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Full Version: L'angolo della poesia
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g
Tuesday, December 09, 2003 12:03 AM

WISLAWA SZYMBORSKA
VISTA CON GRANELLO DI SABBIA



Lo chiamiamo granello di sabbia.
Ma lui non chiama se stesso né granello, né sabbia.
Fa a meno di nome
generale, individuale,
instabile, stabile,
scorretto o corretto.

Non gli importa del nostro sguardo, del tocco
Non si sente guardato e toccato.
E che sia caduto sul davanzale
è solo un'avventura nostra, non sua.
Per lui è come cadere su una cosa qualunque,
senza la certezza di essere già caduto
o di cadere ancora.

Dalla finestra c'è una bella vista sul lago,
ma quella vista, lei, non si vede.
Senza colore e senza forma,
senza voce, senza odore e dolore
è il suo stare in questo mondo.

Senza fondo lo stare del fondo del lago
e senza sponde quello delle sponde.
Né bagnato né asciutto quello della sua acqua.

Né al singolare né al plurale quello delle onde,
che mormorano sorde al proprio mormorio
intorno a pietre non piccole, non grandi.

E il tutto sotto un cielo per natura senza cielo,
dove il sole tramonta non tramontando affatto
e si nasconde non nascondendosi dietro una nuvola ignara.
Il vento la scompiglia senza altri motivi
se non quello di soffiare.

Passa un secondo.
Un altro secondo.
Un terzo secondo.
Ma sono solo tre secondi nostri.

Il tempo passò come un messo con una notizia urgente.
Ma è solo un paragone nostro.
Inventato il personaggio, insinuata la fretta,
e la notizia inumana.






di Wislawa Szymborska (premio nobel 1996)

g
Tuesday, December 09, 2003 12:07 AM


Eugenio Montale
Corno inglese





Il vento che stasera suona attento
- ricorda un forte scotere di lame -
gli strumenti dei fitti alberi e spazza
l'orizzonte di rame
dove strisce di luce si protendono
come aquiloni al cielo che rimbomba
(Nuvole in viaggio, chiari
reami di lassù! D'alti Eldoradi
malchiuse porte!)
e il mare che scaglia ascaglia,
livido, muta colore,
lancia a terra una tromba
di schiume intorte;
il vento che nasce e muore
nell'ora che lenta s'annera
suonasse te pure stasera
scordato strumento,
cuore.







scilla
Wednesday, December 10, 2003 3:37 PM
Re:
Piaghe d'amore
(F.G.Lorca)

La luce, questo fuoco che divora.
Questo paesaggio grigio che m'attornia.
Questa pena per una sola idea.
Quest'angoscia di cielo, terra e d'ora.

Questo pianto di sangue che decora
lira senza timbro, torcia senza presa
Questo peso del mare che mi frusta.
Questo scorpione che attende entro di me.

Ghirlanda d'amore, letto di ferito
sono e di insonne, sogno la presenza
tua nel fondo in rovina del mio petto;

e se ricerco una vetta di prudenza
il tuo cuore mi dà una valle densa
di cicuta e passione d'aspra scienza.


Mister G
Wednesday, December 10, 2003 3:42 PM
Dante Alighieri - INFERNO - Canto III

«PER ME SI VA NE LA CITTÀ DOLENTE,
PER ME SI VA NE L'ETTERNO DOLORE,
PER ME SI VA TRA LA PERDUTA GENTE. 3

GIUSTIZIA MOSSE IL MIO ALTO FATTORE:
FECEMI LA DIVINA PODESTATE,
LA SOMMA SAPIENZA E 'L PRIMO AMORE. 6

DINANZI A ME NON FUOR COSE CREATE
SE NON ETTERNE, E IOETTERNO DURO.
LASCIATE OGNE SPERANZA, VOI CH'INTRATE». 9

Queste parole di colore oscuro
vid'io scritte al sommo d'una porta;
per ch'io: «Maestro, il senso lor m'è duro». 12

Ed elli a me, come persona accorta:
«Qui si convien lasciare ogne sospetto;
ogne viltà convien che qui sia morta. 15

Noi siam venuti al loco ov'i' t'ho detto
che tu vedrai le genti dolorose
c'hanno perduto il ben de l'intelletto». 18

