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Paparatzifan
Sunday, November 09, 2008 6:43 PM
Dal blog di Lella...

Intervista

«Se viene meno la fede vince l'irrazionalità»

Fabrizio Rossi

Ateo, di sinistra, «culturalmente anti-clericale». Eppure anche il condirettore del Nouvel Observateur è stato conquistato da Benedetto XVI. Motivo? La difesa della ragione. «E la sua umanità»

«Psicologicamente ateo, culturalmente anti-clericale, spiritualmente cristiano». Si definisce così Jacques Julliard, 75 anni, condirettore del Nouvel Observateur, uno dei maggiori magazine francesi. Ex sindacalista (nel ’68 alla Sorbona era lui il leader della Confédération française démocratique du travail), nel “caso Ratisbona” s’era già schierato dalle colonne del suo settimanale al fianco di Benedetto XVI: «È così strano che, nel paese di Voltaire, occorra difendere il Papa e la Chiesa dal fanatismo?». Un Pontefice con cui condivide l’amore per tre autori come Péguy, Bernanos e Claudel, cui Julliard ha appena dedicato un libro in cui rilegge il mondo moderno attraverso la loro penna profetica.

Monsieur Julliard, il 12 settembre scorso lei era uno dei 700 intellettuali che al Collège des Bernardins hanno ascoltato l’intervento di Benedetto XVI «au monde de la culture». Che impressioni ha avuto?

Innanzitutto mi ha colpito la diversità rispetto a come veniva dipinto in Francia: anziché un dogmatico e un ultraconservatore, abbiamo incontrato un uomo di dialogo, che parla da intellettuale ad altri intellettuali. Mi hanno sorpreso il calore umano e una certa dolcezza che aveva.

A cosa è dovuta, secondo lei, l’accoglienza calorosa che ha trovato?

È stato acclamato non in quanto Benedetto XVI ma in quanto Papa, ossia simbolo di unità. In un mondo in cui tutto si frantuma, il carattere universale del cattolicesimo («la sola Internazionale che tenga», secondo Charles Maurras) resta il suo punto di forza. Insieme alla natura del suo messaggio.

Qual è stato l’impatto di questo discorso sul mondo della cultura laica?

Credo che sia stato ben recepito. È quanto mi raccontava lo stesso Jean Daniel: molti intellettuali non cattolici sono rimasti colpiti dal fatto che il Papa si sia rivolto non semplicemente ai cattolici, ma agli intellettuali tout court.

Sembrerebbe paradossale: una lezione sulla ragione in Francia, patria della raison…

Credo che la cosa più importante sia questa volontà della Chiesa di dialogare col razionalismo, combattendo l’irrazionalismo generato dalla paura. Si pensi all’ondata di spiritualismo e di new age tanto di moda nella nostra epoca: si tenta di ridurre la fede a una sorta di magia. Mi colpisce vedere, però, che ogni volta che la fede cristiana viene meno non ne trae vantaggio il razionalismo, ma l’irrazionalismo. Per questo è molto importante che Benedetto XVI porti avanti la riflessione sul rapporto tra fede e ragione.

Il Papa ha detto che «il cristianesimo non è semplicemente una religione del libro nel senso classico». Che valore ha questa affermazione per lei?

La Chiesa ha sempre detto che la tradizione è, insieme alle Scritture, una fonte di fede. Penso che il Papa abbia voluto così anche affermare l’originalità del cattolicesimo rispetto all’islam e al protestantesimo. Per lui il cattolicesimo è una religione ben precisa, che non va diluita in un deismo vago.

Il Papa ha paragonato la confusione attuale a quella del mondo in cui vivevano i monaci, dove «niente sembrava resistere».

Credo che abbia parlato molto dei monaci anche per sottolineare che il monachesimo è l’alleanza tra lavoro manuale e pensiero. In questo c’è una lezione importante per il mondo moderno, in cui la cultura è contrastata dai mass media, dai soldi… Per Benedetto XVI il vero fondamento di tutte le attività umane e, quindi, anche della cultura, è in Dio.

Come vede la sintonia tra Papa ed Eliseo sulla laicità positiva?

Entrambi hanno insistito su un fatto a mio giudizio incontestabile: l’Occidente ha delle radici cristiane ed è completamente assurdo volerle ignorare o rinnegare. La laicità non ha bisogno di epiteti: né positiva, né negativa, nemmeno repubblicana. Fingere d’ignorare, col pretesto della laicità, i fondamenti cristiani dei valori occidentali è contrario alla laicità. Questa laicità vuota significa cancellare la storia. Sarebbe clericalismo ateo, non laicità.

© Copyright Tracce, ottobre 2008


Paparatzifan
Monday, November 10, 2008 9:01 PM
Dal blog di Lella...

La notte del pogrom

di Anna Foa

Mentre le sinagoghe di tutto il mondo, nella notte fra il 9 e il 10 novembre, hanno tenuto accese le loro luci in ricordo della "notte dei cristalli" di settant'anni fa, quando si spensero quelle delle sinagoghe tedesche, Benedetto XVI ha pronunciato all'Angelus alte parole di condanna dell'antisemitismo, ricordando quella notte in cui ebbe inizio il cammino che avrebbe portato in linea diretta allo sterminio.
"Furono attaccati e distrutti negozi, uffici, abitazioni e sinagoghe, furono anche uccise numerose persone, dando inizio alla sistematica e violenta persecuzione degli ebrei tedeschi, che si concluse nella Shoah", ha detto il Pontefice, con parole che sembrano dar voce a immagini conservate dentro il cuore.

E infatti subito dopo il Papa fa un richiamo non al semplice sdegno o alla riprovazione, ma al "dolore", un dolore soggettivo, personalmente provato, che deve servire a impedire che fatti del genere si ripetano, a lottare contro ogni forma di antisemitismo e di discriminazione.

