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stelafe
Thursday, January 22, 2009 11:19 AM
IL PICCO COMINCERA' NEL 2012, SECONDO MOLTI ANALISTI
LA CRISI ECONOMICA SARA' MOLTO PIU' DURA E LUNGA DI QUELLA DEL 1929, IL PICCO COMINCERA' NEL 2012, SECONDO MOLTI ANALISTI

...Pensiamo che nei prossimi mesi le economie di tutto il mondo, dovranno riposizionarsi a livelli molto più bassi, stimiamo del 30-40% rispetto ai livelli toccati recentemente.

Secondo i più avveduti, per esempio, i prezzi delle case, ove venissero artatamente mantenuti alti dagli investimenti bancari e assicurativi, provocherebbero nel medio termine, una nuova valanga al ribasso e perdite bancarie da capogiro entro pochi anni..

Il prezzo degli alloggi dal 1973 ad oggi è lievitato a parità di condizioni, del 3000% con punte del 4000-4500%, capirete che questa è stata una anomalia assoluta.

Se da noi i subprime non sono esplosi in modo eclatante, lo si deve semplicemente al fatto che la maggioranza degli italiani che si sono avvicinati all’acquisto della casa, hanno rinunciato alla bella vita senza perdere di vista la situazione economica individuale e complessiva.

Per chiudere, quindi, vorremmo essere ottimisti, senza per questo lasciarci andare alle facezie di certi personaggi politici ed economisti da strapazzo che, per mero calcolo politco ci invitano tutti i giorni a fare le cicale, dimenticando le formichine che spesso hanno salvato dalla catastrofe il popolo italiano...
marco---
Wednesday, May 13, 2009 11:29 AM
Fonte: intermarketandmore.investireoggi.it

CRISI 1929

IL CROLLO DELLA BORSA DI WALL STREET - WALL STREET CRASH - la crisi del 1929

Chissà quante volte avrete sentito parlare del crollo della borsa del 1929... eppure molti di voi probabilmente non sapranno con esattezza come sono andate le cose...


Marco
marco---
Friday, September 04, 2009 10:31 AM
Ocse: la crisi è finita (Fonte: iltempo.ilsole24ore.com - 04/09/2009)

I grandi istituti di previsione sono d'accordo. Dalla Bce all'Ocse, dalla Fed al Fondo Monetario internazionale, tutti concordano sul fatto che la recessione economica che ha colpito il pianeta in modo superiore alla grande crisi degli anni Trenta, sta per finire...

Ora accettano il parallelismo con la crisi del 1929 sostenendo che ha colpito più duramente e... (miracolosamente) la crisi è già stata risolta!

Marco
laplace77
Friday, September 04, 2009 10:43 AM
Re:
marco---, 04/09/2009 10.31:

Ocse: la crisi è finita (Fonte: iltempo.ilsole24ore.com - 04/09/2009)

I grandi istituti di previsione sono d'accordo. Dalla Bce all'Ocse, dalla Fed al Fondo Monetario internazionale, tutti concordano sul fatto che la recessione economica che ha colpito il pianeta in modo superiore alla grande crisi degli anni Trenta, sta per finire...

Ora accettano il parallelismo con la crisi del 1929 sostenendo che ha colpito più duramente e... (miracolosamente) la crisi è già stata risolta!

Marco




eh, beata innocenza...

...de chi ce crede, che chi scrive lo sa...


il fatto e' che il crollo del 1929 e la grande depressione sono due cose diverse, correlate, si, ma...








se ne usci' veramente solo con la WWII, che famo, ce arjocamo?




marco---
Friday, September 04, 2009 11:10 AM
Re: Re:
laplace77, 9/4/2009 10:43 AM:

...se ne usci' veramente solo con la WWII, che famo, ce arjocamo?


Brutta storia, purtroppo vera perché crisi e guerre sono intrinsecamente legate, in questo senso spero davvero che non possa ripetersi qualcosa (anche solo) di simile.

Marco
laplace77
Friday, September 04, 2009 11:17 AM
Re: Re: Re:
marco---, 04/09/2009 11.10:

Brutta storia, purtroppo vera perché crisi e guerre sono intrinsecamente legate, in questo senso spero davvero che non possa ripetersi qualcosa (anche solo) di simile.

Marco




aggiungici che 6-10 miliardi di persone, tutte che vogliano consumare come gli ammmmmericani o come noi europei, questo pianeta non li regge...

...le guerre sono UNA "soluzione", in questi casi...

...l'ALTRA soluzione non piace a nessuno...



labottegadelfuturo
Friday, September 04, 2009 11:22 AM
Re: Re: Re: Re:
laplace77, 04/09/2009 11.17:




aggiungici che 6-10 miliardi di persone, tutte che vogliano consumare come gli ammmmmericani o come noi europei, questo pianeta non li regge...

...le guerre sono UNA "soluzione", in questi casi...

...l'ALTRA soluzione non piace a nessuno...






In decrescita di fatto gia ci siamo.
E bisogna uscirne al più presto.
Penso che una guerra tra Occidente e Iran+Cina+Russia(?) sia prima o poi inevitabile
Magari non ora...magari tra 4 o 5 anni...ma ci arriveremo.

La Green Economy è un palliativo...la guerra è l'unica "economy" che farà riprendere l'economia.

marco---
Friday, September 04, 2009 11:42 AM
Re: Re: Re: Re:
laplace77, 9/4/2009 11:17 AM:

aggiungici che 6-10 miliardi di persone, tutte che vogliano consumare come gli ammmmmericani o come noi europei, questo pianeta non li regge...

...le guerre sono UNA "soluzione", in questi casi...

...l'ALTRA soluzione non piace a nessuno...


