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vanni-merlin
Thursday, January 18, 2007 2:40 PM
Memorie dal sottosuolo

A Roma in un nuovo spazio delle Terme di Diocleziano, le Olearie Papali, esposte le opere archeologiche ritrovate nel corso degli ultimi 25 anni. Marmi, statue, vasi, sonagli


Roma - A Roma dove scavi scavi, qualcosa trovi. Perché sottoterra c'è ancora il più ricco museo archeologico del mondo. Per sincerarsene basta accomodarsi alle "Olearie Papali", un nuovo straordinario spazio delle Terme di Diocleziano, alla mostra "Roma. Memorie dal sottosuolo" (fino al 9 aprile). Sono i ritrovamenti archeologici, ottenuti in gran parte con scavi preventivi, degli ultimi 26 anni, dal 1980 al 2006, condotti dalla soprintendenza archeologica statale (diretta da Adriano La Regina e ora da Angelo Bottini). Sono più di mille pezzi, ma appena una selezione di depositi e magazzini, che non sono esposti nei musei per mancanza di spazio: "uno sbilanciamento drammatico" che esiste anche fra materiale da immagazzinare e relativi spazi, osserva Maria Antonietta Tomei che ha avuto l'idea della mostra e che cura mostra e catalogo Electa (un "rapporto" puntiglioso e collettivo della soprintendenza di 615 pagine). La mostra non ha alcun tema in particolare, c'è solo da seguire, quasi da perdersi nell'estrema varietà, ricchezza, curiosità, qualità e anche rarità dei materiali. Quasi tutti inediti. Tutti restaurati.

Statue e gruppi in marmo bianco imponenti per dimensioni come una statua femminile alta 162 centimetri, un togato di 143 centimetri. Un Eracle "di ottima fattura", seduto su di una roccia (alto 138 centimetri), con clava e pelle di leone, al quale manca solo la testa e la mano destra; una statua maschile anche lei seduta su di una roccia (alta 113 centimetri) che rievoca il "Torso del Belvedere" dei Musei Vaticani. Una testina-ritratto (ancora in restauro) che in base alla lavorazione delle ciocche di capelli è stata interpretata come una delle tre tipologie in cui si dividono i circa 250 ritratti conosciuti di Augusto. Scoperta in un canale sotterraneo nella villa della tenuta della Lunghezza datata fra la tarda età repubblicana e il I secolo dopo Cristo.

Pezzi sorprendenti per la fattura. Una vasca (un metro e 80 di lunghezza) scavata in un unico blocco di alabastro egiziano (con vaste lacune, ancora in corso di restauro). Testine in alabastro. Capitellino di lesena in avorio (5 per 3 per 0,6 centimetri). Una statuina in piombo di Venere pudica con conchiglia. Gemme in grande maggioranza intagliate (ventotto fra calcedoni rossi, niccoli in onice, berilli di colore intenso, granati, lapislazzuli, gemme in vetro). Lastrine lavorate in avorio od osso per ricoprire cofanetti o mobili. Oppure pezzi privi di qualità, ma che evocano spettacoli affascinanti come i contrappesi in piombo per montacarichi del Colosseo.

Pareti in marmi di vario colore ("opus sectile", la forma più ricercata di composizione). Mosaici di dimensioni eccezionali. Un pavimento quasi integro di abitazione (un quadrato di metri 5,20 per 5,20), in tessere di calcare bianco e nero, decorato con un motivo circolare a rosone con al centro un personaggio maschile in tessere policrome. Un pavimento integro in tessere di marmo bianco e basalto, che raffigura una gigantesca testa di Oceano circondata da pesci e che misura 3,40 per 3,55 metri. Un altro mosaico pavimentale con Ulisse e le sirene, in tessere bianche e nere, di 2,90 per 2,40 metri. Molto più piccoli, ma in tessere policrome di pietra e pasta vitrea: uno integro (47,5 per 47,5 centimetri), emblema centrale del pavimento di un importante insediamento di epoca tardo repubblicana e imperiale a fianco della via Casilina, forse con due ninfe, puttini, un satiro in un paesaggio silvano. Due molto lacunosi (58 per 5, testa femminile e pesci, collocati nella volta di un ninfeo di un villa di epoca imperiale.