Sono parole forti, che cadono in un momento in cui, se riemergono divergenze fra parti del mondo ebraico e la Chiesa sulla questione della beatificazione di Pio xii, nell'incontro ebraico-cattolico di Budapest il dialogo si fa più stretto e vengono proposte strategie comuni di lotta contro l'antisemitismo.
Le parole pronunciate da Benedetto XVI all'Angelus rappresentano un impegno non formale nei confronti dell'antisemitismo e del razzismo.

E importante è anche che si sia voluto dare rilievo particolare a questo anniversario della Kristallnacht, la "notte dei cristalli" dai vetri infranti delle vetrine, o Pogromnacht, "notte del pogrom", come giustamente si preferisce ora dire in Germania e come ha detto ieri Angela Merkel.

Importante è ricordare le decine di ebrei assassinati, le migliaia spediti nei campi, le persecuzioni aperte, il fatto che, mentre in Italia si promulgavano le leggi razziste del fascismo, quel 9 novembre del 1938 rappresentò la svolta verso l'annientamento degli ebrei d'Europa.
In quei giorni, scarse furono le voci che si levarono in nome della religione a condannare quelle violenze, a riconoscerne la portata. Nella Germania totalitaria, tacquero le Chiese protestanti e in quel momento non levò alta la voce l'episcopato cattolico, che pure più tardi si sarebbe battuto coraggiosamente e non senza successo contro l'assassinio dei disabili. Non tacque invece l'arcivescovo di Milano, il cardinale Schuster, in un'omelia tenuta in duomo il 13 novembre e richiamata con approvazione da Pio xi davanti al Collegio dei cardinali il 24 dicembre dello stesso anno.
Oggi, le parole di Benedetto XVI - con la preghiera "per le vittime di allora" e con la "profonda solidarietà al mondo ebraico" - ripropongono con forza la svolta che la Chiesa ha ormai realizzato da molti decenni con la dichiarazione Nostra aetate e che da allora va diffondendo nell'insegnamento e nella riflessione. Ma il Papa ha detto anche altre importanti parole: "rispetto" e "accoglienza reciproca". L'educazione che la memoria della Shoah propone ai giovani significa infatti rispetto delle altre fedi e opinioni, e accoglienza del povero e dell'oppresso, chiunque sia.
E questo insegnamento, in un momento in cui appare sempre più difficile convincere all'accoglienza e al rispetto, è una parte non marginale dell'alto monito di Benedetto XVI.

(©L'Osservatore Romano - 10-11 novembre 2008)


Paparatzifan
Monday, November 24, 2008 10:09 PM
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Il senso del pontificato di Benedetto XVI

Intervista all'Abate Michael John Zielinski

Uomo di profonda cultura e di notevoli doti umane, l’abate Michael John Zielinski è stato chiamato poco più di un anno fa, direttamente per volontà del Santo Padre, alla carica di Vice-Presidente della Pontificia Commissione per il Patrimonio Culturale della Chiesa e di Vice-Presidente della Pontificia Commissione di Archeologia Sacra. Americano di nascita ma di famiglia polacca, è entrato molto giovane nell’ordine dei Benedettini Olivetani ed è stato ordinato sacerdote a Firenze nel 1977. Nel dicembre 2003 è stato eletto abate dell’abazia di Nostra Signora di Guadalupe nel New Mexico (Stati Uniti), incarico che ha mantenuto fino a maggio 2007. A lui abbiamo rivolto alcune domande sul pontificato di Benedetto XVI.

di Veronica Rasponi

Eccellenza, si sente spesso ripetere che il Santo Padre Benedetto XVI sta imprimendo una svolta molto profonda nella vita della Chiesa, svolta da taluni molto criticata e da altri invece osannata. Qual è la sua impressione?

Sono molti a ritenere oggi che Papa Benedetto XVI abbia dato inizio ad una riforma in seno alla Chiesa. La sua attenzione è senza dubbio rivolta all’interno della Chiesa e alla sua vita spirituale.
È convinto che ogni decadimento richieda una particolare conversione del mondo, un ritorno al Signore da parte del popolo di Dio. Il lavoro per la giustizia e la pace richiede che il cuore dei cattolici sia educato e formato alla conoscenza e alla pratica della intera Fede.
Infatti, essere un cristiano oggi vuol dire avere una percezione della realtà radicalmente nuova. Vuol dire considerare la vita un dono e ricambiare donando se stessi agli altri. La conoscenza e la pratica vera dell’intera Fede, nonché la realizzazione dei nostri principi cristiani di carità e unità così come richiesto dal Magistero della Chiesa, è ciò che rende il popolo di Dio il sale della terra e la luce del mondo, creando una cultura della vita e una civiltà dell’amore.
Il Papa è consapevole dei problemi che si profilano all’orizzonte e ne conosce la complessità. Il tempo passa veloce e per questo egli esorta vivamente il popolo di Dio e gli uomini di buona volontà a rivolgersi al Signore, ad avere Cristo come unica priorità della vita.
La riforma spirituale che Papa Benedetto XVI ha iniziato si fonda sulla verità che l’intimo rapporto con Dio non si compie in un amore esclusivamente affettivo, sentimentale, ma deve essere molto di più, deve creare un nuovo uomo in noi.
Vivere alla presenza di Dio trasforma le nostre esistenze, e l’amore vero ci porta a voler compiere la volontà del Padre. Il nostro modo di vedere il mondo, la realtà quotidiana, si trasformano, diventano e realizzano il comandamento nuovo “ama il prossimo tuo come te stesso”, una prospettiva quindi che tende ad aiutare i più deboli e sfortunati, ma sempre nel nome del Signore.
È una prospettiva di fede in grado di riconoscere il Figlio dell’uomo nel fratello e di riporre la speranza nella Provvidenza divina. Così se noi veramente cerchiamo di unirci noi stessi a Cristo, lo Spirito Santo ci donerà quella conoscenza che supera ogni altra conoscenza, quella grazia che solo Cristo può donare al mondo, al fine della salvezza dell’umanità.

