Print   Search   Utenti   Join     Share : FaceboolTwitter
Full Version: I miei emblemi
Le regard
Saturday, May 28, 2005 7:04 AM


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_Uni4.jpg[/IMG][/CENTER]
[CENTER]L'unicorno[/CENTER]


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_Aquilegia2.jpg[/IMG][/CENTER]
[CENTER]L'aquilegia[/CENTER]


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_silenzio.jpg[/IMG][/CENTER]
[CENTER]Il silenzio[/CENTER]


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_facciaverde.gif[/IMG][/CENTER]
[CENTER]Luomo verde, simbolo della vita sacra e del passaggio al bosco[/CENTER]


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_ladydark_torna_a_casa 2.jpg[/IMG][/CENTER]
[CENTER][C]Lady Dark torna a casa[/C], ovvero lo sguardo sulla donna[/CENTER]


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_Angelo4b.jpg[/IMG][/CENTER]
[CENTER]L'Angelo necessario[/CENTER]


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_chartres2.jpg[/IMG][/CENTER]
[CENTER]Il labirinto[/CENTER]

<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 28/05/2005&nbsp;8.20</i>]</font></p>
stefa
Saturday, May 28, 2005 12:24 PM
ciao
a me piace l'angelo perchè è l'unico necessario.
devo dirti che il passaggio nel bosco è orrendo. mi piacerebbe sapere in poche e complicate parole cosa significano, non è infatti la complessita' che mi frena ma la prolissita'. quando vedo pagine e pagine scritte mi sembra di stare a scuola, io vorrei solo formule dirette. banali e complicate.
Le regard
Saturday, May 28, 2005 3:02 PM
Spie
Hai ragione.

L'unicorno è il simbolo della purezza, dell'autenticità. E' ciò che si richiede nella comunicazione faccia a faccia. Solo la purezza di una vergine nel mito aiuta a 'catturare' l'animale. Significa che stare nella relazione è possibile a condizione che si metta in campo la parte migliore di sé. Naturalmente, non sto parlando delle relazioni formali, ma di quelle ravvicinate.

L'aquilegia è la pianta che, essendo a forma di corolla aperta, sembra più di ogni altra pianta capace di accogliere la rugiada. Significa che ho bisogno della consistenza dell'altro per esistere.

Il silenzio di Fussli significa arte di tacere. Di fronte alla parola dell'altro la mia cessa: sono in ascolto. Significa anche meditazione, raccoglimento, attenzione..

L'uomo verde è il simbolo dei Maschi selvatici. Significa vita sacra e passaggio al bosco.

Lady Dark torna a casa è un omaggio alla grandezza delle donne di oggi che sanno esercitare il loro potere senza rinunciare a se stesse.

L'angelo è metafora del confine tra visibile e invisibile. E' l'angelo che ci guida. E' la capacità della mente di rappresentarsi l'invisibile.

Il labirinto è metafora della cultura del nostro tempo, in cui rischiamo tutti di perderci. I labirinti, tuttavia, sono costruzioni umane: sappiamo come si entra in essi e come se ne esce!

Le regard
Saturday, May 28, 2005 4:40 PM
Angeli
«Se non ci fosse l'angelo, tutti gli universi degli dei al di là del nostro mondo resterebbero nel mondo del silenzio. L'angelo è il messaggero di luce che annuncia e interpreta i misteri divini» (HENRI CORBIN, massimo "angelologo" del nostro secolo).

«L'angelo è metafora della capacità della mente di uscire dal cerchio chiuso del nostro orizzonte tridimensionale. L'angelo è rappresentazione. La sua funzione non è tanto quella di rivelare all'uomo ciò che è nascosto, di manifestare l'inattingibile, ma piuttosto di indicare l'inattingibile, di custodirlo. In Rilke gli angeli appaiono inizialmente sotto una luce di trionfo, ma solo per mettere in risalto la distanza dalla creatura umana. Ma è proprio questa distanza a costringere l'angelo a entrare in rapporto con l'uomo. E' così che l'angelo si fa sempre più triste. La sua tristezza deriva dal peso che schiaccia l'uomo: il ricordo (die Erinnerung). L'angelo di Rilke è memore della caduta e perciò è oppresso da una tristezza inesorabile. Ed è questa stessa tristezza che lo avvicina all'uomo.... Se si vogliono tenere insieme polarità distinte come parola e silenzio, manifestazione e invisibile, l'angelo è la figura "necessaria" di questa rappresentazione».
[RIGHT](MASSIMO CACCIARI, Intervista a Panorama 9 febbraio 1986)[/RIGHT]



L'ANGELO NECESSARIO

Io sono l'Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.

Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d'aureola mi riscalda.

Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l'essere e il conoscere.

Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.

Eppure, io sono l'Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo

la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto

monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d'acqua; come un significato

che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,

intravista un istante, un'invenzione della mente,
un'apparizione tanto lieve all'apparenza

che basta ch'io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?

[RIGHT]WALLACE STEVENS[/RIGHT]



[...] Avvengono miracoli,
se siamo disposti a chiamare miracoli
quegli spasmodici trucchi di radianza.
L'attesa è ricominciata,
la lunga attesa dell'angelo,
di quella sua rara, rarefatta discesa.

[RIGHT]SYLVIA PLATH[/RIGHT]




GABRIEL

Molto inopportuna fu per me la visita dell'angelo.
Mi entrò senza bussare, mi diede del tu,
come se noi avessimo pascolato insieme i maiali.
Io gli domandai con chi avevo l'onore,
ma lui mi abbracciò senza parlare e pianse amaramente.

[RIGHT]ARNFRID ASTEL[/RIGHT]




Note per una suprema finzione


V

Bevemmo Mersault, mangiammo aragosta Bombay con mango
Chutney. Poi il Canonico Aspirino declamò
su sua sorella, in che sensata estasi

vivesse nella sua casa. Aveva due figlie, una
di quattro e una di sette, che vestiva al modo
di un pittore che con poveri colori dipinga.

Ma pure le dipingeva consone alla loro
povertà, un grigio blu ingiallato
con nastrini, una severa immagine di loro, bianca,
con perle domenicali, la sua gaiezza di vedova.
Le celava sotto nomi semplici. Se le teneva
più vicino col rifiutare i sogni.

Le parole che pronunciavano erano voci che lei udiva.
Guardava le figlie e le vedeva com'erano,
e ciò che provava respingeva la frase più spoglia.

Il Canonico Aspirino, detto questo,
rifletté, mormorando un abbozzo fugato
di lode, una coniugazione fatta da cori.

Ma quando le figlie dormivano, sua sorella stessa
domandava al sonno, negli eccitamenti del silenzio,
solo il non confuso io del sonno per esse.


VI

Quando alla tarda mezzanotte il Canonico prese sonno
e le cose normali si sbadigliarono via,
il nulla fu una nudità, un punto,

oltre il quale il fatto poteva progredire come fatto.
Al che la cultura dell'uomo concepì ancora una volta
le pallide illuminazioni della notte, d'oro

sotto, molto al di sotto, la superficie
del suo occhio e udibili nella montagna
del suo orecchio, l'esatto materiale della sua mente.

Cosicché egli fu le ascendenti ali che vedeva
e muovendosi su di loro entro estreme stelle dell'orbita
discese al letto dove i bambini

giacevano. Dritto poi volò con immensa forza
patetica all'ultima corona della notte.
Il nulla era una nudità, un punto,

oltre cui il pensiero non poteva progredire come pensiero.
Doveva scegliere. Ma non era una scelta
tra due cose che si escludono. Non era una scelta

tra, ma di. Scelse di includere le cose
che l'una nell'altra sono incluse, l'intera,
la complessa, l'aggregante armonia.


VII

Impone ordini così come li pensa,
come fanno la volpe e il serpente. E' un bell'affare.
Poi innalza campidogli e nei loro corridoi,

più bianchi della cera, sonori, di chiara fama,
erige statue di uomini ragionevoli,
che superano il gufo più colto, il più erudito

degli elefanti. Ma imporre non è
scoprire. Scoprire un ordine come quello
di una stagione, scoprire l'estate e conoscerla,

scoprire l'inverno e conoscerlo bene, trovare
non imporre, non aver ragionato affatto,
dal nulla aver maturato un clima maggiore

è possibile, possibile, possibile. Deve
essere possibile. Accadrà che nel tempo
il reale scaturirà dai suoi rozzi materiali,

sembrando, dapprima, una bestia vomitata, diversa,
scaldata da un latte disperato. Trovare il reale,
essere spogliati di ogni finzione eccetto una,

la finzione dell'assoluto Angelo,
taci nella tua luminosa nube e ascolta
la luminosa melodia del giusto suono.