Un vaso da cucina con 144 monete di bronzo e un ripostiglio con 92 monete (due in oro, 89 in argento, una in argento dorato). Anche oggetti di uso quotidiano. Calzature, zoccoli femminili alti 16 centimetri (del XVI secolo). E viceversa pezzi di lusso assoluto, imperiale. Anche una tigre, forse il pezzo più curioso e insolito della mostra: in alabastro orientale con inserti di marmo bigio morato per riprodurre il manto screziato. Una tigre, meglio quello che ne rimane, il corpo lungo 92 centimetri privo di testa, zampe e coda.
Anche una "assoluta rarità" con "quasi assoluta mancanza di confronti nel mondo antico": nove scatole cilindriche di piombo (e tre di terracotta), a chiusura ermetica, che in molti casi contenevano figurine antropomorfe impastate con cera, zuccheri, erbe e liquidi come il latte, preparate da quella che si è rivelata una maga grazie alle impronte digitali rilevate dalla Polizia Scientifica. I cilindri erano formati da tre scatole ("numero magico per eccellenza") inserite una dentro l'altra: l'intermedia e la più interna erano incise con simboli e lettere magiche, e un gallo-demone con lettere incise sulla pancia. Anche le figurine erano portatrici di maledizioni o formule destinate a recuperare o punire amanti. In un altro contesto una piccola lamina d'oro (3,5 per 2 centimetri), con una sequenza di segni simili a lettere greche, arrotolata e in origine in un sacchetto, era un amuleto collocato accanto al capo di un defunto.

Ancora un "unicum" nel suo genere: un sonaglio in terracotta, alto 12 centimetri, in forma di bustino femminile, trovato in una sepoltura accanto a quello che fu il volto di una bambina di 6-7 anni. Ma il primato di "ritrovamento singolare", non archeologico, ma grazie all'archeologia, spetta al moderno carteggio d'amore (infelice) e ritrovato in due tubi di piombo sepolti sotto al sepolcro cosiddetto Dorico, al IV miglio dell'Appia Antica.

I ritrovamenti non hanno alcun limite di periodo storico. Dal processo formativo e di sviluppo della cultura del Lazio antico, dal Bronzo Finale, probabilmente nel corso dell'XI e parte del X secolo avanti Cristo (come risulta dai materiali di alcune tombe di Roma, Trigoria e Santa Palomba datati col Carbonio 14). All'epoca imperiale. Al XVI secolo. Fino all'epoca moderna.

Nessun limite di zone della città o luoghi di ritrovamento. Dai luoghi più sacri di Roma antica (il Palatino nella zona di vertice, "sorta di museo delle origini della città" dove sono collocati "fin da epoca antichissima" i miti di fondazione, nelle pendici, nei palazzi imperiali) ai monumenti più celebri (la "Meta Sudans", la fontana fra Colosseo e arco di Costantino, il Pantheon). Dal centro storico all'estrema periferia moderna (che in archeologia ha il nome meno negativo di suburbio), ai Colli Albani, ai Castelli delle ville, a Sud, alle aziende agricole a Nord-Ovest di Roma lungo l'Aurelia, "terra di frontiera fra romani ed etruschi". Cortili e sotterranei di palazzi e ville storiche come l'Accademia di Francia sul Pincio. "Horti", antiche ville residenziali e necropoli. Immondezzai. Ambienti di lavoro come il deposito degli autobus dell'azienda pubblica lungo le mura Portuensi. Caserme. Abitazioni, il complesso medievale con chiesa e convento di clausura dei Quattro Coronati al Celio. Gli ospedali del Celio (militare e San Giovanni). Cantieri per gigantesche opere pubbliche come la nuova linea della metropolitana, il Tav fra Roma e Napoli, urbanizzazioni di nuovi quartieri, parcheggi interrati, un semplice garage, una fogna, un cavo. Tutto è stato occasione e dovere di scavi prudenziali, di tutela, e di ritrovamenti.