Certamente il Papa è ben conscio dei problemi che affliggono il mondo moderno e della crisi profonda della nostra società. Ne parlò proprio nell’omelia della sua Messa di Incoronazione soffermandosi sulla drammaticità del “deserto” esteriore ed interiore nel quale vive l’uomo di oggi. Si può tracciare un bilancio dopo tre anni di Pontificato?

Il Ministero Petrino di Benedetto XVI si colloca in un momento molto complesso e difficile per la storia dell’umanità. Il Papa ha denunciato, sin dall’inizio del suo pontificato, la secolarizzazione e la tirannide del relativismo.
Anche nell’Europa cristiana possiamo osservare il potere laico divenire laicista, mentre tenta di cancellare le fondamenta della stessa civiltà del continente. Prima hanno cercato di uccidere Dio, che è impossibile; adesso stanno cercando di uccidere l’uomo, e questo è purtroppo possibile.
Nella “guerra culturale” odierna, c’è un tentativo di demolire e riscrivere la storia: le reazioni e le distorsioni della lezione di Regensburg sono molto significative al riguardo.
Ma forse la questione va posta in altri termini: l’uomo è un problema privo di umane soluzioni e solo Dio può salvarlo, e questo vuol dire anche salvarlo da se stesso. Il mondo e l’umanità hanno infatti bisogno di Dio, hanno bisogno di ascoltare la verità e di vedere chiaramente la via che conduce alla verità.
Questa necessità inalienabile ci è data da Colui che è la Via, la Verità e la Vita. Non vorrei esagerare dicendo che il Santo Padre sta conducendo la Chiesa verso un Cattolicesimo post-liberale. Egli non solo è consapevole, ma rappresenta egli stesso la radicale modernità di Gesù Cristo.
Il suo Magistero è un’ampia meditazione ed un insegnamento del grande inno cristologico che si trova nella Lettera ai Colossesi: «Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e per lui. Egli è prima di tutte le cose, e tutte sussistono in Lui» (Col. 1, 16-17).

Ma invece di ricercare Dio, l’uomo moderno sembra inebriato dai progressi della scienza e pensa di poter fare a meno della dimensione soprannaturale della vita.

La nostra epoca attribuisce la grandezza dell’uomo alle scoperte scientifiche che hanno condotto a sviluppi tecnologici senza paragoni e ritiene che il progresso abbia come fine ultimo il benessere.
Questo modo di giudicare la storia è evidente: la grandezza e la potenza di Dio vengono messe in ombra; la salvezza spirituale dell’uomo non ha senso, tutto si concentra nel benessere e, per raggiungerlo, si accantona Dio: oltre alle cose materiali nulla esiste per l’uomo moderno.
E così la Chiesa si trova oggi a dover fare i conti non solo con i problemi derivanti dall’ateismo ma anche con l’indifferenza verso il sacro. Il contesto del mondo moderno rafforza quel desiderio di autonomia e di individualismo che si è infiltrato nel cuore dell’uomo: un desiderio che finisce col divenire non solo un ostacolo all’incontro con Dio, ma anche nel rapporto fra gli uomini.
L’uomo è contro l’uomo. Il distogliere l’uomo dal sacro con l’illusione di renderlo “libero” e “autonomo”, si è rivolto contro l’uomo stesso. È necessario quindi ricollocare Dio al centro dell’universo ed accrescere la nostra fedeltà all’unico Signore Onnipotente.

Se per un verso il Papa è molto fermo e intransigente nel condannare l’errore, per altro verso è ricorrente nei suoi discorsi il tema della “carità”. Ma per Benedetto XVI la carità, in quanto virtù teologale, non ha solo un’incidenza sulla vita spirituale di ogni credente ma ha anche un risvolto sociale. Ci può spiegare meglio cosa intende il Papa?

L’insegnamento di Benedetto XVI riguardo alla carità si sofferma spesso sulla sua dimensione sociale. Egli insegna che per realizzare la “carità sociale”, come lui la definisce, nel mondo e per il mondo, è necessario adottare quella che lui chiama “una forma di vita Eucaristica”. Ciò significa che quell’amore che redime, e che noi incontriamo nell’Eucaristia, dovrebbe trasformare i nostri pensieri, le nostre parole e le nostre azioni, e dovrebbe assumere una dimensione tale da dare un’impronta cristiana a tutto l’ordine sociale.
Da parte di ogni membro della Chiesa, laico o ecclesiastico che sia, dovrebbe esserci quella che il Santo Padre chiama “coerenza Eucaristica”. Si tratta di un tipo di amore e di comprensione che le nostre vite sono oggettivamente chiamate ad incarnare.
L’adorazione gradita a Dio non può mai essere un fatto puramente privato e soggettivo, senza conseguenze nei nostri rapporti con gli altri. Infatti, solo la coerenza eucaristica può offrire quell’energia e quella linfa vitale che incideranno sul contesto nel quale viviamo e si ripercuoteranno sulla vita sociale.
In ultimo, si tratta di ritornare al Signore e di fare di Cristo la nostra priorità.

© Copyright (Radici Cristiane n. 37 - Ago/Set 2008)


Paparatzifan
Sunday, December 21, 2008 11:46 PM
Dal blog di Lella...