VIII

Che devo credere? Se l'angelo nella sua nube,
serenamente fissando il violento abisso,
pizzica le sue corde per strappare la gloria abissale,

salta giù tra le rivelazioni della sera, e sulle ali
spalancate, di nulla ha bisogno se non del profondo spazio,
se dimentico del centro dorato, del destino aureo,

s'infiamma nel moto inerte del suo volo,
sono io che immagino quest'angelo meno soddisfatto?
Sono sue le ali, l'aria perseguitata dal lapis?

E' lui o sono io che sto vivendo questo?
Sono io allora che continuo a dire che c'è un'ora
piena di un'esprimibile gioia, in cui

di nulla manco, felice, dimentico della dorata mano
del bisogno, soddisfatto senza la maestà che consola,
e se c'è un'ora c'è un giorno,

c'è un mese, un anno, c'è un tempo in cui
la maestà è uno specchio dell'io:
io non ho ma sono e poiché sono, io sono.

Queste esterne regioni, con cosa le riempiremo
tranne che di riflessioni, di scappatelle della morte,
cenerentola che si realizza sotto il tetto?

[RIGHT]WALLACE STEVENS[/RIGHT]



RAINER MARIA RILKE

... giornate come queste non appartengono alla morte così come non appartengono alla vita. Appartengono... oh, terra di nessuno, se esiste uno Spirito di Nessuno, un Dio di Nessuno sopra di voi, ebbene, allora appartengono a lui, a questo essere invisibile e sinistro... Ci si stringe a pensieri minimi, si beve e ci si ubriaca di rifiuti; si razzola nel fango, poi si cammina imbrattati di ricordi preziosi; si gocciola sudiciume su terra sacra, si prendono cose, onorate e intatte finora, nelle proprie mani sudate e gonfie, e tutto diventa comune, comune a tutti, valido per tutti.

[RIGHT](Fragmente aus verlorenen Tagen [Frammenti dei giorni perduti], 1900)[/RIGHT]



Nella vita personale come in quella sociale è una continua rinuncia, una cessione di ogni cosa che ci appartenga, e a quale prezzo? A quale prezzo: se non ci fosse questo interrogativo, chi non getterebbe via le proprie cose e se stesso insieme, se non comprendesse, non intuisse, che quel pochissimo che sopravviverà in purezza, necessita, per seguitare a elevarsi, di queste fondamenta? Noi, taluni di noi, avvertiamo da tempo fila di continuità che non hanno nulla a che fare con le comuni vicende storiche...

[RIGHT](Lettera alla principessa Maria von Thurn und Taxis Hohenlohe, 1915)[/RIGHT]



Chi, nel seno del lavoro poetico, iniziato ai miracoli inauditi delle nostre profondità o almeno usato da essi in qualche maniera come cieco e puro strumento, doveva giungere a svilupparsi nella meraviglia una delle più essenziali applicazioni del suo animo. [...] Del resto appartiene alle inclinazioni originarie della mia costituzione di accogliere il mistero come tale, non come qualcosa da svelare, ma come il mistero, che così segreto nel suo centro più intimo e dappertutto, come una zolla di zucchero è zucchero in ogni sua particella. E' possibile che accolto così si sciolga in certe circostanze nella nostra esistenza o nel nostro amore, mentre altrimenti di solito otteniamo solo uno sminuzzamento meccanico del più nascosto segreto, senza che veramente si trasformi in noi.

[RIGHT](Lettera a Nora Purtscher Wydenbruck, 1924)[/RIGHT]





Prima Elegia

Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere
degli Angeli? e se anche un Angelo a un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere
ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perch'esso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.
E così mi rattengo e il richiamo di oscuri singhiozzi
lo soffoco in gola. Ah, di chi mai
ci possiamo valere? Degli Angeli no, degli uomini no,
e i sagaci animali, lo notano che, di casa nel mondo
interpretato,
non diamo affidamento. Ci resta, forse,
un albero, là sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedeltà viziata d'un'abitudine
che si trovò bene con noi e rimase, non se ne andò.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento pregno di
cosmico spazio
ci smangia la faccia , a chi non resterebbe la sospirata,
che soavemente delude, e che incombe pesante al cuore
solitario? Che sia forse più lieve agli amanti?
Ah, loro, se la nascondono soltanto, un con l'altro, la
loro sorte.
Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto
agli spazi che respiriamo; forse gli uccelli
nell'aria più vasta voleranno più intimi voli.

