Print   Search   Utenti   Join    
Full Version: Mahika[Assente]
Slange
Sunday, November 01, 2009 6:58 PM
Mahika Thali Chordewa

Sangue: Novizio

Doni del sangue predominanti: Fisici

Morta il 5° giorno di Pethboc

Figlia del sangue di Iván Ustrel. Esule.

Skills comuni: Combattimento disarmato (liv.I)

Skills di Razza: Dominio (I) , Veggenza (I) , Tenebra (I) , Vigore (II), Celerità (II) , Istinto (II)
Slange
Sunday, November 01, 2009 7:17 PM
Si dice, fra la gente del mio popolo, che la nascita di un bambino dagli gli occhi verdi, sia un evento estremamente raro.
Le leggende vogliono che, ogniqualvolta una donna della tribù dia alla luce una di queste creature, per le famiglia tutta sia motivo di grande onore.
Ma anche di tacita paura.
Per chi, negli occhi, porta il colore dei boschi, la strada è una sola.
Tracciata ere ed ere addietro, tanto che il ricordo si perde nelle menti annebbiate dei più' anziani.

Nati fra le braccia rugose di antichi alberi, nudi, sulla terra umida, abbiamo sulla pelle e sul volto quello stesso colore.
Ecco perché, quando qualcuno nasce sotto la maledizione di Haumea , tutti gridano una parola sola - "mahiki ! mahiki !" - e le porte del regno degli spiriti vengono spalancate.
A colui che porta in volto il marchio di Miru e della sua sposa Haumea, sono destinati tutti gli antichi saperi.
A lei, o a lui, sarà affidato il compito di percorrere i sentieri di Iva, per guidare i vivi attraverso il mondo dei morti.
Suoi saranno i segreti del cielo e delle stelle. Suo il potere della terra e della vita.

Gli alberi conservano i nostri ricordi. Fra le loro radici attorcigliate si incastrano tutti i sospiri della nostra gente.
Di ogni racconto che rimane, ce n'è uno, in particolare, che nessuno osa dimenticare.

Sono la terza di cinque figli.
Sono nata dalla figlia della sorella di Thali, la sciamana del nostro villaggio.
Sono nata in una notte di plenilunio, a primavera.
Sono nata.
E la prima cosa che ho visto, me lo raccontarono, furono i fuochi accesi in onore di Haumea.
La prima cosa che sentii, anche questo me lo dissero, fu il ritmo ipnotico dei tamburi larghi. I tonfi dei piedi battuti sulla terra piatta. Fu la paura di mia madre, che prese vita da un sospiro.
Fu la rassegnazione di Thali.
La mia nascita precedeva la sua dipartita.
Sono nata con gli occhi verdi.

Vissi e crebbi divisa a metà fra le attenzioni spasmodiche della mia famiglia ed i severi insegnamenti di Thali.
La mia non fu una vita difficile.
Non fu felice, questo è certo, ma nemmeno noiosa.
Imparai tutto quello che dovevo sapere che ancora non ero una donna ed il giorno in cui lo diventai, presi il posto della mia maestra.
Mi invitò ad entrare nella sua capanna, chiamandomi ad alta voce nella notte scura, perchè non aveva la forza di raggiungermi all'aperto.
La trovai sdraiata a terra, riversa con la faccia sulla terra.
Sembrava morta, non fosse stato per quell'impercettibile alzarsi e riabbassarsi del petto scarno, ancora bello, ancora giovane.
Mi disse addio, con la paura negli occhi ed un sorriso teso sulle labbra.
Mi strinse le mani nelle sue. Mi baciò la fronte.
"E' giunto il nostro tempo" mi disse ed io sapevo che nessuna delle due avrebbe potuto modificare il percorso del proprio destino.
Lei sarebbe morta. Io avrei preso il suo posto, fintanto che non fosse nata un'altra figlia di Haumea.

Negli anni che seguirono non ci furono avvenimenti particolarmente importanti.
Qualche lotta contro i villaggi vicini - per lo piu' a causa del bestiame - la venuta di piccoli gruppi di stranieri, gente dalla pelle così chiara da domandarsi come facesse a scampare ai baci del sole.
Hanno portato strane storie e buffe leggende fra la nostra gente.
Qualcuno li ha seguiti, soprattutto i piu' giovani, convinti di partire verso il nuovo mondo, dove dèi sanguinari governavano il creato con la paura ed il peccato, con la colpa ed il dolore.
In tutto questo tempo, non sono mai venuta meno al mio dovere.
Accoglievo chi si era perso. Curavo chi era malato.
Leggevo gli oracoli prima di una battaglia ed assistevo le madri durante il parto.
Forse una o due volte mi fu chiesto di risvegliare i morti: disturbare il loro sonno per porre loro domande e chiedere protezione.
Non ricordo mai molto di quello che accade in occasioni simili: le erbe che mi permettono di lasciare il corpo materiale non preservano la mia volontà. E con essa neppure la memoria.

