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Iulius Jimi
Thursday, February 17, 2005 10:27 AM
Leggere l'impresa di Cesare ad Alesia mi ha sempre profondamente colpito come una delle maggiori espressioni di genio militare, con le peculiarità tipiche dell'esercito romano, grande disciplina, valore sul campo, utilizzo di ingegneria senza precedenti. Innanzitutto ecco alcune immagini:

Una tavola che raffigura Alesia:


La mappa delle fortificazioni dei Romani:


Lo schema delle trappole predisposte:


Ed ecco il racconto dei fatti fatto dallo stesso Cesare nel "De Bello gallico" ( FONTE:http://spazioinwind.libero.it/latinovivo )
LIBRO SETTIMO
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Vista la rotta della cavalleria, Vercingetorige ritirò le truppe schierate dinnanzi all'accampamento e mosse direttamente verso Alesia, città dei Mandubi, ordinando di condurre rapidamente le salmerie fuori dal campo e di seguirlo. Cesare porta i bagagli sul colle più vicino e vi lascia due legioni come presidio. Lo insegue finché c'è luce: uccide circa tremila uomini della retroguardia e il giorno successivo si accampa davanti ad Alesia. Esaminata la posizione della città e tenuto conto che i nemici erano atterriti, perché era stata messa in fuga la loro cavalleria, ossia il reparto su cui più confidavano, esorta i soldati all'opera e comincia a circondare Alesia con un vallo.

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La città di Alesia sorgeva sulla cima di un colle molto elevato, tanto che l'unico modo per espugnarla sembrava l'assedio. I piedi del colle, su due lati, erano bagnati da due fiumi. Davanti alla città si stendeva una pianura lunga circa tre miglia; per il resto, tutt'intorno, la cingevano altri colli di uguale altezza, poco distanti l'uno dall'altro. Sotto le mura, la parte del colle che guardava a oriente brulicava tutta di truppe galliche; qui, in avanti, avevano scavato una fossa e costruito un muro a secco alto sei piedi. Il perimetro della cinta di fortificazione iniziata dai Romani raggiungeva le dieci miglia. Si era stabilito l'accampamento in una zona vantaggiosa, erano state costruite ventitré ridotte: di giorno vi alloggiavano corpi di guardia per prevenire attacchi improvvisi, di notte erano tenute da sentinelle e saldi presidi.

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Quando i lavori erano già iniziati, le cavallerie vengono a battaglia nella pianura che si stendeva tra i colli per tre miglia di lunghezza, come abbiamo illustrato. Si combatte con accanimento da entrambe le parti. In aiuto dei nostri in difficoltà, Cesare invia i Germani e schiera le legioni di fronte all'accampamento, per impedire un attacco improvviso della fanteria nemica. Il presidio delle legioni infonde coraggio ai nostri. I nemici sono messi in fuga: numerosi com'erano, si intralciano e si accalcano a causa delle porte, costruite troppo strette. I Germani li inseguono con maggior veemenza fino alle fortificazioni. Ne fanno strage: alcuni smontano da cavallo e tentano di superare la fossa e di scalare il muro. Alle legioni schierate davanti al vallo Cesare ordina di avanzare leggermente. Un panico non minore prende i Galli all'interno delle fortificazioni: pensano a un attacco imminente, gridano di correre alle armi. Alcuni, sconvolti dal terrore, si precipitano in città. Vercingetorige comanda di chiudere le porte, perché l'accampamento non rimanesse sguarnito. Dopo aver ucciso molti nemici e catturato parecchi cavalli, i Germani ripiegano.