Con una naturale conclusione da non dimenticare mai. Roma è una città estremamente "fragile", la città del mondo più "fragile", perché in ogni zona importante o no, ad ogni profondità del suolo urbano o del terreno agricolo, del terreno destinato alle infrastrutture più o meno importanti, riserva materiali, testimonianze, documenti di una storia unica di cui nessuno a cuor leggero può fare a meno per le sue novità o ripetizione anche seriale se non dopo averli protetti, valutati, studiati, salvati e valorizzati negli aspetti più significativi o preziosi nei musei (più spesso nei depositi), o nel corpo delle stesse opere moderne. Esempio lampante il complesso con vita lunghissima (santuario o villa rustica) scoperto durante la costruzione del "Parco della musica", prima preso come una jattura e poi inserito fra due sale, con relativo "Antiquarium", trasformato in preziosità unica al mondo.

Naturalmente non tutti i ritrovamenti sono cosparsi di rose e fiori, come dimostra quanto accaduto nel 1997 al chilometro 7,1-7,3 della Salaria in un cantiere di sbancamento. Si era ormai arrivati ad una tale profondità che i controlli della soprintendenza si erano attenuati e quando fu scoperto un monumento funerario in marmo non fu segnalato e i pezzi smantellati furono "accantonati" in una lontana discarica abusiva sulla via Nomentana. Qui furono intercettati da un "coscienzioso cittadino" che permise alla soprintendenza di risalire allo scavo dove tutto era pronto per la definitiva cancellazione del monumento (dopo quella già portata a termine della parte superiore) senza trascurare l'"accantonamento" di altri pezzi da smerciare. In seguito un rilievo con sfinge (62 per 67 per 60) fu fatto ritrovare agli archeologi (ed è in mostra).
La fondazione e i pezzi superstiti (fra cui due tronconi di colonne di granito rosa e tre frammenti di cornici di marmo bianco, e il rilievo lungo oltre un metro con "sella curulis" ornata di fregio a bassorilievo, ugualmente in mostra) hanno fatto ipotizzare un monumento funerario a tempietto, a pianta quadrata di 8,20 metri di lato, di un magistrato. Probabilmente aveva una scalinata, cella a pronao con quattro colonne, altare funerario e statua del defunto. Il mausoleo, datato all'età antonina, è ora considerato "un caposaldo topografico" del corrispondente settore della via Salaria.

Il criterio espositivo prevalente della mostra è quello topografico e cronologico, ma per i visitatori, proprio per non perdersi, è più affascinante la selezione e il confronto. Fra le statue, due sono state trovate negli scavi in pieno centro storico di "insulae" con "tabernae" a un passo dal largo del Tritone. Una è la statua più imponente in mostra. Una figura femminile in piedi, vestita di un leggero chitone dalla cinta alta "che aderisce perfettamente alle forme del corpo", e di un mantello e che sorregge con la sinistra una cornucopia. Raffigurazione della Fortuna. Sulla spalla destra è rimasta una "lunga ciocca di capelli resi in morbide e sinuose ondulazioni". Stile del panneggio, vesti trasparenti, uso del trapano la fanno datare al 138-192 dopo Cristo, epoca antonina.

Il togato era nato per una grande e sontuosa villa della prima epoca imperiale scavata a 800 metri dalla via Nomentana, a Sant'Alessandro, ma poi aveva fatto una fine ingloriosa. Abbandonata la villa per un incendio, depredata della decorazione e dei ricchi materiali, fu rioccupata dal III secolo, ma con funzioni di produzione. E il largo corridoio (corte) di servizio fu lastricato con poligoni di basalto e materiale vario, fra cui due statue (una era il togato).