Fu un anno o due dopo il compimento del mio quinto lustro che la vita al villaggio cominciò a cambiare radicalmente.
Gli stranieri erano ormai troppi.
Li si incontrava ovunque, persino nel profondo ventre della foresta, laddove chiunque avrebbe avuto timore d'addentrarvisi.
Cacciavano le nostre bestie, raccoglievano erbe e frutti, continuavano a raccontarci storie assurde e sempre piu' spesso ci costringevano a credere alle loro parole.
Io e la mia tribù riuscimmo ad isolarci all'interno del bosco e delle voci del mondo di fuori, come iniziammo a chiamarlo, ci raggiungeva solo l'eco.

Se avevamo recuperato le nostre abitudini ed il nostro stile di vita, non riuscimmo pero' a liberarci di quel morbo che i nuovi arrivati sembravano aver portato con loro.
Gli animali che salvammo dai cacciatori continuavano a morire.
In poco tempo, ed ovunque attorno al villaggio, si crearono cumuli di carcasse prive di vita.
Ogni mattino, nonostante i nostri uomini avessero cominciato a vegliare su piccoli gruppi di bestie, trovavamo da qualche parte una creatura riversa a terra.
Integra, nel corpo, ma come svuotata dalla vita.
Privata del sangue, senza che di esso se ne trovasse traccia.
La carne di metà di loro avrebbe potuto sfamarci tutti per un intero anno, le loro pelli, le ossa, avrebbero provveduto al resto, ma non trovammo il coraggio di servircene.

Cominciarono così i riti in onore di ogni divinità conosciuta: la richiesta era una ed una soltanto. Cacciare gli Haole.
Questo fu il nome con il quale cominciammo a chiamare gli stranieri.
"Coloro che non respirano".
Gli anziani del villaggio raccontavano storie orrende su questi uomini dall'aspetto simile a quello di uno spettro, con la pelle bianca, tanto sottile e trasparente che il sole non la scalfiva perchè riusciva a passarvi attraverso.
In poco tempo la follia prese tutti noi: ai rami degli alberi appendemmo sonagli e ossa, amuleti e pelli.
La notte i fuochi rimanevano accesi ed i canti non cessavano un istante.
Suonavano i tamburi. Si compievano sacrifici.
Ogni volto pallido che avesse l'ardire di arrivare fino a noi, veniva attaccato, rincorso e scacciato dal villaggio, se non ucciso.
Io avevo il compito di assistere a tutto questo, guidata dal volere degli anziani.
Così, per lungo tempo, ogni giorno divento' per me uguale a tutti gli altri.
Preparavo le erbe, gli amuleti e le vesti dei guerrieri.
Curavo le loro ferite e leggevo gli oracoli.
Interpellavo gli spiriti degli antenati, ed invocavo quelli della foresta.
Ci volle poco prima che io perdetti ogni volontà.
Fu colpa delle erbe, in gran parte.
Ogni notte mi drogavano per permettermi la comunicazione con le essenze piu' flebili dell'universo ed ogni notte io lasciavo il mio corpo, per perdermi da qualche parte, a metà fra la vita e la morte.

Fu in una di queste occasioni che lo "conobbi"
.
Gli animali continuavano a morire. La maggior parte di noi smise persino di agitarsi.
Qualcuno si ostinava a dire di aver visto grossi animali nel folto, che la causa di tutta questa morte era la loro insaziabile fame e che presto, una volta uccisi gli ultimi animali che ci restavano, allora avrebbero attaccato noi.
Si stava preparando la nostra migrazione verso altre terre.
La fede negli dei cominciò a vacillare ed a quella si sostituì una sorta di muta rabbia.
Un delirio isterico.
I riti procedevano, ma i canti avevano perso ogni veemenza, diventando nenie lamentose che mi accompagnavano a stento sulla via del ritorno.