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Vercingetorige prende la decisione di far uscire di notte tutta la cavalleria, prima che i Romani portassero a termine la linea di fortificazione. Alla partenza, raccomanda a tutti di raggiungere ciascuno la propria gente e di raccogliere per la guerra tutti gli uomini che, per età, potevano portare le armi. Ricorda i suoi meriti nei loro confronti, li scongiura di tener conto della sua vita, di non abbandonarlo al supplizio dei nemici, lui che tanti meriti aveva nella lotta per la libertà comune. E se avessero svolto il compito con minor scrupolo, insieme a lui avrebbero perso la vita ottantamila uomini scelti. Fatti i conti, aveva grano a malapena per trenta giorni, ma se lo razionava, poteva resistere anche un po' di più. Con tali compiti, prima di mezzanotte fa uscire, in silenzio, la cavalleria nel settore dove i nostri lavori non erano ancora arrivati. Ordina la consegna di tutto il grano; fissa la pena capitale per chi non avesse obbedito; quanto al bestiame, fornito in grande quantità dai Mandubi, distribuisce a ciascuno la sua parte; fa economia di grano e comincia a razionarlo; accoglie entro le mura tutte le truppe prima schierate davanti alla città. Prese tali misure, attende i rinforzi della Gallia e si prepara a guidare le operazioni.

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Cesare, appena ne fu informato dai fuggiaschi e dai prigionieri, approntò una linea di fortificazione come segue: scavò una fossa di venti piedi, con le pareti verticali, facendo sì che la larghezza del fondo corrispondesse alla distanza tra i bordi superiori; tutte le altre opere difensive le costruì più indietro, a quattrocento piedi dalla fossa: avendo dovuto abbracciare uno spazio così vasto e non essendo facile dislocare soldati lungo tutto il perimetro, voleva impedire che i nemici, all'improvviso o nel corso della notte, piombassero sulle nostre fortificazioni, oppure che durante il giorno potessero scagliare dardi sui nostri occupati nei lavori. A tale distanza, dunque, scavò due fosse della stessa profondità, larghe quindici piedi. Delle due, la più interna, situata in zone pianeggianti e basse, venne riempita con acqua derivata da un fiume. Ancor più indietro innalzò un terrapieno e un vallo di dodici piedi, a cui aggiunse parapetto e merli, con grandi pali sporgenti dalle commessure tra i plutei e il terrapieno allo scopo di ritardare la scalata dei nemici. Lungo tutto il perimetro delle difese innalzò torrette distanti ottanta piedi l'una dall'altra.

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Bisognava contemporaneamente cercare legna e frumento e costruire fortificazioni così imponenti, mentre i nostri effettivi non facevano che diminuire, perché i soldati si allontanavano sempre più dal campo. E alle volte i Galli assalivano le nostre difese e dalla città tentavano sortite da più porte, con grande slancio. Perciò, Cesare ritenne opportuno aggiungere altre opere alle fortificazioni già approntate, per poterle difendere con un numero minore di soldati. Allora tagliò tronchi d'albero con i rami molto robusti, li scortecciò e li rese molto aguzzi sulla punta; poi, scavò fosse continue per la profondità di cinque piedi. Qui piantò i tronchi e, perché non li potessero svellere, li legò alla base, lasciando sporgere i rami. A cinque a cinque erano le file, collegate tra loro e raccordate: chi vi entrava, rimaneva trafitto sui pali acutissimi. Li chiamammo cippi. Davanti ai cippi scavò buche profonde tre piedi, leggermente più strette verso il fondo e disposte per linee oblique, come il cinque nei dadi. Vi conficcò tronchi lisci, spessi quanto una coscia, molto aguzzi e induriti col fuoco sulla punta, non lasciandoli sporgere dal terreno più di quattro dita. Inoltre, per renderli ben fermi e saldi, in basso aggiunse terra per un piede d'altezza e la pressò; il resto del tronco venne ricoperto di vimini e arbusti per nascondere l'insidia. Ne allineò otto file, distanti tre piedi l'una dall'altra. Le denominammo, per la somiglianza con il fiore, gigli. Davanti a esse vennero interrati pioli lunghi un piede, forniti di un artiglio di ferro: ne disseminammo un po' ovunque, a breve distanza. Presero il nome di stimoli.

