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(Gino61)
Tuesday, December 23, 2008 3:33 PM

Come si canta insieme

 

Quando ci si riunisce in preghiera, si realizza tra i partecipanti un continuo scambio di doni e gioie.

Ogni piccolo gesto, ogni atto elementare, si trasforma in gesto assembleare, dando pieno significato attuativo al mistero di Cristo, il quale ci ricorda che… dove sono due o tre riuniti nel suo nome, lì è anch’egli presente. La sua straordinaria partecipazione ci fa scoprire nuovi confini affettivi: non più il microcosmo dell’Io, ma il Tu dell’altro, che si concretizza nel fratello o nella sorella che si ha al proprio fianco. Tuttavia, senza lo Spirito del Signore, le distanze tra i partecipanti rimarrebbero inalterate, anzi verrebbero aumentate vertiginosamente dal rispetto umano e dalle proprie ed altrui debolezze, mancanze ed inesperienze.

Alla base di un incontro riuscito, che porti ad ottenere una reale promozione spirituale, vi e la comunicazione interpersonale. La comunicazione è il mezzo più potente per stimolare l’altro incoraggiarlo, aiutarlo a crescere, e ad esprimersi al massimo del suo potenziale.

Attraverso lo stare insieme, occorre raggiungere dapprima una sintonia umana e spirituale, per poi prendere in considerazione quella canora. Le parole ed i gesti divengono, quindi, strumenti che ci permettono di ricevere sensazioni positive, con contenuti emotivi e spirituali che trascendono l’immediato stare insieme.

Spesso, quando si accoglie l’altro, si sta già operando la sua guarigione.

Il mio Io comunica con il Tu, per arrivare alla potenza del Noi dove c’è la presenza di Cristo. La comunicazione non implica necessariamente il possedere un buon linguaggio: la comunicazione è dialogo. Il dialogo, nel cantare insieme, è fondamentale; non si può stare insieme, ma soprattutto non si può cantare insieme se non si riesce ad attivare la comunicazione sia verbale, che analogica (espressione del viso, degli occhi, gestualità, intonazioni della voce, flessioni del canto ecc.). Il linguaggio verbale e canoro deve essere in accordo con il messaggio analogico, che viene usato abbondantemente nel cantare insieme (ad esempio nella direzione di un coro). Ci deve essere congruità tra le parole, le azioni, il silenzio, l’ascolto, la partecipazione orante, il canto. Si deve quindi, con tutte le forze, stimolare la modalità relazionale della comunicazione per poi arrivare al contenuto, che la comunicazione si sforza di avere.

Tecnicamente, all’interno di un gruppo di canto, composto da ragazzi, spesso coetanei, uniti nell’intento di cantare e suonare al Signore (ma che non possiedono ancora una guida/animatore), la comunicazione raggiunge quella che in psicologia si chiama l’interazione simmetrica , caratterizzata dall’uguaglianza e dalla mizzazione delle differenze tra gli interlocutori.

Il Pastorale, in questi casi, deve proteggere il gruppo, farlo crescere, non far pesare insuccessi, defezioni o piccole rivalità; deve comportarsi, in parole povere come un "buon padre di famiglia".

Quando invece il gruppo canoro è già funzionante da qualche tempo, ed ha quindi, una guida, un responsabile, si instaura l’interazione complementare, basata sulla differenza.

Cantare insieme, quindi, non è facile, ma non è impossibile. E’ bene che vi sia una guida, ma è preferibile che le guide siano più di una, per potersi confrontare e far divenire la corale vero e proprio coro liturgico.

Le guide di un coro devono essere capaci di educare, guidare al canto un’assemblea e di raggiungere quel tanto di solennità e di bellezza che aiuta il singolo fedele e la comunità a vivere il clima della festa.

Quando si suona in assemblea, la gratificazione non sta nel suonare i canti che "piacciono", ma nel vedere che l’assemblea risponda a quanto proposto.

Anche un valente musicista o vocalista può non essere adatto all’animazione, se propone solo le proprie cose. E’ importante avere conoscenze musicali adeguate, ma è più importante donarle ad altri senza salire sui "piedistalli".

