Etrusco
Tuesday, February 22, 2011 11:21 PM
«Genocidio». L'esercito:«Uniamoci al popolo»
Dal Corriere della Sera:

La Casa Bianca: «Violenza spaventosa»

Bombardamenti su Tripoli: «1'000 morti»
Chiuso il gasdotto di GreenStream

Porta 9,2 miliardi di metri cubi di gas (al secondo? al mese? Il Corsera non specifica...) a Roma. Il governo italiano e la Ue rassicurano: c'è abbastanza stoccaggio

MILANO - Dopo quella fugace di stanotte dalla caserma di Bab al Azizia, a Tripoli, Gheddafi è tornato a parlare sulla tv di Stato per ribadire che non lascerà il Paese, proprio mentre giunge notizia che sono oltre mille i morti a Tripoli durante i bombardamenti sulla folla di manifestanti scesi in piazza per protestare contro il regime. A riferire lo sconcertante dato è il presidente della Comunità del mondo arabo in Italia (Comai) Foad Aodi, che è in costante contatto, da Roma, con alcuni testimoni in Libia. Ma per uno dei figlio di Gheddafi, Saif Al Islam, le vittime delle violenze nel Paese sono 300, di cui 58 soldati: 104 civili e 10 militari a Bengasi, 63 e 10 ad Al-Beida, 29 e 36 a Derna. «Manca l'energia elettrica e i medicinali negli ospedali», ha riferito ancora Aodi, che ha rivolto un appello al governo italiano affinchè si mobiliti «per un aiuto economico e con l'invio di medicinali in Libia. Il governo non rimanga in coma, sordo e cieco, alla rivoluzione che è in atto in queste ore». I battaglioni della sicurezza, fedeli a Gheddafi, hanno nuovamente aperto il fuoco infatti contro i manifestanti a Tripoli. Le violenze sarebbero avvenute nel quartiere di Fashlun, alla periferia della città, che lunedì è stata obiettivo dei raid dei caccia militari libici insieme al sobborgo di Tajura. A Bengasi gli abitanti hanno preso il controllo della città. Lo riferisce Ahmad Bin Tahir, medico locale citato dalla Bbc: «Qui non c'è più la presenza dello Stato - ha detto - Non c'è polizia, non c'è esercito, non ci sono figure pubbliche. Il popolo si è organizzato in comitati per riportare l'ordine».

L'ADDIO DEL MINISTRO - Dopo la tragica giornata di massacri, 250 solo i morti dei raid di lunedì, la Libia si prepara a fare la conta. La conta dei morti. E la conta di chi è rimasto con Gheddafi. Secondo l'International Federation for Human Rights (Ifhr), sono circa una decina le città in mano agli insorti. Oltre a Bengasi, dice Ifhr, i ribelli hanno il controllo di Sirte e Torbruk, Misurata, Khoms, Tarhounah, Zenten, Al-Zawiya e Zouara. «Il regime di Muammar Gheddafi controlla solo Tripoli, in questo momento lo scontro è in corso solo in quella zona, dove i manifestanti vengono attaccati» ha detto Muhammad Abdellah, vice presidente del gruppo di opposizione. E nella serata di martedì è arrivata la defezione del ministro dell'Interno: Abdel Fatah Yunis, che nel suo discorso Muammar Gheddafi aveva dato per morto, assassinato a Bengasi, ha annunciato il suo sostegno alla «Rivoluzione del 17 febbraio». Intanto sono state sospese le attività nei principali porti mercantili libici a causa delle violenze nel Paese. Lo riferiscono fonti di società marittime che operano nel Paese, precisando che si tratta in particolare dei porti di Tripoli, Bengasi e Misurata.