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Terminate tali opere, seguendo i terreni più favorevoli per conformazione naturale, costruì una linea difensiva dello stesso genere, lunga quattordici miglia, ma opposta alla prima, contro un nemico proveniente dalle spalle: così, anche nel caso di un attacco in massa dopo la sua partenza, gli avversari non avrebbero potuto circondare i presidi delle fortificazioni, né i nostri si sarebbero trovati costretti a sortite rischiose. Ordina a tutti di portare con sé foraggio e grano per trenta giorni.

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Così andavano le cose ad Alesia. Nel frattempo, i Galli indicono un concilio dei capi, stabiliscono di non chiamare alle armi tutti gli uomini abili, come aveva chiesto Vercingetorige, ma di imporre ad ogni popolo la consegna di un contingente determinato, perché temevano che fosse impossibile, tra tanta confusione di popoli, mantenere la disciplina, riconoscere le proprie truppe, amministrare le provviste di grano. Agli Edui e ai loro alleati, ossia i Segusiavi, gli Ambivareti, gli Aulerci Brannovici, i Blannovi, ordinano di fornire trentacinquemila uomini; altrettanti agli Arverni insieme agli Eleuteti, ai Cadurci, ai Gabali, ai Vellavi, da tempo clienti degli Arverni stessi; ai Sequani, ai Senoni, ai Biturigi, ai Santoni, ai Ruteni, ai Carnuti dodicimila ciascuno; ai Bellovaci diecimila; ottomila ciascuno ai Pictoni, ai Turoni, ai Parisi e agli Elvezi; agli Ambiani, ai Mediomatrici, ai Petrocori, ai Nervi, ai Morini, ai Nitiobrogi cinquemila ciascuno; altrettanti agli Aulerci Cenomani; agli Atrebati quattromila; ai Veliocassi, ai Lexovi e agli Aulerci Eburovici tremila ciascuno; ai Rauraci e ai Boi mille ciascuno; ventimila a tutti quei popoli che si affacciano sull'Oceano e che, come dicono loro stessi, si chiamano Aremorici, tra i quali ricordiamo i Coriosoliti, i Redoni, gli Ambibari, i Caleti, gli Osismi, i Lemovici, gli Unelli. Di tutti i popoli citati, solo i Bellovaci non inviarono il contingente completo, dicendo che avrebbero mosso guerra ai Romani per proprio conto e arbitrio e che non avrebbero preso ordini da nessuno. Tuttavia, su preghiera di Commio, in ragione dei vincoli di ospitalità che li legavano a lui, inviarono duemila soldati.

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Dei fidati e preziosi servigi di Commio, Cesare si era avvalso negli anni precedenti, lo abbiamo detto. In cambio, aveva decretato che gli Atrebati fossero esenti da tributi, aveva loro restituito diritto e leggi e assegnato la tutela dei Morini. Ma il consenso della Gallia, che voleva riacquistare l'indipendenza e recuperare l'antica gloria militare, era così unanime, da rendere chiunque insensibile anche ai benefici e al ricordo dell'amicizia: tutti si gettavano nel conflitto col cuore e con ogni risorsa. Vengono raccolti ottomila cavalieri e circa duecentoquarantamila fanti; nelle terre degli Edui si procede a passarli in rassegna, a contarli, a nominare gli ufficiali. Il comando supremo viene affidato all'atrebate Commio, agli edui Viridomaro ed Eporedorige, all'arverno Vercassivellauno, cugino di Vercingetorige. A essi vengono affiancati alcuni rappresentanti dei vari popoli, che formavano il consiglio per condurre le operazioni. Pieni di ardore e di fiducia si dirigono ad Alesia. Nessuno credeva possibile reggere alla vista di un tale esercito, tanto meno in uno scontro su due fronti, quando i Romani, mentre combattevano per una sortita dalla città, avessero scorto alle loro spalle truppe di fanteria e cavalleria così imponenti.