E' invece dovrebbe essere la soluzione naturale (e anche perfettamente logica) al problema.

...L'assunto principale è che le risorse naturali sono limitate e quindi non si può immaginare un sistema votato ad una crescita infinita...

Breve aforisma OT sull'infinito...

«Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi.» (A. Einstein)

...come dargli torto?

Marco
laplace77
Friday, September 04, 2009 12:04 PM
Re: Re: Re: Re: Re:
marco---, 04/09/2009 11.42:

E' invece dovrebbe essere la soluzione naturale (e anche perfettamente logica) al problema.

...L'assunto principale è che le risorse naturali sono limitate e quindi non si può immaginare un sistema votato ad una crescita infinita...

Breve aforisma OT sull'infinito...

«Due cose sono infinite: l'universo e la stupidità umana, ma riguardo l'universo ho ancora dei dubbi.» (A. Einstein)

...come dargli torto?

Marco




quoto entrambi...



laplace77
Friday, September 04, 2009 1:21 PM
Re: Re: Re: Re: Re:
labottegadelfuturo, 04/09/2009 11.22:



In decrescita di fatto gia ci siamo.
E bisogna uscirne al più presto.
Penso che una guerra tra Occidente e Iran+Cina+Russia(?) sia prima o poi inevitabile
Magari non ora...magari tra 4 o 5 anni...ma ci arriveremo.

La Green Economy è un palliativo...la guerra è l'unica "economy" che farà riprendere l'economia.





ah, dimenticavo...

c'e' ne sono almeno un altro paio di vie d'uscita...


su questa e' un po' che ci stanno lavorando (anche se sono partiti con altri obiettivi, ovvero terrorismo e fatturati)...

Influenza suina (A/H1N1) - SARS – Aviaria

Impatto economico a confronto

La pandemia di influenza A/H1N1 in quanto a numeri è molto più simile alle grandi influenze dell'ultimo decennio che alle pandemie del secolo scorso. La suina, la SARS e l'Aviaria sono estremamente diverse tra loro ma hanno qualcosa in comune ovvero il grande dispendio di risorse economiche che hanno generato, pur esibendo tassi di contagio e di mortalità, tra gli uomini, relativamente bassi. La spiegazione la si trova scomponendo la totalità dei costi di una malattia globale in costi diretti e indiretti, di breve e lungo periodo. Tutte e tre le influenze citate hanno una componente di costo caratteristica del nostro tempo: il costo della psicosi. Questo deriva dai nostri mezzi di comunicazione e trasporto: la grande velocità di circolazione delle informazioni e la consuetudine a viaggiare e spostarsi per lavoro, facilitano la diffusione della psicosi. I settori più coinvolti infatti risultano essere quelli del turismo e dei trasporti, in modo particolare nel caso della SARS e dell'H1N1.


pero' ha un bel po' di rischi, vedi mai che ti scappa di mano...




l'ultima e' quella classica...

...come insegna la politica di certi enti 'caritatevoli' in africa, visto che il controllo delle nascite e' tabu', la questione demografica la gestisce la cara vecchia morte per fame


ma che siamo scesi a fare dagli alberi...





TobaccoFlower
Friday, September 04, 2009 1:31 PM
Re: Re: Re: Re: Re: Re:
laplace77, 04/09/2009 13.21:




ah, dimenticavo...

c'e' ne sono almeno un altro paio di vie d'uscita...


su questa e' un po' che ci stanno lavorando (anche se sono partiti con altri obiettivi, ovvero terrorismo e fatturati)...

Influenza suina (A/H1N1) - SARS – Aviaria

Impatto economico a confronto

La pandemia di influenza A/H1N1 in quanto a numeri è molto più simile alle grandi influenze dell'ultimo decennio che alle pandemie del secolo scorso. La suina, la SARS e l'Aviaria sono estremamente diverse tra loro ma hanno qualcosa in comune ovvero il grande dispendio di risorse economiche che hanno generato, pur esibendo tassi di contagio e di mortalità, tra gli uomini, relativamente bassi. La spiegazione la si trova scomponendo la totalità dei costi di una malattia globale in costi diretti e indiretti, di breve e lungo periodo. Tutte e tre le influenze citate hanno una componente di costo caratteristica del nostro tempo: il costo della psicosi. Questo deriva dai nostri mezzi di comunicazione e trasporto: la grande velocità di circolazione delle informazioni e la consuetudine a viaggiare e spostarsi per lavoro, facilitano la diffusione della psicosi. I settori più coinvolti infatti risultano essere quelli del turismo e dei trasporti, in modo particolare nel caso della SARS e dell'H1N1.


pero' ha un bel po' di rischi, vedi mai che ti scappa di mano...




l'ultima e' quella classica...

...come insegna la politica di certi enti 'caritatevoli' in africa, visto che il controllo delle nascite e' tabu', la questione demografica la gestisce la cara vecchia morte per fame


ma che siamo scesi a fare dagli alberi...









Bel film

Il terrore funziona sempre, perchè porta le persone a spendere soldi
Comunque io col caczo che mi vaccino.
grella
Friday, September 04, 2009 3:13 PM
Roubini,non ancora imparato lezione

(ANSA) - CERNOBBIO (COMO), 4 SET - 'Non credo che noi abbiamo imparato la lezione dalla crisi completamente': a dirlo e' Nouriel Roubini Lo studioso spiega che troppi continuano a sperare che sia finita, che le condizioni del mercato finanziario siano buone e che le banche vadano bene.
E invita all'attenzione sulla tempistica della exit strategy, perche' cambiare troppo presto le politiche di incentivazione che ci sono ora potrebbe essere pericoloso, cosi' come mantenerle troppo a lungo.

it.biz.yahoo.com



Ariakan.
Wednesday, September 09, 2009 2:16 PM
Io faccio parte dei pessimisti, non si uscirà da questa crisi senza uno STRAVOLGIMENTO. Questo può voler dire una grande guerra, oppure delle rivoluzioni popolari o anche solo economiche (ritorno al comunismo?)