Io continuavo a vagare fra i mondi.
Poco mi importava della vita che correva attorno a me.
Mi è sempre stato detto cosa fare, cosa dire e persino cosa sentire.
Nessuno mi ha mai insegnato a pensare e pormi domande.
Ho preso il posto di Thali, perché così doveva essere, perché sono nata con gli occhi verdi, perché possiedo il dono.
Non erano miei i problemi legati alla materia, io intercedevo per loro, ma non mi toccavano.
Non mi interessavano.
Non ci volle poi molto perchè cominciassero persino ad annoiarmi.
Là, dove le fronde degli alberi cantavano melodie ancestrali e mi erano concessi tutti i saperi, allora ero viva.

Lo sentii immediatamente.

Attorno a me il rumore era assordante.
Stavamo sacrificando quanto di piu' potente possa esser donato ad un dio: sangue.
Stavamo sacrificando il sangue piu' potente che potessimo donare ad un dio: quello della figlia di Haumea.
Stavano sacrificando il mio sangue!

Non nacque, in quegli anni, nessun bambino che possedesse il dono.
Non era giunta l'ora della mia morte ed il sacrificio non consenziente, fra la nostra gente, è causa di potenti maledizioni, di sventure e flagelli.
Per questo dovetti donarlo di mia volontà.
Lo feci senza pensarci, perchè ero una sciamana e quello era il mio compito.
Riempii la cavità ossuta del cranio dell'ultima bestia ritrovata accanto alle case.
Per mia fortuna era piccola e ci volle poco, prima che ne fu colma.
Debole nel corpo, le erbe inebriarono la mia mente come mai prima d'allora.
Fu come vedere attraverso la notte.
Sentivo il vento sulla pelle, ed il suo alito era tiepido, come un respiro.
Catturavo ogni bisbiglio, oltre il roboare dei tamburi. Seguivo il tragitto di ogni animale, nascosto dietro gli arbusti.
Ne percepivo il battito del cuore, la fame, la paura.

Mi si scagliò addosso con una violenza tale da farmi vacillare.
Era gelido e tagliente ma non mi ferì in alcun modo.
In un istante saggiai la Conoscenza, e ne fui rapita.
Conobbi le storie dei secoli, sentii la voce degli antichi, seppi di quanti vennero prima di noi.
Corsi sul pelo dell'acqua e sfrecciai veloce come la lepre attraverso tutte le radure del mondo.
Conobbi tutte le notti del tempo e mi riconobbi, da qualche parte, laddove i ricordi lasciano vuoto il loro posto.
Fu un'immersione completa nel Tutto.
Qualcosa mi guidò fino ai confini di quell'oscuro mondo, dove il sole ed i colori erano pallidi e sbiaditi come i volti degli stranieri che abitavano il mondo di fuori.
Giunsi al limitare della mia stessa mente e sfiorai il nulla, quando mi sporsi oltre.
Guardai fissa in faccia la Morte, poi, quando riaprii gli occhi.

Dalle voci che sentii nella confusione che precedette la mia fine venni a sapere che, mentre cadevo in trance, l'intero villaggio raccolto in cerchio attorno a me, fu a sua volta circondato da animali.
Alcuni erano grossi e sconosciuti. Altri meno curiosi, ma non per questo meno minacciosi.
Cessarono i tamburi ed i canti, e forse fu per questo che io mi perdetti in quella dimensione oscura.
Una di quelle bestie si aprì un varco fra la mia gente ed avanzò lentamente, diritto in mia direzione.
Molti dovettero credere fosse l'incarnazione animale di uno dei nostri dei, giunto ad accettare il sacrificio e mostrarsi ai suoi fedeli servitori.
Si accucciò mite, di fronte a me, e così rimase, per lungo tempo.
Ricordo di aver sentito dire che nessuno ebbe il coraggio di muoversi per lunghi istanti e che quando tutto finì, gli animali scomparvero d'improvviso, come inghiottiti dalla notte.

Quando riaprii gli occhi, oltre il velo delle droghe, davanti a me vidi solo un uomo.
Nessun animale, nessun dio.
Quando il suo sguardo incrociò il mio, fui ricacciata indietro da quel mondo, per piombare duramente in questo che tutti conosciamo.
Un conato mi sconvolse le viscere: la foresta, i volti dei miei vorticavano attorno ad una velocità spaventosa.
Mi sembrò di morire.
Scivolai verso il basso, dolcemente. Una caduta morbida verso la terra.
Non ricordo nessuna sgradevole sensazione. Nessun dolore particolare.
Semplicemente. Mi abbandonai.
Libera dal corpo.
Il cranio che stringevo fra le mani, pero', nn toccò mai il suolo.