Se un’assemblea non canta, le motivazioni possono essere molteplici:

Si deve osservare attentamente se l’assemblea stessa sia costituita o meno da persone della stessa età, con gli stessi problemi e scopi, se risulta cioè,omogenea;

Se le estensioni vocali sono simili (coro di bambini, di donne, di uomini),

Se i canti proposti hanno metriche e melodie troppo complesse;

Se i canti sono stati presentati ed insegnati adeguatamente, ecc.

E’ preferibile sempre iniziare con proposte semplici, anche se a volte il coro ha l’impressione di cadere nel monotono.

Pur avendo il coro, fra gli altri, il compito specifico di proporre canti nuovi all’assemblea- canti che comportano fatica di apprendimento, da parte del coro, e di insegnamento, all’assemblea stessa- tuttavia i canti nuovi non possono essere imposti: l’imposizione non viene da Dio.

Il coro infatti, deve rispettare il tempo d’apprendimento del canto proposto, che varia da assemblea ad assemblea e da canto a canto.

Il coro ha il dovere di:

Dedicare un tempo per le prove (che divengono una necessità anche perché si devono scaldare le voci);

Aiutare l’assemblea ad assimilare i canti adatti, senza spacciare i propri gusti per esigenze irrinunciabili.

E’ bene che all’interno del coro vi sia sempre uno spazio dedicato alla verifica del servizio reso al gruppo.

Senza questa verifica interna si suona e si canta spesso a vuoto, senza solidarietà. Se manca il clima di solidarietà ne pagano le conseguenze in primo luogo le voci soliste, che solo apparentemente cantano "da sole"; le voci portanti dei vari timbri (i soprani, i bassi, i tenori, i contralti), accusate, spesso ingiustamente, di aver accentuato troppo la loro parte, e quindi di essere rimaste troppo distaccate.

Si ritorna al discorso della comunicazione: anche se il solista canta, è comunque tutto il coro a partecipare ed è indispensabile che ci sia l’appoggio e la stima di tutti. Per evitare personalismi, si possono pensare delle alternanze di voci (le più consone per i canti eseguiti), anche per dare all’assemblea un senso di partecipazione più ecclesiale, ad immagine di una comunità completa.

E’ compito di tutti saper utilizzare la propria voce con studio e applicazione continua, al fine di "tenere la nota", di espandere la propria estensione canora, di evitare voci in falsetto, di saper colorare le melodie con maggiore o minore trasporto ove ci sia la necessità di dare enfasi all’immagine musicale che si sta eseguendo. Così anche il microfono e l’amplificazione non devono essere considerati "scatole nere", misteriose.

Sapere come funziona il microfono, conoscere la sua dinamica di captazione del suono, la relativa distanza di lavoro, come lo studio dell’acustica, è di fondamentale importanza per una corretta amplificazione.

Oggi è possibile usare microfoni diversi a seconda delle voci e degli strumenti, microfoni "su misura" del proprio timbro vocale, senza un notevole aggravio economico nell’acquisto.

La voce rappresenta lo strumento musicale più bello, armonicamente il più prezioso: cerchiamo di mettere a frutto, nel migliore dei modi, il dono di cui il buon Dio ci ha gratificato.

Pace a tutti, Gino

(Gino61)
Tuesday, December 23, 2008 3:34 PM
Quando Israele canta
 
Tratto da una conferenza, tenuta a Parigi da Léon Algazi
Ho scelto il titolo di questa conferenza: quando Israele canta, ispirandomi al titolo del libro del padre De Menasce sulla mistica ebraica: quando Israele ama Dio, perché quando Israele ama Dio, Israele canta.
 
La musica ebraica, è una musica antichissima, che come tutte le musiche, dall’ambito liturgico si estende a tutte le espressioni musicali della vita. La stessa cosa avvenne anche per la musica della Chiesa. Noi sappiamo che molti canti popolari sono usciti dal canto piano della Chiesa per rientrarvi più tardi, talvolta anche impoveriti, con elementi sentimentali e folcloristi. La musica ebraica è stata dunque prima di tutto musica del culto, della liturgia del tempio di Gerusalemme. Della composizione e dell’esecuzione di questa musica erano incaricati i Leviti, che erano allo stesso tempo compositori, cantori e musicisti. I libri delle Cronache ci parlano dettagliatamente di tutto questo. Qui non vogliamo controllare le cifre, ma appare senz’altro che il culto del tempio di Gerusalemme era un culto di un fasto grandioso.
 