E non sono le innovazioni a far grande un Papa

Lucio Brunelli

Quali sono dunque, dopo quasi quattro anni di pontificato, le grandi riforme varate da Benedetto XVI?
Marco Politi su «Repubblica» risponde con sarcasmo: soltanto due, la liberalizzazione della Messa in latino e le nuove uniformi della gendarmeria vaticana. Per il resto «un rosario di no».
Al confronto, sostiene Politi, persino Pio XII appare un Papa modernizzatore. Si tratta di giudizi che potrebbero essere tutti veri se fosse vero l'assunto di partenza. Se cioè la grandezza di un pontificato si misurasse dal numero delle innovazioni decretate. Tante più cose cambio nella dottrina e nella prassi cattolica quanto più sarò giudicato un grande Papa…
Non è questo il mandato costituzionale ricevuto dai successori di Pietro. Al pescatore di Tiberiade Cristo nei Vangeli dice: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa». La pietra era la fede, non le opinioni di Pietro: «Tu sei Gesù, il figlio del Dio vivente». Riconoscimento che non veniva «né dal sangue né dalla carne», ma dall'evidenza di una presenza così umana da non potersi spiegare in termini solamente umani. Da un'attrattiva.
Può suonare strano, ma un cristiano crede (e sperimenta fra mille incoerenze) che nel dono di questo riconoscimento stia la salvezza dell'uomo. Ovvero la chiave del significato e l'anticipo di una felicità su questa terra. La Chiesa non avrebbe altra ragione di esistere. E i Papi ancor meno.
Nei suoi 33 giorni di pontificato Albino Luciani non pubblicò alcuna enciclica, non emanò alcuna nuova direttiva. Nelle catechesi del mercoledì parlò delle tre virtù teologali: la fede, la speranza, la carità.
Cose che aveva imparato da bambino nel catechismo di San Pio X e che la vita gli aveva rivelato essere vere.
Fu un grande Papa, portò una ventata di aria nuova nella Chiesa, senza cambiare una virgola della dottrina cattolica. Il cristiano generico guardandolo parlare era confermato nella fede. Percepiva con maggiore facilità le ragioni e la letizia del suo credo. Ma anche i veri laici, i dubbiosi, in fondo si rallegravano per un'umanità così. Avevano e forse hanno anche oggi nostalgia di una Chiesa ancorata all'essenziale.
Ogni Papa ha la sua storia, il suo temperamento. Da ragazzo Luciani portava le mucche al pascolo. Wojtyla già calcava le scene.

Ratzinger divorava i libri di teologia. Eppure il fedele che lo vede e lo ascolta il mercoledì, a san Pietro o quando compie un pellegrinaggio in un santuario mariano, non percepisce in Benedetto XVI un distacco professorale. Ma un Papa mite, che adempie con timidezza e gioia la sua missione di custode del depositum fidei.

Lo fa nel suo modo, non con gesti o battute ad effetto ma ad esempio distillando nelle catechesi e nelle omelie l'insegnamento dei Padri della Chiesa, tesoro dimenticato che lui ha studiato come pochi altri al mondo; e riesce a trasmettere in modo chiaro, semplice, con sapienti citazioni, al popolo di Dio. Sono cose, queste, che comprensibilmente non fanno notizia. Ma per i credenti – e certamente anche per Benedetto XVI – in fondo sono le più importanti.
Di tutto il resto si può discutere. Non sempre gli ecclesiastici che si definiscono «ratzingeriani» danno voce a questa stupenda semplicità, che è il cuore del cristianesimo.
Un po' ha ragione Piero Citati quando scrive, sempre su «Repubblica», che l'immagine della Chiesa che passa oggi è quella di una città sotto assedio. Affannata ad alzare muri e fortificazioni. Col rischio di vedere negli altri, che sono fuori, non più anime da salvare e amare, ma aggressori da cui difendersi.

Francamente dubito che sia questo lo spirito che muove Benedetto XVI. E d'altra parte (questo Citati non lo dice) una certa stampa, una certa cultura laica, godono nel rappresentare la Chiesa come un'istituzione che invece di assolvere la sua propria missione (annunciare la Buona Novella, battezzare, confessare, praticare le opere di misericordia corporale e spirituale) sta perennemente in guerra contro qualcuno o qualcosa.

Estrapolano ed enfatizzano aspetti della sua predicazione morale che, separati dalla totalità del suo insegnamento, rendono la Chiesa volutamente antipatica al grande pubblico. Hanno loro il coltello dalla parte del manico.
Ma doppiamente sciocchi i cattolici che cadono nel tranello.

© Copyright Eco di Bergamo, 21 dicembre 2008

Paparatzifan
Saturday, January 03, 2009 9:33 PM
Dal blog di Lella...

Benedetto XVI e la speranza

Chi ci aiuta a vivere

Nel mezzo di una crisi economica dai contorni devastanti per gran parte dell'umanità si registrano conflitti acuti e persistenti in diverse aree del mondo. Ultimo, denso di incognite ma non improvviso, la rappresaglia di Israele nella Striscia di Gaza. L'anno nuovo che giunge si trascinerà i tanti problemi rimasti insoluti nell'anno che se ne va. È in questo navigare a vista, nell'involuzione della speranza che blinda il cuore di tanti, che Benedetto XVI ha qualcosa di significativo da dire. In tempi difficili emerge meglio l'intensità della sua riflessione sulla fede, mai banale, mai impositiva.
Egli è un Papa di pace in tempi di guerra, ossia nelle stagioni - come la nostra - in cui prevalgono le polemiche, le incomprensioni sino al ricorso alle armi invece che alla verità e ai diritti umani.
La fede in Papa Ratzinger è, infatti, discorso sulla speranza che apre a quello sul senso di ogni esistenza.
Chi ci aiuta a vivere? È la questione che percorre l'intera riflessione cristiana di Benedetto XVI. Si tratta di una domanda che egli ha posto sempre anzitutto a se stesso, ma che rivolge alla Chiesa e a ogni uomo e donna. È una prospettiva esistenziale, incarnata nella vita di ogni giorno che per tanti, troppi, è impastata di fatica.
È dunque un dialogo sulla vita e le sue vicissitudini che il Papa intende tenere aperto con tutti. Senza segreti obiettivi o ricerca di egemonie.
Se si torna a sfogliare il suo discorso di inizio pontificato, si trova una definizione impegnativa e limpida di coloro che - il successore di Pietro in testa - sono chiamati ad annunciare il vangelo: "Noi esistiamo per mostrare Dio agli uomini".
È un compito non facile dal momento che non sempre viene capito in questi termini. Occuparsi di Dio costringe a rifare i giochi in tutti i campi. È come riprendere da capo una partita a scacchi: cambiano le strategie perché c'è una illuminazione nuova.
Ratzinger ha detto e ripetuto di voler mettere a confronto la vita di ogni giorno con Dio, presentato come un caso serio, l'unico capace di portare gioia duratura.
Più che intransigente, Benedetto XVI appare esigente, a cominciare dalla sua Chiesa, perché il dover mettere Dio al centro le richiede conversione, negli uomini e nelle strutture.
Ma esigente si rivela pure nel rapporto tra fede e ragione a motivo della importanza stessa del dialogo proposto. Quando il colloquio diventa impegnativo per la vita - e il dialogo tra fede e ragione lo diventa sempre - può essere comodo ogni diversivo, e perfino mettere sul banco degli imputati il proprio interlocutore. Capita pure ai papi di trovarsi pregiudizialmente accusati di ogni sorta di responsabilità.
"Chi si occupa della vita e dell'opera di Ratzinger - si legge in proposito nella postfazione del volume Chi ci aiuta a vivere? - incontra un intelligente e saggio pensatore, i cui giudizi possono essere controversi, ma sono sempre differenziati e ben fondati. Si viene a conoscere un pastore che coglie con sensibilità le preoccupazioni e i bisogni dell'uomo di oggi e cerca di dare risposte che servono di orientamento.