SANGUE E GAS - In precedenza la pista dell'aeroporto di Bengasi è stata distrutta dai bombardamenti e gli aerei non possono decollare né atterrare, ne ha dato notizia il ministro degli Esteri egiziano. E mentre l'Egitto aumenta le guardie di frontiera, la Lega araba convoca una riunione straordinaria, a Nalut, pochi chilometri dalla Tunisia, i manifestanti hanno bloccato l'afflusso di gas verso l'Italia chiudendo il gasdotto che passa per la loro provincia. La minaccia, pubblicata sul sito Internet del gruppo di opposizione «17 febbraio», era rivolta «all'Unione Europea, e in particolare all'Italia. Con l'accusa di silenzio riguardo le stragi compiute da Gheddafi «la gente di Nalut», aveva annunciato la decisione di interrompere alla fonte l'afflusso di gas, chiudendo il giacimento di al-Wafa. «Per noi il sangue libico è più prezioso del petrolio o del gas», conclude il messaggio. Nel primissimo pomeriggio di martedì Eni conferma di aver chiuso il gasdotto di GreenStream: la condotta trasporta 9,2 miliardi di metri cubi di gas a Roma. Sempre sul fronte energetico arriva la notizia, confermata da fonti del governo italiano, del blocco dei terminali libici del petrolio: «La situazione è preoccupante», dice la fonte.

«Varcato il confine di Sollum, zona in mano ai ribelli»
dal nostro inviato Lorenzo Cremonesi

CASA BIANCA - La Casa Bianca ha condannato la «violenza spaventosa» in corso in Libia, e ha rivolto un appello alla comunità internazionale affinchè chieda «con una sola voce» di fermare la violenza. Il portavoce dell'amministrazione Obama, Jay Carney, parlando a bordo dell'Air Force One in volo verso Cleveland, dove oggi Obama ha un incontro pubblico, ha detto che la Libia ha il dovere di rispettare il diritti fondamentale del popolo.

ATTENZIONE ALTA E STOCCAGGI - Intanto i flussi di gas importati attraverso il gasdotto Greenstream sarebbero rallentati già da lunedì sera. E la situazione «è in peggioramento» riporta la Staffetta Quotidiana, giornale specializzato sui temi dell'energia.

Bombe sulla folla. «Genocidio»
EGITTO E CONFINI - Si registrano anche le prime crepe tra i sostenitori di Gheddafi. Diversi militari e politici libici sono passati dalla parte dei manifestanti in seguito all'eccessivo uso della forza per reprimere i cortei. Mentre l'L'Egitto annuncia che sta rafforzando la presenza di truppe lungo il confine con la Libia. Obiettivi: rendere sicuro il confine egiziano e l'apertura del valico di Salum, il principale punto di passaggio sulla costa fra i due stati. In precedenza era stato aperto solo per poche ore al giorno, ora avrebbe il compito di lasciar passare i feriti. Secondo quanto annunciato due ospedali da campo sono già stati allestiti e nella zona sarebbero state aperte anche strutture per accogliere libici in fuga dalla patria.

Messaggi da e per la Libia: il canale aperto per i lettori di Corriere.it

l.p.
22 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.corriere.it/esteri/11_febbraio_22/libia-nalut-petrolio-martedi_5c2b40e6-3e5e-11e0-a025-f4888ad76c86.shtml



Etrusco
Thursday, February 24, 2011 3:50 PM

IL REPORTAGE

La festa di Bengasi, città liberata
«Ora vogliamo la democrazia»

Fori di proiettili su tutti i palazzi del governo. E al posto del regime c'è un Comitato di 15 saggi

 
BENGASI - Il Risorgimento della Libia è cominciato dalla sua seconda città per ordine d'importanza. Le cinque giornate di Bengasi anticipano e preparano il propagarsi della sommossa a Tripoli. Dal 15 al 20 febbraio sono stati giorni ritmati dal crescendo delle violenze. Il punto di non ritorno fu il 17, quando diventò evidente che la rivoluzione stava trionfando. Ora sono in tanti a contare il numero dei morti e dei feriti in successione storica. Nessun dato ufficiale ancora. «Tra i 200 e 300 morti, quasi 1.000 feriti», sono le cifre più diffuse. E c'è chi cerca di fornire il numero delle vittime giorno per giorno, localizzando anche le zone della città più insanguinate. «Due morti il quindici febbraio sul lungomare; 37 il sedici di fronte al palazzo del ministero degli Interni; 32 il diciassette verso il tribunale; 75 il diciotto tra l'ospedale e il cimitero dove transitavano i cortei funebri; 23 il diciannove presso l'hotel e la caserma dove stavano i mercenari africani di Gheddafi; 57 il venti nelle periferie», computa con fare attento Atef Al Hassan, un ingegnere trentenne che sta cercando di organizzare un centro stampa nella speranza di accogliere al meglio i giornalisti. È un fatto ormai tipico nelle rivoluzioni che scuotono il Medio Oriente, avviene a Tunisi, al Cairo, in Yemen: i giovani vogliono la stampa, cercano di apparire, di esserci, non vedono più i reporter stranieri nella veste di «spie al servizio di America e Israele», come avveniva spesso da queste parti sino a pochi anni fa, ma alleati e amici, ambasciatori di quella modernità della comunicazione che ora anche loro vorrebbero disperatamente condividere.