Sì, certo, le primavere avevano bisogno di te. Qualche
stella
s'aspettava che tu la rintracciassi. Montava
un'onda dal passato, in qua, o
mentre tu passavi sotto una finestra aperta
si donava un violino. Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d'attesa,
come se tutto t'annunciasse un'amata? (E dove la
vorresti rifugiare se i grandi, strani pensieri
in te vengono e vanno
e spesso si stanno, la notte?)
Ma se ti struggi così, canta le innamorate. Certo,
non è ancora abbastanza immortale il loro sentimento
famoso.
Canta di loro, delle abbandonate, tu quasi le invidi, che ti
parvero tanto più amabili delle placate. Riprendila
sempre l'irraggiungibile celebrazione;
pensa: l'eroe perdura, financo la morte per lui
fu soltanto pretesto per essere: la sua ultima nascita.
Ma l'eroine d'amore se le riprende in sé l'esausta Natura
come se non ci fossero forze due volte,
per compiere questo. Hai cantato abbastanza
di Gaspara Stampa, che una qualche fanciulla
cui sfugga l'amato, all'esempio esaltato
di questa innamorata, senta: posso essere anch'io
come lei?
Tanto antichi dolori, non dovrebbero, ormai,
diventar più fecondi per noi? non è tempo che amando,
ci liberiamo dall'essere amato, lo reggiamo fremendo:
come la freccia regge la corda, tutta raccolta nel balzo,
per superarsi? Ché non si può restare, in nessun dove.

Voci, voci. Ascolta, mio cuore come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno: il grande richiamo
li alzava dal suolo; ma essi, impossibili,
restavano assorti in ginocchio:
così ascoltavano. Non che tu possa mai reggere
la voce di Dio. Ma lo spiro ascolta,
l'ininterrotto messaggio che da silenzio si crea.
Ecco fruscia qualcosa da quei giovani morti e viene a te.
Dove entrassi tu mai nelle chiese
di Roma o di Napoli, non ti parlava pacato il loro
Destino?
O ti si imponeva una scritta, sublime,
come ieri la lapide in Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Ch'io debba rimuovere lieve
quella parvenza d'ingiusto che turba un po', talvolta,
il moto puro dei loro spiriti.

Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto.
Strano non desiderare quel che desideravi. Strano
quel che era collegato da rapporto
vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso
esser morti;
quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco
un po' d'eternità. Ma i vivi errano, tutti,
ché troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L'eterna corrente
sempre trascina con sé per i due regni ogni età,
e in entrambi la voce più forte è la sua.

Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la
morte rapì,
ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,
come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno
di sì grandi misteri, quante volte da lutto
sboccia un progresso beato : potremmo mai essere,
noi, senza i morti?
Sarebbe vano il mito, che un giorno nel compianto di
Lino
la prima musica, ardita, pervase arida rigidezza,
e che sol nello spazio sgomento, a cui un fanciullo quasi
divino
ad un tratto e per sempre mancava, il vuoto entrò in
quella
vibrazione che ora ci rapisce e ci consola e ci aiuta.

[RIGHT]RAINER MARIA RILKE[/RIGHT]
Le regard
Monday, May 30, 2005 12:17 PM
L'unicorno
Unicorno.
E' raffigurato come un cavallo, di solito bianco, con un lungo corno acuminato e attorcigliato sulla fronte. Può inoltre essere ritratto con barba caprina, coda di leone e zampe bovine.

Significato - Purezza, castità, verginità. [C]Il carro del Trionfo della Castità[/C] (Francesco di Giorgio Martini, 1463-1468) è trainato da unicorni.