Quello che seguì non mi fu mai troppo chiaro.
La gente del mio popolo cominciò a gridare al cielo, i tamburi ripresero a suonare, i piedi a pestare il suolo, furenti.
Decine di braccia mi sollevarono da terra.
Non ebbi la forza di reagire. Non potevo urlare. Non riuscivo a vedere.
Come sempre avevo fatto, lasciai che il mio destino si compiesse.
Il rito aveva dato un esito insperato.
Il dio s'era rivelato, gli animali scomparvero dietro le nostre spalle.
Avevano gradito un assaggio del mio sangue ed il sacrificio doveva continuare.

Mi portarono al monte, laddove la terra termina all'improvviso, inabissandosi nel mare profondo e iracondo.
Fui legata e drogata ed ognuno dei presenti, con una goccia del proprio sangue, dipinse sul mio corpo uno dei sacri simboli.
Quando mi avessero presa gli dei avrebbero riconosciuto l'odore del sangue di tutti coloro che mi offrivano in sacrificio ed a loro sarebbe stata garantita la protezione dagli spiriti maligni.
E' un molto rito raro, fra la mia gente. Non ricordo di un'altra occasione simile avvenuta in passato.
Non so se avrebbe funzionato, nel caso in cui di fronte a noi ci fossero stati davvero gli dei.

La verità è che non ebbero neppure il tempo di cantare tutte le loro preghiere: gli animali tornarono tutti insieme.
Tutti all'improvviso.
Si scagliarono sulla piccola folla, scaraventandosi contro i piu' giovani ad una velocità mostruosa.
Molti cercarono di fuggire. Qualcuno forse ce la fece.
Io non riuscii a vedere nulla e non seppi mai cosa accadde davvero, quella notte.

Quando ebbero terminato, gli animali scomparvero di nuovo.
Io rimasi sola, inerme e mezza morta, legata al tronco butterato di un albero basso e largo.
I rami piu' giovani avevano già cominciato a germogliare e ricordo ancora perfettamente quel profumo dolcissimo.
Delicato, leniva la nausea che l'odore del sangue portava con se.
E' l'unica sensazione che riesco ad evocare ancora, semplicemente chiudendo gli occhi.

Tornarono la notte successiva.
Io ero ancora là.
L'effetto della droga stava svanendo pian piano, ma la debolezza del corpo non permetteva alla mente di tornare lucida e vigile.
Mi accorsi di loro soltanto quando ne sentii le voci.
Alzai la testa, lentamente, ed aprii gli occhi per quello che la stanchezza mi concesse.
Di fronte a me c'era di nuovo lui. E dietro di lui un piccolo gruppo di uomini e donne, tutti meravigliosamente perfetti, nella loro bellezza eterna.
Mi sollevò il mento con un le dita della mano. Una carezza gelida, alla quale non riuscii a sottrarmi.
Riportò i miei occhi ai suoi e rimase a fissarmi a lungo, in silenzio.
Non raggiunsi di nuovo quel mondo in cui mi accompagnò la notte precedente, ma lo sentii entrare nei miei pensieri, senza fretta e senza violenza.
Si insinuò fra i miei ricordi, e su ognuno d'essi si soffermò per qualche istante.
Lo sentii ridere con me, ed avere paura. Avesse potuto farlo, lo avrei visto piangere con me. L'avrei sentito cantare.
L'ho visto tuffarsi nel ricordo di un'alba lontana, sorta sul mare e l'ho sentito tremare, quando ha toccato un sogno.

Io, ormai prossima alla morte, ho provato pena per quell'uomo.
Una tristezza straziante, disperata. Senza fine.

Si congedò in educato silenzio, senza portarsi via nulla e prima di rialzarsi avvicinò il suo volto al mio.
Mi annusò come farebbe una belva con la sua preda.
Tuffò il naso fra i miei capelli, come un amante che stia per dire addio.
Mi baciò il collo, laddove le ossa sporgono appena e la pelle si ritrae in una conca liscia.

Fu un ruggito a riportarmi al mondo.
Quel ringhio feroce ed il dolore acuto.

Uno degli uomini che fino a poco prima rimasero silenti alle spalle di colui che scambiammo per un dio, si era avventato contro di me affondando i suoi denti nella mia pelle, squarciandola con violenza famelica e nutrendosi del mio sangue.
Mi vidi al posto di tutti gli animali trovati morti accanto alle case.
Mi vidi al posto dei cadaveri che per tutto il giorno non ero riuscita a smettere di fissare.
Urlai di dolore.
Poi di terrore.
Uno ad uno presero ad avvicinarsi tutti gli altri.
Cercai i loro occhi, consapevole che non vi avrei trovato una stilla di pietà, nè di umanità e urlai ancora, quando furono ad un soffio da me.