E poi che la sua mano a la mia puose
con lieto volto, ond'io mi confortai,
mi mise dentro a le segrete cose. 21

Quivi sospiri, pianti e alti guai
risonavan per l'aere sanza stelle,
per ch'io al cominciar ne lagrimai. 24

Diverse lingue, orribili favelle,
parole di dolore, accenti d'ira,
voci alte e fioche, e suon di man con elle 27

facevano un tumulto, il qual s'aggira
sempre in quell'aura sanza tempo tinta,
come la rena quando turbo spira. 30

E io ch'avea d'error la testa cinta,
dissi: «Maestro, che è quel ch'i' odo?
e che gent'è che par nel duol sì vinta?». 33

Ed elli a me: «Questo misero modo
tegnon l'anime triste di coloro
che visser sanza 'nfamia e sanza lodo. 36

Mischiate sono a quel cattivo coro
de li angeli che non furon ribelli
né fur fedeli a Dio, ma per sé fuoro. 39

Caccianli i ciel per non esser men belli,
né lo profondo inferno li riceve,
ch'alcuna gloria i rei avrebber d'elli». 42

E io: «Maestro, che è tanto greve
a lor, che lamentar li fa sì forte?».
Rispuose: «Dicerolti molto breve. 45

Questi non hanno speranza di morte
e la lor cieca vita è tanto bassa,
che 'nvidiosi son d'ogne altra sorte. 48

Fama di loro il mondo esser non lassa;
misericordia e giustizia li sdegna:
non ragioniam di lor, ma guarda e passa». 51

E io, che riguardai, vidi una 'nsegna
che girando correva tanto ratta,
che d'ogne posa mi parea indegna; 54

e dietro le venìa sì lunga tratta
di gente, ch'i' non averei creduto
che morte tanta n'avesse disfatta. 57

Poscia ch'io v'ebbi alcun riconosciuto,
vidi e conobbi l'ombra di colui
che fece per viltade il gran rifiuto. 60

Incontanente intesi e certo fui
che questa era la setta d'i cattivi,
a Dio spiacenti e a' nemici sui. 63

Questi sciaurati, che mai non fur vivi,
erano ignudi e stimolati molto
da mosconi e da vespe ch'eran ivi. 66

Elle rigavan lor di sangue il volto,
che, mischiato di lagrime, a' lor piedi
da fastidiosi vermi era ricolto. 69

E poi ch'a riguardar oltre mi diedi,
vidi genti a la riva d'un gran fiume;
per ch'io dissi: «Maestro, or mi concedi 72

ch'i' sappia quali sono, e qual costume
le fa di trapassar parer sì pronte,
com'io discerno per lo fioco lume». 75

Ed elli a me: «Le cose ti fier conte
quando noi fermerem li nostri passi
su la trista riviera d'Acheronte». 78

Allor con li occhi vergognosi e bassi,
temendo no 'l mio dir li fosse grave,
infino al fiume del parlar mi trassi. 81

Ed ecco verso noi venir per nave
un vecchio, bianco per antico pelo,
gridando: «Guai a voi, anime prave! 84

Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo. 87

E tu che se' costì, anima viva,
pàrtiti da cotesti che son morti».
Ma poi che vide ch'io non mi partiva, 90

disse: «Per altra via, per altri porti
verrai a piaggia, non qui, per passare:
più lieve legno convien che ti porti». 93

E 'l duca lui: «Caron, non ti crucciare:
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole, e più non dimandare». 96

Quinci fuor quete le lanose gote
al nocchier de la livida palude,
che 'ntorno a li occhi avea di fiamme rote. 99

Ma quell'anime, ch'eran lasse e nude,
cangiar colore e dibattero i denti,
ratto che 'nteser le parole crude. 102

Bestemmiavano Dio e lor parenti,
l'umana spezie e 'l loco e 'l tempo e 'l seme
di lor semenza e di lor nascimenti. 105

Poi si ritrasser tutte quante insieme,
forte piangendo, a la riva malvagia
ch'attende ciascun uom che Dio non teme. 108

Caron dimonio, con occhi di bragia,
loro accennando, tutte le raccoglie;
batte col remo qualunque s'adagia. 111