(sylvestro)
Wednesday, September 30, 2009 11:55 AM
L'Fmi rivede al ribasso il conto della crisi: perdite per "solo" 3,400 mld di dollari
"
Le banche Usa hanno riconosciuto finora circa il 60% delle svalutazioni previste mentre quelle nella zona euro e in Gran Bretagna sono arrivate ad individuarne solo il 40%. Ma potrebbe essere solo una punta dell'iceberg
"

FMI rivede le stime della crisi
(sylvestro)
Wednesday, September 30, 2009 2:26 PM
CRISI: CARITAS, A MILANO POVERTA' SEMPRE PIU' TRASVERSALE
"
la sorpresa sono i cosiddetti 'poveri per la prima volta': famiglie del ceto medio-basso gia' vulnerabili prima dell'ottobre 2008, che la crisi ha fatto precipitare in condizioni di forte disagio. Circa 3mila le richieste di integrazione al reddito arrivate, tra aprile a settembre, al Fondo voluto dall'Arcivescovo di Milano
"

A milano la poverta' e' sempre piu' trasversale
FraMI
Wednesday, September 30, 2009 3:05 PM
Re: CRISI: CARITAS, A MILANO POVERTA' SEMPRE PIU' TRASVERSALE
(sylvestro), 30/09/2009 14.26:

"
la sorpresa sono i cosiddetti 'poveri per la prima volta': famiglie del ceto medio-basso gia' vulnerabili prima dell'ottobre 2008, che la crisi ha fatto precipitare in condizioni di forte disagio. Circa 3mila le richieste di integrazione al reddito arrivate, tra aprile a settembre, al Fondo voluto dall'Arcivescovo di Milano
"

A milano la poverta' e' sempre piu' trasversale




Gli effetti della crisi
Monza e Brianza si scoprono povere
In tremila alla mensa della San Vincenzo. A chiedere un pasto anche famiglie della ex classe media


milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/09_settembre_29/monza-brianza-povere-16018205522...

È la nuova povertà, che ve­ste giacca e cravatta. «Per ve­derla — spiega Stefano Caru­go, assessore comunale alle Politiche sociali — basta fare visita alla mensa di via Riber­ti, che dall'anno scorso è atti­va anche a mezzogiorno e non solo la sera. Serviamo ol­tre cento pasti al giorno e fra gli ospiti compaiono anche impiegati, dipendenti, gente che definiremmo normale».
marco---
Tuesday, April 26, 2011 9:25 AM
Che cosa c'è sotto l'iceberg (Fonte: ilsole24ore.com - di Mario Platero - 26/04/2011)

Rischio Paese? Fragilità sistemica che parte dalla Grecia? Niente di tutto questo. La vera paura dei policy makers oggi è rivolta altrove, al ritorno dei derivati finanziari: il mercato globale di questi strumenti sfiora i 600mila miliardi di dollari. Un volume insostenibile e irreale: com'è possibile che questo mercato, che dovrebbe coprire e stabilizzare i costi di approvvigionamento per l'economia reale, superi di 40 volte il valore dell'intera economia Usa?
Ci sono molte spiegazioni alla formazione di questa nuova bolla che cresce sull'onda di operazioni di carry forward, che rimbalza su nuovi strumenti assicurativi che si sono evoluti dai vecchi Cds (Credit default swaps) e che ha portato proprio in questi giorni a uno scontro epocale fra imprese e banche sul fronte delle regole. La spiegazione più semplice è quella di un tradimento. Dopo la crisi e dopo aver salvato istituzioni finanziarie sistemiche, la Federal Reserve e il Governo americano, che agivano allora, giustamente, in sincronia, approvarono il concetto del denaro facile. Con tassi reali vicini allo zero, con il denaro offerto praticamente gratis, le banche avrebbero dovuto erogare il credito alle imprese per incoraggiarle a crescere e creare occupazione. Ma hanno scelto la speculazione.
Barack Obama si infuriò: ricordate le invettive dell'anno scorso contro i banchieri? La dinamica speculativa peraltro non fu vista male da alcune autorità di controllo: indebitarsi in dollari a tassi molto bassi per poi investire in altre divise o altri prodotti ad alto rischio presentava, come poi è stato, prospettive di buoni guadagni che avrebbero rafforzato nel post-crisi i bilanci deboli delle banche. Comunque sia, la nuova (o vecchia) speculazione è davanti agli occhi di tutti. Con tutti i rischi di un pericolo annunciato e con tutte le fragilità del caso: «È questione di tempo – dichiara Simon Johnson, un economista del Mit che ha lavorato al Fondo e che lancia sulle nostre pagine un campanello di allarme – non siamo davanti a un pericolo immediato, ma i semi sono stati gettati e la seconda crisi, se non si farà qualcosa, sarà più dura della prima».
Per questo i policy makers globali sono preoccupati. E discutono nel G-20, oltre ai rispettivi contesti nazionali, di nuove regole. Peccato che siano già in profondo disaccordo fra loro. La Francia di Nicolas Sarkozy, presidente di turno del G-20, preme per l'introduzione di una tassa sulle operazioni finanziarie a rischio. L'America di Obama invece, contraria a una tassa, spinge per parametri di copertura di capitale. Il problema è che persino nei circuiti più ristretti di Washington le posizioni sono divergenti. Nei giorni immediatamente precedenti alle riunioni del Fondo le cinque autorità Usa di controllo hanno annunciato regole per limitare le operazioni sui derivati imponendo contrappesi di capitale. Il dibattito si chiuderà il 24 giugno, ma l'avvio è stato infuocato. Intanto è partito un braccio di ferro che vede contrapposti da una parte banche e alta finanza in genere, dall'altra le imprese che si vedono equiparate alle banche quando si parla di derivati e si sentono improvvisamente penalizzate dalle nuove regole in discussione.
Questo litigio ci riporta alla dicotomia fra economia reale e finanza. Quando le banche o istituzioni come hedge funds speculano sul petrolio usando strumenti derivati, lo fanno per un puro interesse finanziario. Ma se le stesse operazioni sono condotte da linee aeree, compagnie petrolifere o altri grandi operatori il cui business dipende dall'energia o dalle forniture di cereali, l'utilizzo di un derivato è per la copertura di un'esigenza di business molto reale.
Le nuove regole illustrate dalle autorità di controllo aprono per la prima volta all'idea di una equiparazione fra istituzioni finanziarie e imprese per le richieste di una copertura del rischio sui derivati attraverso garanzie di capitale. Il mondo industriale si è scatenato. Si è già formato un consorzio che raccoglie le 200 più importanti aziende americane, tra cui Ford, Shell, General Electric, Boeing, decise a difendere il loro esonero da contropartite di capitale, conquistato l'anno scorso, per poter condurre operazioni di copertura sull'approvvigionamento di materie prime. Uno studio prodotto dal consorzio calcola che la richiesta di una garanzia in contanti del 3% di un'operazione media porterebbe a una perdita di 130mila posti di lavoro in America. C'è naturalmente un fondo di verità. Ma cosa succede se le aziende stesse, ad esempio la Cargill, che lo fa normalmente, in parte coprono esigenze reali e in parte speculano? Non sarebbe giusto dare alle imprese un vantaggio competitivo rispetto alle istituzioni finanziarie. E sappiamo quanto sia forte la tentazione del guadagno facile, puramente finanziario. La crisi del 2007-2009 evidentemente non è bastata, perché l'ubriacatura continua.
marco---
Monday, May 02, 2011 3:51 PM
La grande crisi prepara il bis: 360mila miliardi pronti ad esplodere (Fonte: blitzquotidiano.it - di Riccardo Galli - 02/05/2011)