La religione cristiana ne fa un simbolo di purezza e castità e la sua effigie finisce per comparire nei bestiari medievali che ricordano le leggendarie qualità dell'animale, a cominciare dal potere del suo corno di scoprire e neutralizzare i veleni. L'unicorno viene quindi descritto come un essere piuttosto selvatico e ribelle, impossibile da catturare se non grazie a uno stratagemma. Secondo la tradizione l'animale infatti può essere avvicinato solo da una vergine. I cacciatori allora lasciano una fanciulla sola in mezzo a una radura e si nascondono nei dintorni. L'animale scorge la ragazza, le si avvicina, e non appena si adagia sul suo grembo, addormentandosi, viene immediatamente catturato. Nell'episodio della caccia all'unicorno si è voluto scorgere l'allusione alla Passione di Gesù, anche se in realtà ha finito per prevalere il simbolo di purezza e castità associato direttamente all'animale.

[da LUCIA IMPELLUSO, La natura e i suoi simboli, ELECTA - GRUPPO EDITORIALE L'ESPRESSO]


Purezza, castità e verginità sono le condizioni 'principiali' a cui occorre utopisticamente 'ritornare' per fondare la relazione significativa con l'altro. Un incontro è possibile solo a queste condizioni, che ci sia autenticità, sincerità, onestà d'intenti.
'Catturare' l'unicorno vuol dire per noi raggiungere l'altro, entrare nella sua vita, farsi accettare, farsi accogliere. Per questo, occorre 'produrre' quell'innocenza seconda che sola garantisce l'apertura e l'ascolto.

Le regard
Monday, May 30, 2005 12:19 PM
L'aquilegia
Aquilegia.
Per la particolare conformazione evoca l'immagine dello Spirito Santo, mentre le foglie rimandano alla Trinità. La sua raffigurazione può alludere anche al dolore di Maria Vergine.

Significato - Simbolo dello Spirito Santo, della Passione di Gesù; può alludere al dolore di Maria.

L'origine del nome, [C]Aquilegia vulgaris[/C], è stata interpretata in modi diversi. Secondo alcuni sembra derivare dalla forma uncinata dei petali che ricordano il becco o l'artiglio dell'aquila. In base a tale supposizione gli antichi naturalisti pensavano che questo fiore avesse la proprietà di rendere la vista più acuta. Secondo altri, invece, il nome del fiore si rifà alla parola latina [C]aquilegium[/C], recipiente d'acqua, che si riferisce alla caratteristica di questo fiore di trattenere sulle proprie foglie gocce d'acqua e di rugiada.

[da LUCIA IMPELLUSO, La natura e i suoi simboli, ELECTA - GRUPPO EDITORIALE L'ESPRESSO]


[...] [C]io sono la rugiada, la rugiada, ma tu, tu sei la pianta[/C] (R.M.RILKE). L'esito dell'ascolto, lo 'sbocco' della relazione d'aiuto è tutto qui, nel riconoscimento della propria fragilità, nella precarietà della goccia di rugiada, che ha bisogno dell'aquilegia, della pianta su cui posarsi per sussistere e per durare dentro la relazione. Il paradosso suggerito qui è nel fatto che noi facciamo riposare la nostra esistenza su chi ci chiede 'aiuto'. Noi ci salveremo attraverso la consistenza dell'altro. E' importante che l'altro consista per noi. Lo sforzo incessante al quale tendiamo è questo riconoscimento, la gratitudine dell'altro che 'salvandosi' ci salverà. La sua 'salvezza' non è altro che la capacità di durare dentro la relazione, anche oltre lo 'scioglimento' della relazione stessa, che avviene quando l'altro prende il largo, avendo ormai imparato ad affrontare la vita senza temere la tempesta.
Le regard
Monday, May 30, 2005 3:18 PM
Il silenzio
In realtà, è un'attitudine, non un'immagine, una metafora o un simbolo. Si dovrebbe, innanzitutto, parlare dell'arte di tacere.


[CENTER]PRINCIPI NECESSARI PER TACERE[/CENTER]

[C]E’ bene parlare solo quando si deve dire qualcosa che valga più del silenzio.

Esiste un momento per tacere, così come esiste un momento per parlare.

Nell’ordine, il momento di tacere deve venire sempre prima: solo quando si sarà imparato a mantenere il silenzio, si potrà imparare a parlare rettamente.

Tacere quando si è obbligati a parlare è segno di debolezza e imprudenza, ma parlare quando si dovrebbe tacere, è segno di leggerezza e scarsa discrezione.

