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Caleidos
Monday, November 27, 2006 9:01 PM


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“…E tu che fai? Scioperi?” gli domandò Ivan guardandolo dritto negli occhi e soffiandogli in faccia il fumo con quell’aria di sfida che mostrava ogni volta che si rivolgeva a lui.
“Bè non so” cominciò a balbettare mentre gli altri iniziavano a ridere attendendo la sua risposta . “..Veramente oggi ci sarebbe verifica di matematica, poi mia madre…” Ivan non lo lasciò terminare. “Senti qui non entra nessuno!”.
“Bravo!” si sentì mormorare dal gruppetto che si era formato attorno ai due. “Lo decido io quello che si deve fare! Quindi prenditi lo zaino e sparisci: oggi non si entra!”
Raccolse lo zaino e senza guardarsi intorno si diresse verso il cancello lasciandosi alle spalle il rombo dei motorini e gli schiamazzi degli studenti che all’unanimità sembrava non avessero proprio intenzione di entrare in classe.
La giornata si annunciava calda e soleggiata: non una briciola di nuvola si scorgeva all’orizzonte e tutto nell’aria ricordava che la primavera era appena iniziata e la vita tornava prepotentemente a impossessarsi di ogni cosa.
“E adesso?” pensò allontanandosi dalla scuola mentre percorreva lentamente e a testa bassa il viale che lo conduceva verso casa, indifferente ed estraneo
a tutto quello che lo circondava,
“Come posso spiegare a mia madre che io non avevo intenzione di scioperare? Non capirebbe: il dovere, i professori, tuo fratello sarebbe entrato, quando lo saprà tuo padre!”
Si convinse che sarebbe stato troppo difficile affrontare sua madre e che in fondo era sufficiente rincasare alla solita ora. Lei sarebbe rimasta all’oscuro di tutto. Il Preside non avrebbe adottato alcun provvedimento!
Iniziò a calmarsi, e rilassandosi prese a guardarsi attorno e a rendersi conto della stupenda giornata che stava per iniziare. Alla fine non sarebbe stato male godersi un bel mattino di sole e di libertà.
“Sì, ma cosa faccio fino alle 13? Dove vado?” Iniziò a sentir crescere nuovamente l’ansia .
“Io non vado mai in giro da solo; nemmeno con gli amici (…ma quali amici poi?). Può essere pericoloso; c’è tanta delinquenza (…dice mia madre!)”
Si sedette su una panchina, lasciando cadere lo zaino ai suoi piedi.
“Ma che mi può mai accadere in pieno giorno in pieno centro?”.
Si alzò. Stava per arrivare un autobus; salì senza riflettere. Quando le porte si chiusero realizzò che non aveva neppure guardato la destinazione. Ma non era stata una cattiva idea:
per almeno una mezz’oretta non avrebbe avuto il cruccio di come passare il tempo.
Si lasciò cadere svogliatamente su un sedile accanto al finestrino. Con le mani piantate nelle tasche del giubbotto, le gambe allungate sotto il sedile davanti, socchiuse gli occhi e si assopì.
“Zuenottu! ….Ehi giovane!” una voce ed una mano che bussava sulla sua spalla lo riportarono alla realtà facendolo sobbalzare. “Descia! …sveglia! L’autobus non va avanti, è guasto: si scende!!”
Aprendo di colpo gli occhi si avvide che l’autobus, fermo, si stava svuotando e si precipitò fuori tra i mugugni dei passeggeri. Dove si trovava? Che ora era? Con un salto ripiombò sul mezzo a recuperare lo zaino e si ritrovò sul marciapiede cercando di individuare il luogo della forzata discesa.
Era a Portello tra le due gallerie, non lontano dalla stazione Principe. Una zona della città che non frequentava e conosceva poco.
Istintivamente scese le scale del sottopassaggio vicino alla fermata dove l’autobus si era arenato.
Riemergendo dalla parte opposta della piazza, dopo una breve riflessione, si persuase che la decisione più saggia da prendere era quella di vincere ogni esitazione e fare rientro a casa. “Meglio non correre rischi” commentò a bassa voce, e consultò la tabella degli orari per scoprire quale autobus lo avrebbe riportato a levante nei pressi del suo quartiere.