ROMA – “Un mercato fuori controllo da 360mila miliardi di euro. Un rischio di credito stimato in 750 miliardi di euro, pari alla somma del default di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna”. Volumi e cifre che da dodici mesi in qua invece di ridimensionarsi sono persino in crescita. Non è l’attacco di un pezzo pre-crisi, un reperto delle cronache prima del 2008, ma è la fotografia dell’attuale situazione economica e finanziaria mondiale che traccia il Sole24Ore. Insomma è pronta, potenzialmente pronta la grande crisi bis, il bis della grande crisi: niente e nessuno è in grado di controllare i “derivati”, una massa enorme di denaro elettronico che si agita e si muove nella “stiva” della nave-pianeta e che, ad un’onda più alta delle altre, può sfondarne le paratie e mandarla a fondo. Derivati sono quegli strumenti finanziari che “derivano” il loro valore da tassi, cambi, debiti, prestiti, materie prime, metalli, azioni, indici e dai derivati stessi. Sono “assicurazioni” su scala planetaria. Assicurazioni che sono trasformate in scommesse d’azzardo, soprattutto gli “over the counter”, i fuori Borsa, “immateriale” denaro che può materialmente esplodere perchè ci sono, contano ma nessuno sa davvero quanto valgono.

Tre anni fa, mese più mese meno, con lo scoppio di quella che era definita “la bolla immobiliare americana”, iniziò la più grave crisi economica mondiale del dopoguerra. Una crisi che si propagò da un mercato all’altro rivelando la fragilità di un sistema e svelando molte delle storture che quel sistema conteneva. Da allora il peggio sembra passato, anche se molti economisti affermano ancora che la crisi non è alle spalle. Ma la crisi ha portato con sè anche del buono. Sbagliando s’impara. Si disse che i mercati andavano regolati in modo diverso e più rigido, si disse che non si poteva permettere agli speculatori e alle speculazioni di muovere cifre di denaro abnormi e si disse che i bonus milionari che i grandi manager percepivano erano una mostruosità sociale e non solo quando quei bonus venivano corrisposti anche da aziende prossime al fallimento che significava grandi, in alcuni casi enormi, perdite economiche per le famiglie e i piccoli risparmiatori. La crisi non è ancora alle spalle, e forse nemmeno il peggio è passato se è vero, come lo è, che dopo due anni l’indice Standard & Poor’s a Wall Street è a livelli superiori a quelli di prima del collasso di Lehman, i bonus bancari hanno raggiunto i livelli record pre-Lehman e il volume dei derivati si avvicina a quello pre-crisi. Due anni e una crisi, la peggiore a memoria d’uomo, sembrano non aver insegnato nulla.

Swap, derivati e simili, genitori della crisi del 2009, continuano a far la parte del leone nei mercati e sono persino in aumento, tanto che rappresentano un mercato fuori controllo da 360mila miliardi di euro.