L'Eracle di "ottima fattura" proviene da una villa residenziale sulla via Tiburtina ed è datato al II secolo dopo Cristo. Seduto, probabilmente nell'atto di sostenere una coppa che non c'è più, corrisponde alla descrizione dell'Eracle in riposo di Lisippo ("Herakles epitrapézios"). Il grande scultore greco era famoso anche per scegliere "per atleti, eroi e divinità, atteggiamenti semplici, quotidiani". L'alto livello qualitativo si manifesta nel "realismo e plasticità delle masse muscolari", nell'"accurata resa dei dettagli" (vene, tendini, peluria del pube; muso, peli, artigli della pelle di leone). E non si ferma alla parte anteriore, ma continua nelle masse muscolari del dorso. Qualità e aderenza alle fonti fanno concludere a Paola Filippini che "la scultura possa essere considerata la replica più aderente" al modello di Lisippo.
Affascinante la tradizione letteraria su questo tipo di Eracle di cui Lisippo avrebbe creato il prototipo in piccole dimensioni per Alessandro Magno, il quale, superstizioso come era, se lo portava sempre con sé insieme alle altre statuette degli dei. Di Eracle era poi particolarmente devoto al punto da consacragli, dopo la conquista, il santuario di Tiro, prima dedicato ad altra divinità protettrice. Può darsi che in quella occasione Lisippo abbia scolpito un Eracle a grandezza naturale.

Il mosaico più grande esposto ha un motivo circolare centrale di 3,60 di diametro che sembra una anticipazione di "optical art" con quella "decorazione geometrica a scudo di triangoli bianchi e neri a base curvilinea" che ha "dimensioni decrescenti verso l'interno". Proviene da abitazioni di fine I-metà II secolo dopo Cristo, scavate sul viale Tor di Quinto che ricalca fedelmente l'antico tracciato della via Flaminia. Il medaglione centrale, realizzato con tessere policrome in pasta vitrea, raffigura molto probabilmente un sileno coronato di foglie e con il bastone rituale in mano. Gli antichi abitanti dovevano tenere molto a questo pavimento che appare usato per lungo tempo e con almeno due restauri. Il volto del dio Oceano occupa il centro di un pavimento in mosaico in uno stabilimento termale di fine III-inizio IV secolo dopo Cristo, in piena epoca di Settimio Severo, scavato a sei metri di profondità in un piazzale dell'azienda comunale di trasporto pubblico lungo la via Portuense (la stessa antica strada, "ancora ben basolata", è conservata sotto un locale commerciale). Dalla folta capigliatura del dio spuntano chele e antenne da gambero. Agli angoli figurano rocce con un uccello e piante acquatiche. Il mare, increspato, è reso con irregolari linee di mosaico nero. Il mosaico con Ulisse che si era fatto legare all'albero della nave per resistere al canto delle sirene, è stato scoperto in una villa di epoca imperiale con terme, a Quarto di Corzano, al confine fra i Comuni di Roma e Gallicano, nell'ambito dei lavori della linea ferroviaria Tav Roma-Napoli. Composto con tessere bianche e nere, danneggiato da scavatori clandestini, ha una serie di scritte in greco e in latino che non sono state ancora chiarite.

La piccola pignatta mai usata, con 144 monete di bronzo, venne sotterrata in uno degli strati di macerie dell'area funeraria scavata nel territorio di Fidene. Le monete si possono datare fra l'età flavia e l'età antonina e in base al gran numero di esemplari di Comodo possono essere state nascoste durante o subito dopo questo imperatore (180-192 dopo Cristo).
Viceversa il "tesoretto" più prezioso di monete, trovato in una tenuta agricola a Lunghezzina, viene interpretato come un "bene rifugio", un gruzzolo messo in disparte da qualcuno vissuto in età di Tiberio o subito dopo, abituato a maneggiare denaro e "attento a tesaurizzare monete di buona lega". L'ipotesi è basata sulla "regolare distribuzione cronologica dei pezzi" (circa un secolo e mezzo, con gli esemplari più recenti emessi sotto Tiberio), esemplari in oro, argento dorato, argento quasi puro, pezzi con "contrassegni destinati a verificare la bontà della lega e scongiurare possibili frodi".