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Ma gli assediati in Alesia, scaduto il giorno previsto per l'arrivo dei rinforzi ed esaurite tutte le scorte di grano, ignari di ciò che stava accadendo nelle terre degli Edui, convocarono un'assemblea e si consultarono sull'esito della propria sorte. E tra i vari pareri - c'era chi propendeva per la resa, chi per una sortita, finché le forze bastavano - crediamo di non dover tralasciare il discorso di Critognato per la sua straordinaria ed empia crudeltà. Persona di altissimo lignaggio tra gli Arverni e molto autorevole, così parlò: "Non spenderò una parola riguardo al parere di chi chiama resa una vergognosissima schiavitù: costoro non li considero cittadini e non dovrebbero avere neppure il diritto di partecipare all'assemblea. È mia intenzione rivolgermi a chi approva la sortita, soluzione che conserva l'impronta dell'antico valore, tutti voi ne convenite. Non essere minimamente capaci di sopportare le privazioni, non è valore, ma debolezza d'animo. È più facile trovare volontari pronti alla morte piuttosto che gente disposta a sopportare pazientemente il dolore. E anch'io - tanto è forte in me il senso dell'onore - sarei dello stesso avviso, se vedessi derivare un danno solo per la nostra vita. Ma nel prendere la decisione, rivolgiamo gli occhi a tutta la Gallia, che abbiamo chiamato in soccorso. Quale sarà, secondo voi, lo stato d'animo dei nostri parenti e consanguinei, quando vedranno ottantamila uomini uccisi in un sol luogo e dovranno combattere quasi sui nostri cadaveri? Non negate il vostro aiuto a chi, per salvare voi, non ha curato pericoli. Non prostrate la Gallia intera, non piegatela a una servitù perpetua a causa della vostra stoltezza e imprudenza o per colpa della fragilità del vostro animo. Sì, i rinforzi non sono giunti nel giorno fissato, ma per questo dubitate della loro lealtà e costanza? E allora? Credete che ogni giorno i Romani là, nelle fortificazioni esterne, lavorino per divertimento? Se non potete ricevere una conferma perché le vie sono tutte tagliate, prendete allora i Romani come testimonianza del loro imminente arrivo: è il timore dei nostri rinforzi che li spinge a lavorare giorno e notte alle fortificazioni. Che cosa suggerisco, dunque? Di imitare i nostri padri quando combattevano contro i Cimbri e i Teutoni, in una guerra che non aveva nulla a che vedere con la nostra: costretti a chiudersi nelle città e a patire come noi dure privazioni, si mantennero in vita con i corpi di chi, per ragioni d'età, sembrava inutile alla guerra, e non si arresero ai nemici. Se non avessimo già un precedente del genere, giudicherei giusto istituirlo per la nostra libertà e tramandarlo ai posteri come fulgido esempio. E poi, quali somiglianze ci sono tra la loro guerra e la nostra? I Cimbri, devastata la Gallia e seminata rovina, si allontanarono una buona volta dalle nostre campagne e si diressero verso altre terre, lasciandoci il nostro diritto, le leggi, i campi, la libertà. I Romani, invece, che altro cercano o vogliono, se non stanziarsi nelle campagne e città di qualche popolo, spinti dall'invidia, appena sanno che è nobile e forte in guerra? Oppure che altro, se non assoggettarlo in un'eterna schiavitù? Non hanno mai mosso guerra con altre intenzioni. E se ignorate le vicende delle regioni più lontane, volgete gli occhi alla Gallia limitrofa, ridotta a provincia: ha mutato il diritto e le leggi, è soggetta alle scuri e piegata in una perpetua servitù".

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Espressi i vari pareri, decidono di allontanare dalla città chi, per malattia o età, non poteva combattere e di tentare tutto prima di risolversi alla proposta di Critognato; tuttavia, in caso di necessità o di ritardo dei rinforzi, bisognava giungere a un tale passo piuttosto che accettare condizioni di resa o di pace. I Mandubi, che li avevano accolti nella loro città, sono costretti a partire con i figli e le mogli. Giunti ai piedi delle difese romane, tra le lacrime e con preghiere d'ogni genere, supplicavano i nostri di prenderli come schiavi e di dar loro del cibo. Ma Cesare, disposte sentinelle sul vallo, impediva di accoglierli.