Purtroppo ci mancano dati sicuri sulla musica di quel tempo e tutto ciò che è stato scritto è puramente ipotetico, perché manca qualsiasi documento musicale di quell'epoca. Mentre i greci possedevano un sistema di scrittura musicale, sembra che gli ebrei dell'epoca biblica non l'abbiano conosciuto, di modo che noi non possiamo assolutamente sapere come i Leviti suonavano e cantavano nel tempio di Gerusalemme.
 
Le uniche tracce della liturgia del tempio le troviamo nella musica della Sinagoga. Questa tradizione musicale potrebbe anche essere sospetta, se non avesse avuto dei figli nel canto delle liturgie cristiane. Difatti il canto piano Romano, il Gregoriano, specie di retto tono, come anche il canto bizantino, sono usciti senza alcun dubbio dalla Sinagoga. E che cosa potevano cantare i primi cristiani, se non quello che avevano appreso dagli Apostoli, che a loro volta provenivano direttamente dalla Sinagoga? Se dunque uno sospettasse della purezza della tradizione sinagogale, possediamo la testimonianza delle due sorelle minori, la Chiesa romana e quella bizantina che attraverso innumerevoli documenti testimoniano dell'autenticità e purezza del canto sinagogale.
 
Ora questa musica sinagogale è essenzialmente orientale, come lo è del resto il canto piano della Chiesa di Roma e quello delle Chiese d'oriente, anche se con modalità differenti. Dico orientale nel senso di mediorientale, di semitico. Le parole di Pio XI: spiritualmente siamo semiti, vale anche nel campo musicale; anche musicalmente siete dei semiti. Sì, il fondo della tradizione musicale della Chiesa è semitico, è ebraico. Non so se voi avete avuto mai l'occasione di andare in Medioriente, ma là, quando uno alza la voce per farsi sentire in pubblico, comincia a cantare.
 
Questo proclamare, gli orientali lo chiamano l'unzione. L'unzione è canto; L'ho constatato presso gli ebrei d'oriente e presso gli arabi. Si pensi solo al Muezzin che convoca i fedele alla preghiera. Come immaginarselo senza canto! La voce di chi canta convoca molto più di chi semplicemente parla. Mi ricordo dei predicatori itineranti ebrei, che cantavano la loro predicazione ed erano chiamati i Maggidim. Maggidim in ebraico significa colui che annunzia, proclama. Ho avuto la fortuna di poter ascoltare uno degli ultimi Maggidim. Venne a Parigi, prima della guerra, e predicò in una Sinagoga che oggi non esiste più. Era un vecchio meraviglioso. Veniva dalla Polonia e faceva un viaggio di propaganda religiosa. Essendosi fermato un sabato in questa piccola Sinagoga, predicò sul versetto: come un pastore egli fa pascolare il gregge… porta gli agnellini sul petto. Fin dalle prime parole era un solo canto ed è rimasto canto fino alla fine, così emozionante, che tutta l'assemblea singhiozzava. Io sono certo che quell'emozione era dovuta a quello che diceva il Maggid, ma anche al fatto che egli cantava con una bella voce di baritono, senza guizzi, in un modo che somigliava moltissimo alla proclamazione della Torah nella Sinagoga, oppure ad uno di quei lunghi brani di canto gregoriano. Purtroppo questi tipi di predicatori sono scomparsi, forse ce ne sarà ancora qualcuno negli Stati Uniti, ma la maggior parte di loro sono morti e, come voi sapete, non se ne trovano più, né in Russia, né in Polonia.
 
Questo carattere orientale del canto non è soltanto un'espressione tecnica della struttura orientale del canto, ma è soprattutto l'espressione di uno spirito orientale, in cui l'inflessione della voce diventa una necessità, non è un ornamento al quale si ricorre per una preghiera. Il canto diventa una necessità.
 