In generale è sicuramente meno rischioso tacere che parlare.

Mai l’uomo è padrone di sé come quando tace: quando parla sembra, per così dire, effondersi e dissolversi nel discorso, così che sembra appartenere meno a se stesso che agli altri.

Quando si deve dire una cosa importante, bisogna stare particolarmente attenti: è buona precauzione dirla prima a se stessi, e poi ancora ripetersela, per non doversi pentire quando non si potrà più impedire che si propaghi.

Quando si deve tenere un segreto non si tace mai troppo: in questi casi l’ultima cosa da temere è saper conservare il silenzio.

Il riserbo necessario per saper mantenere il silenzio nelle situazioni consuete della vita non è virtù minore dell’abilità e della cura richieste per parlare bene; e non si acquisisce maggior merito spiegando ciò che si fa piuttosto che tacendo ciò che si ignora. Talvolta il silenzio del saggio vale più del ragionamento del filosofo: è una lezione per gli impertinenti e una punizione per i colpevoli.

Il silenzio può talvolta far le veci della saggezza per il povero di spirito, e della sapienza per l’ignorante.

Si è naturalmente portati a pensare che chi parla poco non è un genio, e chi parla troppo è uno stolto o un pazzo: allora è meglio lasciar credere di non essere genii di prim’ordine rimanendo spesso in silenzio, che passare per pazzi, travolti dalla voglia di parlare.

E’ proprio dell’uomo coraggioso parlare poco e compiere grandi imprese; è proprio dell’uomo di buon senso parlare poco e dire sempre cose ragionevoli.

Qualunque sia la disposizione che si può avere al silenzio, è bene sempre essere molto prudenti; desiderare fortemente di dire una cosa è spesso motivo sufficiente per decidere di tacerla.

Il silenzio è necessario in molte occasioni; la sincerità lo è sempre: si può qualche volta tacere un pensiero, mai lo si deve camuffare. Vi è un modo di restare in silenzio senza chiudere il proprio cuore, di essere discreti senza apparire tristi e taciturni, di non rivelare certe verità senza mascherarle con la menzogna.[/C]

[RIGHT]ABATE DINOUART, [C]L’arte di tacere[/C] (1771)[/RIGHT]



Ma resta da dire del [C]non detto delle emozioni[/C], del non detto del [C]sesso[/C] e della [C]droga[/C] (non detto, non ineffabile o inesprimibile!): ci torneremo su.

Il silenzio della morte è stato interrogato. Foscolo ci ha insegnato che è possibile continuare il dialogo interrotto. Io lo chiamo custodire nel proprio cuore la voce e tutto il resto.

Il silenzio delle vittime, dei poveri, della natura... delle donne.

Il silenzio dell'anima, di fronte alla sconfinata bellezza della natura. Il passaggio al bosco, come ascolto delle sue voci.

La contemplazione assorta della bellezza femminile, l'oltranza della bellezza, il suo deinòn (il tremendo, ciò che ci spaventa).

Il silenzio che si richiede quando ci si dispone accanto al malato di mente grave, al catatonico, che sembra perso nel nulla di uno sguardo immobile e spaventato. Se proviamo a toccare la sua mano o soltanto a stargli accanto - in silenzio, appunto! - noi possiamo impedire che quella esistenza precipiti nell'insignificanza. E' quello che Kurt Schneider chiama "aiutare i pazzi ad essere folli".

Occorre - credetemi! - tanto silenzio.

La creatura [C]è[/C] nell'ascolto (M.Cacciari).


<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 30/05/2005&nbsp;15.20</i>]</font></p>
Le regard
Monday, May 30, 2005 4:30 PM
L'uomo verde

[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_uomoverde2.jpg[/IMG][/CENTER]

Capace di donare la fertilità della foresta e delle piante alle donne e al bestiame, l'Uomo Verde si occupa della fioritura della primavera e dell'estate e del rigoglio della terra.
Il volto e i lineamenti dell'Uomo verde sono formati da foglie rampicanti. Trae il vigore dalla terra stessa e rappresenta il ruolo maschile nell'unione sessuale, nella fertilità e nella fioritura della vita e del talento degli uomini.
Rappresenta l'Innocenza, il procedere senza difficoltà ed il successo, soprattutto nell'intraprendere nuove attività.
L'Uomo Verde, rappresentato anche sulla copertina del [C]Maschio Selvatico[/C] di Claudio Risé, pubblicato da Red edizioni, oggi alla quindicesima ristampa, è una delle nostre Immagini Guida, nel procedere lungo la nostra Naturalezza, selvatichezza, per assicurare fertilità nella nostra vita ed intorno a noi.