Mi preparai alla fine piu' dolorosa che avessi mai potuto immaginare.
Il cuore impazzi nel petto, al punto che sperai potesse cedere di lì a breve, risparmiandomi quell'incubo.
Ma la morte non arrivo'. E neppure il dolore, se non quello dell'unica ferita rimasta aperta.

Erano spariti di nuovo tutti.
Di fronte a me serpenti e lupi, un rapace e qualche felino dalle dimensioni sproporzionate si battevano contro un grosso orso dal manto scuro e lucido.
Solo, contro tutti, sembrava riuscire ad avere la meglio senza troppi sforzi.
Gli altri sembravano giovani e inesperti e vi si lanciavano contro uno alla volta, finendo quasi sempre per venir ricacciati indietro.
Non ho idea di quanto durò il tutto, lottarono per ore, credo, poichè la notte era ormai diventata scura e le stelle brillavano in cielo, approfittando dell'assenza della Luna.

Il mio salvatore cominciò a cedere.
Piano piano, un passo alla volta, lo costrinsero ad arretrare, circondandolo sui tre lati.
Il quarto lo occupavo io.
Si era frapposto fra me ed i suoi compagni ed avevo capito cio' che sarebbe successo di li' a poco.
Avrebbero ucciso lui e subito dopo sarebbe toccato a me.
A fatica cercai di recuperare il controllo del mio corpo. Non sapevo cosa avrei potuto fare, per salvarmi la vita, ma l'istinto mi suggerì di utilizzare l'unico elemento rimasto a mia dosposizione.
Forse fu lui a guidarmi, anche quella volta.
Col piede cercai il braciere che sarebbe servito a bruciare le erbe durante il sacrificio. La fiamma era flebile... ma ancora viva!
L'olio usato per questo tipo di rituali dura per molte ore, a volte anche per dei giorni, poichè deve poter resistere ai capricci ed ai tempi degli dei.
Rovesciai il contenuto a terra, e subito le fiamme si allungarono di fronte a me, come lingue incandescenti, fameliche come lo erano coloro che cercavo di combattere.

In realtà il mio gesto sarebbe valso a ben poco, se lui non avesse approfttato di quell'attimo di distrazione per afferrarmi e strapparmi alle corde, prendendomi in spalla e trascinandomi lontana da li.
Corse veloce come il vento e quasi non percepivo i sobbalzi che avrei dovuto accusare ad ogni suo passo.
Penzolavo nel vuoto, come un corpo senza vita.
La testa girava e l'unica possobilità che avevo per resistere alla nausea era tenere gli occhi serrati.
Svenni. O mi addormentai.
Era quasi finita la notte.

Ecco come accadde che conobbi il mio Maestro.
Quando mi risvegliai, la vita aveva quasi del tutto abbandonato il mio corpo.
Ero debole e stanca.
Pallida, per quanto il colore della mia pelle permettesse il confronto.
Il gelo mi pervadeva tutta, scuotendomi di brividi dalla testa ai piedi.
Passarono molte notti simili a quella. E molti giorni di luce tiepida e soffusa, in cui rimasi da sola a scongiurare gli dei per un poco di calore.
Non riuscivo ad alzarmi.
Lui svaniva sempre, all'alba , per tornare da me non appena il sole tramontava dietro l'orizzonte.
Mi scrutava con ostinazione, girandomi attorno come un animale curioso.
Annusava l'aria e stringeva gli occhi.
Piu' volte sfiorò i miei pensieri.
Sembrava gradirli. Quasi fossero un nettare dolcissimo.

Io ne ero attratta.
Dal primo giorno in cui lo vidi, non smisi un istante di pensare a lui. Ai suoi occhi. Al mondo in cui mi fu concesso di vagare per qualche tempo.
Sentivo il suo sguardo sulla schiena quando di sera, accanto al fuoco, ci raccoglievamo in gruppo per raccontare le storie dei nostri antenati ai bambini.
Lo sentivo nel sonno, accompagnarmi nei sogni.
Non mi aveva piu' lasciata sola.
E io non l'avevo piu' lasciato andare via, catturandolo con la sola arma che avevo.
La Vita.