È questo il valore nozionale degli swap secondo le ultime statistiche internazionali. Nel complesso, per i derivati fuoriborsa, strumenti negoziati fuori da piattaforme e circuiti regolamentati, si sfiorano 500mila miliardi.
L’Isda, associazione mondiale degli operatori in derivati otc, stima che il rischio di credito di questi contratti sia pari a 2.430 miliardi di euro. Se il mercato degli swap è immenso e senza controllo, i derivati rappresentano un possibile rischio anche per le grandi banche europee che non differiscono nelle pratiche dai colossi Usa. Ammontano infatti a 4mila miliardi di euro i derivati nei bilanci degli istituti del vecchio continente, un valore pari al 20% degli attivi. E già il nome desta sospetto: lo strumento derivato letteralmente “deriva” prezzo e valore da tassi d’interesse e di cambio, debiti e prestiti, materie prime e metalli preziosi, azioni, indici e persino altri derivati. Le perplessità aumentano poi quando il derivato viene scambiato over-the-counter (otc) cioè fuoriborsa, negoziato fuori da piattaforme e circuiti regolamentati. I derivati con targhetta otc, principalmente gli swap, mancano di quotazioni ufficiali e prezzi trasparenti, non sono garantiti dalla cassa di compensazione con versamento di margini giornalieri, a fronte delle perdite anche potenziali per annullare il rischio controparte. Al giugno 2010 – ultima statistica Bri – i derivati fuoriborsa avevano un valore nozionale (entità delle passività o attività sottostanti) di poco inferiore a 600.000 miliardi di dollari, di cui circa 440.000 in swap. L’Isda, l’associazione mondiale degli operatori in derivati otc, stima che dopo il netting (compensazione delle posizioni tra due controparti) il rischio di credito di questi contratti è pari a 3.600 miliardi di dollari, 2.430 miliardi di euro. Tenuto conto che il 70% dei derivati fuoriborsa tra istituzioni finanziarie è garantito da attivi collaterali, il rischio di credito di swap e affini è quantificato in 1.100 miliardi di dollari, circa 750 miliardi di euro: pari alla somma del default di Grecia, Irlanda, Portogallo e Spagna messi insieme. Una montagna di denaro.

Negli ultimi 12 mesi, intanto, i volumi sono tornati a salire a ritmi sostenuti. Una dimensione monstre che, proprio a causa dell’opacità e natura sfuggente dei derivati, preoccupa autorità di controllo e governi in tutto il mondo: swap e derivati otc sono visti come fonte di rischio sistemico e quindi destinatari di una “rivoluzione regolamentare”. Gli Usa, i primi a scottarsi due anni fa, ci hanno già provato: la legge Dodd-Frank approvata dal Congresso americano impone l’obbligo di spostare la contrattazione dei derivati “standard” in mercati regolamentati, con l’uso di margini adeguati. A questa norma però, non si è ancora data attuazione, perché le banche che operano su questi mercati guadagnano 19,4 miliardi di dollari l’anno in queste transazioni. Frenano perché sanno di profittare dall’opacità del mercato interbancario e non vogliono perdere questi profitti e i bonus ad essi collegati.

Due anni, ventiquattro mesi e moltissime parole sono passate. In questo breve lasso di tempo economie, quelle delle grandi nazioni come quelle delle piccole famiglie, sono state sconvolte e in alcuni casi distrutte. Centinaia di migliaia di americani si sono trovati nella condizione di non essere più in grado di onorare i loro debiti, milioni di persone in tutto il mondo hanno perso il lavoro e i ministri dell’economia delle nazioni più industrializzate in particolare hanno dovuto varare manovre economiche molto pesanti. La crisi in questi due anni ha riempito giornali e telegiornali, conversazioni al bar e dibattiti televisivi, aule parlamentari e direzioni di banche ma, nonostante tutto questo parlare e tutto questo spazio oggi, due anni dopo, pochi numeri rischiano di vanificare tutte quelle parole.
marco---
Thursday, June 16, 2011 10:35 AM
La crisi immobiliare ora e' peggio della Grande Depressione (Fonte: wallstreetitalia.com - 16/06/2011)
laplace77
Thursday, June 16, 2011 11:14 AM
Re:
marco---, 16/06/2011 10.35:

La crisi immobiliare ora e' peggio della Grande Depressione (Fonte: wallstreetitalia.com - 16/06/2011)




e insomma, almeno per il mattone, bisogna cambiare l'ordine delle parole (e non solo), da:

"la peggiore crisi dalla grande depressione"

a:

"la crisi peggiore della grande depressione"



dgambera
Sunday, July 24, 2011 12:06 AM
Portogallo, vanghe e zappe contro la crisi

Inviato da Andrea Canfora il Ven, 22/07/2011 - 20:00

Bruno Picozzi


AGRICOLTURA. Le crescenti difficoltà economiche alimentano un esodo dalle metropoli verso le campagne. E in molte città cominciano spuntare orti urbani per combattere il carovita.

In Portogallo in tempo di crisi si torna in campagna. Il prossimo futuro regalerà al Paese una stretta di cinghia e non sono pochi coloro che si preparano ad affrontare la mannaia dell’austerità armati di zappa e vanga. Il popolo lusitano comincia a riscoprire le gioie dell’agricoltura e tutti ormai sperano in un’inversione di tendenza rispetto al recente passato. I dati forniti dall’Instituto nacional de estatística (Ine) sulla base del censimento agricolo del 2009 mostrano che la quantità di territorio nazionale attualmente adibita ad attività agricola è pari a circa 4,6 milioni di ettari, con una perdita buona di mezzo milione rispetto al censimento di 10 anni fa. Perdita in termini di quantità cui si aggiunge quella in termini di qualità.