Stava per salire sul 30 diretto verso corso Italia quando da dietro una voce di donna rauca ed
ansimante lo bloccò.
“Scusa che ore sono?”
Si voltò con un movimento meccanico, sollevando il braccio sinistro. “Le …sono le 8,50”. Il 30 intanto stava già imboccando la galleria seguito da una nebulosa coda di fumo nero.
“Mannaggia, sto disgraziato di mio figlio non si fa vedere! Sarà mezz’ora che aspetto. E’ capace che si è dimenticato!” furono le parole che la donna pronunciò con affanno, ponendo in rilievo le profonde rughe che le solcavano il viso sofferente.
La signora, sulla cinquantina, non più di un metro e cinquantacinque, tarchiata, coi capelli quasi grigi raccolti sul capo, stringeva fra le mani due enormi borse di plastica stracolme che davano l’impressione di trattenerla e impedirle ogni azione.
“Signora posso aiutarla?” Fu la sua reazione immediata, come un riflesso condizionato, dettato da anni di scoutismo.
“Grazie, abito qua sotto a via della Posta Vecchia nel centro storico ….non è lontano!”
D’un tratto provò una specie di imbarazzo nel constatare che aveva offerto la propria disponibilità con eccessiva e involontaria premura; ma ormai era troppo tardi. “Mi dia le borse signora, la seguo.” Le uniche parole che riuscì ad emettere.
Via Lurago, un breve tratto di Via Garibaldi e in un attimo si trovarono a scendere per Vico dietro il coro della Maddalena.
“Sei proprio un bravo ragazzo, che Dio ti benedica. Quel fetentone di Taniello chissà dove si è cacciato! Ma tu non sei di qui, Come ti chiami? Io sono Carmela ma tutti mi chiamano Mergellina.”
“Mi chiamo Massimiliano e abito… piano signora!”
Si fermò per qualche istante a riprendere fiato. “E’ ancora lontano?” “…Hii! non manca molto!”. Rise Mergellina che ormai aveva riacquistato tutte le sue forze e ritrovato il consueto buonumore.
“Ue, Mergellì ti sei fatta il fidanzato?”
Massimiliano si voltò e vide appoggiata allo stipite di un piccolo portone una donna sui quarant’anni. Con una gamba leggermente sollevata, vestita succintamente, li guardava sorridendo, mentre portava alla bocca una sigaretta.
“Ho trovato un cavaliere che gentilmente mi accompagna” Mergellina scoppiò in una fragorosa risata. “Come stai Rossa, come ti vanno gli affari?”
“Non si batte chiodo. Anche noi sentiamo la crisi!”
“Vienimi a trovare ti offro un caffè” .
Svoltarono in via della Maddalena, Mergellina continuava a parlare ma lui non ascoltava più.
Via della Maddalena era un variopinto brulicare di gente di ogni colore, un susseguirsi di negozi che esponevano le merci più diverse.
Nell’aria si confondevano gli aromi e i suoni più eterogenei.
Fu come ipnotizzato, rapito da quel mondo che gli parve sospeso in un’altra dimensione, fuori dal tempo. Così lontano dal suo, ma allo stesso tempo così intrigante.
“Poveraccia la Rossa tiene due figli da mantenere e suo marito se ne sta al caldo …a Marassi! Mi dicevi? Dove abiti? …vai a scuola? …Uè Massimilià!”. Gli diede un lieve colpetto sulla spalla. “Si abito in via Parini ad Albaro. Ho 16 anni e faccio la quinta ginnasio…” Perché le stava raccontando tutte quelle cose di sé? Era una sconosciuta! Sua madre gli aveva sempre raccomandato di non dare confidenza. E quella incontrata prima? Era una? …Si. era proprio una!…
“Eccoci arrivati!” esclamò Carmela non appena giunti in vico della Tartaruga, una traversa di via della Posta Vecchia.
Il vicolo era stretto e buio. Allargando le braccia si potevano quasi sfiorare i muri. Un odore acre di orina che saliva dal selciato si mescolava a quello altrettanto pungente proveniente da un cumulo di immondizia che impediva il passaggio.
Ebbe come un senso di nausea e il desiderio di fuggire via, rapidamente.