Come d'autunno si levan le foglie
l'una appresso de l'altra, fin che 'l ramo
vede a la terra tutte le sue spoglie, 114

similemente il mal seme d'Adamo
gittansi di quel lito ad una ad una,
per cenni come augel per suo richiamo. 117

Così sen vanno su per l'onda bruna,
e avanti che sien di là discese,
anche di qua nuova schiera s'auna. 120

«Figliuol mio», disse 'l maestro cortese,
«quelli che muoion ne l'ira di Dio
tutti convegnon qui d'ogne paese: 123

e pronti sono a trapassar lo rio,
ché la divina giustizia li sprona,
sì che la tema si volve in disio. 126

Quinci non passa mai anima buona;
e però, se Caron di te si lagna,
ben puoi sapere omai che 'l suo dir suona». 129

Finito questo, la buia campagna
tremò sì forte, che de lo spavento
la mente di sudore ancor mi bagna. 132

La terra lagrimosa diede vento,
che balenò una luce vermiglia
la qual mi vinse ciascun sentimento; 135

e caddi come l'uom cui sonno piglia.
tuppetuppe
Wednesday, December 10, 2003 11:08 PM
Sono la tigre.
Ti spio tra le foglie
ampie come lingotti
di minerale bagnato.
Il fiume bianco cresce
sotto la nebbia. Giungi.
T’immergi nuda.
Attendo.
Allora in un salto
di fuoco, sangue, denti,
con un colpo d’artiglio abbatto
il tuo petto, i tuoi fianchi.
Bevo il tuo sangue, spezzo
le tue membra una a una.
E resto vegliando
per anni nella selva
le tue ossa, la cenere,
immobile, lontano
dall’odio e dalla collera,
disarmato nella tua morte,
attraversato dalle liane,
immobili nella pioggia,
sentinella implacabile
del mio amore assassino”.


P. Neruda, I versi del Capitano.

scilla
Thursday, December 11, 2003 9:34 AM
Re:
Il Desiderio di Dipingere
C.Baudelaire

Infelice forse l'uomo, ma felice l'artista che è dilaniato dal desiderio!
Io ardo dal desiderio di dipingere colei che mi è apparsa così raramente e che così presto è fuggita come una cosa bella da rimpiangere che nella notte il viaggiatore perde dietro di sè.
Quanto tempo è passato, ormai da quando è scomparsa!
E' bella, e più che bella è sorprendente.
In lei abbonda il nero: e tutto ciò che ispira è notturno e profondo.
I suoi occhi sono due antri in cui lampeggia e vaga il mistero.
Il suo sguardo illumina come il lampo: è una esplosione nelle tenebre.
Potrei paragonarla a un sole nero, se si potesse concepire un astro buio che riversa la luce e felicità...
Ma ancora di più fa pensare alla luna, che certo l'ha segnata con il suo temibile influsso.
Non la bianca luna degli idilli, che sembra una fredda sposa, ma la luna sinistra e inebriante nel fondo di una notte, tempestosa, sospinta dalle nuvole in corsa; non la luna placida e discreta che visita il sonno dei puri, ma la luna strappata dal cielo, vinta e ribelle, che le Streghe della Tessaglia costringono senza pietà a danzare sull'erba atterrita.
Nella sua piccola fronte abitano la volontà tenace e l'amore di preda.
E tuttavia, in fondo a questo viso inquietante, splende con una grazia inesprimibile il riso di una grande bocca, rossa e bianca, e deliziosa, che ci fa sognare il miracolo di uno splendido fiore sbocciato in un terreno vulcanico.
Ci sono donne che ispirano la voglia di vincerle e di goderle.
Questa dà il desiderio di morire lentamente sotto il suo sguardo....


[Modificato da scilla 28/02/2004 10.59]

Mister G
Thursday, December 11, 2003 9:41 AM
VERRA' LA MORTE E AVRA' I TUOI OCCHI - C. Pavese

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera,
insonne,
sorda,
come un vecchio rimorso
un vizio assurdo.
I tuoi occhi saranno una vana parola,
un grido taciuto,
un silenzio.
Cosí li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio.
O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.



Gugovaz
Thursday, December 11, 2003 10:19 AM
MILONGA A UN SOLDADO
(Jorge Luis Borges)



Lo he soñado en esta casa,
entre paredes y puertas,
Dios permite que los hombres
sueñen cosas que son ciertas.