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Nel frattempo, Commio e gli altri capi, a cui era stato conferito il comando, giungono ad Alesia con tutte le truppe, occupano il colle esterno e si attestano a non più di un miglio dalle nostre difese. Il giorno seguente mandano in campo la cavalleria e riempiono tutta la pianura che si stendeva per tre miglia, come sopra ricordato. Quanto alla fanteria, la dispongono poco distante, nascosta sulle alture. Dalla città di Alesia la vista dominava sulla pianura. Appena scorgono i rinforzi, i Galli accorrono: esultano, gli animi di tutti si schiudono alla gioia. Così, guidano le truppe fuori dalle mura e si schierano di fronte alla città, coprono la prima fossa con fascine, la colmano di terra si preparano all'attacco, al tutto per tutto.

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Cesare dispone l'esercito lungo entrambe le linee fortificate, perché ciascuno, in caso di necessità, conoscesse il proprio posto e lì si schierasse. Poi, guida la cavalleria fuori dal campo e ordina di dar inizio alla battaglia. Da ogni punto del campo, situato sulla cima del colle, la vista dominava; tutti i soldati, ansiosi, aspettavano l'esito dello scontro. I Galli tenevano in mezzo alla cavalleria pochi arcieri e fanti dall'armatura leggera, che avevano il compito di soccorrere i loro quando ripiegavano e di frenare l'impeto dei nostri cavalieri. Gli arcieri e i fanti avevano colpito alla sprovvista parecchi dei nostri, costringendoli a lasciare la mischia. Da ogni parte tutti i Galli, sia chi era rimasto all'interno delle difese, sia chi era giunto in rinforzo, convinti della loro superiorità e vedendo i nostri pressati dalla loro massa, incitavano i loro con grida e urla. Lo scontro si svolgeva sotto gli occhi di tutti, perciò nessun atto di coraggio o di viltà poteva sfuggire: il desiderio di gloria e la paura dell'ignominia spronavano al valore gli uni e gli altri. Si combatteva da mezzogiorno, il tramonto era ormai vicino e l'esito era ancora incerto, quand'ecco che, in un settore, a ranghi serrati i cavalieri germani caricarono i nemici e li volsero in fuga. Alla ritirata della cavalleria, gli arcieri vennero circondati e uccisi. Anche nelle altre zone i nostri inseguirono fino all'accampamento i nemici in fuga, senza permetter loro di raccogliersi. I Galli che da Alesia si erano spinti in avanti, mesti, disperando o quasi della vittoria, cercarono rifugio in città.

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I Galli lasciarono passare un giorno, durante il quale approntarono una gran quantità di fascine, scale, ramponi. A mezzanotte, in silenzio, escono dall'accampamento e si avvicinano alle nostre fortificazioni di pianura. All'improvviso lanciano alte grida: era il segnale convenuto per avvisare del loro arrivo chi era in città. Si apprestano a gettare fascine, a disturbare i nostri sul vallo con fionde, frecce e pietre, ad azionare ogni macchina che serve in un assalto. Contemporaneamente, appena sente le grida, Vercingetorige dà ai suoi il segnale con la tromba e li guida fuori dalla città. I nostri raggiungono le fortificazioni, ciascuno nel posto che gli era stato assegnato nei giorni precedenti. Usando fionde che lanciano proiettili da una libbra e con pali disposti sulle difese, atterriscono i Galli e li respingono. Le tenebre impediscono la vista, gravi sono le perdite in entrambi gli schieramenti. Le macchine da lancio scagliano nugoli di frecce. E i legati M. Antonio e C. Trebonico cui era toccata la difesa di questi settori, chiamano rinforzi dalle ridotte più lontane e li mandano nelle zone dove capivano che i nostri si trovavano in difficoltà.

