Re: Re:
Paparatzifan, 06/07/2008 19.27:
Scusa se ti domando ma di cosa si tratta la tua malattia?
Mi dispiace tanto che tu adesso stia attraversando un brutto momento nella tua vita! Ma non perdere la speranza!!!! So che il Signore ti aspetta... Non dimenticarlo!!!!
Tu dici che non preghi più ma tu lo pensi il Signore? Se sì questo è già preghiera! Non importa se il tuo pensiero dura qualche secondo. Lui apprezza questo così come le lunghe preghiere sempre che si facciano con il cuore. Sono certa che Lui capisce la tua situazione di sofferenza e ti sta vicino più di quanto te l'immagini!!!!
Coraggio!!!! Farò una preghiera per te!!!!
La mia malattia è un disturbo dell'umore che ne altera il normale corso e i cicli, per cui si raggiungono picchi di umore basso o alto con una certa rapidità e all'improvviso, senza alcuna causa logica.
E' il tipico disturbo, come tutti quelli che hanno una base nel cervello umano, per cui non si conosce la cura definitiva, ma solo trattamenti che rendono possibile una vita dignitosa al malato.
E tra l'altro la medicina in questo campo continua a fare scoperte, oppure si ricrede su funzionamenti che prima dava per scontati.
In parole semplici, è un disturbo che mi ha reso la vita molto più difficile, così come una paralisi dalla vita in giù comprometterebbe totalmente la mobilità della persona che ne è affetta.
Per questo disturbo infatti sto finendo di portare avanti richieste e pratiche (che stanno giungendo alla conclusione, spero, anche perché sentirsi esaminati come al banco dell'ortofrutta non è esattamente una bella sensazione) che alla fine, se non vado errato, mi riconosceranno una invalidità civile del 100%, con conseguente pensione d'invalidità.
Questo non significa che io da me non possa fare nulla, ma che necessiterò, oltre che dell'aiuto economico, anche di una assistenza sanitaria (psichiatrica) pressoché a copertura totale, da quando mi alzerò la mattina, fino a quando mi coricherò l'ultima sera su questa terra.
Riguardo alla mia vita di preghiera, di fede, in generale della mia vita che dovrei vivere come cristiano, è molto povera se non praticamente inesistente. Posso dire di "pensare" a Dio, ad una possibile vita beata, ma oltre al fatto che non faccio una vita beata, sono anche sfiduciato dei mezzi che ho paura di non possedere per condurla.
Ogni volta che mi riavvicino alla Chiesa, tempo dopo è come se non avessi fatto nulla. Conosco la gravità della cosa, e non so cosa poter fare, perché pur abusando della misericordia di Dio, non so come riparare.
La preghiera nel senso più tradizionale del termine dopo poco tempo "appassisce" di fronte agli interessi più banali e terreni. Quegli spassi, quelle amicizie, quei beni, quel modo di vivere attaccato alla terra e non con lo sguardo rivolto a Dio. E quando questi interessi ovviamente decadono di fronte alla realtà della vita, e cioè che si deve morire prima o poi, non mi resta nulla in mano.
E' come se non avessi pregato mai, come se non mi fossi mai confessato: come se mai fossi stato cristiano no, perché vivendo nell'ignoranza avrei probabilmente vissuto meglio, forse.
Dio ha deciso diversamente, ma io non so che fare. Se mi giro da una parte per la preghiera e la vita della Chiesa, tutto mi diventa noia, ripetitività, fatica, ansia e frustrazione. Se peccando mi giro dall'altra, presto ogni gioia vana scompare come un battito d'ali. E non mi resta mai nulla, se non compatire me stesso e la mia mancanza di volontà.
Comincio molte cose e non ne finisco mai nessuna, che potrebbe anche essere uno degli effetti della malattia (che ripeto non è curabile nel senso di rimuovibile, allo stato attuale).
O forse sono troppo occupato a lamentarmi e a compatirmi da non vedere il resto. Però la frustrazione è troppa, l'ansia di non riuscire anche. Mi è stato detto "ma Dio non è come un distributore automatico che si inserisce la moneta e si ottiene quello che vuole". E lo so, lo so perfettamente. Però io già sono scoraggiato nell'inserire la moneta. Neanche mi aspetto di ottenere qualcosa. Non mi aspetto nulla, e perciò tengo per me ciò che sarebbe dovuto a Dio.
Pregare è più necessario del bere e del nutrirsi, il punto è che non è come il bere e il nutrirsi. Per me pregare è come fissare un'immagine sacra, il Crocefisso, la Madonna, pregare e sentire solo parole che escono di bocca. E mai altro. Se medito, alla fine perdo anche il filo dei pensieri. Se cerco di meditare su un testo, alla fine ho così tanto materiale in testa che non riesco a mettere ordine. Se il contenuto è chiaro, mi smarrisco di fronte a cose da nulla, e ritorno al punto di partenza.
Trovo molto spesso meno noiose le vite degli altri, le omelie dei sacerdoti, che la mia vita e la vita di fede.
E questo, oltre che sconcertarmi, altro non mi dice, se non che non vedo molto ottimismo per il futuro.