Lo he soñado mar afuera,
en unas islas glaciares,
que no digan los demás
la tundra y los hospitales.

Una de tantas provincias,
del interior fue su tierra,
no conviene que se sepa
que muere gente en la guerra.

Lo sacaron del cuartel,
le pusieron en las manos
las armas y lo mandaron
a morir con sus hermanos.

Oyó las balas arengas
de los vanos generales,
vio lo que nunca había visto,
la nieve y los arenales.

Oyó vivas, y oyó mueras
oyó el clamor de la gente,
él sólo quería saber
si era o no era valiente.

Lo supo en aquel momento
en que le entraba la herida,
se dijo no tuve miedo,
cuando lo dejó la vida.

Su muerte fue una secreta victoria
nadie se asombre que me dé envidia y pena
el destino de aquel hombre.

Oyó las balas arengas
de los vanos generales,
vio lo que nunca había visto,
la nieve y los arenales.

Oyó vivas, y oyó mueras
oyó el clamor de la gente,
él sólo quería saber
si era o no era valiente.

Lo supo en aquel momento
en que le entraba la herida,
se dijo no tuve miedo,
cuando lo dejó la vida.

g
Thursday, December 11, 2003 2:49 PM



Vincenzo Cardarelli
SERA DI LIGURIA



Lenta e rosata sale su dal mare
la sera di Liguria, perdizione
di cuori amanti e di cose lontane.
Indugiano le coppie nei giardini,
s'accendon le finestre ad una ad una
come tanti teatri.
Sepolto nella bruma il mare odora.
Le chiese sulla riva paion navi
che stanno per salpare.


( Poesie - 1949)





g
Thursday, December 11, 2003 2:51 PM


Eugenio Montale
MAESTRALE


S'è rifatta la calma
nell'aria: tra gli scogli parlotta la maretta.
Sulla costa quietata, nei broli, qualche palma
a pena svetta.

Una carezza disfiora
la linea del mare e la scompiglia
un attimo, soffio lieve che vi s'infrange e ancora
il cammino ripiglia.

Lameggia nella chiaria
la vasta distesa, s'increspa, indi si spiana beata
e specchia nel suo cuore vasto codesta povera mia
vita turbata.

O mio tronco che additi,
in questa ebrietudine tarda,
ogni rinato aspetto coi germogli fioriti
sulle tue mani, guarda:
sotto l'azzurro fitto
del cielo qualche uccello di mare se ne va;
né sosta mai: perché tutte le immagini portano scritto:
"più in là"!



*

Spesso il male di vivere ho incontrato:
era il rivo strozzato che gorgoglia,
era l'incartocciarsi della foglia
riarsa, era il cavallo stramazzato.

Bene non seppi, fuori del prodigio
che schiude la divina indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.





( Ossi di Seppia 1948)



g
Thursday, December 11, 2003 2:53 PM



Giorgio Caproni
LA STANZA


iLa stanza dove lavorava
tutta di porto odorava.
Che bianche e vive folate
v'entravano, di vele alzate!

Prendeva di rimorchiatore,
battendole in petto, il cuore.
Prendeva d'aperto e di vita,
il lino, tra le sue dita.

Ragazzi in pantaloni corti,
e magri, lungo i Fossi,
aizzandosi per nome
giocavano, al pallone.

(Annina li guardava
di sottecchi, e come
- di voglia - accelerava
l'ago, che luccicava!)


(Il seme del piangere 1950-1958)



merechita
Thursday, December 11, 2003 3:03 PM
Il signore sognato - Vivan Lamarque

Splendidissima era la vita accanto a lui sognata.

Nel sogno tra tutte prediletta la chiamava.

E nella realtà?

La realtà non c'era, era abdicata.

Splendidissima regnava la vita immaginata.



zapping
Thursday, December 11, 2003 3:14 PM

William Shakespeare

Sonetti




1




Alle meraviglie del creato noi chiediam progenie

perché mai si estingua la rosa di bellezza,

e quando ormai sfiorita un dì dovrà cadere,

possa un suo germoglio continuarne la memoria:

ma tu, solo devoto ai tuoi splendenti occhi,

bruci te stesso per nutrir la fiamma di tua luce

creando miseria là dove c'è ricchezza,

tu nemico tuo, troppo crudele verso il tuo dolce io.