Insisto, dicendo canto, non musica, perché la musica sinagogale non esiste, sì, per la verità n'esiste una, molto recente e poco ortodossa, ma nei tempi antichi nella Sinagoga esisteva solo il canto, perché, in segno di lutto per la distruzione del tempio di Gerusalemme, tutti gli strumenti furono banditi dal culto sinagogale come dice il salmo dell'esilio: sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion; ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre. Nell'esilio, dopo la distruzione del tempio, c'è rimasto un solo strumento, se lo volete chiamare così, il SHOFAR, il corno di montone, in cui si soffia alla festa di Rosh Hashanah e Yom Kippur, per ricordare al Signore il sacrificio di Isacco e per preparasi al suono dell'ultima tromba. Non si tratta di uno strumento musicale perché non produce una melodia, ma solo due o tre suoni acuti. Per questo noi non parliamo della musica sinagogale, ma del canto sinagogale. Questo canto lo si trova dovunque, ma prima di tutto nella proclamazione dei libri sacri. Non è concepibile una proclamazione di qualsiasi brano della Scrittura senza il canto. Dalla scrittura il canto è poi passato a tutte le preghiere e questo già prima della Sinagoga. Già nel tempio i salmi erano sempre cantati coll'accoppiamento di qualche strumento musicale, di cui troviamo i nomi indicati nei titoli di alcuni salmi. Così troviamo per esempio: sull'arpa a otto corde, sulla Githith, ecc… In ebraico si distingue tra cantare = shir, e cantare accompagnato da uno strumento = mezamer.
 
Il canto dei salmi, accompagnati o no, si è esteso naturalmente al resto della liturgia. La Sinagoga, tuttavia, non poteva semplicemente imitare il culto del tempio, perché non c'è, né ci può essere, altro santuario di quello di Gerusalemme e dopo la sua distruzione se ne aspetta la ricostruzione da parte del Messia.
 
La Sinagoga non può sostituire in nessun modo l'aspetto sacramentale del tempio. Le sinagoghe perciò, contemporaneamente al tempio di Gerusalemme per più di quattro secoli hanno sviluppato poco a poco una liturgia autonoma. Questa liturgia si è sviluppata attorno allo shemà, attorno all'atto di fede d'Israele: Ascolta Israele, il Signore nostro Dio, il Signore è l'unico! Amerai il Signore tuo Dio, con tutto il tuo cuore, con tutto il tuo essere e con tutte le tue forze. Così, attraverso una lunga e lenta elaborazione, si è formata tutta la liturgia della Sinagoga, le benedizioni che precedono e seguono lo Shemà, salmi e preghiere, come tuttora la conosciamo. Si è definito il culto sinagogale come un culto senza sacerdote, ed è esatto, ma è anche inesatto, perché l'officiante, il Chazan, come si dice oggi, non è un sacerdote e nemmeno il rabbino è sacerdote, ma tutta l'assemblea dei fedeli è sacerdotale, la comunità in preghiera è un sacerdote. D'altronde la preghiera liturgica non è valida senza la presenza di un minimo di dieci uomini.
 
