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Friday, June 24, 2011 11:25 PM
21 giugno 2011
Elio Germano e l’occupazione
del Teatro Valle: “In gioco c’è la dignità”




L'attore Elio Germano

L'attore Palma d'Oro racconta il perché della protesta: "Dormiamo nei palchi, offriamo spettacoli, non ci rassegniamo alla finta felicità del denaro e al diritto del più furbo"
Domani mi compro il Colosseo. E ne faccio un immenso centro commerciale. Me lo permetterebbero? Non credo, ma con l’aria che tira forse tutto è immaginabile. Di certo scatenerei le furie del mondo: “Il Colosseo è un Monumento nazionale, da non sottomettere alle logiche di mercato!”.

Ma in giro per l’Italia sono disseminati tanti piccoli colossei, alcuni più nascosti di altri, ma non per questo “meno” monumenti nazionali della celebrata arena capitolina. I teatri appartengono alla medesima sacra famiglia dei Monumenti: templi non solo da osservare, ma che chiedono di essere “agiti”, usati, vitalizzati, e riempiti. Andrea Camilleri ce l’ha ricordato qualche giorno fa. Il Teatro Valle – come i suoi simili su e giù per la Penisola – non può sottrarsi alla sua funzione intrinseca, che corrisponde al fare cultura come partecipazione del bene pubblico. E dunque non può né deve diventare luogo gestito – anzi “comandato” – da chi è estraneo a questa idea di cultura. E che magari neppure conosce il teatro e le sue professionalità “dal di dentro” ma è soltanto vicino a quello o a quell’altro partito.



Video di Irene Buscemi
Il teatro è di chi lo fa e di chi lo vede. In una parola dei cittadini. Nostro. Non della politica. Ecco perché lo stiamo occupando da una settimana. Per occuparcene. Noi cittadini, che ne siamo i proprietari. Per difenderlo dalle logiche del profitto e dell’interesse che vorrebbero trasformarlo in chissà cosa. Nessuno tra noi ha pretese dirigenziali: siamo al Valle solo per chiedere che il diritto alla partecipazione della comunità, composta tanto da noi “addetti ai lavori” quanto dal pubblico, sia riconosciuto e rispettato, scegliendo di lottare per il Valle ma “oltre” il Valle. Il gesto è infatti concreto ma anche simbolico, destinato a propagarsi su tutte quelle realtà che come il Valle sono a rischio di scollamento dalle legittime identità e missioni.



Video di Nicola Moruzzi

Il percorso di ciascuno di noi parte da lontano. Ciascuno ha la propria esperienza di frustrazione personale alla quale reagire. Ricordo che alla fine della scuola di recitazione mi trovavo carico di ideali e buoni propositi. Come i miei colleghi, pensavo di poter contribuire al mondo interpretando grandi testi e autori. Aprendo delle finestre di possibilità nel mostrare le cose da punti di vista diversi. Interpretare, appunto. Ho sempre pensato al mio lavoro come una specie di missione. Uscito dalla scuola, però, poi mi sono subito scontrato col “mondo del lavoro” sono “entrato nel mercato”, dove tutti i sogni spariscono in un violentissimo schiaffo. Tu sei nessuno. Quel che sai fare non conta niente. Conta solo quanto bene ti sai vendere. Chi ci crede e ci piange ancora è solo un ingenuo: questo è business, il tutti contro tutti nella legge della giungla dei numeri.

Bene allora, bisogna farsi forza e adeguarsi, questa è la vita reale. Bisogna sgomitare per litigarsi le briciole e rassegnarsi a trovare le proprie soddisfazioni da un’altra parte e non nel proprio mestiere, nella solitudine del proprio tempo libero. Lavorare serve solo a portare a casa i soldi. Se poi ti fermi un attimo a ragionare sul fatto che forse non è così solo per il tuo mestiere ma che forse anche le scuole, gli ospedali, le industrie alimentari, rispondono alla stessa logica, ecco che dal sogno si passa all’incubo. Che società stiamo costruendo? Se realizzarsi non vuol dire più mettere al servizio degli altri le proprie capacità, ma vincere e primeggiare magari con meno capacità possibili, che servizi stiamo offrendo alla nostra società? Che qualità della vita condividiamo? Che prospettiva abbiamo di diventare una società migliore? Non voglio essere nutrito o curato o governato da chi è stato più furbo e ambizioso, ma da chi ha più passione, più dedizione, più capacità di ascolto. Da chi è incorruttibile perché la sua più grande ricchezza è l’amore per il suo lavoro e per il senso che questo lavoro gli offre nell’essere al mondo.