Ora che del mondo sei tu il fresco fiore

e l'unico araldo di vibrante primavera,

nel tuo stesso germoglio soffochi il tuo seme

e, giovane spilorcio, nell'egoismo ti distruggi.

Abbi pietà del mondo o diverrai talmente ingordo

da divorar con la tua morte quanto a lui dovuto
.


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scilla
Friday, December 12, 2003 11:37 AM
Re:
La pioggia nel pineto
G.D'annunzio

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove su i pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
o Ermione.
Odi? La pioggia cade
su la solitaria
verdura
con un crepitìo che dura
e varia nell'aria
secondo le fronde
più rade, men rade.
Ascolta. Risponde
al pianto il canto
delle cicale
che il pianto australe
non impaura,
nè il ciel cinerino.
E il pino
ha un suono, e il mirto
altro suono, e il ginepro
altro ancòra, stromenti
diversi
sotto innumerevoli dita.
E immersi
noi siam nello spirto
silvestre,
d'arborea vita viventi;
e il tuo volto ebro
è molle di pioggia
come una foglia,
e le tue chiome
auliscono come
le chiare ginestre,
o creatura terrestre
che hai nome
Ermione.
Ascolta, ascolta. L'accordo
delle aeree cicale
a poco a poco
più sordo
si fa sotto il pianto
che cresce;
ma un canto vi si mesce
più roco
che di laggiù sale,
dall'umida ombra remota.
Più sordo e più fioco
s'allenta, si spegne.
Sola una nota
ancor trema, si spegne,
risorge, trema, si spegne.
Non s'ode voce del mare.
Or s'ode su tutta la fronda
crosciare
l'argentea pioggia
che monda,
il croscio che varia
secondo la fronda
più folta, men folta.
Ascolta.
La figlia dell'aria
è muta; ma la figlia
del limo lontana,
la rana,
canta nell'ombra più fonda,
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su le tue ciglia,
Ermione.
Piove su le tue ciglia nere
sìche par tu pianga
ma di piacere; non bianca
ma quasi fatta virente,
par da scorza tu esca.
E tutta la vita è in noi fresca aulente,
il cuor nel petto è come pesca intatta,
tra le pàlpebre gli occhi
son come polle tra l'erbe,
i denti negli alvèoli
con come mandorle acerbe.
E andiam di fratta in fratta,
or congiunti or disciolti
(e il verde vigor rude
ci allaccia i mallèoli
c'intrica i ginocchi)
chi sa dove, chi sa dove!
E piove su i nostri vòlti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
m'illuse, che oggi t'illude,
o Ermione.

zapping
Friday, December 12, 2003 12:29 PM
William Shakespeare

Sonetti



2




Quando quaranta inverni avranno aggredito la tua fronte

e scavato fonde trincee nel campo della tua bellezza,

la superba veste della tua gioventù or tanto ammirata,

sarà considerata un cencio di nessun valore:

se allora ti venisse chiesto dove giace il tuo fascino

e dove si è perso l'amore dei tuoi ruggenti giorni,

ammettere che è in fondo ai tuoi occhi incavati

sarebbe penosa vergogna ed inutile vanto.

Qual maggior lode avrebbe l'uso della tua bellezza

se tu potessi rispondere: "Questa mia bella creatura

pareggia il mio conto e giustifica la mia vecchiaia"

dimostrando che è tua la sua bellezza ereditata!

Questo sarebbe rinnovarti quando sarai vecchio

e veder caldo il tuo sangue quando il tuo sarà freddo.


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[Modificato da zapping 12/12/2003 12.29]

Mister G
Friday, December 12, 2003 1:09 PM
Tratta da "The waste land", di T.S. Eliot
Scusatemi, ma in inglese è molto più bella...