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Finché i Galli erano abbastanza distanti dalle nostre fortificazioni, avevano un certo vantaggio, per il nugolo di frecce da loro lanciate; una volta avvicinatisi, invece, presi alla sprovvista, finivano negli stimoli o cadevano nelle fosse rimanendo trafitti oppure venivano uccisi dai giavellotti scagliati dal vallo e dalle torri. In tutti i settori subirono parecchie perdite e non riuscirono a far breccia in nessun punto; all'approssimarsi dell'alba ripiegarono, nel timore che i nostri tentassero una sortita dall'accampamento più alto e li accerchiassero dal fianco scoperto. E gli assediati, intenti a spingere in avanti le macchine preparate da Vercingetorige per la sortita e a riempire le prime fosse, mentre procedevano con troppa lentezza, vengono a sapere che i loro si erano ritirati prima di aver raggiunto le nostre difese. Così, senza aver concluso nulla, rientrano in città.

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I Galli, respinti due volte con gravi perdite, si consultano sul da farsi. Chiamano gente pratica della zona. Da essi apprendono com'era disposto e fortificato il nostro accampamento superiore. A nord c'era un colle che, per la sua estensione, i nostri non avevano potuto abbracciare nella linea difensiva: erano stati costretti a porre il campo in una posizione quasi sfavorevole, in leggera pendenza. Il campo era occupato dai legati C. Antistio Regino e C. Caninio Rebilo con due legioni. Gli esploratori effettuano un sopralluogo della zona, mentre i comandanti nemici scelgono sessantamila soldati tra tutti i popoli ritenuti più valorosi. In segreto mettono a punto il piano e le modalità d'azione. Fissano l'ora dell'attacco verso mezzogiorno. Il comando delle truppe suddette viene affidato all'arverno Vercassivellauno, uno dei quattro capi supremi, parente di Vercingetorige. Vercassivellauno uscì dal campo dopo le sei di sera e giunse quasi a destinazione poco prima dell'alba, si nascose dietro il monte e ordinò ai soldati di riposarsi dopo la fatica della marcia notturna. Quando ormai sembrava avvicinarsi mezzogiorno, puntò sull'accampamento di cui abbiamo parlato. Al contempo, la cavalleria cominciò ad accostarsi alle nostre difese di pianura e le truppe rimanenti comparvero dinnanzi al loro campo.

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Vercingetorige vede i suoi dalla rocca di Alesia ed esce dalla città. Porta fascine, pertiche, ripari, falci e ogni altra arma preparata per la sortita. Si combatte contemporaneamente in ogni zona, tutte le nostre difese vengono attaccate: dove sembravano meno salde, là i nemici accorrevano. Le truppe romane sono costrette a dividersi per l'estensione delle linee, né è facile respingere gli attacchi sferrati contemporaneamente in diversi settori. Il clamore che si alza alle spalle dei nostri, mentre combattevano, contribuisce molto a seminare il panico, perché capivano che la loro vita era legata alla salvezza degli altri: i pericoli che non stanno dinnanzi agli occhi, in genere, turbano con maggior intensità le menti degli uomini.

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Cesare, trovato un punto di osservazione adatto, vede che cosa accade in ciascun settore. Invia aiuti a chi è in difficoltà. I due eserciti sentono che è il momento decisivo, in cui occorreva lottare allo spasimo: i Galli, se non forzavano la nostra linea, perdevano ogni speranza di salvezza; i Romani, se tenevano, si aspettavano la fine di tutti i travagli. Lo scontro era più aspro lungo le fortificazioni sul colle, dove, lo abbiamo detto, era stato inviato Vercassivellauno. La posizione sfavorevole dei nostri, in salita, aveva un peso determinante. Dei Galli, alcuni scagliano dardi, altri formano la testuggine e avanzano. Forze fresche danno il cambio a chi è stanco. Tutti quanti gettano sulle difese molta terra, che permette ai Galli la scalata e ricopre le insidie nascoste nel terreno dai Romani. Ai nostri, ormai, mancano le armi e le forze.

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Quando lo viene a sapere, a rinforzo di chi si trova in difficoltà Cesare invia Labieno con sei coorti. Gli ordina, se non riusciva a respingere l'attacco, di portar fuori le coorti e di tentare una sortita, ma solo in caso di necessità estrema. Dal canto suo, raggiunge gli altri, li esorta a non cedere, spiega che in quel giorno, in quell'ora era riposto ogni frutto delle battaglie precedenti. I nemici sul fronte interno, disperando di poter forzare le difese di pianura, salde com'erano, attaccano i dirupi, cercando di scalarli: sulla sommità ammassano tutte le armi approntate. Con nugoli di frecce scacciano i nostri difensori dalle torri, riempiono le fosse con terra e fascine, spezzano il vallo e il parapetto mediante falci.