Le regard
Monday, May 30, 2005 4:37 PM
Lady Dark torna a casa, ovvero lo sguardo maschile

[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_ladydark_torna_a_casa 2.jpg[/IMG][/CENTER]

ENRICO PESCOSOLIDO, [C]Lady Dark torna a casa[/C]

...e sul suo cammino incontra tulipani.
Come mi ha rivelato Enrico, quando (il 20 giugno 2004)
mi ha donato questo quadro, quei tulipani sono un omaggio
a suo padre, Amato Pescosolido, morto trent'anni fa.
Artista anche lui. Padre di artisti.

Se è ancora vero che nelle nostre opere sono disseminate
le tracce della nostra coscienza, dei suoi strati profondi,
quel cammino di donna, quelle mani dietro la schiena
che conferiscono un tono misterioso al suo incedere
non indicano abbandono o pericolo: i fiori che Enrico
ha gettato sul suo cammino rivelano forse che
accostandosi alla sua donna provvede sempre
a rendere agevole il procedere anche del cuore più selvatico.
Ad esso è dedicato questo sguardo amoroso
che si fa dono gentile e discreto: è solo accanto a quei passi
che i fiori si dispongono, senza turbarne il moto.
Una guida assicura il senso, perdendosi all'orizzonte.

Le regard
Monday, May 30, 2005 4:49 PM
Angeli!!!
[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_Angelo4b.jpg[/IMG][/CENTER]

Questo angelo viene da un cimitero monumentale. Il fiore che stringe tra le mani è rivolto verso il basso. Per me significa un amore perduto, malinconia d’amore, consapevolezza della perdita, miseria e abbandono. Ma angelo e fiore sono! Un transito necessario, questo. Occorre fare ripetutamente l’esperienza del dolore, per temprare l’anima. L’angelo necessario è figura della volontà della mente di sollevarsi al di sopra del dolore e della morte, per affermare la parola possibile, la felicità dell’opera. La trascendenza personale è tutta qui, in questo scorcio d’opera: ho tagliato l’immagine per dire questo frammento. Non per amore del frammento e del caduco! Piuttosto, per fermare in immagine lo sforzo da compiere: da questo ‘particolare’, che è il quotidiano, si tratta sempre di nuovo di risalire alla sorgente (Die Quelle). Da lì soltanto è possibile contemplare la vita e darle senso.
Per me la sorgente è la donna. E’ lei la figura che salva. Per tutta la vita non ho fatto altro che onorare tutte le donne che ho incontrato, nei modi in cui la vita mi ha consentito di farlo.


[CENTER][IMG]http://img.freeforumzone.it/upload/737704_Klee.jpg[/IMG][/CENTER]

[C]L’Angelo smemorato[/C] di Paul Klee è per me l'angelo più bello.
E' l'angelo che attende per tutta l'eternità di poter cantare davanti all'Altissimo. Quando arriva il suo turno, resta perplesso, immobile, compreso nel suo ruolo ma dimentico. L'Angelo è immemore perché non ricorda il suo canto. Allo stesso modo noi stiamo davanti alla Bellezza, immemori.
Forse il silenzio delle donne appare tale alle orecchie di chi se ne sta lì, in preda allo stupore, in silenzio. Il suo silenzio 'genera' il silenzio della donna. Non saper interpretare le pause della vita è un altro modo per dire che c'è del silenzio.
<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 30/05/2005&nbsp;23.43</i>]</font></p>
Le regard
Tuesday, May 31, 2005 6:30 AM
Il labirinto
La prima volta forse è stato Baudelaire a dire della foresta dei simboli della cultura moderna, ma non si trattava propriamente di labirinti. Piuttosto, della possibilità di perdersi.
Se non si sa cosa siano, si è portati a pensare che siamo condannati comunque a smarrire la strada del ritorno una volta che ci fossimo avventurati in uno di essi.
Nel nostro tempo lo sforzo più grande compiuto è il progetto dell'[C]Enciclopedia[/C] Einaudi, con le sue 600 voci chiuse in un grafo nel quale sono disposte con un criterio tale che non si possa individuare un centro da cui partire o verso il quale far convergere le 'ricerche': sistema acentrato, il sapere umano è stato pensato come rete di modelli e come labirinto, appunto.
Ad una semantica dizionariale occorrerà sostituire una semantica enciclopedica: la costruzione della conoscenza si dà per accumulo entro una rete in cui sistema ed enciclopedia restano in tensione.