E' meraviglioso che ciò che santifica la liturgia sinagogale non sono solo le parole o quello che si fa durante il culto, ma è il fatto che la comunità si raduna. Per questo i professionisti scelti per la loro pietà e la loro bella voce, erano chiamati Shaliach Tzibur che significa inviato della comunità, delegato per questo servizio dal popolo di Dio. E' dunque importante cantare il meglio possibile ma è più importante essere inviato dalla comunità. Da molto tempo, quelli che conducono la liturgia e quelli che officiano, ricevono una formazione tecnica. Anche oggi a Parigi esiste una scuola per il canto sinagogale. Ma prima, tali scuole non esistevano, c'erano solo maestri che formavano i propri discepoli ed era spesso un semplice fedele a guidare la liturgia. Questo era un grande onore e nel seno della comunità esisteva una grande emulazione, perché ciascuno aspirava a poter officiare secondo le regole di Mosè e di Israele. Naturalmente il canto ebraico non si è limitato alla sola Sinagoga, ha proliferato, prima di tutto è entrato nelle famiglie. Voi sapete che presso gli ebrei esiste una liturgia domestica, in cui il padre di famiglia esercita un vero e proprio sacerdozio e quindi deve saper cantare, e da cui nacque tutta una fioritura di cantori popolari, soprattutto di canti per bambini. Di ninna nanna, per esempio, ne esistono un numero incalcolabile ed io, che mi occupo di folklore, non conosco nessun popolo che abbia tanta musica popolare per i bambini come gli ebrei. Tutti questi canti sono però, in qualche modo, in funzione liturgica. Si predice e si augura la bambino di divenire un uomo istruito nella Torah, uno che sappia servire Dio. Poi esistono canti catechetici, canti corporativi, canti per i matrimoni, canti umoristici e tutti sono più o meno influenzati della liturgia sinagogale.
 
Questo non stupisce, visto che da quasi duemila anni la vita delle comunità ebraiche si svolge nei ghetti, tutt'attorno alla sinagoga. Perché la Sinagoga non è soltanto casa di preghiera, ma è luogo di riunione, casi di studio, dove le persone vanno ad incontrarsi, per scambiarsi notizie, per chiedere aiuto, per cercare lavoro ecc… Vivendo così ammucchiati. Durante tanti secoli, gli ebrei si sono impregnati, dell'ambiente sinagogale e , per conseguenza, tutto quello che hanno creato in seguito si è rivestito, più o meno apertamente, di un carattere religioso. Persino le canzoni umoristiche hanno una risonanza religiosa, tutto gira attorno allo stesso asse: i rapporti di dell'uomo con Dio. Certamente anche la Sinagoga lungo venti secoli ha subito varie trasformazioni. Basta pensare alla divisione dell'ebraismo in ebrei Sefarditi, che avevano il loro epicentro in Spagna, nei paese mediterranei ed in Medioriente e Ashkenasiti, che avevano il loro epicentro in Germania e che si trovano soprattutto in Europa e negli Stati Uniti.
 
Ogni gruppo ha le sue liturgie, i suoi canti, che da un certo momento in poi, hanno beneficiato di una notazione, quello che nel canto cristiano si chiama i neumi. I primi a introdurre dei neumi, furono i rabbini di Tiberiade, che erano dei grammatici e dei musicisti. Li chiamavano Teamim (da taam = giusto) o Neghinoth (da neghinah = melodia).
Non so se avete mai osservato un testo ebraico punteggiato. Troverete vari segni per indicare le vocali, che però non si trovano nelle pergamene della Torah destinate alla proclamazione liturgica della parola. Nei nostri libri correnti troverete quindi questa punteggiatura, ma anche altri segni, appunto i teamim e neghinoth, che furono inventati verso il VII secolo d.C. (ma che sono meno precisi dei neumi cristiani, inventati verso l'anno mille), e che indicano solo la salita o discesa, una pausa o un vocalizzo, ma mai indicano, come fanno i neumi cristiani, la precisa altezza o durata della nota. E' proprio quest'imprecisione dei neumi ebraici che ha facilitato il fiorire di diverse tradizioni, ce ne sono più di quindici… Ho parlato della parentela che esiste tra il canto della Chiesa e quello della sinagoga, ma voglio segnalarvi anche una differenza fondamentale tra i due. Evidentemente l'accento drammatico che potete notare in certi canti liturgici ebraici non conviene per niente alla liturgia romana, sarebbe scandaloso che dei Canonici della Chiesa adottassero queste espressioni emotive!
 
