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Caleidos
Friday, November 10, 2006 3:24 PM
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Se oggi decido di scrivere non è certo per vanità letteraria, che per altro sarebbe ingiustificata, ma per ricordare questo momento della mia vita affinché anche in tempi migliori non mi sia concesso di ridere del mio passato. Voi potreste pensare ch'io scriva per giustificarmi o per puro vittimismo, ma io oggi non mi pongo di fronte a questo aspetto, scrivo perché sento il bisogno impellente di dare un senso a questa mia esistenza priva di identità, perché voglio illudermi che ciò che sto per scrivere mi sia di aiuto in qualche modo per continuare a sperare in un finale inaspettato che mi trascini fuori da questa irrealtà così ben camuffata da apparire più autentica di quella vera. Perciò mi lascerò condurre dalle sensazioni e da quella parte oscura e immateriale che sono i miei pensieri, i miei moti indistinti, i sogni. Certo non sarò io il protagonista di questa pagina, sarò l'esecutore materiale e questo aspetto affascinante e apparentemente assurdo mi consente d'essere lettore di me stesso, della mia vita prima ancora di conoscerla e meditarla. Se dovessi esprimervi la sensazione di questo momento direi senza ombra di dubbio che è un senso di impotenza, di calma inspiegabile, di concentrazione superficiale, forse di leggero fastidio o di apatia. Questa assenza di trama o di filo logico apparente mi mette in seria difficoltà e mi spaventa la certezza di poter in qualche modo riempire questo foglio con soliloqui noiosi privi di valore universale, ma forse è un eccesso di pignoleria o di preoccupazione infondata nei riguardi degli eventuali lettori di questi righi. Infondo non m'importa molto del giudizio della gente anche se mi sono fatto catturare da questo pensiero ingenuo ed altruista. Non nego però che sarei soddisfatto di poter pensare che qualcuno si riconosca in queste mie divagazioni, oppure divertito dal fatto che si possa trovare interessante o noioso il modo di lasciarmi condurre da questi tasti rumorosi che sprigionano insiemi omogenei di parole alla ricerca di un'identità. La mia realtà è il pensiero e non avverto la struttura fisica atteggiata in un qualsiasi moto espressivo senza importanza alcuna, per altro non avrei ragione di farlo se non per ingannare me stesso con le apparenze. La solitudine mi rende immune dagli atteggiamenti prestabiliti e da quella teatralità così spesso ammirata o commiserata in questo mondo. L'irrealtà è in ogni dove, basta aprire l'uscio oltre la solitudine e ci si ritrova trasformati dalle circostanze dall'interagire con gli altri e quindi costretti nelle finzioni che alimentano l'irrealtà. Per questo ho imparato a non giudicare quella che si definisce realtà. Ed io vivo in modo apparentemente pazzesco anche se poi è reale e la gente cammina a gambe all'aria, si arrampica sugli specchi e si affanna e si ostina a giudicarmi e ad insegnarmi a vivere con iniezioni di luoghi comuni spacciate per saggezza, esperienza, cultura che avanza come un gambero. Quando cerco di dialogare, di farmi comprendere mi prendono per marziano, per pazzo, per visionario, per menefreghista, per rivoluzionario, ma non per quello che sono.


ottobre 1978


Caleidos
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