Unreal City,
Under the brown fog of a winter dawn,
A crowd flowed over London Bridge, so many,
I had not thought death had undone so many.
Sighs, short and infrequent, were exhaled,
And each man fixed his eyes before his feet.
Flowed up the hill and down King William Street,
To where Saint Mary Woolnoth kept the hours
With a dead sound on the final stroke of nine.
There I saw one I knew, and stopped him, crying 'Stetson!
'You who were with me in the ships at Mylae!
'That corpse you planted last year in your garden,
'Has it begun to sprout? Will it bloom this year?
'Or has the sudden frost disturbed its bed?
'Oh keep the Dog far hence, that's friend to men,
'Or with his nails he'll dig it up again!
'You! hypocrite lecteur!—mon semblable,—mon frère!


[Modificato da Mister G 12/12/2003 13.11]

zapping
Sunday, December 14, 2003 4:59 PM

William Shakespeare

Sonetti





3


Guardati allo specchio e di' al volto che vedi

che è ormai tempo per quel viso di crearne un altro,

se non rinnovi ora la sua giovane freschezza

inganni il mondo e rinneghi la gioia d'ogni madre.

Vi è forse donna tanto pura il cui illibato grembo

disdegni il seme della tua virilità?

O forse uomo tanto folle da voler essere la tomba

del suo proprio amore per non aver progenie?

Tu sei lo specchio di tua madre e come lei in te

ricorda il leggiadro Aprile della sua primavera,

così dai vetri del tuo crepuscolo tu rivedrai

a dispetto delle rughe, questo tuo tempo d'oro.

Ma se invece vuoi vivere senza esser ricordato,

muori celibe e la tua immagine morirà con te.


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zapping
Monday, December 15, 2003 2:49 PM


William Shakespeare


Sonetti


4



Prodiga grazia, perché spendi

solo per te il patrimonio della tua bellezza?

Il lascito della natura non è che un prestito

e generosa, essa presta a quelli che tali sono.

Quindi, ricco avaro, perché abusi

delle generose offerte date per essere donate?

Arido usuraio, perché sperperi

questa enorme ricchezza senza riuscire a vivere?

Speculando soltanto per te stesso

defraudi la tua bella persona del tuo io

e quando natura ti chiamerà all'appello

qual valida prova potrai tu lasciare?

La tua inutile bellezza sarà con te sepolta,

se invece l'userai, vivrà per eternarti.


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merechita
Monday, December 15, 2003 5:39 PM
LA TUA VOCE

Se potessi
sentire la tua voce
adesso...
mentre sfioro la mia pelle
io
t'immagino accanto
atteso...
Mia,
ogni tua energia
ogni tua emozione.
Mio,
ogni battuto del cuore.
Se solo potessi
sentire la tua voce
adesso...

De Claudis

scilla
Tuesday, December 16, 2003 2:41 PM
Re:
QUI TI AMO
P.Neruda

Qui io ti amo.
Tra pini scuri si srotola il vento.
Brilla fosforescente la luna su acque erranti.
Passano giorni uguali, inseguendosi l'un l'altro.
Si dirada la nebbia in figure danzanti.
Un gabbiano d'argento si stacca dal tramonto.
A volte una vela. Alta, alte stelle.
O la croce nera di una nave.
Solo.
A volte mi alzo all'alba e persino la mia anima è umida.
Suona, risuona il mare lontano.
Questo è un porto.
Qui io ti amo.
Qui io ti amo e invano l'orizzonte ti occulta.
Ti sto amando anche in mezzo a queste cose fredde.
A volte vanno i miei baci su quelle navi gravi,
che corrono sul mare dove non arriveranno.
Mi vedo già dimenticato come queste vecchie ancore.
Sono più tristi le banchine quando ormeggia la sera.
Si stanca la mia vita inutilmente affamata.
Amo quel che non ho. Tu sei così distante.
La mia noia lotta con lenti crepuscoli.
Ma poi giunge la notte e inizia a cantarmi.
La luna proietta la sua pellicola di sogno.
Mi guardano con i tuoi occhi le stelle più grandi.
E poichè io ti amo, i pini nel vento
vogliono cantare il tuo nome con le loro foglie metalliche.






Mister G
Tuesday, December 16, 2003 3:33 PM
William Blake - LA TIGRE
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Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale fu l'immortale mano o l'occhio
Ch' ebbe la forza di formare
La tua agghiacciante simmetria?

In quali abissi o in quali cieli
Accese il fuoco dei tuoi occhi?
Sopra quali ali osa slanciarsi?
E quale mano afferra il fuoco?