Per tre notti non mi rivolse parola.
Si limitava a portarmi ogni sera qualche cosa da mangiare ed un po' d'acqua da bere. Lo stretto necessario per permettermi di rimanere in vita, ma non in forze.
Sembrava non essere avvezzo al piu' semplice dei rituali. Mi lasciava i pasti accanto al letto, quasi contrito dall' impossibilità di potermi donare qualcosa di meglio.
Io accettavo tutto di buon grado e, nonostante sapessi di averne un disperato bisogno, non trovavo in quei doni nulla del sapore che ricordavo.
Mangiavo perchè dovevo mangiare. Ma dopo poco ogni cosa perdeva la sua attrattiva.
Gli odori, i sapori persino. Nulla era piu' capace di pungermi.
Dovette accorgersene, perchè fu durante uno di quei pasti che si sedette accanto a me, rivolgendomi uno sguardo tanto pietoso da smuovermi le lacrime in petto.

MI raccontò tutto.
Cio' che accadde e cio' che fu ancor prima della mia nascita.
Mi svelò la sua natura e quella dei suoi compagni.
Mi mostrò il suo vero volto e quello della morte e ancora mi permise di avvicinarmi all'abisso dei suoi pensieri.
Fu come trapassare una delle porte sul sentiero di Iva.

Mi salvò la vita perchè la Vita divenne per lui la cosa piu' preziosa da proteggere.
Mi salvò perchè io gli permisi di assaggiare di nuovo qualcosa di cio' che in lui fu perduto per sempre.
Mi tenne con se perchè io lo nutrissi, con la mia umanità.

Mi spiegò che lui ed i suoi compagni vagavano da molto tempo per le terre selvagge in cerca di animali liberi di cui nutrirsi.
Non uccidevano vite umane, se non quando strettamente necessario.
Quello che accadde al nostro villaggio fu dovuto alla presenza degli stranieri: con loro diminuirono gli animali selvatici, il campo di ricerca si fece presto ben piu' stretto e li portò inevitabilmente ad avvicinarsi a noi.
Si nutrirono delle nostre bestie e presto sarebbero ripartiti, non fosse stato per l'odore del sangue.
La notte dell'ultimo sacrificio fu di troppo.
I piu' giovani non resistettero al richiamo del sangue umano e lui, il loro Maestro, riuscì a fermarli solo portando con se quel poco che riuscì a strapparmi dalle mani.
Quello che accadde dopo, l'ho già raccontato.
Inebriati da quel magro bottino, invitati come dei sulla cima del monte, istigati da centinaia di profumi diversi... non ci fu nulla da fare.
Se non tentare di salvare almeno me.

Non siamo esseri che conservano in loro l'amore, o la gioia. La tristezza o il dolore.
Sono sentimenti che si mescolano e si appannano.
Un magma tumultuoso che ci scivola nel petto, agitandoci il sangue e la mente, senza darci pace.
Per questo, credo, non fu l'amore a salvarmi.
Piuttosto l'ingordigia.
Piuttosto l'esasperazione.
Una disperata ricerca di un battito nel petto. Una puntura. Qualcosa che sapesse ancora di vita...

Di giorno presi a dormire sonni leggeri ed incostanti.
Di notte lo guardavo mentre mi raccontava delle meraviglie del mondo. Di tutto cio' che vide o fece. Della gente che conobbe.
Quand'ero troppo stanca ed il respiro si mozzava in gola, mi prendeva fra le sue braccia e mi raccontava la sua storia preferita, fintanto che io non mi fossi calmata.
Ascoltava il rallentare del mio cuore e ci giocava, accelerandolo a suo piacimento con uno sguardo soltanto.

Io gli raccontavo dei colori.
Cercavo di spiegargli l'azzurro del cielo. Ed il rosso intenso del cuore dei frutti maturi.
Gli raccontavo del sole, del suo tocco caldo sulla pelle e della meraviglia delle sue albe e dei suoi tramonti.
Gli spiegavo il mare. L'erba. I profumi ed i sapori.
E ogni tanto mi sembrava di coglierlo un sorriso. Come avesse ritrovato, al fondo di un vecchio baule, il ritratto sbiadito di un'antica amante.

Il mio corpo stava morendo.
Ma io mi sentivo viva, utile, indispensabile ed amata.
Non mi avrebbe lasciata. Fin tanto che io non avessi lasciato lui.
Aveva un disperato bisogno di me, lo sapevo.
E io me ne innamorai.

Giunse così l'estate.
Passammo poco meno di un mese in quella piccola abitazione dagli arredi laccati e dalle forme bizzarre.
Io peggioravo sempre piu'. Ma non mi importava.
Una morta che teneva compagnia ad un non morto!
Non ci vedevo nulla di sbagliato in tutto quello.
Avrei passato gli ultimi giorni nell'unica maniera che il mio cuore poteva concepire, svuotandomi d' ogni traccia di vita, per regalarla a lui.