Il contrappeso a forma di lingotto di piombo (30,5 per 21,6 per 5 centimetri), integro, del peso di 33,20 chilogrammi, proviene dai sotterranei dell'anfiteatro Flavio ed è datato al II-III secolo. Il lingotto ha due fori attraverso cui scorrevano le corde di manovra di ben sessanta montacarichi che facevano emergere sul piano dell'arena del Colosseo, con notevolissima impressione degli spettatori, gli uomini che dovevano combattere e gli animali. Negli scavi dei sotterranei sono stati trovati nella preparazione del pavimento in "opus spicatum", residui di colore azzurro misti a sabbia gialla e a frammenti di legno, il "coeruleum aegyptium" forse usato per dipingere le scene che erano un'altra delle meraviglie dei giochi del Colosseo.
In mostra anche una lastra in piombo di vasca-caldaia (94 per 78 centimetri con uno spessore di 1,5): proviene dal "balneum" nell'area del tempio di Cibele, l'area del santuario della "Magna Mater" sul Palatino. I romani rivendicavano come divinità protettrice Cibele presso la quale Enea, in fuga da Troia, si era rifugiato. Il tempio della "Grande Madre" era quindi nel luogo più sacro della città, come ci ricorda Enrico Pensabene. La lastra ha inciso per quattro volte il nome del "plumbarius" che la costruì nella prima metà del III secolo dopo Cristo.

Il raro, grande frammento di parete in "opus sectile" (75,5 per 51 centimetri), proviene da un palazzo tardoantico del 410-450 dopo Cristo circa, scavato nel piazzale interno di Villa Medici, l'Accademia di Francia: per questo gli scavi sono stati condotti in collaborazione con l'%u0116 cole Française de Rome. Un pezzo prezioso anche se i marmi sono di recupero, un motivo a meandro complesso in giallo antico, contornato da listelli in serpentino, un quadrato formato da un ottagono in marmi bianchi venati incorniciato da un sottile listello e lastrine in porfido rosso antico. Questo tipo di fregio deriva dagli affreschi molto più antichi di Pompei, in "Secondo stile", delle pareti del triclinio nella Villa dei Misteri.