Aumentano infatti in percentuale i pascoli, i terreni coltivati a fiori e a piante ornamentali, e crescono le produzioni esotiche come quella terribilmente idrovora dei kiwi. Diminuiscono invece i terreni adibiti alle colture alimentari tradizionali con settori come quello degli alberi da frutta autoctoni, che si contraggono del 25 per cento. In Portogallo si contano a tutt’oggi 304mila imprese agricole, 112mila in meno rispetto al 1999, e di queste i tre quarti hanno una dimensione inferiore ai 5 ettari. Sono invece 260 i latifondi industriali di superficie superiore ai 1.000 ettari, responsabili del 12 per cento della produzione agricola nazionale. La gran parte dell’agricoltura portoghese è dunque affidata a piccole imprese, spesso a conduzione familiare, spesso tenute in piedi dai più anziani. Metà degli agricoltori in attività nel Paese conta oltre 65 anni e vi sono zone, come quella di São Brás de Aportel, dove l’età media degli addetti si aggira intorno ai 70.

La maggior parte di loro lavora per passione e sopravvive solo grazie ai trattamenti pensionistici già guadagnati attraverso altre attività. Da qualche tempo, però, un numero sempre maggiore di giovani torna alla terra, tanto che in primavera il governo ha dovuto sospendere il Programma di sostegno allo sviluppo rurale Proder per eccesso di domande. Si calcola che Proder abbia finanziato finora 1.700 progetti e 3mila giovani agricoltori per un ammontare pari a 220 milioni di euro. Solo di recente è stato riattivato con finanziamenti per 30 o 40mila euro, a seconda dei casi. Firmino Cordeiro, presidente della Associação de Jovens Agricultores de Portugal, ritiene il Programma uno strumento utile per sostenere il territorio. «Il Paese deve incentivare il ritorno all’agricoltura», sostiene Cordeiro, individuando questa come «un’attività strategica», che rappresenta «una soluzione per il futuro nel momento in cui la disoccupazione aumenta negli altri settori».

Molti giovani diventano proprietari di terreni coltivabili per successione ereditaria ma gli stessi genitori consigliano loro di cambiare strada. Invece il settore può trasformarsi in una risorsa importante. Vi è da un lato la necessità di riconoscere la dignità dei coltivatori anziani, rendendo la loro situazione sostenibile dal punto di vista economico. Dall’altro bisogna attirare i giovani, anche coloro che non appartengono a famiglie contadine, magari creando una “banca della terra” che possa distribuire terreni e sostenere chi li lavora. «Dobbiamo utilizzare le terre che sono abbandonate e che in buona parte appartengono proprio al ministero dell’Agricoltura», afferma Cordeiro. Solo nell’Alentejo, la vasta pianura fertile e poco popolata che occupa gran parte del meridione del Paese, vi sarebbero 16mila ettari di terreno disponibili. La questione appassiona sempre più la classe politica portoghese e tiene banco in campagna elettorale, soprattutto a livello locale.

Occasione di grande dibattito è stato il recente accorpamento delle competenze ministeriali su agricoltura, sviluppo rurale, ambiente e pianificazione del territorio. «Un’opportunità per il mondo contadino» lo definiva il periodico Oeste. «Una sfida enorme» secondo la federazione Minha Terra, che raggruppa 53 associazioni portoghesi impegnate nello sviluppo locale. «Può essere utile un intervento integrato nel mondo rurale attraverso strategie di sviluppo territoriale che coinvolgono e responsabilizzano le organizzazioni della società civile», dice un comunicato della federazione. Ma è importante che i programmi si traducano in «politiche integrate di sviluppo rurale, perché sono queste che contribuiscono maggiormente allo sviluppo economico e al miglioramento delle condizioni di vita della popolazione».

Insomma, tutto va bene purché generi posti di lavoro e faccia girare denaro. Intanto cresce un po’ dappertutto il fenomeno dell’agricoltura urbana. Qualche settimana fa il settimanale O Diabo titolava «Gli orti crescono in città», interpretando questo come un effetto della crisi che ha investito il Paese. Negli stessi giorni sul primo canale nazionale andava in onda un servizio sui novos rurais, i giovani che sempre più numerosi rifugiano nelle campagne periurbane a coltivare la terra. Ad esempio la città di Funchal, capoluogo della regione autonoma di Madeira, già possiede quasi 21mila metri quadrati di terreno agricolo in area urbana, per un totale di 302 lotti coltivati distribuiti in cinque diversi quartieri.

Il mese scorso sono stati consegnati altri 52 lotti ad altrettanti residenti e almeno un centinaio di persone sono in lista d’attesa per averne uno. «Si tratta di un investimento a basso costo che ha effetti moltiplicatori estremamente positivi in ​​termini di ambiente urbano, di benessere delle famiglie e di qualità fisiche e psicologiche nella vita dei singoli individui», ha dichiarato con soddisfazione il sindaco di Funchal, Miguel Albuquerque. «Coltivare la terra per molti è un hobby - sostiene André in un commento sul Diabo. - Produrre parte del nostro cibo è un comportamento didattico, che inoltre rinvigorisce il fisico e rilassa lo spirito. Sarebbe bello se ci fossero più orti urbani, per persone di ogni età».

laplace77
Sunday, July 24, 2011 1:17 PM
e la crisi anglofona?

...a sparlare dei PIIGS e a sparare rating a caso, sono bravissimi...

...ma loro come stanno messi?

gli USA giocano al default per non tassare i piu' ricchi, l'UK si ritrova col north sea a secco e impreparata a fronteggiare la sua crisi energetica, visto soprattutto lo stato della sua economia (manifattura smantellata da tempo, finanza in bilico) e dei suoi debiti (tra pubblico e privato stanno proprio maluccio)...


marco---
Monday, October 10, 2011 10:16 PM
Crisi come la Grande Depressione? Addirittura peggio (Fonte: america24.com - di Domenico Zappia - 10/10/2011)

La crisi finanziaria come la Grande Depressione? Per David Leonhardt non è così. Purtroppo per noi, il capo della redazione di Washington del New York Times sostiene che la recessione degli anni Trenta conteneva in sé le premesse per il boom economico successivo; mentre l’attuale crisi non presenta alcuna base su cui costruire il futuro economico degli Stati Uniti.