“La portinaia è in sciopero da sempre e l’ascensore se lo sono rubato, ci devi scusare” riprese lei aprendo il portone.
Intravide una scala stretta e ripida che si inerpicava tra due pareti scrostate e gonfie di umidità.
Un uomo dall’età indefinibile, alto, esile e dall’aspetto trasandato fischiò dietro di loro con lo sguardo rivolto in alto. “Giusy, scendi il cane che lo piscio!”
“Ehi Tonino come va?”
“Se faccio 13 non faccio più un cazzo!”
“Quello è disoccupato!”. Mergellina passò un braccio sulla spalla di Massimiliano scoppiando in una di quelle risate contagiose che ormai gli stavano diventando familiari.
“Posale pure sul tavolo, grazie”
Massimiliano si sentiva il cuore in gola. Si sedette esausto. La stanza che fungeva da ingresso, cucina e soggiorno era piccola e poveramente arredata. Osservò l’ambiente che lo circondava, poi i suoi occhi si posarono su Mergellina che canticchiando stava aprendo le imposte della piccola finestra. La stanza non si illuminò. Il pensiero andò alla terrazza di casa sua, al giardino, alla Tata e infine alla madre e ai suoi quadri appesi alle pareti del salone.
“Ti faccio un bel caffè!”
“No grazie non si disturbi, devo proprio andare.” Si alzò sistemandosi lo zaino sulle spalle.
La porta d’ingresso si spalancò bruscamente ed apparve un uomo sulla trentina. Giubbotto e calzoni di jeans logori, una cicatrice sullo zigomo destro, barba incolta e capelli arruffati.
“Ma dove ti sei cacciata? Ti ho aspettata mezz’ora alla Zecca! Mi fai prendere un colpo, stai malata di cuore lo vuoi capire?”
“A Portello, ti ho detto a Portello!”
Mergellina riprese fiato
“Mi ha portato lui le borse. Dai vi faccio un caffè.”
“Lascia perdere lo fai una chiavica, ce lo andiamo a prendere al bar. Ciao io sono Taniello. Grazie mille. Quella ha la testa tra le nuvole.”
Gli strinse la mano timidamente guadagnando il ballatoio.
“No, no, grazie io devo andare. Ho l’autobus che…”
“Vabbè scendo con te” lo interruppe Taniello chiudendo la porta dietro di sé.
All’incrocio con via della Posta Vecchia Taniello svoltò a destra, diretto dalla parte opposta a quella da cui Massimiliano era giunto.
“Che fai? Muoviti. Ti offro qualcosa da bere e poi te ne vai. Cinque minuti. Ormai la scuola l’hai saltata no?” Si accese una sigaretta riprendendo a camminare.
“Grazie ma devo proprio scappare. Ciao”
Massimiliano si incamminò verso la Maddalena con passo spedito ed una leggera inquietudine nell’animo. Da dove era arrivato? Come uscire da quel labirinto?
Via della Maddalena, vico Angeli poi a sinistra in vico Trogoletto. “No non siamo passati di qui!”
Si fermò a riprendere fiato. Stava per girare in vico del Duca quando la sensazione di una lama che gli sfiorava la schiena lo frenò.
“Caccia il portafoglio!” Si sentì svenire, le gambe non lo reggevano più.
“Kamal vedi di andare a rompere da un’altra parte per oggi, grazie!”
“Taniello! scusa, ma …lo conosci? Io non sapevo che era tuo…”
“Si è …è un amico di famiglia”
Massimiliano trattenne le lacrime a stento trasformandole in una inattesa risata liberatoria.
“Adesso ti ci vuole proprio qualcosa da bere per riprendere colore! Dai vieni con me: sarò il tuo Virginio negli inferi”
“Virgilio” bisbigliò Massimiliano col sorriso sulle labbra, lasciandosi guidare da Taniello che gli aveva appena appoggiato il palmo della mano sul collo.
“Secondo te ti lasciavo andare via da solo? Ci hai scritto chiaro in faccia –mi cago sotto-“
“Se non arrivavi tu! A quest’ora…”
“No, quello ha paura più di te. Vuole fare il duro ma non ha la stoffa; non è cattivo. Poi ricordati: gli altri non sono diversi da te. Grida per primo e quello che hai davanti stà zitto!”