Appare un uomo di Chiesa che diagnostica con occhi limpidi i problemi della Chiesa e del mondo, si interroga sulle loro cause e cerca le possibili soluzioni. E ci si accosta a un uomo di preghiera, che nella fede fiduciosa in una sorgente che ci fa vivere, cerca di schiudere questa fonte anche ad altre persone".

Che nel Papa sia dominante la preoccupazione per affermare una vita spirituale nella Chiesa e nel mondo appare evidente dai suoi insegnamenti. Si ricordino per tutti le due encicliche sulla carità, all'inizio del pontificato, e sulla speranza. Quest'ultima usciva al termine dello scorso anno e presentava una lettura della storia a partire dalla promessa cristiana di una vita futura. Senza questo orizzonte non si comprende neppure la Chiesa. Ripresa in mano a un anno di distanza, quell'enciclica aiuta a cogliere ciò che sta davvero a cuore a Benedetto XVI, la conversione che richiede ai credenti, le realtà divine che possono avere un'eco universale e sulle quali è sempre attuale, in ogni generazione, riannodare i pensieri di tutti. Al centro della speranza cristiana vi è Cristo, colui che nel pensiero di Ratzinger giudicherà la storia con il metro dell'amore. È una visione ottimistica del futuro: "Nel momento del giudizio sperimentiamo e accogliamo questo prevalere del suo amore su tutto il male del mondo ed in noi. Il dolore dell'amore diventa la nostra salvezza e la nostra gioia".
Dalla grande prospettiva finale della storia l'attuale Pontefice trae la scelta di operare per la pace, considerata anticipazione del Regno di Dio. È da quello sguardo sul presente a partire dalla fine dei tempi che egli ha scelto il nome di Benedetto e predica la riconciliazione.


c. d. c.

(©L'Osservatore Romano 31 dicembre 2008)


Paparatzifan
Sunday, January 04, 2009 4:51 PM
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Se cala pure l'audience del Papa

GIANNI BAGET BOZZO

La notizia pubblicata sui giornali, secondo la quale il pubblico alle udienze di papa Ratzinger sarebbe diminuito, ha suscitato il problema se Benedetto XVI abbia il consenso del suo popolo o se egli sia soltanto una conseguenza del pontificato di Giovanni Paolo II, l’espressione della necessaria continuità con un pontefice che ha segnato la storia della Chiesa e del mondo.
Ma Ratzinger ha espresso, anche sotto il pontificato di Wojtyla, i fondamentali del cattolicesimo. Lo fa ora da Papa con autorità e chiarezza. Realizza ciò che il suo «amato predecessore» ha intensamente voluto. Ci sono alternative a Benedetto XVI? C’è un altro modo di governare la Chiesa, se non quello di esprimerla come Chiesa cattolica, dando al cattolicesimo un significato proprio, una continuità dottrinale e un’identità?

Con il linguaggio dei Padri della Chiesa

Quando diciamo i «fondamentali» del cattolicesimo, intendiamo l’annuncio cristiano come si è espresso alle origini della Chiesa: Dio si è fatto uomo affinché l’uomo diventasse Dio. E difatti Benedetto XVI ha scelto il linguaggio dei Padri della Chiesa come suo linguaggio, in cui il messaggio non appare più solamente come dogma, cioè come limite al pensiero, ma come Mistero che richiede la partecipazione interiore e la disciplina esteriore, la mistica e la morale, l’etica e perfino la politica.

Sono le circostanze esteriori che hanno imposto la necessità di un linguaggio chiaro riguardo ai fondamentali del cattolicesimo: la Chiesa cattolica si trova sottoposta ad una pressione congiunta, che comprende vari fattori.

Mentre emergono la Cina, l’India e l’Islam

Il primo è l’emersione delle grandi nazioni pagane, come la Cina e l’India, difficilmente accessibili al messaggio cristiano se non in termini individuali. Non è pensabile che la Cina e l’India cedano all’annuncio cristiano come cedettero l’ellenismo e la romanità. Non a caso Joseph Ratzinger ha sottolineato come il logos greco e l’universalità romana facciano parte, insieme con l’Antico Testamento, del messaggio cattolico.
Il secondo fattore è la pressione dell’Islam, che esso esercita sia con la sua potenza di messaggio, che può affascinare anche menti occidentali per la sua radicalità religiosa, sia con la persecuzione esteriore della presenza cristiana nelle terre musulmane.
Il terzo fattore sono la scienza e la tecnica, che invadono l’Occidente tendendo a fare dell’uomo il re-creatore dell’uomo, a cacciare quindi Dio dall’esistenza umana, sostituendolo con la concezione dell’uomo come unico decisore sul suo corpo.