Mentre ancora nella capitale si combatte e Gheddafi resiste asserragliato nei palazzi del regime, 1.200 chilometri più a Est la popolazione già festeggia la liberazione e trasforma la cronaca in mito. Arrivando ieri a Bengasi da Tobruk abbiamo trovato un'atmosfera da «missione compiuta». Ma anche rabbia, tanta rabbia contro il «dittatore criminale» e soprattutto contro l'Europa (in prima fila l'Italia) accusata di essere stata prima complice e adesso spettatrice troppo passiva dei crimini di questo regime in coma, eppure ancora pronto a massacrare impunemente la sua gente in piazza.

Il percorso, quasi 500 chilometri, per la maggioranza in pieno deserto, si è rivelato assolutamente tranquillo. Nessun attacco di predoni, nessun raid dei piloti da caccia rimasti fedeli al dittatore. Totalmente infondate le voci di possibili posti di blocco volanti per terrorizzare il traffico. E invece benzinai aperti, i soliti drappelli di giovani armati agli ingressi dei rari villaggi che agitano i mitra in segno di saluto, camioncini stracarichi di lavoratori egiziani diretti verso la frontiera a Sollum.
Ma a Bengasi appare subito evidente che la battaglia è stata più vasta e aspra che non nelle province orientali a ridosso del confine egiziano. Le caserme di polizia ed esercito mostrano segni di vasti incendi e fori di mitragliate. I resti delle barricate ancora insozzano gli accessi al lungomare. Praticamente non c'è importante edificio pubblico, della municipalità o del governo centrale, che non sia stato saccheggiato. Molte attività - le banche, il porto, le aziende private principali - sono chiuse. Fuori servizio anche il gigantesco hotel Tibesti, tradizionalmente utilizzato dalle delegazioni commerciali e diplomatiche straniere ospiti del regime. Però è proprio Abdallah (non vuole rivelare il cognome per un ultimo scrupolo di paura), uno dei manager, a raccontare alcuni dettagli interessanti su come sono andate le cose. «Il 15 febbraio la situazione sembrava ancora in pieno controllo di Gheddafi. C'erano sporadiche manifestazioni di giovani, è vero. Ma tutto sommato esercito e polizia obbedivano ancora agli ordini impartiti da Tripoli. La situazione è però mutata rapidamente quando qui in albergo è arrivato Abdallah Sanussi, genero di Gheddafi (è marito della sorella della moglie del dittatore, ndr) noto per i suoi modi brutali alla testa dei servizi di sicurezza interna. È stato lui a requisire 100 camere dell'albergo e occuparle con centinaia, forse sino a 800, mercenari africani. È allora che gli alti ufficiali locali delle forze di sicurezza libiche hanno deciso di unirsi ai dimostranti».

La dinamica è molto simile a quella delle testimonianze raccolte due giorni fa a Tobruk. Con la differenza che Sanussi non è stato affatto disposto a perdere Bengasi facilmente. La guerriglia qui è diventata guerra. E i mercenari africani non hanno avuto alcuna remora nel sparare sulla folla. Un ragazzo del «comitato giovanile» locale mostra un video ripreso col suo telefonino dove prima si vedono i mercenari sparare sulla gente. Poi i cadaveri di quattro o cinque di loro legati sul cofano di un camioncino come se fossero prede appena prese in una battuta di caccia. Col sangue raggrumato copioso ad arrossare la carrozzeria. Gli scontri più duri avvengono presso Campo Fadhil, la caserma, dove Sanussi raggruppa i suoi uomini prima di capire che non può farcela contro l'intera popolazione nelle piazze e le armi già distribuite dai militari ai rivoltosi pronti ad utilizzarle.