Questa è una discrepanza tra le due liturgie. La liturgia ebraica è patetica, veemente ed ha ereditato questo dai Profeti, la cui parola era veemente e patetica anche quando parlavano con Dio. L'ebreo ha conservato quest'impetuosità; per lui Dio è il re, ma è anche, e soprattutto il Padre, e per questo è molto raro che egli si metta in ginocchio, ma accade spesso che alzi la voce e qualche volta anche il pugno quando la storia gli cade addosso e deve lottare con Dio. Qual è l'attitudine religiosa più autentica? Ostentare davanti a Dio una serenità continua, o aprirsi a lui come un bimbo si apre a suo padre?
(Gino61)
Tuesday, December 23, 2008 3:34 PM
Il Carisma del Cantore
 
Quello del "Cantore" è uno dei carismi più difficili. Il cantore ha un ruolo fondamentale, nella liturgia, nella comunità, nella conversione dei fratelli. La superbia e la vanagloria di un cantore hanno il potere di distruggere una comunità. Lasciate che canti non il più bravo, il più tecnico, colui che non sbaglia mai, ma colui che canta col cuore, sapendo di fare un servizio e amando i fratelli, morendo a se stesso, calpestando il suo umore, essendo nella gioia perché sta facendo un canto di gioia, entrando nella meditazione perché sta facendo un canto meditativo, passando alla speranza perché sta cantando un canto di mestizie.
 
Ricordiamo a tutti i fratelli cantori che è desiderio di Kiko mantenere l'ortodossia dei canti in modo tale da essere una sola voce in tutte le comunità. I canti sono stati dati a Kiko dallo Spirito con una certa melodia ed una certa tonalità se un canto non riuscite a farlo e nella comunità ci sono più cantori, lasciate che lo faccia un altro che lo sa fare con la stessa melodia e soprattutto con la stessa tonalità, un canto di gioia e letizia abbassato di due (talvolta anche tre) toni diventa un canto di tristezza. Il cantore presta la voce allo Spirito Santo.

La lode stile di vita

Possiamo affermare che la lode non si sperimenta soltanto nell’incontro di preghiera; infatti, per molti è diventata uno stile di vita:
"Benedirò il Signore in ogni tempo, sulla mia bocca sempre la sua lode" (Sal 33,2).
Chi vuole entrare nel pieno possesso di questa benedizione, di questa grazia che il Signore vuole donare alla Sua Sposa, che è la Chiesa, chi vuole entrare nella gioia di questi giorni nella Chiesa, deve comprendere che la radice di questa pianta, che è la lode, sta nella nostra santità.
La radice della nostra animazione della musica e del canto è molto profonda; le radici sono nella nostra spiritualità, nelle nostre motivazioni, nella purezza delle nostre intenzioni, nella nostra santità di vita, nel nostro scegliere il Signore in modo assoluto, definitivo: una consacrazione totale a Gesù come Signore.
 
Queste premesse sono fondamentali per costruire quell’edificio spirituale sul quale poggiano i nostri ministeri.
Nessuno si immagini che basti andare al gruppo di preghiera e conoscere tutti i canti del libretto "Dio della mia lode", alzare le mani, e applaudire per essere diventato un vero animatore.
Nessuno lo pensi. E se noi vi abbiamo dato l’impressione che questo fosse il modello al quale dovevate adeguarvi, vi chiediamo scusa, perché non e cosi.
 
L’adorazione che vogliamo dare al Signore attraverso il nostro ministero comincia nel segreto del nostro cuore, nel silenzio, nella sofferenza, nel sacrificio. L’adorazione che noi dobbiamo a Dio comincia nel segreto della nostra camera, come ci ricorda Gesù nel Vangelo.
 
L’adorazione comincia in mezzo alle prove e alle difficoltà, lì dove ci sono problemi, dove abbiamo difficoltà ad accettare la volontà di Dio, anche davanti a problemi di salute fisica; è necessario che sacrifici di ringraziamento e di lode salgano a Dio in totale abbandono e docilità di cuore. Allora comincia la vera adorazione che Dio si aspetta da noi.
II ministero dell’adorazione, della lode, della musica e del canto ha inizio non quando noi cominciamo a crescere, a diventare importanti, ad assumere atteggiamenti da animatore, ma quando cominciamo a morire.
 
Chi segue Cristo è "un uomo morto". Quando ai tempi di Gesù si vedeva qualcuno caricato da una croce che passava fuori dalle mura di Gerusalemme, ancora vivo, con un pezzo di legno sulle spalle, tutta la popolazione pensava che era già un uomo finito: quell’uomo non aveva un domani.
 