Vorrei essere governato da chi, per tutte quelle ragioni, è diventato uno svantaggiato, il capro espiatorio, a cui il mondo del lavoro di solito sbarra le porte. Ecco quindi che il problema è diffuso. E allarmante. Qui non si tratta solo di difendere i posti di lavoro di artisti e operatori della cultura e dello spettacolo: si tratta di mettere a fuoco cosa non funziona attorno a noi e cosa possiamo fare e dire – cioè essere – affinché torni a funzionare. Uno degli aspetti che mi inquietano maggiormente come cittadino è il diffuso disinteresse a capire, interpretare, a farsi un’idea critica sulla società e l’esistenza. Questa triste rassegnazione al modello diffuso di felicità. È un problema di annientamento culturale.

Il sentimento che si respira al Valle in questi giorni è esplosivo e supera le nostre aspettative: non solo vogliamo concretamente un mondo migliore, ma pensiamo anche di averne diritto. Noi siamo certi che nel rispetto delle legittime esigenze sia possibile mantenere accesa la luce della resistenza e continuare a lottare contro una degenerazione, che mette in gioco persone, professioni, modi di esistere. E spegne qualsiasi idea di futuro.

E allora ben vengano gli Stati Generali del Teatro italiano, come potremmo definire questo momento caldo, in cui stiamo “mettendo in scena” attraverso l’azione concreta giorno e notte come è possibile far funzionare un Monumento pubblico. Dormiamo in teatro, qualche ora e dove capita, spesso nei palchi. Dopo aver chiuso ogni sera gli spettacoli che offriamo gratuitamente e che centinaia di spettatori sembrano gradire, viste le folle fuori e dentro l’edificio. Nei pomeriggi organizziamo lunghe assemblee aperte al pubblico, ciascuna con un ordine del giorno preciso: si va da approfondimenti sui mestieri del teatro e del cinema, a come individuare un welfare nel nostro settore, fino a un vero e proprio codice etico del teatro. Una delle grandi questioni del dibattito è su che garanzie potremo ricevere dal Comune di Roma a cui il Valle (ed altri) è stato assegnato dopo la soppressione dell’Ente Teatrale Italiano (in Italia non esiste più un ente per il teatro: veramente surreale).

Vorremmo tradurre tutto questo in un documento, ma la questione è ampia, perché riguarda competenze assai diverse. Credo comunque che insieme saremo in grado di tracciare alcune possibili forme di funzionamento, che includono il punto di vista economico, prendendo ad esempio anche i percorsi di teatri stranieri.

Solo così credo si possa dimostrare che la vera forza del teatro siamo noi, intesi come “unità” inscindibile tra artisti-tecnici-spettatori. Siamo noi che produciamo le ricchezze che un eventuale direttore di teatro dovrà gestire ed è a noi che questo direttore dovrebbe rendere conto, non agli amministratori. Avremmo anche tutto il diritto di essere noi ad eleggerlo, a mio modesto parere. A noi preme, per la tutela della qualità dei servizi che offriamo e di cui ci serviamo, l’interruzione definitiva della logica dei posti assegnati a gente estranea alla professione del luogo che va a guidare. Quella logica che si basa sulle appartenenze politiche o su qualche bene di scambio promesso. Il ragionamento vale per il teatro, ma può applicarsi a qualunque realtà “pubblica”: ci si dimentica che il cittadino è creatore e fruitore del suo bene. Come per l’acqua.