Quali spalle, quale arte
Poté torcerti i tendini del cuore?
E quando il tuo cuore ebbe il primo palpito,
Quale tremenda mano?
Quale tremendo piede?

Quale mazza e quale catena?
Il tuo cervello fu in quale fornace?
E quale incudine?
Quale morsa robusta osò serrarne
I terrori funesti?

Chi l' Agnello creò, creò anche te?
Fu nel sorriso che ebbe
Osservando compiuto il suo lavoro,
Mentre gli astri perdevano le lance
Tirandole alla terra
E il paradiso empivano di pianti?

Tigre! Tigre! Divampante fulgore
Nelle foreste della notte,
Quale mano, quale immortale spia
Osa formare
La tua agghiacciante simmetria?



[Modificato da Mister G 16/12/2003 15.34]

zapping
Tuesday, December 16, 2003 3:57 PM
William Shakespeare

Sonetti



5

Quelle ore che con delicato lavoro plasmarono

l'amabile sembiante su cui ogni occhio indugia,

saranno implacabili verso la loro opera

ed abbruttiranno quanto magicamente splende:

perché l'inarrestabile tempo guida l'estate

verso l'orrido inverno e ivi la sommerge;

linfa stretta dal ghiaccio e vive foglie cadenti,

bellezze sepolte da neve e squallore ovunque.

Se allora non rimanesse l'essenza dell'estate,

liquida prigioniera fra pareti di vetro,

l'eternarsi della bellezza finirebbe con la stessa

e non ci resterebbe nemmeno un suo ricordo:

ma i fiori distillati, pur colpiti dall'inverno

perdon solo l'apparenza: dolce ne vivrà il profumo.


5/154

g
Tuesday, December 16, 2003 4:37 PM


Salvatore Quasimodo
GIA' LA PIOGGIA E' CON NOI


Già la pioggia è con noi,
scuote l'aria silenziosa.
Le rondini sfiorano le acque spente
presso i laghetti lombardi,
volano come gabbiani sui piccoli pesci;
il fieno odora oltre il recinto degli orti.

Ancora un anno è bruciato,
senza un lamento, senza un grido
levato a vincere d'improvviso un giorno.

(Ed è subito sera - 1942)


g
Tuesday, December 16, 2003 4:39 PM



Salvatore Quasimodo
UOMO DEL MIO TEMPO


Sei ancora quello della pietra e della fionda,
uomo del mio tempo. Eri nella carlinga,
con le ali maligne, le meridiane di morte,
-t'ho visto- dentro il carro di fuoco, alle forche,
alle ruote di tortura. T'ho visto: eri tu,
con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio,
senza amore, senza Cristo. Hai ucciso ancora,
come sempre, come uccisero i padri, come uccisero,
gli animali che ti videro per la prima volta.
E questo sangue odora come nel giorno
quando il fratello disse all'altro fratello:
"Andiamo ai campi". E quell'eco fredda, tenace,
è giunta fino a te, dentro la tua giornata.
Dimenticate, o figli, le nuvole di sangue
salite dalla terra, dimenticate i padri:
le loro tombe affondano nella cenere,
gli uccelli neri, il vento, coprono il loro cuore.



(Giorno dopo giorno - 1947)



g
Tuesday, December 16, 2003 8:37 PM
V'invito a leggerla con attenzione,è stupenda