Gesù, riferendosi alla croce, ai suoi discepoli, ha detto:
"Se qualcuno vuol venire dietro a me rinneghi se stesso, prenda la sua croce e mi segua" (Mt 16,24).
Fratelli, chi vuol seguire Gesù in questo cammino deve necessariamente morire se vuole vivere. Dobbiamo morire a noi stessi; e questo ciò che Dio gradisce.
Se il nostro cuore non è ancora spezzato, rotto, aperto, sacrificato per offrire a Dio un adorazione pura, tutto quello che offriamo, il nostro canto, le nostre musiche, i nostri strumenti musicali sono soltanto ed esclusivamente esteriorità, preghiere vuote, belle canzoni spirituali ma non vera adorazione.
Sono esecuzioni materiali! Persino la regia più perfetta di una liturgia o di un incontro di preghiera possono diventare esteriorità, ritualismo, fariseismo. La vera adorazione "profuma" e l’unico profumo che può uscire dalla nostra vita come animatori è quello della santità.
Dobbiamo essere santi se vogliamo essere adoratori
Ma il Signore non ci dice: "Siate santi ed… arrangiatevi", altrimenti diremmo, come Pietro: Se le cose stanno così, con tutti i peccati e le difficoltà che abbiamo, chi ci potrà salvare, Signore?"(cfr.Mt 19,25); ma il Signore ci dice:
"Siate santi come io sono santo"(1 Pt 1,16).
Non ci crea una difficoltà, un impedimento; dice che abbiamo la possibilità di esseri santi proprio come Lui è santo!
 
Da "Una Chiesa pura per adorare" Matteo Calisi  Ed. R.n.S.

(Gino61)
Tuesday, December 23, 2008 3:35 PM
Il ministero della musica e del canto nella Bibbia
 
 
A volte non abbiamo una sufficiente conoscenza di quello che le sacre scritture ci dicono sul ministero della musica e del canto.
Molte cose che stiamo sperimentando oggi nel Rinnovamento nello Spirito, fanno riferimento ad esperienze delle generazioni passate.
 
Il Rinnovamento può portarci alla riscoperta di queste nostre radici.
Il guardare indietro alla nostra storia religiosa è una tappa necessaria per comprendere, in modo autentico, il significato e l’uso della musica per lodare il Signore.
 
Uso della musica nell’Antico Testamento
 
Dall’A.T. risulta che comporre ed eseguire musica era fondamentale per il popolo di Dio.
In Israele la musica era presente in in ogni avvenimento sia religioso che sociale.
Ad esempio la musica veniva usata per festeggiare eventi nazionali, come quello dell’esodo dall’Egitto(Es 15), l’entrata dell’Arca a Gerusalemme (1Cro 15,16).
A volte veniva impiegata in battaglia per convocare gli eserciti o a segnalare la caduta di mura ciclopiche come quello di Gerico( Gs 6,20), e anche come arma contro il nemico (2 Cro 20,21).
Ma l’impiego principale della musica avveniva nel culto, sia per quanto concerne le grandi celebrazioni, come la Pasqua, la Pentecoste e la festa della Capanne, sia per la liturgia ordinaria del Tempio, come ci testimonia il libro dei Salmi che fu il primo salterio musicale. La musica fu tenuta in grande considerazione per accentuare eventi importanti che hanno caratterizzato la storia d’Israele.
Di conseguenza la musica non ebbe solo un ruolo ufficiale, ma fu presente in modo "ordinario" per esprimere i sentimenti e le emozioni della gente comune.
Le persone amavano cantare spontaneamente durante avvenimenti particolarmente gioiosi, come fecero Anna (1Sam 2) e Maria per ringraziare il Signore (Lc 1,46-55). E anche quando gli avvenimenti erano dolorosi, Israele esprimeva con la musica il suo lamento, come fece Gionata (2 Sam 1).
La musica occupò anche un posto negli eventi sociali (Is 5,12) come accenna S. Luca nella parabola del figliol prodigo (Lc15,25). Così la musica accompagnava la mietitura del raccolto (Is 16,10).
Infine la musica fu espressione per comunicare i sentimenti più naturali dell’uomo come quello dell’amore(Cantico dei Cantici).
Sempre, comunque, la musica serviva ad Israele per accrescere la consapevolezza della presenza di Dio e per esprimere la gioia di essere popolo eletto.
 