Comincio' ad agitarsi d'improvviso.
Non so se per la paura di perdermi da un momento all'altro o perchè ci avevano nuovamente raggiunti.
Ogni sera rientrava piu' nervoso di quella precedente e non si fermava mai, camminando avanti e indietro per tutta la stanza, come un'anima che abbia perso completamente il senno.
Mi ripeteva che non eravamo al sicuro.
Che sarebbero giunti presto.
Che l'avrebbero ucciso e che dovevamo fuggire lontano.
Io non capivo.
Non avevo voglia di capire.
Ma un viaggio, per qualsiasi dove, per me era un'ipotesi al di fuori d' ogni discussione.

Stavo morendo e lui sembrava non volerlo capire.
Se loro, chiunque fossero, ci avessero raggiunto, non ero io a dover temere qualcosa.
Continuavo a ripeterglielo e nella mente non mi balenò neppure il pensiero che fosse lui a non volermi lasciare andare.
Mi tenne in vita molto piu' a lungo di quanto non avessi potuto sperare.
Ma lo fece solo per soddisfare se stesso.
Questo l'ho capito da poco.

L'ultima notte della mia vita da mortale è tutto cio' che mi rimane di lui.
L'abitazione che occupavamo sorgeva modesta e abbandonata alla periferia di una grande città di mare.
Accanto a noi, il porto accoglieva di continuo grandi navi che vomitavano una quantità disarmante di mercanti e merci provenienti da ogni remoto angolo di mondo conosciuto.
L'avevo convinto a non chiudere gli scuri, quella sera, perchè il caldo soffocante della bella stagione, unito all'umidità salmastra della notte, mi toglievano il respiro facendomi risvegliare in un mare di sudore, nonostante il gelo non mi abbandonasse mai le ossa.
Sembrava scorrere nelle mie vene, come neve perenne.
Circondarono la casa.

Fu quella l'unica volta che lo vidi preda del terrore.
O forse era solo l'istinto animale che risiedeva in lui a mostrarmelo così minaccioso ed inquieto.
Comincio a correre da una stanza all'altra, nel tentativo di sbarrare le vie d'accesso all'interno.
Sfrecciava come impazzito: i miei occhi non riuscivano a catturarne tutti i movimenti.
Solo quando si fermava, per brevi attimi, riuscivo a scorgerne la sagoma perfetta nella penombra.
Io non mi muovevo.
Trattenevo il cuore in petto, certa che l'incubo sarebbe presto giunto a termine.

Mai come quella volta le mie previsioni furono piu' sbagliate!

Mi si scaglio addosso, d'improvviso.
Saltò sul letto e mi coprì col suo corpo mentre, fuori, cominciava l'assalto.
Mi prese fra le braccia e, come fece la prima volta in cui mi salvò la vita, tuffò il volto fra i miei capelli, inspirandone l'odore.
Come se stesse per dirmi addio.

Credo furono i miei occhi terrorizzati, piu' delle mie parole, a dargli la forza di tutto l'egoismo che la nostra natura è in grado di dimostrare.
"Non lasciarmi qui a morire da sola".
Sussurrai quelle poche parole al suo orecchio mentre ancora mi stringeva a sè.
Tremavo. Per la paura e per il freddo.
Scongiuravo la morte, nonostante fossi preparata da troppo tempo al suo sopraggiungere.

Non ci volle molto e non fu neppure doloroso come quella volta in cui uno dei suoi compagni mi attaccò.
Il suo fu come un bacio delicato.
Affondò il volto fra la mia spalla ed il collo.
Sentii la pelle cedere lentamente, uno strato alla volta.
Poi il gelo mi abbandonò e le porte d'accesso a quel mondo sconosciuto mi si spalancarono nuovamente di fronte agli occhi.
Piu' in basso, a contorcersi fra le viscere, i sussurri di tutti gli spiriti.
Presi l'ultimo respiro.
Poi la testa cedette all'indietro. I miei occhi sbarrati fissavano una delle imposte bloccate da un grosso ramo umido e macilento.

Morii nell'istante esatto in cui quella esplose in mille pezzi.

Ricordo il sapore del sangue.
La sua scia persistente di ferro e sale.
Ricordo il dolore atroce che mi sconvolse le membra.
Le mie urla impazzite che si sovrapponevano alle sue.
Ricordo di avergli chiesto di uccidermi.
E ricordo che mi rispose d'averlo appena fatto.

