirli che ben presto sarebbero stati privati delle cure apostoliche; ed è perciò che, come quella di Giuda, questa seconda epistola di Pietro, vede coloro che avevano rinnegato la fede, abbandonando il sentiero della pietà, e degli schernitori che si elevano contro la testimonianza della venuta del Signore.

Nella 1a epistola di Giovanni, secondo la testimonianza di Giovanni stesso, noi siamo all’«ultima ora»; s’erano già manifestati degli apostati della verità del cristianesimo, i quali negavano il Padre ed il Figlio, e, con l’incredulità giudaica, negavano in pari tempo che Gesù fosse il Cristo.

Giuda viene moralmente con Giovanni; nella sua epistola vediamo dei falsi fratelli che si erano introdotti furtivamente fra i santi, e ci presenta la scena estendendosi fino alla rivolta finale ed al giudizio. Essa differisce dalla 2a di Pietro in ciò, che non considera il male come una semplice iniquità, ma come un abbandono del primitivo stato.

L’Apocalisse termina il quadro, mostrando Cristo che giudica nel mezzo dei candelabri la prima Chiesa che ha abbandonato il suo primo amore, avvertendola che se essa non si pentiva e non ritornava al suo stato primitivo, il suo candelabro sarebbe stato tolto. In Tiatiri ed in Laodicea si trova il giudizio finale della Chiesa, mostrando in seguito il giudizio del mondo ed il ritorno del Signore, il regno e la città celeste, e lo stato eterno.

Questo carattere generale d’apostasia e di decadimento che si trova in tutti gli ultimi libri del Nuovo Testamento, dall’epistola agli Ebrei all’Apocalisse, è notevolissimo. Le epistole di Paolo, eccetto la 2a a Timoteo, che fornisce la direzione individuale nel mezzo della ruina, pur annunziando anticipatamente questo stato di cose, sono l’espressione del lavoro e delle cure del savio architetto. L’interesse delle loro date va unito alla storia degli Atti; ma l’epistola agli Ebrei, le epistole cattoliche, e l’Apocalisse ci mostrano il decadimento già avvenuto (la 1a di Pietro, che ha meno delle altre quest’impronta, ci dice che il tempo era venuto affinché il giudizio cominciasse dalla casa di Dio), e per conseguenza il giudizio della Chiesa professante; poi, profeticamente, quello del mondo che s’è ribellato contro Dio. Il carattere finale delle epistole cattoliche ha qualche cosa d’istruttivo e che colpisce.


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