Sono tre sfide che richiedono al cattolicesimo di essere se stesso, anche per garantire l’identità cristiana delle altre Chiese, che tutte subiscono la medesima sfida, soprattutto in Occidente. L’ecumenismo della carità credente richiede che la Chiesa cattolica rimanga tale, ossia che esprima la differenza cristiana per tutte le Chiese.

I tempi attuali sono molto lontani da quelli del Concilio Vaticano II e ricordano piuttosto la Chiesa del 1800, isolata dal pensiero culturalmente dominante. Il consenso dei credenti in papa Ratzinger è scritto nella loro identità di cattolici.

© Copyright La Stampa, 4 gennaio 2009


I giornali che parlano di calo di fedeli dovrebbero mettersi non dico gli occhiali ma il telescopio! Avete visto oggi la folla in piazza?


Paparatzifan
Sunday, January 04, 2009 7:10 PM
Dal blog di Lella...

DOPPIETTA TRAGICOMICA SUL QUOTIDIANO « LA REPUBBLICA»

Che noiosi, questi sapientoni
Provino piuttosto a capire

DAVIDE RONDONI

Avete presenti quelli che dicono una cosa e intanto fingono di non dirla? O quelli che parlano, insistendo, su una cosa che non c’entra nulla con l’argomento o la situazione in corso? Tipo quelle scene che si vedono in certe commedie all’Italiana. Beh, a volte taluni articoli fanno quest’effetto. Anche se portano firme 'illustri' della Repubblica come quella di Giovanni Valentini e gli argomenti meriterebbero trucchi non da commedia. Valentini, introducendo ieri il suo pezzo con una serie di «non si dovrebbe», «sarebbe forse irrispettoso» o «è di certo inadeguato» e simili, si fionda poi a sostenere che al Papa in fondo gli sta proprio bene un calo d’audience.
Come parlasse di Domenica In.
Naturalmente, dopo i salamelecchi iniziali, a Valentini non par vero di poter spiegare al popolo dei lettori di Repubblica le vere cause di questo calo di presenze alle udienze del Papa .
Tralasciando inoltre di approfondire il fatto che tali dati sono stati diffusi dal Vaticano, a ironica dimostrazione, se mai ce ne fosse bisogno, che la Chiesa certo non ragiona in termini di audience. O citando solo di sfuggita che in tutti gli appuntamenti papali in giro per il mondo si hanno presenze record. Da gran giornalista, gli viene il dubbio che forse un normale effetto 'fine della novità' può contare. Sarebbe bastato un piccolo controllo e avrebbe constatato che i numeri odierni delle udienze papali sono tornati a essere più o meno quelli del pontificato del grande Giovanni Paolo II.
Fine della novità, appunto. Ma, intanto, il copione della gag è fissato. E allora offre ai suoi lettori un pastone di cose che non c’entrano nulla l’una con l’altra, tra imprecisioni anche gravi e luoghi comuni. A questi giornalisti è inutile chiedere di provare a uscire da un modo improprio di guardare il fenomeno Chiesa? Magari per criticarlo, ma suvvia con un po’ di originalità? Per esempio, ho provato varie volte a spiegare a costoro che la Chiesa e i fedeli conoscono i propri mali, che la storia millenaria è percorsa da figure di santi da Francesco a Madre Teresa, di martiri e di papi che indicano alla Chiesa i suoi mali, o le debolezze (ma quelle reali, non quelle che fanno audience sui giornali). E che tutto questo ha animato grandi tensioni e grandi conversioni. E nuovo amore alla Chiesa.
Loro credono invece che si aspetti il numero di Repubblica in edicola per pensarci. Diciamolo chiaro: alla Chiesa dell’audience non gliene interessa nulla.
Non si misura sui dati di ascolto, mai si è fatta vanto dei numeri. Forse a Repubblica faticano a credere che esista un fenomeno così importante che però sfugge alla logica del successo, e che è interessato alla fede, alla speranza e alla carità. Ma si rassegnino. E piuttosto, mostrino attenzione a quante cose preoccupanti hanno audience nella nostra società e sulle quali potrebbero applicare meglio il loro senso critico.
Spendono molte energie per attaccare la Chiesa, ma certi fenomeni forse non del tutto salubri per la nostra società e che hanno grandi audience li trattano coi guanti o quasi. E qualcuno spieghi a Miriam Mafai, altra giornalista dello stesso quotidiano, che salutare allo stesso modo come progressi della scienza il trapianto di cuore e la pastiglia per l’aborto del giorno dopo non è solo scientificamente tragicomico, ma è un’offesa alle tante donne che per quella pastiglia di morte facile hanno sofferto parecchio e per la natura stessa dell’essere donne e madri. La coppia di grandi firme deve poi un poco accordarsi, perché se uno parla di «calo d’audience» l’altra poi come fa a parlare di «avanzata neoguelfa»? Certo, Repubblica è un giornale politico, e dunque alla fine non a caso Valentini si sofferma su quel che per lui è scandaloso. E cioè che il Vaticano – in quanto Stato autonomo – si sia stancato di dover recepire automaticamente leggi confuse e a volte moralmente dubbie. Provino, questi giornalisti, a chiedere in giro alla gente se forse non la pensa allo stesso modo sulla giungla di leggi che produce lo Stato italiano. Invece piuttosto che guardare il problema recitano la parte assegnata.

© Copyright Avvenire, 4 gennaio 2009


Sihaya.b16247
Sunday, January 04, 2009 7:32 PM
Re: Dal blog di Lella...
Paparatzifan, 04/01/2009 19.10:


DOPPIETTA TRAGICOMICA SUL QUOTIDIANO « LA REPUBBLICA»

Che noiosi, questi sapientoni
Provino piuttosto a capire

DAVIDE RONDONI

© Copyright Avvenire, 4 gennaio 2009






Se pensiamo che Eugenio Scalfari ha criticato (come al solito) "l'arretratezza" del Papa perchè nel dire messa ha *dato le spalle ai fedeli*!! Mica gli è saltato in mente che era rivolto al Santissimo!! Come se la Chiesa fosse un cabaret, il celebrante un attore o un cantante e i fedeli gli spettatori!!
Repubblica
Paparatzifan
Sunday, January 04, 2009 9:51 PM
Re: Re: Dal blog di Lella...

