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Full Version: MacBeth, ovvero la
erikaluna
Friday, September 24, 2004 4:32 PM
MacBeth, ovvero la femminilità non solo rinnegata.

Tragedia politica, rapporto col sovrannaturale, forse fra tutte paradossalmente la più “cristiana” fra le tragedie di Shakespeare per questo percorso fra tentazione e delitto che si risolve drammaticamente. E lui, MacBeth, importante eppure così diverso da tutti gli altri grandi personaggi Shakesperiani, diverso perché incapace di avere la loro grandezza e di essere appieno dentro la situazione. Direi addirittura che il tocco psicologico con cui il drammaturgo traccia i personaggi è pressoché di un modernismo impressionante, così vicino a noi, da sentirlo ancora fresco.
Ma non è di questo che voglio parlare, non ne sarei all’altezza.
Voglio parlare di lei, di lei lady MacBeth , personaggio quasi persona.
Di lei, la terribile lady, disegnata sempre come vendicativa, omicida, follemente innamorata del potere più che del proprio uomo. Anzi a pensarci bene la prima “dark lady” così cara al cinema noir americano, uno dei migliori cinema americani.
Lady macBeth muove buona parte della storia, come una degna regista: le sue parole sono veramente incoative nei confronti del marito. Ma cosa desidera Lady MacBeth? Davvero solo il potere di un trono funestamente ? Davvero è l’esempio della femminilità negata?
In tutta l’opera la femminilità sembra davvero negata, fin dal principio con le tre streghe che hanno tratti fisici maschili e ambigui. Ambiguità è un altro dei motori di tutta la storia.
Ma Lady Macbeth è una donna, una donna dotata di passioni estreme, che la inducono a scelte estreme. E’ forte, dentro. Anche se vacilla nel ricordo del padre. Per questo è anche umana. Lei per il marito è la donna e la madre, come una madre si prende cura di lui, lo esorta, lo riprende. E essere madre di tutte le femminilità è forse la maggiore. Lady Macbeth è consapevole del mondo in cui vive, conosce benissimo gli uomini, ed è forte anche perché immersa in un mondo di uomini deboli. E da questa coscienza invoca gli spiriti chiedendo loro di toglierle la sua femminilità estrinsecata nel seno e nel latte, due simboli matriarcali, sostituendo il latte con il fiele, e appropriandosi della propria mascolinità. E così giunge ad ottenere ciò che davvero vuole.
L’ultima volta che la vediamo è nella scena del sonno, il suo suicidio a differenza di altri suicidi shakesperiani, avverrà fuoriscena: lady Macbeth non è più la donna forte e convinta che ci ha accompagnati fino al quinto atto, è una donna che dorme, follemente, è un oggetto da guardare, e con grande modernità l’autore la ritrae nel gesto ossessivo di strofinarsi le mani, come una sorta di contrappasso. L’ultima volta che lady MacBeth è in scena è in quello stato di sonno fra la morte e la vita. Sappiamo della sua morte, senza vederla. Importante è la reazione del marito alla notizia del suicidio: ambiguità anche qui è sovrana. MacBeth resta quasi indifferente, ma è proprio a lei che dedica una delle più belle battute della tragedia:
“ La vita non è che un’ombra vagante, un povero attore
che avanza tronfio e smania la sua ora,
sul palco e poi non se ne sa più nulla.
E’ un racconto fatto da un’idiota,
pieno di grida e furia,
che non significa niente.”

Così vicino, così lontano: non tanto femminilità rinnegata, ma appropriazione di una mascolinità senza rinunciare a se stesse, quasi necessaria sopravvivenza. E qui il pensiero diventa immenso.
Erikal.

[Modificato da erikaluna 24/09/2004 16.33]

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