Quello che ne seguì non sono in grado di raccontarvelo.
Qualcuno, o qualcosa, entrò nella stanza.
E dopo quello furono in molti altri.
Cominciò una lotta furente, fatta di ruggiti ed urla terribili.
Fra quelle riconobbi la sua voce che mi gridava gli unici insegnamenti che possiedo.
Fuggi la luce del giorno.
Non nutrirti mai della morte e non farti scoprire.
Nessuno deve sapere cosa sei.

Mi abbandonò così. Portandosi dietro tutti gli altri.
Non so cosa ne sia stato di lui.
Non lo rividi mai più. Mai sentii di nuovo la sua voce o la sua presenza.
Lo attesi per molte notti a venire, rinchiusa in quella stanza senza trovare il coraggio di uscire.
La fame mi obliava i sensi, mi strappava al senno ed ebbi la certezza che sarei impazzita del tutto fino a trovare la maniera di porre fine a quel tormento.

Fu una piccola bestiola a venirmi in aiuto.
Si intrufolò curiosa fra le macerie di legno e pietra.
Non ebbi tempo di fermarmi a pensare.
E dopo di allora poco altro ne trovai.

Cominciai a vivere, se così si puo' dire, le notti rumorose di quella città di mare.
Cacciavo ogni sorta d'animale che trovassi nelle vicinanze e d'esso mi nutrivo, finchè non tornava l'alba a ricacciarmi nella mie stanze.
Passai così molto tempo.
Non sapevo nulla di cio' che ero, se non quel poco che mi era stato raccontato come favole della buona notte.
Avevo troppo tempo per pensare e poche conoscenze per rispondere alle domande.
Cominciai a cercarmi fra la gente.
Fra i vivi, dei quali mi sentivo ancora parte.
Ma il loro odore era cambiato.
Ora lo sentivo.
Non erano piu' profumi di fiori, di tabacco o di sudore.
Era nettare che inebriava i sensi e io non riuscivo a resistere.

La prima e l'unica volta in cui mi sono nutrita di sangue umano sono morta definitivamente.

Fu con una giovane e bella fanciulla vestita a festa, con un largo cappello a coprirle il volto.
L'avvicinai che attendeva sola di fronte all'uscio di una piccola dimora, ben tenuta, seppur modesta.
Mi sorrise non appena mi scorse all'angolo della stradina stretta che si arrampicava verso il punto piu' alto della città.
Dovetti apparirle buffa e curiosa, vestita con indumenti della mia tribù con una leggera casacca a coprirmi la parte superiore del corpo.
Il suo sguardo curioso mi accompagnò lungo i miei passi, fino a che non le fui di fronte.
Ancora adesso non saprei dire cosa fu a dare vita a quella bestia che si risvegliò nel mio petto.
La volevo.

Dalla casa uscirono altre due donne.
Le loro urla isteriche mi riempirono i timpani, strappandomi al piacere.
Gettai a terra il corpo della ragazza come fosse stata una bambola vecchia ed inutile e mentre le urla si moltiplicavano, dietro alle mie spalle, cominciai a correre con tutta la forza che potevo.
Era tanta.
La sentivo spingermi in avanti, come una mano invisibile che mi sollevasse sulla corrente dei venti.
Mi spinse lontana dal mare, verso i boschi e oltre le radure.
Nessuno di quelli che furono presenti al mio primo massacro sarebbe riuscito a raggiungermi.
Fintanto che fosse stato umano.
Ed io avevo un disperato bisogno di trovare qualcun altro simile a me.
Chiunque altro fosse.

Non ho mai piu' avuto il coraggio di sfidarla apertamente.
Non so chi sia colei che mi ha seguita fino a qui.
Ma so che c'e'.
All'inizio pensavo fosse lui, tornato per accompagnarmi attraverso l'eternità.
Poi ho sentito la sua risata. E la sento ogni notte, quando mi accanisco contro i pochi animali che incontro sulla mia strada.
Non mi minaccia, ma neppure si avvicina.
Mi ha accompagnata da quella notte, osservandomi senza mai farsi scoprire.
L'ho chiamata, chiedendole di mostrarsi, ma non mi ha mai dato ascolto.

Devo averla annoiata.
Poichè sono due notti che non la sento piu'.

Sono giunta fin qui da sola.
Il mio nome è Mahika .
Questa è la versione 'lo-fi' dell Comunità Per visualizzare la versione completa click here
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 10:33 AM.
Copyright © 2000-2012 FreeForumZone snc - www.freeforumzone.com