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Cesare prima invia il giovane Bruto con alcune coorti, poi il legato C. Fabio con altre. Alla fine egli stesso, mentre si combatteva sempre più aspramente, reca in aiuto forze fresche. Capovolte le sorti dello scontro e respinti i nemici, si dirige dove aveva inviato Labieno. Preleva quattro coorti dalla ridotta più vicina e ordina che parte della cavalleria lo segua, parte aggiri le difese esterne e attacchi il nemico alle spalle. Poiché né i terrapieni, né le fosse valevano a frenare l'impeto dei nemici, Labieno raduna trentanove coorti, che la sorte gli permise di raccogliere dalle ridotte più vicine. Quindi, invia a Cesare messaggeri per informarlo delle sue intenzioni.

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Cesare si affretta, per prendere parte alla battaglia. I nemici, dominando dall'alto i declivi e i pendii dove transitava Cesare, mossero all'attacco, non appena notarono il suo arrivo per il colore del mantello che di solito indossava in battaglia e videro gli squadroni di cavalleria e le coorti che avevano l'ordine di seguirlo. Entrambi gli eserciti levano alte grida, un grande clamore risponde dal vallo e da tutte le fortificazioni. I nostri lasciano da parte i giavellotti e mettono mano alle spade. All'improvviso compare la cavalleria dietro i nemici. Altre coorti stavano accorrendo: i Galli volgono le spalle. I cavalieri affrontano gli avversari in fuga. È strage. Sedullo, comandante e principe dei Lemovici aremorici, cade; l'arverno Vercassivellauno è catturato vivo, mentre tentava la fuga; a Cesare vengono portate settantaquattro insegne militari; di tanti che erano, solo pochi nemici raggiungono salvi l'accampamento. Dalla città vedono il massacro e la ritirata dei loro: persa ogni speranza di salvezza, richiamano le truppe dalle fortificazioni. Appena odono il segnale di ritirata, i Galli fuggono dall'accampamento. E se i nostri soldati non avessero risentito delle continue azioni di soccorso e della fatica di tutta la giornata, avrebbero potuto annientare le truppe avversarie. Verso mezzanotte la cavalleria si muove all'inseguimento della retroguardia nemica: molti vengono catturati e uccisi; gli altri, proseguendo la fuga, raggiungono i rispettivi popoli.

89

Il giorno seguente, Vercingetorige convoca l'assemblea e spiega che quella guerra l'aveva intrapresa non per proprio interesse, ma per la libertà comune. E giacché si doveva cedere alla sorte, si rimetteva ai Galli, pronto a qualsiasi loro decisione, sia che volessero ingraziarsi i Romani con la sua morte o che volessero consegnarlo vivo. A tale proposito viene inviata una legazione a Cesare, che esige la resa delle armi e la consegna dei capi dei vari popoli. Pone il suo seggio sulle fortificazioni, dinnanzi all'accampamento: qui gli vengono condotti i comandanti galli, Vercingetorige si arrende, le armi vengono gettate ai suoi piedi. A eccezione degli Edui e degli Arverni, tutelati nella speranza di poter riguadagnare, tramite loro, le altre genti, Cesare distribuisce, a titolo di preda, i prigionieri dei rimanenti popoli a tutto l'esercito, uno a testa.


Colgo l'occasione per ricordare che stiamo ricostruendo con Rome Total War in multiplayerle fasi del De Bello gallico, compreso l'assedio di Alesia, a questo link:
Clan Folgore: De Bello Gallico

Invito tutti ad inserire altro materiale sulla battaglia, anche nell'ottica della ricostruzione storica che stiamo facendo.

Ave

[Modificato da Iulius Jimi 17/02/2005 10.32]

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