Nonostante la miseria post Grande Depressione, scrive Leonhardt, negli anni Trenta l’economia americana ha fatto degli enormi passi in avanti: sono stati inventati la televisione e il nylon, furono commercializzati i frigoriferi e le lavastoviglie, le ferrovie divennero più veloci e le strade furono migliorate. Come sostiene lo storico Alexander Field, gli anni Trenta “sono stati il decennio con più progressi tecnologici del decennio.

Spesso gli economisti differenziano tra fluttuazioni di breve termine e cambiamenti strutturali. Nessun decennio è più contraddittorio (in questo senso) degli anni Trenta: al contempo, caratterizzato da una delle peggiori fluttuazioni del ventesimo secolo e responsabile per alcuni dei cambiamenti strutturali più importanti di sempre.

Alla luce dei problemi odierni, sarebbe confortevole trovare risposte nella storia ma se c’è da imparare qualcosa dagli anni Trenta è che, come allora, l’attuale congiuntura economica è caratterizzata da un insieme di problemi di breve (la crisi finanziaria) e di lungo termine (il rallentamento nella creazione di nuovi settori industriali, la stagnazione nel campo dell’istruzione e la rapida crescita di settori ambivalenti, come quello finanziario e sanitario). Ci si può dunque chiedere se gli Stati Uniti non siano entrati in una fase di crescita economica negativa, in cui l’alto tasso di disoccupazione sarà un problema strutturale.

Venerdì, il dipartimento del Lavoro ha riferito che la creazione di nuovi posti di lavoro a settembre è stat modesta e che il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 9,1%. Un recente sondaggio condotto dalla sede regionale di Filadelfia della Federal Reserve, prevede che questo non scenderà al di sotto del 7% prima del 2015 –e che dopo, solo raramente sarà inferiore al 6 per cento.

Non troppo tempo fa, un tasso di disoccupazione del 6% sarebbe stato considerato disastroso, nota Leonhardt. Tra il 1995 e il 2007, il tasso ha superato il 6% per un totale di cinque mesi nel 2003 e non ha mai neppure sfiorato il 7%. Per il Times, la crisi finanziaria si è dunque aggiunta a quella strutturale e le due ora traggono linfa l’una dall’altra.

Gli Stati Uniti sono in un periodo molto simile a quello attraversato dall’Europa negli ultimi vent’anni; sono ricchi ma in difficoltà. L’alta disoccupazione alimenterà le paure di un declino. L’arena politica diventerà – come lo è già – tumultuosa. E molti rimarranno senza lavoro.

Circa 6,5 milioni di persone sono senza lavoro da almeno sei mesi, scrive il quotidiano. Dal 2008, diversi altri milioni di persone hanno abbandonato la speranza di trovare un nuovo posto di lavoro. Il dato core sulla disoccupazione sottolinea il nesso tra crisi economica di lungo e di breve termine: molti hanno perso il loro lavoro per la crisi, tanti rimarranno senza lavoro anche dopo che l’economia avrà ricominciato a crescere. Anzi – nota Leonhardt - diverranno un peso per la ripresa.

Per adesso, la causa principale della depressione economica rimane la crisi finanziaria. Anche se i dettagli differiscono da ciclo a ciclo, il risultato delle fluttuazioni è, in genere, lo stesso: (stando a uno spesso citato studio di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff) un decennio caratterizzato da un alto tasso di disoccupazione. E siccome Reinhart e Rogoff fissano al 2007 la data d’inizio della crisi, questo vuol dire che sono trascorsi solo 4 anni dall’inizio della crisi.

Ovviamente, fare previsioni catastrofiche sull’andamento dell’economia americana è un azzardo, scrive il capo della redazione di Washington del New York Times. Negli ultimi 50 anni, i disfattisti hanno affermato che l’America stava perdendo terreno nei confronti di Unione sovietica, Giappone e Germania; solo per essere successivamente smentiti.

Gli Stati Uniti continuano a godere di alcuni vantaggi che nessuna nazione, inclusa la Cina, può vantare: il miglior network di venture-capital, uno stato di diritto stabile, una cultura che celebra l’assunzione di rischi e un’attrattiva senza pari per emigranti. Questi punti di forza sono spesso la forza dietro la nascita del prossimo settore industriale di punta -anche nei momenti di difficoltà. È quanto accaduto negli anni Trenta; è quanto si è ripetuto negli anni Novanta con internet.

Ciononostante, nota Leonhardt, i motivi di preoccupazione oggi sono numerosi. Anche prima dell’inizio della crisi finanziaria, l’economia americana non stava attraversando un momento particolarmente felice. La creazione di nuovi posti lavoro non riusciva a tenere il ritmo dell’espansione demografica, e la quota di adulti regolarmente impiegati calò. Mentre per coloro con lavoro, la crescita dei salari stentava a tenere il passo dell’inflazione.

Per cercare di dare una spiegazione unitaria a ciò che sta accadendo, secondo il Times, non resta che guardare a quanto successo negli anni Trenta. Allora gli Stati Uniti stavano aumentando la loro capacità produttiva, in parte grazie all’eliminazione di alcune inefficienze ma perlopiù grazie all’introduzione di nuove tecnologie. Quei cambiamenti, uniti all’industrializzazione legata allo sforzo bellico relativo al secondo conflitto mondiale, erano le premesse per il boom del Secondo dopoguerra. Oggi invece l’economia non ha fatto molto per migliorare la sua capacità produttiva, nota il Times. Ha ridotto le inefficienze e migliorato la produttività ma non ha portato allo sviluppo di alcun nuovo settore industriale dove possano trovare impiego il gran numero di lavoratori in eccesso. Per Leonhardt, non c’è alcuna versione contemporanea del boom delle ferrovie del 1870; non c’è una nuova industria paragonabile a quella automobilistica degli anni Venti; e nemmeno una nuova internet.