Lavorando nella torre del IX secolo, nel monastero dei Santi Quattro sul Celio, gli archeologi della soprintendenza hanno scoperto una serie di vani fra cui uno utilizzato come immondezzaio, una specie di "vaso di Pandora" di oggetti dal Quattrocento agli inizi del Seicento. Per di più privo di aria e di umidità quindi con una perfetta conservazione di materiali estremamente deperibili. Giuseppina Filippi, che ha diretto i lavori, elenca ossa di animali, lische di pesce (che si sono portate dietro una carcassa di gatto e di alcuni topi), conchiglie di molluschi, bucce di aglio e cipolla, frutta. Numerosi oggetti di uso quotidiano in cuoio come scarpe maschili, femminili e da bambino, spesso con guarnizioni, due foderi di pugnale, parti di una bardatura di cavallo (un "unicum per la storia del costume"), parti di stoffe (anche velluti e sete), oggetti di legno (anche resti di mobile dipinto), di vimini e paglia (anche una scopa), di metalli (fra cui un paio di forbici da sarto), monete e un "curioso bottone-campanello". E poi, resti di documenti in carta e pergamena, due bolle di piombo, sigilli di cera impressi, pezzi di pavimento in marmi colorati, tessere di mosaici di pietra e paste vitree, mattoni con bolli, pezzi di decorazione architettonica in marmo di epoca romana o altomedievale (fra cui un capitello con busto togato, frammenti di epigrafe sembra riferibile al calligrafo di papa Damaso). E poi, vetro e ceramica in abbondanza, pezzi integri o facilmente ricomponibili, dipinti velocemente con santi, decorazioni vegetali, stemmi. Sono vetri di uso quotidiano e di rappresentanza (vetri colorati e dipinti, forse veneziani), ceramica da cucina, maioliche di epoca arcaica e rinascimentale (ciotole e piatti "da pompa"), prodotte in varie regioni e anche dipinte in oro di fattura levantina o spagnola. E ancora, oltre 300 statuine di terracotta che potrebbero essere personaggi del presepe, giocattoli, ex voto.
Dalle statuine alla tigre. Per quanto ridotta al corpo vero e proprio, - osserva Maria Antonietta Tomei, -"la tigre si impone per la compattezza del modellato, la tecnica di esecuzione, che utilizza inserti di marmo scuro con forti effetti chiaroscurali per riprodurre il manto screziato del felino". Il corpo è stato ricavato in un unico blocco di alabastro mentre le zampe sono state lavorate separatamente e poi inserite; anche la coda è stata aggiunta come dimostra un perno antico in ferro. Lo stile e la tecnica sono "accurati e di alta qualità" forse di maestranze orientali e alessandrine a Roma, al servizio della casa imperiale, nel II secolo dopo Cristo. La tigre è stata infatti trovata sul Palatino sul versante della "Domus Tiberiana" che prospetta verso via San Teodoro, in una fogna addossata ad un muro di epoca di Domiziano. La "Domus" è il "primo dei palazzi imperiali costruito in maniera unitaria sul Palatino".

L'"assoluta rarità" (le scatole con figurine antropomorfe di significato magico, di maledizioni) è legata alla parte di una fontana rettangolare trovata nel centro dei Parioli, piazza Euclide, alla profondità fra 6,20 e 10,30 metri, e che rappresenta a sua volta un "ritrovamento straordinario". La fontana era infatti dedicata ad una antica divinità romana delle origini, la ninfa Anna Perenna, e nella fontana erano murate due are e un blocco che, per la prima volta a Roma, citavano il nome della divinità e davano informazioni inedite sul culto. Marina Piranomonte, che ha diretto lo scavo, ci ricorda che la fontana ebbe "una vita lunghissima, almeno dieci secoli" dal IV secolo avanti al VI dopo Cristo e fu abbandonata agli inizi del V come sembrano dimostrare le anfore vinarie di quel periodo che riempirono la vasca. Probabilmente invece nella cisterna retrostante la fontana continuò a sgorgare l'acqua della sorgente "con la conseguente sedimentazione degli strati argillosi e sabbiosi che conservarono integri e in perfetto stato i materiali deposti". Le perfette condizioni di conservazione sono dovute all'argilla che ha preservato, in un ambiente quasi anaerobico, 549 monete, 72 lucerne, lamine, un grande catino di rame, pigne, gusci di uova, rametti e tavolette. E le nove scatole di piombo incise (e tre di terracotta) con relative, fragilissime, ma intatte figurine. Anche le scatole hanno il nucleo metallico perfettamente conservato e la chiusura ermetica, in qualche caso garantita da un materiale sigillante e dallo schiacciamento dell'orlo. Grazie alle resine usate gli specialisti della Polizia Scientifica hanno identificato le impronte lasciate dimostrando che appartenevano ad una mano femminile, ad una "maga professionista". In un contenitore una figurina-persona-odiata sostenuta da un osso infilato internamente, è avvolta dalle spire di un mostro dalla forma di serpente forse nell'atto di morderla al volto. Sul davanti la figurina è imprigionata da una lamina di piombo ed ha un chiodo conficcato nei piedi e uno nello stomaco. Il trattamento, veramente da professionista del malocchio, è completato da formule magiche incise sulla lamina e da una sagoma maschile "il cui volto coincide perfettamente con il chiodo nella pancia". In un cilindro è inciso il nome del destinatario delle maledizioni, Leontius.

