Nei deserti di Gibuti i tumuli del mistero
Sono gli "aowelo", cumuli di pietre elevate fra le sabbie
JEAN-PIERRE TUQUOI
GIBUTI
Il sito ha la bellezza austera dei deserti di pietra. Niente dune, ma promontori sassosi cui si aggrappa una rada vegetazione. Niente acqua, ma il letto di uno uadi disseccato. Il cielo è limpido, il sole di piombo e il filo della vita esile. Nessun essere umano. A volte, uno struzzo o una coppia di gazzelle entrano nello scenario. Sulla sommità di un monticello colpisce un ammasso di pesanti pietre di basalto. Formano un cerchio perfetto di vari metri di diametro che si eleva gradualmente fino ad altezza d’uomo. È un aowelo, parola che, presso gli Afar che popolano questa regione dimenticata a due ore di pista da Gibuti, significa «mucchio di pietre fatto dagli Antichi».
Gli aowelo pullulano in quest’area vicina all’Etiopia e all’Eritrea. Se ne trovano centinaia, forse migliaia, di diverse dimensioni, tutti circolari e tutti costruiti con le stesse pietre vulcaniche scure. «Nessuno conosce con esattezza il loro numero», afferma Benoît Poisblaud, archeologo francese specializzato in questa zona dell’Africa e che da quasi dieci anni cerca di penetrarne i misteri. La ricerca si prospetta lunga. I mezzi dell’archeologo e dalla sua piccola équipe sono limitati. Il Quai d’Orsay e l’ambasciata francese concedono delle sovvenzioni, ma le autorità, come del resto la popolazione, si disinteressano di questo pezzo di storia. «Nel Paese non c’è nemmeno un archeologo. Inoltre Gibuti è uno dei pochissimi Paesi a non aver firmato convenzioni con l’Unesco. Gli aowelo non possono quindi essere dichiarati “patrimonio dell’umanità” ed essere tutelati», osserva Poisblaud. Risultato: i tumuli sono minacciati. Fungono da cava per gli Afar che vogliono costruirsi una casa o un riparo per le bestie. «C’erano altrettanti aowelo di cui si sono perse le tracce», si rammarica l’archeologo. Fino a oggi l’équipe non ha scavato nemmeno una mezza dozzina di tumuli. Con esiti diversi. Alcuni non contenevano nulla sotto la loro volta di pietre basaltiche. «Forse erano solo alture per l’osservazione», azzarda il «boss» dell’archeologia francese nel Corno d’Africa, Roger Joussaume, venuto a dar manforte al suo ex allievo. In altri, il raccolto è stato più ricco. Tra i ritrovamenti, alcuni utensili, frammenti di macine di pietra, qualche oggetto di bronzo, resti di animali e ossa umane in posizione fetale, di difficile datazione: «Le ossa si conservano male in un clima caldo e secco. Tendono a sbriciolarsi», spiega il terzo componente dell’équipe, l’antropologo Jean-Paul Cros.
A quando risale la costruzione? «I più antichi a circa mille anni prima di Cristo - ipotizza Poisblaud -. Ma molto alla larga. Bisogna essere prudenti». La civiltà all’origine dei tumuli è semisconosciuta. La fauna selvatica, oggi scomparsa, raffigurata in modo realistico su chilometri di rocce nel mezzo del nulla - elefanti, giraffe, ippopotami, antilopi, rinoceronti - conferma che una volta il clima era più umido e il suolo più fertile, con pascoli e foreste. Altre scene mostrano guerrieri che si affrontano armati con archi di tipo diverso. Ma quel che sorprende di più è un altro aspetto. «Gli aowelo rimandano a una civiltà molto più antica, forse di tremila anni prima di Cristo. Una civiltà sarebbe succeduta all’altra», si sbilancia Poisblaud. Stabilire un legame tra le due ha rappresentato una sorta di indagine poliziesca che ha mobilitato per molto tempo l’équipe francese. L’indagine si è basata sulle scoperte di Teilhard de Chardin, che negli anni Trenta, aveva trovato dei picconi di basalto lunghi una ventina di centimetri nella regione tra il Ghoubbet e il lago Assal. Si è pensato che i picconi, per la loro punta usurata, servissero a tagliare la stupefacente banchisa di sale presente nelle vicinanze e ancor oggi sfruttata dalle carovane di dromedari provenienti dalla vicina Etiopia. Ulteriori ricerche hanno poi consentito di portare alla luce cocci di ceramiche finemente decorate, «a conchiglia», come dicono gli specialisti. I picconi di basalto e le ceramiche appartengono alla stessa cultura. Dove vivevano coloro che li utilizzavano? Mistero. Non è stata infatti scoperta nessuna traccia di abitazione. «Quando sono arrivato qui nel 2001 - spiega Poisblaud - ho cercato le residenze di quelle popolazioni partendo dall’ipotesi che avessero frequentato i posti dove migliaia di anni dopo sarebbero stati costruiti gli aowelo». L’intuizione era giusta.
A qualche decina di chilometri dal «vicolo cieco dell’inferno» (il nome del Ghoubbet in lingua afar), il giovane archeologo non tarda a scoprire, sulla cima di un poggio, un aowelo attorno al quale giacciono molti cocci di ceramica finemente decorata. Gli stessi trovati nel Ghoubbet! «Qui vivevano delle persone che andavano a pescare o a estrarre sale in riva al golfo». Restava da trovare una prova inconfutabile di abitazione umana. La buona stella si profila all’orizzonte un giorno d’autunno del 2004. Mentre sorseggia un caffè 200 metri più in basso del tumulo, l’occhio di Poisblaud è attirato da un minuscolo coccio di ceramica decorato a conchiglia. Sempre lo stesso motivo! Salvo che lì vicino una decina di pietre a livello del suolo formano un arco che non ha nulla di naturale. Si tratta di una tomba. Sotto la pietraia, tre voluminose pietre piatte proteggono una specie di pozzo profondo 80 centimetri, all’interno del quale l’archeologo scoprirà i resti di due corpi umani. La dentatura permette di concludere che si tratta di bambini. A qualche metro di distanza viene portata alla luce una seconda tomba, contenente anch’essa le spoglie di due adolescenti. Nelle vicinanze si trovano anche frammenti di ossidiana, una pietra lavica che tradizionalmente accompagna le spoglie mortali e i resti di un focolare.
Per Benoît Poisblaud il dubbio non è più permesso. L’abbondanza di cocci dello stesso tipo, la presenza di tombe erette con lo stesso schema provano che una civiltà ha prosperato a partire dal III millennio a. C. in questa regione inospitale. Con la benedizione del suo padrino, Roger Joussaume, ha scelto di chiamarla «civiltà asgoumhatiana», dal nome del sito di Asgoumhati, dove sono state scoperte le prime due tombe. Ma da dove veniva, questo popolo di pastori?
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[Modificato da vanni-merlin 24/02/2007 11.44]