Rivisse mentalmente tutte le volte che Ivan lo aveva umiliato, tutte le volte che non era riuscito a opporsi alla volontà degli altri, che non era stato capace di urlare la sua rabbia. Scosse il capo con espressione rassegnata.
“Io non ci riesco! Non sarò mai in grado di…”
“Eh …quanti cazzotti ho preso alla tua età! Ero più imbranato di te.”
Taniello si passò una mano sulla cicatrice.
“Guarda qua! Avevo diciotto anni. Vivendo nel “Bronx” sei costretto a farti rispettare. Ma nessuno nasce imparato. Ricordatelo”
Accese un’altra sigaretta e gli porse il pacchetto. Massimiliano rifiutò.
“Che scuola fai?”
“Il Liceo, liceo Classico. E tu?”
“Io alla tua età studiavo a Milano …al Beccaria!” Rise, la battuta non era stata raccolta.
“Volevo dire che lavoro fai”
“ Eh lavoro! Lavoro è una parola grossa!” Tacque per un istante. “Forse riesco a entrare in porto. Per ora tra un lavoretto e l’altro mi godo la libertà. Il lavoro è una specie di morte: non sei più padrone del tuo tempo …e intanto invecchi”
Immaginò di dire quelle stesse parole a suo padre oppresso dalle carte nel suo studio legale. Vide suo fratello chino sui libri per ore, con un futuro già pianificato, forse dalla nascita.
“Non ci avevo mai pensato.”
Sbucarono in via S. Luca provenienti dalla Maddalena e si fermarono nel primo bar che incontrarono a bere un caffè.
“Grazie Taniello. Però volevo pagare io”
“Ma figurati! Allora, hai capito? Vai dritto di qua: via Fossatello, sempre dritto in via del Campo e a destra per la Nunziata. Lì trovi l’autobus.”
Gli strinse la mano con forza, ricambiato da un energica pacca sulla spalla sinistra, e indossato lo zaino si incamminò.
Nei sui pensieri le immagini di quell’inconsueta mattina si susseguirono senza che riuscisse a definire con precisione le emozioni che gli suggerivano.
Si trovava a pochi passi da piazza Vacchero a metà di via del Campo quando le parole e la garbata melodia di una canzone che si diffondeva per la strada lo attrassero magicamente, rubandolo all’assorto fantasticare in cui da qualche minuto era piombato.
“…se tu penserai e giudicherai da buon borghese / li condannerai a cinquemila anni più le spese / ma se capirai se li cercherai fino in fondo / se non sono gigli son pur sempre figli vittime di questo mondo”
Si arrestò davanti alla vetrina del negozio che aveva emanato quella voce calda e profonda. Irreale e vera come un archetipo.
La canzone era appena finita e sentì l’impulso di entrare.
“Carissimo buongiorno come posso aiutarti?”
Un uomo dal volto radioso lo accolse appoggiato ad un bancone di vetro.
“Quella canzone che si sentiva da fuori, vorrei…”
“Belin, la rimettiamo subito! Questo è il grande Fabrizio De Andrè! Tu sei giovane ma questa è…”
“Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi / ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi…”
L’uomo dietro il banco abbassò il volume: ”Grande, grande! ..Era un poeta. Hai visto la vetrina? E’ diventata una specie di museo. ”
“Come si intitola?” domandò Massimiliano prelevando dal giubbotto il portafoglio.
“La città vecchia, ed è proprio il nostro ritratto!”
Si congedò tra i festosi saluti dell’insolito commerciante e di buon passo guadagnò la fermata dell’autobus in piazza dell’Annunziata. Il 30 stava per arrivare.



Albisola, Gennaio 2003 Corrado Siri

Caleidos
Monday, November 27, 2006 11:08 PM
La canzone di Massimiliano
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Ringrazio il mio amico e collega Corrado che si è fatto convincere
a mandarmi questo suo racconto.
E'uno spaccato della vecchia Genova, un ritratto "alla De Andrè", narrato con insolito realismo, attraverso l'esperienza di un giovane studente proiettato in una realtà diversa, fatta di emarginazione, dimenticata. Una lotta interiore contro i pregiudizi che sfocia infine in una presa di coscienza liberatrice.


Caleidos
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