Ma per chiudere scegliamo il carteggio d'amore scoperto nel cosiddetto sepolcro "Dorico" sulla via Appia, ad oltre un miglio dalla tomba di Cecilia Metella: è formato da due pacchi di lettere "di una storia non felice", gli "unici segni tangibili di un sentimento senza destino" come annota Rita Paris della soprintendenza archeologica. Di un amante che di fronte alla necessità di liberarsi delle lettere non le distrugge, ma le fa custodire da un antico monumento con la speranza forse che anche il suo amore gli sopravviva. Sono lettere (che cominciano il 25 marzo 1926) e pochi altri documenti, ben sigillati in due tubi di piombo che hanno incisa in numeri romani la data 30 settembre 1929, ciascuno con due diverse iniziali. Le iniziali potrebbero essere il segno che chi ha nascosto le lettere sperava forse di poterle recuperare una volta superata la crisi e lasciava un segno riconoscibile. Un pacco è perfettamente conservato, l'altro (le lettere dell'amata?) è un blocco calcificato sul quale è in corso un delicato intervento di recupero come su di un antico papiro.
Come molto spesso accade in Italia lo spazio in cui si svolgono le mostre è un valore aggiunto e così è per le "Olearie papali". Si tratta infatti dei dieci, enormi pozzi per l'approvvigionamento di olio della popolazione di Roma (e per calmierare i prezzi), completati nel 1764 per iniziativa di papa Clemente XIII e ricavati nei sotterranei dei granai cinquecenteschi di Gregorio XIII. I granai occupavano la parte sinistra delle terme di Diocleziano (aula ottagona e tre grandi ambienti), alla sinistra della chiesa di Santa Maria degli Angeli. L'alto portale di ingresso alle "Olearie" fu aperto entro la muratura del "Calidarium", contiguo al portale della chiesa (tutti e due sull'attuale piazza della Repubblica).

Il sotterraneo assicurava quella "temperatura fresca e costante" necessaria per la conservazione dell'olio, ma la realizzazione riservò delle sorprese perché si dovette aumentare il numero dei pilastri di sostegno dei granai e fu necessario demolire a colpi di mazza, "con maggior fatica", le murature delle antiche terme. Quella che è stata ottenuta è ad ogni modo una affascinante, "serrata sequenza di volte a crociera che poggiano su possenti pilastri, ricavati anche dal taglio delle murature" delle terme. Ora i restauri della soprintendenza hanno riportato alla vista le strutture romane.


Goffredo Silvestri


Notizie utili - "Roma. Memorie dal sottosuolo. Ritrovamenti archeologici. 1980 -2006".
dal 2 dicembre 2006 al 9 aprile. Roma. "Olearie papali", piazza della Repubblica 12. Promossa dal ministero per i Beni e le attività Culturali e dalla soprintendenza archeologica di Roma diretta da Angelo Bottini. Ideazione e cura della mostra e del catalogo Maria Antonietta Tomei. Catalogo Electa. Produzione Mondatori Electa.
Biglietto: intero 9 euro, ridotto 6 (il biglietto è valido tre giorni e consente l'ingresso a tutte le sedi del Museo nazionale romano: Terme di Diocleziano, Palazzo Massimo, Palazzo Altemps, Crypta Balbi, Museo Palatino).
Orari: tutti i giorni 9 - 19,45; la biglietteria chiude un'ora prima. Informazioni, prenotazioni e visite guidate Pierreci 06-39967700; www. pierreci. it

(17 gennaio 2007)

da: www.repubblica.it/2007/01/sezioni/arte/recensioni/memorie-dal-sottosuolo/memorie-dal-sottosuolo/memorie-dal-sottosu...
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