Noi siamo impegnati a costruire labirinti, senza saperlo. Non ci chiudiamo forse dentro costruzioni nelle quali l'altro deve raggiungerci? e non forniamo forse alle persone alle quali soltanto vogliamo che ci raggiungano la traccia delle vie che conducono al nostro cuore?

Percorsi tratteggiati, i nostri discorsi alludono alla costruzione in cui occorre muoversi per giungere finalmente ad una meta lontana.


Leggete la sintesi della stessa voce LABIRINTO dell'[C]Enciclopedia[/C].

Il labirinto rappresenta l'essenza dei sistemi reticolari acentrati (cfr. [G]centrato/acentrato, rete, sistema[/G]) nei quali ogni [G]decisione[/G] viene presa localmente. Il problema allora è quello di capire in che misura un «viaggiatore» interno al labirinto, dotato solo di [G]percezione[/G] locale, sia capace di un'azione globale che gli eviti infiniti percorsi (cfr. [G]locale/globale, calcolo, algoritmo, automa[/G]).
Dal punto di vista esterno dell'«architetto» del labirinto è possibile una classificazione secondo i metodi della topologia combinatoria (cfr. [G]geometria e topologia[/G]). In generale dal punto di vista formale «risolvere» il labirinto significa esplorarlo tutto e ritrovarsi al punto di partenza. A ciò si adattano i metodi combinatori della teoria dei grafi e delle reti (cfr. [G]combinatoria, grafo[/G], ma anche [G]grammatica[/G], per il fatto che ad ogni labirinto è possibile associare una grammatica generativa del tipo [C]context-free[/C]).
Ma, risolto il labirinto, rimane la metafora (cfr. [G]metafora/metonimia[/G]) per cui ogni persona tende a misurare il proprio progresso con l'avanzamento in qualche labirinto; rimangono così le contraddizioni e le simbolizzazioni della mitologia, rimane intatta la potenza magica del labirinto (cfr. [G]immagine, magia, mito/rito, simbolo[/G]).

La 'navigazione' dentro l'enciclopedia avviene 'percorrendo' regioni circoscritte che raccolgono altrettante voci disciplinari.

Le parole o le coppie marcate in neretto sono altrettante voci a cui questa voce rinvia, con una modalità ipertestuale. Così si generano i 'percorsi' nel labirinto.

Oltre la teoria, la classificazione di tutti i labirinti possibili, 'ridotti' a tre modelli fondamentali da Umberto Eco ([C]Prefazione[/C] a [C]Il libro dei labirinti[/C] di Paolo Santarcangeli, Frassinelli 1984): il [S]labirinto detto 'unicursale'[/S], il [S]labirinto manieristico[/S], il [S]rizoma, o la rete infinita[/S].

Ognuno di noi possiede nella propria mente la personale 'enciclopedia', costruita negli anni e perennemente in costruzione. Se interessati alla vita della nostra mente.

La memoria personale non è magazzino, archivio da cui attingere. Al pari delle memorie collettive, essa è sistema aperto, acentrato, ipertestuale. La costruzione del 'sistema' avviene al presente. Mentre viviamo siamo già impegnati a scegliere ciò che andrà a costituire il mosaico della nostra esistenza e di volta in volta sceglieremo cosa rammemorare e cosa lasciar cadere nell'oblio.

<p><font class='xsmall'>[<i>Modificato da Le regard 31/05/2005&nbsp;17.30</i>]</font></p>
Questa è la versione 'lo-fi' dell Comunità Per visualizzare la versione completa click here
Tutti gli orari sono GMT+01:00. Adesso sono le 1:54 AM.
Copyright © 2000-2012 FreeForumZone snc - www.freeforumzone.com