Sihaya.b16247, 04/01/2009 19.32:



Se pensiamo che Eugenio Scalfari ha criticato (come al solito) "l'arretratezza" del Papa perchè nel dire messa ha *dato le spalle ai fedeli*!! Mica gli è saltato in mente che era rivolto al Santissimo!! Come se la Chiesa fosse un cabaret, il celebrante un attore o un cantante e i fedeli gli spettatori!!
Repubblica



Sai cosa penso? Sono proprio questi giornalisti miopi quelli che danno le spalle alla gente non raccontando i fatti così come accadono!

Paparatzifan
Friday, January 09, 2009 9:54 PM
Dal blog di Lella...

In calo la popolarità di Benedetto XVI?

Venerdì 09 Gennaio 2009 00:00

Oltre mezzo milione di fedeli e pellegrini in meno alle udienze e agli incontri del Papa durante il 2008 rispetto al 2007. È quanto emerge dai dati forniti dalla Prefettura della stessa Casa Pontificia. Le persone che hanno partecipato ad incontri pubblici con Benedetto XVI in Vaticano o nella residenza di Castel Gandolfo nel corso dell’anno solare 2008 sono, infatti, 2.215.000. Nel 2007 erano stati 2.830.100 e nel 2006 3.222.820. Nel corso di quest’anno, alle udienze generali hanno partecipato 534.000 persone (erano state 729.100 nel 2007), 226.500 alle udienze speciali (209.000 l’anno precedente), 324.000 alle celebrazioni liturgiche (a fronte di 442.000 l’anno precedente), 1.130.000 agli Angelus (1.450.000 nel 2007). Il totale è stato di 2.215.000 fedeli (2.830.100 fedeli l’anno prima). Diamo per buone queste cifre, sulle quali mi permetterei di dire che trattasi di cifre corrispondenti ai biglietti distribuiti dalla ...

... Casa Pontificia. Ma ad esempio la partecipazione alla recita dell’Angelus è incontrollabile!
Ricordo solo che a gennaio ci fu il famoso Angelus di "riparazione" per il "caso Sapienza". Lo ricordate? Tutti i quotidiani scrissero che in quella domenica, in Piazza San Pietro, c'erano più di 200mila persone.
Ecco la cronaca del 20 gennaio 2008 alle ore 12,21: "Sono 200 mila i presenti questa mattina in piazza San Pietro e dintorni". Lo ha reso noto padre Ciro Benedettini vice direttore della Sala Stampa della Santa Sede. "Il dato - ha spiegato ai giornalisti - è stato calcolato dalla Gendarmeria vaticana".
Come si può scrivere che per tutto il mese di gennaio 2008 ci sono state "solo" 150mila presenze? Mi verrebbe da chiedere chi ha commesso questo errore? Forse qualcuno ha interesse a mettere il Papa in difficoltà'?
Così l’Udienza generale celebrata in Piazza S. Pietro.
Ma Stiamo alle cifre!
Sembrava che qualcuno stesse aspettando i risultati per altro apertamente forniti dalla Prefettura della Casa Pontificia e con altrettanta serenità pubblicati sulle colonne de l’Osservatore Romano. Infatti qualcuno non ha esitato a scrivere: “Due anni in calo ... la politica di Papa Ratzinger sembra convincere sempre meno i cattolici”.
Ed è scattato “il confronto con il pontificato di Wojtyla”.
Al riguardo (ma lo riferiamo solo per spirito di verità) prendendo come riferimento l’anno 2004:
Giovanni Paolo II tenne 48 udienze per 504.600 fedeli.
Benedetto XVI nel 2008 ha tenuto 42 udienze per 534.500 fedeli.
Angelus nel 2004 per Giovanni Paolo II: 1.007.000.
Nel 2008 per Benedetto XVI: 1.130.000
Solo per essere chiari! E documentati.
Ma è stata altresì ricercata la causa, e cioè: “la divisione tra chi sostiene questo Papa e chi lo sostituirebbe volentieri è netta e in aumento. Rimane da comprendere se il fenomeno sia dovuto alla politica poco “popolare” o alla totale incompatibilità tra l'etica della Sacra Romana Chiesa e la realtà occidentale moderna”.
Certo è che i profeti di sventura o quantomeno coloro il cui scopo è quello di seminare zizzania non perdono occasione di praticare la virtù della prudenza che Tommaso d’Aquino chiama “auriga virtutum!”
Non è nostro intendimento né innescare uno sterile confronto con i detrattori, né cercare di far lievitare le cifre. Il primo a cui non importa tutto questo è proprio Benedetto XVI che proprio alla Curia Romana in occasione delle feste natalizie ha dichiarato non voler essere una "star", attorno a cui tutto gira, ma "solo e totalmente" il Vicario che rimanda a Cristo.
Tuttavia a proposito di perdita di audience o di popolarità domando sommessamente: come mai chi scrive ha la memoria corta? E se qualcuno sa di averla perché non guarda le cronache della Giornata mondiale della gioventù di Colonia e di Sidney, della la visita del Papa negli Stati Uniti e in Francia. Forse sono stati proprio gli attuali detrattori a scrivere che quegli avvenimenti sono stati un autentico successo.
Quanto alle cifre pubblicate dalla Prefettura della Casa Pontificia come mai nessun vaticanista che forse ha scritto della preoccupazione ripetutamente espressa da papa Benedetto anche nel messaggio Urbi et Orbi del giorno di Natale in ordine alla recessione economica, alla difficoltà da parte di molta gente di gestire il bilancio familiare, che avrà certamente scritto della crisi non più della quarta settimana, ma ormai della terza ... come mai questo puntuale opinionista non è riuscito a fare il benché minimo cenno alla attuale grave situazione economica mondiale per “ giustificare” l’obiettivo calo di presenze a Roma?
A Roma dal Papa normalmente ci va la povera gente, non i grandi magnati della finanzia. In Vaticano a videre Petrum vengono i pellegrinaggi organizzati dalle diocesi, dalle parrocchie dalle associazioni cattoliche. E la situazione economica disagiata tocca proprio questi codesti ceti e codeste categorie.
Ma vi è passaggio in più che deve essere compiuto a giustificazione (umanamente parlando!) del calo dei pellegrini giunti a Roma. Il fatto che nel corso del 2008 il Papa Benedetto ha compiuto tre viaggi pastorali importanti: Stati Uniti, Parigi/Lourdes e Sidney.
Senza contare le visite pastorali a Genova e Savona, Santa Maria di Leuca Brindisi, Cagliari e Pompei,
Non ci vuole molto a comprendere che molti hanno preferito videre Patrum dove Pietro è arrivato proprio per confermare i fratelli nella fede.
Inviterei certi opinionisti della carta stampata a venire in Piazza San Pietro in una domenica ordinaria per assistere alla preghiera dell’Angelus. Si guardino attorno... e constatino che nemmeno in tempo di Anno Santo la piazza è così frequentata!
E’ il caso di dire: provare per credere! (prima di scrivere)