Wyslawa Szymborska

LA PRIMA FOTOGRAFIA DI HITLER



E chi è questo pupo in vestina?
Ma è Adolfino, il figlio del signor Hitler!
diventerà forse un dottore in legge
o un tenore dell'opera di Vienna?
Di chi è questa manina, di chi, e gli occhietti, il nasino?
Di chi il pancino pieno di latte, ancora non si sa:
d'un tipografo, d'un mercante, d'un prete?
Dove andranno queste buffe gambette, dove?
Al giardinetto, a scuola, in ufficio, alle nozze
magari con la figlia del sindaco?
Bebè, angioletto, tesoruccio, piccolo raggio,
quando un anno fa veniva al mondo
non mancavano segni nel cielo e sulla terra:
un sole primaverile, gerani alle finestre,
musica d'organetto nel cortile,
un fausto presagio nella carta velina rosa,
prima del parto un sogno profetico della madre:
se sogni un colombo - è una lieta novella,
se lo acchiappi - giungerà chi hai a lungo atteso.
toc, toc, chi è, è il cuoricino di Adolfino.
Ciucciotto, pannolino, bavaglino, sonaglio,
il bimbetto, lodando Iddio e toccando ferro, è sano,
somiglia ai genitori, al gattino nel cesto,
ai bambini di tutti gli album di famiglia.
Bè, adesso non piangeremo mica,
il fotografo farà clic sotto la tela nera.
Atelier Klinger, Grabenstrasse Braunau,
e Braunau è una cittadina piccola, ma dignitosa,
ditte solide, vicini dabbene,
profumo di torta e di sapone da bucato.
Non si sentono cani ululare né i passi del destino.
L'insegnante di storia allenta il colletto
e sbadiglia sui quaderni.





scilla
Wednesday, December 17, 2003 10:32 AM
Re:
Il più bello dei mari
N.Hikmet


Il più bello dei nostri mari
è quello che non navigammo.

Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.

I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello che vorrei dirti di più bello,
non te l'ho ancora detto.
Mister G
Wednesday, December 17, 2003 2:42 PM
Una sfida alle tenebre - C. Bukowski

Colpito in un occhio
Colpito nel cervello
Colpito nel culo
Colpito come un fiore nella danza

Meravigliandomi per come la morte vinca senza fatica
Meravigliandomi per come si presti fede a stupide forme di vita
Meravigliandomi per come il riso venga soffocato
Meravigliandomi per come il vizio sia così una costante

Presto dovrò dichiarare la mia guerra alla loro guerra
Devo aggrapparmi al mio ultimo pezzo di terra
Devo proteggere il piccolo spazio che ho creato e che mi ha
permesso di vivere

La mia vita non la loro morte
La mia morte non la loro morte

Questo posto, questo tempo, adesso
Faccio voto al sole
Che ancora una volta riderò di cuore
Nel luogo a me perfetto
Per sempre.

La loro morte non la mia vita.



zapping
Wednesday, December 17, 2003 4:33 PM
William Shakespeare

Sonetti

6

Non lasciare quindi che l'aspra mano dell'inverno

devasti la tua estate prima d'averla distillata:

rendi dolce una fiala; riponi in qualche luogo

il tesoro della tua bellezza prima che si estingua.

Non è usura perseguibile un interesse

che rende felice chi paga un prestito voluto;

tale per te sarebbe procreare un altro tuo io

o dieci volte meglio se l'uno ti rendesse dieci.

Dieci volte più di te sarebbe il tuo io felice

se dieci dei tuoi ti raffigurassero dieci volte:

qual potere avrebbe morte, se privato della vita

tu lasciassi te vivente nella tua posterità?

Non essere testardo, tu sei troppo bello

per esser preda della morte e far eredi i vermi.


6/154
Alfea
Thursday, December 18, 2003 1:03 AM


Segreto del poeta

di Giuseppe Ungaretti



Solo ho amica la notte.
Sempre potrò trascorrere con essa
D'attimo in attimo, non ore vane;
Ma tempo cui il mio palpito trasmetto
Come m'aggrada, senza mai
distrarmene.

Avviene quando sento,
Mentre riprende a distaccarsi da ombre,
La speranza immutabile
In me che fuoco nuovamente scova
E nel silenzio restituendo va,
A gesti tuoi terreni
Talmente amati che immortali parvero,
Luce.



scilla
Thursday, December 18, 2003 10:23 AM
Re:
(Senza titolo)
N.Hikmet

Durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse come la mia ombra
mi stava accanto anche nel buio
non dico che fosse come le mie mani e i miei piedi
quando si dorme si perdono le mani e i piedi
io non perdevo la nostalgia nemmeno durante il sonno
durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
non dico che fosse fame o sete o desiderio
del fresco nell'afa o del caldo nel gelo
era qualcosa che non può giungere a sazietà
non era gioia o tristezza non era legata
alle città alle nuvole alle canzoni ai ricordi
era in me e fuori di me.
durante tutto il viaggio la nostalgia non si è separata da me
e del viaggio non mi resta nulla se non quella nostalgia.

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