Il mio, il nostro, è un appello appassionato per tutti i luoghi di pubblica cultura che sono stati chiusi o che stanno chiudendo: lottiamo insieme per tutelare quei “punti di aria”, dove si può ancora formulare un pensiero e condividerlo. L’Italia è nostra, dobbiamo occuparcene noi.

di Elio Germano

Ha collaborato Anna Maria Pasetti

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Saturday, June 25, 2011 12:02 AM
di Luca Telese

23 giugno 2011
Teatro Parioli,
da regno di Costanzo
a parcheggio

Che tristezza se il teatro Parioli diventa un garage. Ricordo che – forse due anni fa – ero stato invitato a pranzo da Maurizio Costanzo. Tu gli chiedevi “Dove?”. Lui ti rispondeva: “Ci vediamo al Parioli”. Tu pensavi che fosse un appuntamento per poi andare da qualche parte, invece lui intendeva proprio lì, dentro. I suoi appartamenti erano quelli. Ricordo una stanza piena di foto di scena, cornici, un piccolo museo di memoria. Poi una saletta nel camerino, in cui non si vedevano finestre, apparecchiata. Un cameriere in bianco (sembrava saltato fuori dal Costanzo show) e il paio di baffi più noti della televisione italiana che a tratti scattavano in piedi e si infilavano in una porticina alle loro spalle senza dire nulla e ricomparivano dopo pochi istanti. Al terzo balzo di Costanzo non avevo resistito a chiedergli: “Telefonata?”. E lui, con una pausa teatrale e un sorriso inenarrabile: “No. Pisciata”.

L’aneddoto vale la pena di essere raccontato perché non era un momento di pudore dal sen fuggito, ma una manifestazione di domesticità esibita, davanti a tutti gli ospiti, con la sicurezza sfavillante di chi può. Molti altri ospiti mi raccontarono che la scena si ripeteva, sempre uguale. Era la migliore rappresentazione del legame fra l’uomo e quel teatro: “Se potessi – confessava – verrei ad abitare qui dentro, e non ne uscirei mai più”. In fondo, mentre lo diceva, come per esorcizzare una tentazione, raccontava qualcosa che era già accaduto. Costanzo aveva la residenza a via Poma, in Prati, ma – anche per effetto della vita blindata – viveva nel teatro senza doversi muovere.

Infatti era l’Italia che entrava dentro quel camerino, che all’occorrenza diventava anche il set del Diario, una striscia quotidiana della mattina. Tutta l’Italia bussava alla porta del teatro Parioli, il set più importante della politica italiana, dello spettacolo, dell’informazione. Su quel palco era nata l’icona belligerante di Vittorio Sgarbi, che diede scandalo gridando scomposto: “Voglio vedere Federico Zeri morto! Morto!” . E poi la prima volta di Cesare Previti: “Sono un avvocato che si candida per portare la voce della società in politica” . Le interviste di Costanzo rifuggivano le grandi strategie e scavavano le piccole curiosità. Il palcoscenico spesso diventava un’arena ribollente, il catino dell’uno contro tutti che diede spolvero a un Fausto Bertinotti che gridava: “Ora e sempre: viva Cuba!”. Su quel palco un altro Gianfranco Fini diceva che non avrebbe voluto maestri omosessuali per suo figlio, Aldo Busi diede scandalo parlando del diritto alla sessualità dei bambini che gli costò l’accusa di pedofilia , su quelle assi presero luce i talenti più disparati da Ricky Memphis a Valerio Mastandrea, Fiorello, a Giobbe Covatta, David Riondino e Enzo Iachetti. In via Fauro – davanti al teatro – la mafia mise una bomba che consacrò il Parioli come un simbolo di antimafia.

Ed era come una punizione per la famosa staffetta con Michele Santoro, i cui ospiti principali erano Giovanni Falcone, Claudio Fava e Alfredo Galasso, mentre da Palermo interveniva furibondo un giovanissimo Totò Cuffaro cercando di strappare il microfono al futuro conduttore di Annozero. Il regista era Paolo Pietrangeli, l’ospite fisso era Bracardi. Si andava in onda la notte, ma si registrava tutti i giorni alle sei andando in onda in differita, per alimentare i giornali. Costanzo diceva: “Con i soldi della televisione, che per me è un lavoro, pago il teatro, che è la mia passione”.