Una spiegazione può essere trovata nelle competenze dei lavoratori americani. Secondo il quotidiano, gli Stati Uniti sono l’unico paese industrializzato che negli ultimi trent’anni non ha aumentato il numero di lavoratori laureati. E, a peggiorar la situazione, Washington ha deciso di non accogliere buona parte dei ricercatori e degli imprenditori desiderosi di stabilirsi negli Stati Uniti.

Il rapporto tra competenze e successo economico nazionale non è un indicatore esatto, nota Leonhardt. Ma Australia, Nuova Zelanda, Canada e buona parte dell’Europa settentrionale hanno fatto dei grandi passi in avanti a livello di formazione dagli anni Ottanta e i loro tassi di disoccupazione – una volta superiori a quello americano – sono adesso inferiori.

Oltre all’istruzione, l’economia americana sembra soffrire anche di un’allocazione di risorse approssimativo –in parte non controllabile da Washington (il riferimento è alla svalutazione dello yuan da parte della Cina). Ma perlopiù attribuibile a tre settori in larga parte improduttivi come quelli finanziario, sanitario e immobiliare.

Il sistema di assistenza sanitaria americano è cresciuto a dismisura e gli Stati Uniti adesso spendono per ogni individuo il 50% in più di qualsiasi altra nazione, ma i risultati sono deludenti. Il contrasto sembra dunque suggerire l’esistenza di sacche di inefficienza. Nel frattempo nel settore finanziario il volume degli scambi è aumentato a dismisura senza però aver migliorato gli standard di vita.

Leonhardt dunque si chiede se le risorse impiegate in questi settori non possono trovare un’ottimizzazione in qualche altro settore. Finanza, sanità e settore immobiliare contribuiscono alla creazione di posti lavoro nel breve termine ma non assicurano nulla nel lungo. In questo, differiscono da quei settori che nei boom del passato hanno fatto da traino per l’intera economia. Si unisce al coro l’economista di Harvard Lawrence Katz, “il problema del settore sanitario è simile a quello del finanziario: gente di talento spreca tempo in attività improduttive”.

Gli Stati Uniti ha sempre rimpiazzato le industrie meno dinamiche con altre più produttive. La sostituzione della carrozza con la macchina non ha comportato problemi. Oggi invece – nota il Times - l’avvicendamento crea diversi problemi macroeconomici; ma questi sarebbero anche tollerabili. Il vero problema è che all’orizzonte non si vedono nuovi settori industriali che possano servire da traino per l’intera economia. Per Katz, “il problema non sono i licenziamenti quanto la mancanza di assunzioni”.

Se la storia dovesse ripetersi, la situazione dovrebbe prontamente migliorare, sostiene Leonhardt. Ma per adesso le prove per un tale ottimismo sono poche e l’economia è lontana milioni di posto di lavoro da poter esser considerata sana.
stelafe
Tuesday, October 18, 2011 4:34 PM
Federcontribuenti, 1mln di piccole e medie imprese a rischio

E’ “l’insolvenza” di un milione di piccole e medie imprese l’Italia non puo’ proprio permettersela.


www.improntalaquila.org/2011/10/15/articolo29001/
(sylvestro)
Sunday, February 05, 2012 2:08 PM
(sylvestro)
Sunday, February 05, 2012 2:35 PM
Baltic Dry Index in profondo rosso

Giovedì 02 Febbraio 2012 16:38



L'indice che rileva i noli dei trasporti marittimi di merci sfuse precipita a quota 662 punti, il valore più basso degli ultimi 25 anni, che non era stato raggiunto neppure durante la crisi macroeconomica del 2008-2009. Segnale del rallentamento dell'economia globale, ma anche dell'eccesso di stiva.


Non calano solamente i noli container, ma anche quelli dei cargo dry e bulk, rilevati dall'indice Baltic Dry Index, basato sulle cinquanta principali rotte mondiali. La rilevazione del 1° febbraio 2012 segna 662 punti, battendo perfino il risultato peggiore dell'ultimo quarto di secolo, registrato il 5 dicembre 2008 (quando raggiunse 663 punti). Dall'inizio del 2012, l'indice è calato di ben il 39%, mentre nell'ultimo anno è più che dimezzato (-62%). Come termine di confronto, basti considerare che nel maggio del 2008 il Baltic Dry Index aveva toccato la vetta di 11.793 punti, mostrando un incremento del 128% rispetto al gennaio precedente.
Gli esperti hanno individuato tre cause di questo inabissamento. La prima è stagionale ed è connessa alla festa di Primavera in Asia, che ha ridotto la domanda di trasporto in una regione divenuta sempre più importante nel traffico di materie prime e di semilavorati. Ma questo non basta a spiegare un calo di così lunga durata, alla cui base sta la concomitanza tra rallentamento dell'economia globale e aumento dell'offerta di stiva, che potrebbe proseguire anche nel 2012. Infatti, secondo una rilevazione della Clarkson, la flotta globale crescerà quest'anno del 14%, a fronte di un aumento dei traffici del 3%.

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marco---
Sunday, February 05, 2012 3:02 PM
Re:
(sylvestro), 2/5/2012 2:08 PM:


Tanto interessante, tanto reali i rischi prospettati in questo breve video.
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