La sera del 20 febbraio è finita. Da allora si teme la rappresaglia via aerea. Qui hanno fatto scalpore i due piloti da caccia che hanno disertato su Malta pur di non obbedire all'ordine di bombardare Bengasi. Ieri restava ancora vivo il timore che possano riprovare con la marina. Ma ci credono sempre in meno. La città è ora retta da una sorta di Comitato di Salute pubblica composto da 15 persone, per lo più giudici e avvocati (anche a Tunisi gli uomini del potere giudiziario hanno avuto un ruolo centrale), che si riuniscono quotidianamente per cercare di gestire i bisogni immediati della popolazione. «Il nostro compito adesso è garantire che la rivoluzione vinca finalmente anche a Tripoli. Sappiamo che nella capitale, come del resto tra le tribù fedeli a Gheddafi nella sua terra natale lungo il Golfo della Sirte, la dittatura ha ancora tanti seguaci. Però ormai la sua caduta è inevitabile, solo una questione di giorni», afferma Jamal Salem, avvocato 44enne, e membro del Comitato.

È lui ad aiutarci ad incontrare una quindicina tra i circa 30 mercenari di origine africana catturati durante i combattimenti. Resta incerto il numero dei loro morti a Bengasi. Sembra che la maggioranza sia riuscita a ripiegare verso Tripoli. Questi comunque sono ovviamente spaventati, qualcuno è ferito: apparentemente cose leggere, una fasciatura alla testa, graffi, ecchimosi. Li tengono in una camerata buia al quarto piano degli uffici del tribunale, dove è anche la sede del Comitato. Più che il timore che scappino, qui le nuove autorità cercano di proteggerli dal linciaggio. Uno di loro lo incontriamo mentre viene interrogato dagli avvocati. «Mi chiamo Bubakar Abdullah, sono musulmano della Nigeria, ho 22 anni», dice a bassa voce in francese mostrando l'addome un poco tumefatto. Ovviamente è stato picchiato. Difficile capire con quali conseguenze. Non vuole dire quanto era pagato da Gheddafi. «In Nigeria non c'è lavoro, non avevo soldi e poco da mangiare», si limita a ripetere. Gli altri sono fatti accovacciare su coperte sporche: sono tutti scalzi, alcuni molto bassi di statura, altri visibilmente ben palestrati. Vestono blu jeans stracciati, giacche larghe, sporche, tute da operai. Gli estremi travestimenti prima di essere presi.

Uscendo dalla stanza degli interrogatori, alcuni studenti ed un paio di giovani avvocati vengono a sapere che c'è un giornalista italiano nell'edificio. E insistono per dire la loro. «Il pubblico italiano dica subito a Berlusconi che deve chiedere scusa al popolo libico. Non si vergognano lui e il vostro governo? Per tanti anni siamo stati vittime del regime fascista. Poi Berlusconi si è messo a sostenere un altro fascista come Gheddafi. Una vergogna! Lo sapete a Roma che i soldi italiani per gli indennizzi alla Libia sono serviti a Gheddafi per pagare i mercenari e comprare le armi utilizzate per reprimere il popolo libico? Vergogna per il fatto che, già quando era cominciato il massacro della nostra gente, anche allora non sia arrivata una condanna netta dall'Italia». Non c'è ostilità nei confronti del giornalista. Però traspare evidente il desiderio di essere finalmente ascoltati: da sudditi a cittadini. È un passo enorme, gigantesco.

Una donna avvocato, Taheena al Sharifi, ribadisce invece la profonda identità laica della rivolta araba. «I governi europei insistono nel sollevare lo spettro dell'Islam. Ma perché non vengono qui con noi? Si renderebbero conto che i Fratelli musulmani non c'entrano per nulla. Vogliamo libertà e democrazia. Non gli imam al governo». Sono quasi le otto di sera quando lasciamo la zona. Il lungomare è un brulicare di gente allegra, che si stringe le mani, si abbraccia, ride. Anche qui qualche sparo in aria. A centinaia applaudono nel vedere quattro o cinque ragazzini che arrivano con una carriola carica di armi leggere coperte da uno straccio. «Le hanno requisite per la strada», dicono le guardie. «Dobbiamo evitare che la festa divenga un nuovo bagno di sangue».

Lorenzo Cremonesi
24 febbraio 2011© RIPRODUZIONE RISERVATA

http://www.corriere.it/esteri/11_febbraio_24/bengasi-cremonesi_485353d6-3fdc-11e0-9e6f-a362a9c0857e.shtml

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