Questa esperienza ha accompagnato costantemente i cambiamenti e gli sviluppi di intere generazioni dalle origini fino ad oggi.
 
Dal periodico della coop. del canto e della musica "TERU-AH"
(Gino61)
Tuesday, December 23, 2008 3:36 PM
Criteri per la scelta dei canti
 
Nella scelta dei canti per la celebrazione è utile seguire i seguenti criteri:
Le melodie, i ritmi, gli strumenti usati per celebrare il ministero devono avere come riferimento costante l’assemblea celebrante.
Il testo del canto deve rispondere alle sollecitazioni presenti nella Parola di Dio.
 
Si deve tener presente il tempo liturgico e rispettare e valorizzare la specificità dei vari momenti della celebrazione; perciò e importante, accanto all’educazione musicale, quella catechetico-biblica.
 
Dal momento che deve cantare tutta l’assemblea è necessario prevedere la modalità e il tempo per insegnare i canti a tutti.
 
Il canto deve essere ben curato e musicalmente valido.
 
Occorre prevedere il canto anche per alcune acclamazioni durante il rito e le preghiere comuni (preghiere dei fedeli, Amen alla dossologia, ecc.).
 
I canti devono essere semplici ma belli. Semplici non vuol dire banali,
insipidi, superficiali ma solo che possano essere appresi dal popolo. Belli non vuol dire di stile operistico o di canzonetta ma che nascano dal cuore e penetrino nell’animo dei fedeli inducendoli a partecipare.
 
I canti devono essere tecnicamente corretti: la musica va trattata con grande competenza e studio, conoscendo bene gli strumenti più usati nella Liturgia, scegliendo voci ben educate per condurre, ispirate e sostenere il canto del popolo.
 
Intonati… Stonati…

Molte volte, nei gruppi, capita di trovare fratelli e sorelle che si definiscono "stonati".
tuttavia il termine "STONATO" è assai generico: può essere stonato colui che non afferra la linea melodica, che riconosce i diversi canti unicamente dalle parole, e questo è un caso estremamente raro; ma "stonato è anche colui che semplicemente, non riesce ad intonare, a prendere subito le note del canto.
 
Non esistono stonati in senso lato, in quanto tutti possono benissimo compensare i blocchi fisiologici attraverso l’uso dell’orecchio interno e divenire ottimi musicisti, anche se purtroppo non potranno mai diventare cantanti.
 
Gli stonati non sono degli amusicali! c’è chi riesce ad emettere l’esatta melodia e chi non riesce invece nemmeno a pensarla. a meno della SORDITÀ o di fattori patologici neurologici gravi, è difficile che non si riconosca MENTALMENTE quanto viene suonato o cantato da altri e ciò significa essere negati per la musica.
 
A volte il mancato pensiero musicale può dipendere anche dalla sfera intellettiva che non ha avuto uno sviluppo armonico unitariamente alla maturazione della persona.
Ad esempio, se un bambino, fin dalla scuola è stato considerato "stonato", questo si sentirà portatore di un’anomalia. E’ un diverso e la sua esclusione avrà ripercussioni personali nell’essere adulto. La conseguenza immediata è che non riuscendo a cantare, si rifiuta con atteggiamento di insofferenza non solo il canto, ma anche la musica.
Vive l’identità: se sono stonato non è importante, perché anche la musica non è importante. La propensione naturale dell’uomo (che deriva dalla natura divina) per la musica si reprime psicologicamente ed inconsciamente, e anche l’area intellettiva preposta alla musicalità bloccata, inibita a crescere.
 
BRAVURA
 
Se anche cantassi
 
come gli angeli,
 
ma non amassi il
 
canto,
 
non faresti altro
 
che rendere
 
sordi gli uomini
 
alle voci del giorno
 
e alle voci della notte.
(K.Gibran)

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