di mons. Tommaso Stenico


Paparatzifan
Saturday, January 10, 2009 8:51 PM
Dal blog di Lella...

Una voce saggia contro la guerra

Lucio Brunelli

Più papista del Papa sui temi della bioetica, al «Foglio» di Giuliano Ferrara non sta bene la calibrata posizione di Benedetto XVI sul conflitto nella Striscia di Gaza.
«La Chiesa cattolica – ha scritto ieri – non è palesemente in grado di rendere giustizia alle ragioni di Israele in guerra».
Invece di nascondersi dietro inefficaci appelli per un cessate il fuoco, il Papa insomma dovrebbe affrettarsi a benedire l'operazione militare Piombo fuso (bilancio provvisorio: 800 morti, di cui oltre 200 bambini palestinesi).
Questa scelta – sempre secondo Ferrara – sarebbe coerente con la difesa del principio non negoziabile del «diritto alla vita» negato ad Israele dagli integralisti islamici di Hamas.
Il direttore del «Foglio» vede il peccato d'origine della posizione vaticana nell'abbandono della dottrina della guerra giusta, operato, a suo dire, dal Concilio ecumenico Vaticano II. In questo modo «si è politicamente paralizzata (o banalizzata in senso pacifista) la voce della Chiesa». Lettura molto parziale. In realtà il Catechismo della Chiesa cattolica, pubblicato da Giovanni Paolo II e curato dall'allora cardinale Ratzinger, non esclude il ricorso alla forza come forma di legittima difesa.
Ma lo sottopone come è giusto a delle precise condizioni: prima fra tutte la proporzionalità della risposta. Ed è proprio questo il problema con la carneficina di Gaza.
Ferrara ha trovato come alleato in questa nuova battaglia il vaticanista de «L'Espresso» Sandro Magister, curatore di un sito web molto seguito in ambito ecclesiastico. Anche lui è un «convertito». Da posizioni «progressiste» cattoliche è approdato da qualche tempo su sponde prossime ai teo-con.
Il pensiero dei conservatori religiosi d'oltreoceano – parte integrante dell'apparato ideologico della presidenza Bush – è un'inedita miscela di religione e politica. In cui il no all'aborto e alle manipolazioni genetiche si coniuga senza strappi con l'adesione all'infelice dottrina dell'esportazione della democrazia con le armi e con un avallo «teologico», a priori, della politica dei governi israeliani nel conflitto con i palestinesi. Già al tempo della seconda guerra nel Golfo Ferrara e Magister si erano battuti contro il «pacifismo» cattolico che sentivano lambire il palazzo apostolico; entrambi avevano prediletto gli argomenti a favore dell'intervento armato.
Opinioni legittime. Sostenute, inoltre, da persone di indubbia intelligenza e coerenza intellettuale. Ma forse, in molti ambienti cattolici, taluni anche altolocati, è mancato un giudizio un po' più ponderato sul fenomeno culturale dei teo-con. Si vedevano solo alcuni aspetti (giustamente valorizzabili) ma si tralasciava o si preferiva non vederne altri (decisamente contestabili).
E torniamo qui al conflitto israeliano-palestinese.
Come immaginare che il Papa possa o debba giustificare il bagno di sangue che continua nella Striscia di Gaza, dando il suo imprimatur all'offensiva israeliana?
Certo, nei cinque interventi pubblici da quando è iniziato il conflitto, Benedetto XVI non ha mai omesso di condannare l'«odio», il «rifiuto del dialogo» e la «violenza» che sono all'origine del conflitto, con evidente riferimento alle provocazioni di Hamas.
Contro la guerra di Israele il Papa non ha usato parole di fuoco, ma ha ribadito che l'opzione militare non risolve il problema e anzi rischia di accrescere la spirale dell'odio. «La storia recente insegna…».
Lo sguardo della Chiesa non può che essere, almeno come desiderio, lo sguardo di Cristo. Come non provare innanzitutto compassione per le «immense sofferenze» di una popolazione costretta a vivere sotto le bombe, senza acqua, senza corrente, senza cibo, i confini chiusi e un numero di morti che cresce ogni giorno di più?
Nessuno ha la bacchetta magica per risolvere un conflitto lungo 60 anni. Il Papa si prodiga per quello che può. Richiama principi basilari di umanità e giustizia; sostiene con la sua autorità morale i tentativi della diplomazia; indica la via lungimirante e realista di un approccio globale ai problemi del Medio Oriente, che coinvolga anche l'Iran e la Siria; invoca l'emergere di una nuova classe dirigente in grado di ridare fiato al processo di pace.
Una voce saggia, una voce inerme, ma pensiamo un attimo a come sarebbe il mondo se mancasse questa voce…

© Copyright Eco di Bergamo, 10 gennaio 2009


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