Invece, con il senno di poi è la televisione che ha sequestrato il teatro e il suo signore, trasformando il Parioli in un set televisivo. È stato lì che Costanzo ha conosciuto Maria De Filippi, autrice televisiva e sua futura moglie. È stata Mediaset ad alimentare la megalomania che Costanzo riversava sui palcoscenici capitolini: nell’ultimo anno della giunta Veltroni (e contro il parere del sindaco) il giornalista coi baffi strappó il teatro Brancaccio a Gigi Proietti (volarono gli stracci sui giornali), poi fondò un teatro Tenda che avrebbe dovuto portare Gigi D’Alessio nelle periferie romane, e quindi assunse anche la direzione artistica del teatro di Latina e il festival dello humour di Tolentino, della società “Voglia di teatro”. L’ultimo Costanzo, quello che veniva congedato da Mediaset , provò a portare in questi teatri l’aura mediatica della celebrità catodica, il mariadefilippismo (senza la De Filippi), le star di Amici e i monologhi di Zelig.

Spettacoli pop come Portamitanterose.it, con una mattatrice come Valeria Valeri circondata dalle giovani starlette del piccolo schermo. Andò male, anzi malissimo. E dopo grandi battage, non andó nemmeno in scena Eva Henger che doveva recitare Carmelo Bene per un veto della famiglia dell’attore. Le signore impellicciate che si tiravano a lucido per la prima fila del Costanzo show disertavano la campagna abbonamenti. Il nuovo ufficio, moderno ed elegante, pieno di tartarughe, era meno frequentato dai potenti del camerino-ristorante angusto e diuretico.

Adesso che i miracolati di Costanzo si dimenticano di lui e la notizia della trasformazione del teatro in parcheggio viene notata solo da Dagospia, vale la pena ricordare che uno dei pochi a contestare il potere di Costanzo quando era in auge fu Nanni Moretti: “Fa impressione – diceva – che uno come il piduista Costanzo sia diventato un punto di riferimento della sinistra”. Ma Costanzo era consulente di tutti: della Pivetti e di D’Alema, di Berlusconi e di Rutelli. Nel 1975 disse di aver votato Dc per paura del sorpasso comunista, era iscritto al Partito radicale (urine di Pannella bevute in diretta tv), diceva di essere “un vecchio socialista alla Nenni”, era ammesso alle riunioni di Berlusconi ad Arcore.

Nell’ultima stagione del Parioli il cartellone era in mano a Paolo e Pedro o a spettacoli del tipo Come sono caduto in Baz. Adesso che il teatro del grande burattinaio resta senza burattini e viene minacciato dalle ruspe, è giusto raccontare che tutta la classe dirigente di destra, di sinistra o di centro avrebbe pagato qualsiasi cosa per cinque minuti davanti a quello sgabello e che per venti anni tutti i grandi talenti italiani sono passati da quel palco. Adesso, malinconicamente, sipario: Parioli spoon river.

Il Fatto Quotidiano, 22 giugno 2011

Fat


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Wednesday, July 06, 2011 12:57 AM
Scontro tra Sabina Guzzanti e Capezzone: “Stop al casinò di San Lorenzo”




Film


Duro diverbio tra Sabina Guzzanti e diversi esponenti del Pdl, ta cui Daniele Capezzone, alla conferenza stampa svoltasi presso l’Hotel Nazionale di Roma per discutere della situazione dell’ex Cinema Palazzo, occupato dagli attivisti lo scorso 15 aprile. La nota attrice, che aveva apertamente appoggiato l’occupazione dello stabile, è intervenuta a sorpresa durante l’incontro denunciando il fatto che lo stabile dovrebbe essere destinato a spazio culturale e non a una sala gioco con tanto di slot machine. Ne è nato un vivace dibattito che ha portato all’intervento delle forze dell’ordine.
Fonte video: www.uniroma.tv

Fat


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Wednesday, July 06, 2011 12:59 AM
Re:
g, 06/07/2011 00.57:

Scontro tra Sabina Guzzanti e Capezzone: “Stop al casinò di San Lorenzo”




Film




Nn mi ricordo ki ci fosse stato ieri notte al TG3 Linea Notte a dire delle cose vergognose,immagino fosse Bekis,ma nn ne sono sicuro


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Thursday, July 07, 2011 10:24 AM
Quando l'attrice
"okkupa" il teatro




di Marco Guarella
Puntare sulla cultura. Basterebbe questo gioco di parole per raccontare una storia significativa: un quartiere di Roma mobilitato contro l’apertura di un Casinò-Sala da gioco. Siamo a San Lorenzo storico quartiere della capitale per raccontare due mesi di occupazione dell’Ex Cinema Palazzo, un luogo storico della cultura, di inizio secolo, dedicato al teatro e al cinema dove tra gli altri calcarono le scene anche Ettore Petrolini e Romolo Balzani. Molte storie di siti culturali assomigliano alle vicende di questo spazio: il cinema non esiste più da trent’anni, poi, a lungo, una sala biliardo e ancora dieci anni fa lo stabile fu ristrutturato per ospitare una Sala Bingo, progetto che fallì dopo poco. Pochi mesi fa, l’ingresso da parte di una società per la gestione del casinò, con slot machine e video poker. Un pasticcio in quanto il piano regolatore non ammette sale giochi, viene chiesto un condono non concesso e risulta chiaro come si possa fare solo attività culturale.

Incontriamo Sabina Guzzanti come occupante e macchina artistica dell’ex cinema Palazzo. Come sei entrata in questa esperienza a San Lorenzo?

«Un po’ per caso perché ci abito, sono da anni una sanlorenzina acquisita. Questo spazio, che negli ultimi anni era rimasto chiuso o sfitto, però lo conoscevo già in passato, avevo provato in qualche modo a interessarmene ma era tutto troppo complicato o oscuro. Poi c’è stata questa iniziativa di varie associazioni e comitati di quartiere; ho ascoltato come si era arrivati all’occupazione e così già dal primo giorno, rifiutando l’idea che il quartiere avesse bisogno di una Sala da Gioco-Casinò, ho stabilito un rapporto diretto con gli occupanti. È un’iniziativa in un quartiere che negli ultimi anni ha subito un continuo degrado: sporcizia, spaccio, furti...»

Pensi esista anche un degrado del consumo culturale, in questo quartiere e nella città?

«Trovo (sorride Sabina) ovvia questa domanda, una politica sensata manca da anni e con Alemanno le cose sono addirittura peggiorate...»

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9 giugno 2011

l'U


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Thursday, July 07, 2011 10:27 AM
Guzzanti-Capezzone:
è scontro sul casinò




Guzzanti, dito e lite

di Massimo Solani
Chi c'è dietro la società Camene che ha preso in affitto l'ex cinema Palazzo di Piazza dei Sanniti a Roma per impiantarvi un casinò? Che rapporto c'è fra il Pdl e la Finanziaria Stube, in passato legata alla costruzione del Salaria Sport Village assieme agli uomini della cricca Balducci e Anemone, che della Camene detiene una parte delle azioni schermando i nomi dei reali azionisti? Domande che restano senza risposta al termine della conferenza stampa indetta lunedì a Roma dalla Camene con la partecipazione del portavoce del Pdl Daniele Capezzone e dell'onorevole berlusconiano Francesco Aracri.

GUARDA IL VIDEO

“Siamo qui per parlare dell'occupazione in corso e dei reati compiuti da un gruppo di facinorosi, non per parlare di queste cose. Tutta la documentazione è pubblica ed è stata consegnata ai ministeri competenti, le risposte potete trovarle lì”. Inutile insistere e chiedere oltre. Peccato perché sono proprio queste le risposte che vanno cercando dal quindici aprile i comitati civici del quartiere romano di San Lorenzo che hanno occupato lo stabile fermando i lavori per la costruzione del casinò e chiedendo invece che il Cinema Palazzo torni ad essere uno spazio di cultura a disposizione della cittadinanza.

E proprio per questo ieri, guidati da Sabina Guzzanti che dell'occupazione è uno dei motori, i rappresentanti dei comitati hanno provato a prendere la parola nel corso della conferenza stampa che, secondo quanto scritto nel comunicato, prometteva di svelare “cosa c'è dietro l'occupazione di una proprietà privata” e annunciando “fatti nuovi di sicura rilevanza penale” oltre a quelli che hanno già portato la procura di Roma a chiedere l'archiviazione della denuncia per occupazione abusiva presentata dalla Camene (per la pm Maria Anna Cordova si è trattato soltanto di una “introduzione momentanea tendente ad esprimere il dissenso dalla destinazione dell'ex cinema a sala giochi e non già ad occuparlo”).

In realtà di fatti nuovi e documenti incontrovertibili, nella sala dell'Hotel Nazionale dove era stata indetta la conferenza stampa, non se ne sono visti affatto se si esclude un filmato ripreso con delle telecamere nascoste in cui è immortalato un improvvisato bar autogestito (“Vedete – ha detto Nicola Sgarra, della Camene – vendono birra e vino, non certo Coca Cola”) e alcune immagini dell'incontro pubblico a cui ha partecipato nelle scorse settimane l'attore Rocco Papaleo.

Poca roba, non certo sufficiente a scaldare una conferenza altrimenti sonnolenta.

Ci ha pensato però Sabina Guzzanti a ravvivare l'atmosfera quando, dopo un blitz assieme ai ragazzi del comitato respinto all'ingresso dai carabinieri (due anziane sanlorenzine sono state addirittura identificate), è riuscita a prendere la parola e a ribattere alle accuse di Capezzone che, in una occupazione condotta da ragazzi, donne e anziani, ravvede “un pezzo di Val di Susa al centro di Roma”. A quel punto, però, è scoppiato il pandemonio: “Siete al servizio dei palazzinari - gridava scomposto Aracri. - Buffoni, pagate le tasse. Comunisti miliardari sovvenzionati dallo stato visto che i vostri spettacoli non vendono un biglietto”. “Ladri”, ribatteva la comica. “Ah Sabì, fatte un'altra canna... c'hai il cervello bruciato”, gridava uno dei membri della (esigua) claque accorsa in difesa di Capezzone e Aracri. “Vi dà fastidio che la cultura non sia più un monopolio della sinistra”, concludeva Aracri. Di quale cultura siano portatrici le slot machine, non è dato sapere. Come non è dato avere risposta alcuna alle due semplici domande più volte riproposte: chi c'è dietro la società Camene? E perché il Pdl si spende così tanto per gli interessi di una società privata che vuole impiantare un business con il gioco d'azzardo nel centro di un quartiere storico e popolare di Roma?

“Questa è la cultura della destra – ribatteva fuori dall'hotel Nazionale Sabina Guzzanti - fatta di sala giochi e slot machine. E aprendo una bisca si rischia di dare una mano alla criminalità organizzata”.
4 luglio 2011

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Thursday, July 07, 2011 10:28 AM
Teatro Valle, su Unita.it
blog e dirette dall'occupazione

di Luca Del Fra
La vicenda del Teatro Valle, uno dei più importanti luoghi dello spettacolo italiano che per l’improvvida sparizione dell’Eti –l’ente teatrale italiano estinto nel luglio 2010– rischiava di essere abbandonato o affidato magari in maniera opaca ai privati, forse addirittura a loro venduto, oggi – 4 luglio – giunto al suo 21 di occupazione da parte del movimento “Lavorat* dello spettacolo” (L*ds) appare in tutta la sua indecorosa gravità.

Non è solo la presa o ripresa di possesso da parte della gente di spettacolo di un luogo fisico –un teatro così bello che la mano pubblica avrebbe dovuto custodire gelosamente. Le implicazioni sono enormi: per comprenderle occorre tornare al 28 gennaio 2011.

Quel giorno un gruppo di quei precari dello spettacolo, che oggi hanno preso il nome di L*ds, andarono a manifestare contro i tagli e le politiche culturali del centrodestra davanti al Ministero dei beni e delle attività culturali, simbolicamente ne bloccarono l’entrata e chiesero di consegnare una lettera all’allora ministro Sandro Bondi –peraltro assente da oltre un mese dal dicastero che non aveva mai troppo frequentato. Furono ricevuti da una segretaria.

In molti commentammo che di fronte a una protesta simbolica e pacifica anni fa li avrebbe ricevuti il capo gabinetto del ministro oppure il direttore generale dello spettacolo dal vivo. Pensavamo, insomma, si trattasse di arroganza. Abbiamo peccato di nostalgia e di moralismo: ben altro rappresentava quella segretaria lasciata sola di fronte alla protesta.

L’intero apparato delle politiche culturali in Italia non esisteva più e neppure aveva vergogna a mostralo: a cominciare dal Ministero, che se ne infischiava di tutto essendo oramai balcanizzato in territorio di scontro tra diverse fazioni, spesso torbidi comitati d’affari, come emerso anche dalla inchiesta sulla Protezione civile. Certo, è colpa esimia della ultradecennale assenza nel nostro paese di politiche culturali –di cui il centrodestra è orgoglioso protagonista ma che ha coprotagonisti altrove. La conseguenza di questo sfaldamento è che anche le controparti di questo apparato hanno cominciato a perdere funzioni, credibilità e capacità di presa sul territorio: basti pensare alle associazioni di categoria, ma anche alla mediocre gestione della cultura da parte di Regioni ed Enti locali. Non si può far finta di non sapere poi che troppi intellettuali, veri o presunti, sono stati a questo gioco al massacro, tuffandosi nelle pratiche opache dei comitati d’affari.

Insomma, la controparte non era quella segretaria abbandonata lì e dunque da coinvolgere: la controparte non esisteva più. E così è stato: quattro mesi dopo gli occupanti sono entrati al Teatro Valle come nel burro, si sono installati con facilità, e la stessa prima sera d’occupazione hanno aperto le porte al pubblico con degli spettacoli.

Ma proprio lo sfaldamento dell’apparato culturale italiano che ha tanto facilitato l’occupazione, fa pesare diversi paradossi sui L*ds, sul movimento, su quanti sono partecipi di queste giornate. In primo luogo la sindrome del “Deserto dei tartari”: fuori c’è il nulla, l’apparato culturale è oramai inesistente. E infatti il Ministero del Valle se ne è infischiato come di tutto il resto, mollandolo al demanio e di lì al Comune di Roma.

Il sindaco capitolino Alemanno in un paio di occasioni ha promesso ufficiosamente di dare direttamente il Teatro a dei privati –al tandem Baricco Farinetti, o a Barbareschi–, in disprezzo alle regole che impongono un bando per l’affidamento di un bene pubblico a privati. L’assessore alla cultura di Roma Gasperini lancia la proposta di un tavolo condiviso, in attesa di ordini dai comitati d’affari. I L*ds stanno elaborando una proposta per il futuro del Valle, ma indirizzarla a costoro –sindaco, assessore o ministero– equivale a riconoscerli come una controparte, restituendogli una autorità e una credibilità che hanno perso, se per caso l’avessero mai avuta.

Secondo paradosso: in questi giorni il Valle è stato meta di artisti e intellettuali che si sono esibiti, talvolta in modo coinvolgente e toccante, a titolo grazioso per il pubblico. È stato un ritrovarsi della parte migliore del mondo culturale italiano che si vuole dissociare dalle pratiche opache, oppure il Valle era il posto, molto à la page, dove non si poteva non essere? Terzo paradosso: esemplare nell’occupare il Valle e renderlo un caso nazionale, il movimento riuscirà a entrare e riprendersi quell’immenso territorio culturale che gli si apre davanti e a cui gli apparati non sono più interessati e oggi è abbandonato e deserto?

I documenti che offriamo in questo canale web, prodotti dagli stessi occupanti, rappresentano uno strumento per entrare in questa vicenda che va ben oltre le sorti del glorioso Teatro Valle che ha tenuto a battesimo “Cenerentola” di Rossini e “Sette personaggi” di Pirandello.
4 luglio 2011

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