Angeli
«Se non ci fosse l'angelo, tutti gli universi degli dei al di là del nostro mondo resterebbero nel mondo del silenzio. L'angelo è il messaggero di luce che annuncia e interpreta i misteri divini» (HENRI CORBIN, massimo "angelologo" del nostro secolo).
«L'angelo è metafora della capacità della mente di uscire dal cerchio chiuso del nostro orizzonte tridimensionale. L'angelo è rappresentazione. La sua funzione non è tanto quella di rivelare all'uomo ciò che è nascosto, di manifestare l'inattingibile, ma piuttosto di indicare l'inattingibile, di custodirlo. In Rilke gli angeli appaiono inizialmente sotto una luce di trionfo, ma solo per mettere in risalto la distanza dalla creatura umana. Ma è proprio questa distanza a costringere l'angelo a entrare in rapporto con l'uomo. E' così che l'angelo si fa sempre più triste. La sua tristezza deriva dal peso che schiaccia l'uomo: il ricordo (die Erinnerung). L'angelo di Rilke è memore della caduta e perciò è oppresso da una tristezza inesorabile. Ed è questa stessa tristezza che lo avvicina all'uomo.... Se si vogliono tenere insieme polarità distinte come parola e silenzio, manifestazione e invisibile, l'angelo è la figura "necessaria" di questa rappresentazione».
[RIGHT](MASSIMO CACCIARI, Intervista a Panorama 9 febbraio 1986)[/RIGHT]
L'ANGELO NECESSARIO
Io sono l'Angelo della realtà,
intravisto un istante sulla soglia.
Non ho ala di cenere, né di oro stinto,
né tepore d'aureola mi riscalda.
Non mi seguono stelle in corteo,
in me racchiudo l'essere e il conoscere.
Sono uno come voi, e ciò che sono e so
per me come per voi è la stessa cosa.
Eppure, io sono l'Angelo necessario della terra,
poiché chi vede me vede di nuovo
la terra, libera dai ceppi della mente, dura,
caparbia, e chi ascolta me ne ascolta il canto
monotono levarsi in liquide lentezze e affiorare
in sillabe d'acqua; come un significato
che si cerchi per ripetizioni, approssimando.
O forse io sono soltanto una figura a metà,
intravista un istante, un'invenzione della mente,
un'apparizione tanto lieve all'apparenza
che basta ch'io volga le spalle,
ed eccomi presto, troppo presto, scomparso?
[RIGHT]WALLACE STEVENS[/RIGHT]
[...] Avvengono miracoli,
se siamo disposti a chiamare miracoli
quegli spasmodici trucchi di radianza.
L'attesa è ricominciata,
la lunga attesa dell'angelo,
di quella sua rara, rarefatta discesa.
[RIGHT]SYLVIA PLATH[/RIGHT]
GABRIEL
Molto inopportuna fu per me la visita dell'angelo.
Mi entrò senza bussare, mi diede del tu,
come se noi avessimo pascolato insieme i maiali.
Io gli domandai con chi avevo l'onore,
ma lui mi abbracciò senza parlare e pianse amaramente.
[RIGHT]ARNFRID ASTEL[/RIGHT]
Note per una suprema finzione
V
Bevemmo Mersault, mangiammo aragosta Bombay con mango
Chutney. Poi il Canonico Aspirino declamò
su sua sorella, in che sensata estasi
vivesse nella sua casa. Aveva due figlie, una
di quattro e una di sette, che vestiva al modo
di un pittore che con poveri colori dipinga.
Ma pure le dipingeva consone alla loro
povertà, un grigio blu ingiallato
con nastrini, una severa immagine di loro, bianca,
con perle domenicali, la sua gaiezza di vedova.
Le celava sotto nomi semplici. Se le teneva
più vicino col rifiutare i sogni.
Le parole che pronunciavano erano voci che lei udiva.
Guardava le figlie e le vedeva com'erano,
e ciò che provava respingeva la frase più spoglia.
Il Canonico Aspirino, detto questo,
rifletté, mormorando un abbozzo fugato
di lode, una coniugazione fatta da cori.
Ma quando le figlie dormivano, sua sorella stessa
domandava al sonno, negli eccitamenti del silenzio,
solo il non confuso io del sonno per esse.
VI
Quando alla tarda mezzanotte il Canonico prese sonno
e le cose normali si sbadigliarono via,
il nulla fu una nudità, un punto,
oltre il quale il fatto poteva progredire come fatto.
Al che la cultura dell'uomo concepì ancora una volta
le pallide illuminazioni della notte, d'oro
sotto, molto al di sotto, la superficie
del suo occhio e udibili nella montagna
del suo orecchio, l'esatto materiale della sua mente.
Cosicché egli fu le ascendenti ali che vedeva
e muovendosi su di loro entro estreme stelle dell'orbita
discese al letto dove i bambini
giacevano. Dritto poi volò con immensa forza
patetica all'ultima corona della notte.
Il nulla era una nudità, un punto,
oltre cui il pensiero non poteva progredire come pensiero.
Doveva scegliere. Ma non era una scelta
tra due cose che si escludono. Non era una scelta
tra, ma di. Scelse di includere le cose
che l'una nell'altra sono incluse, l'intera,
la complessa, l'aggregante armonia.
VII
Impone ordini così come li pensa,
come fanno la volpe e il serpente. E' un bell'affare.
Poi innalza campidogli e nei loro corridoi,
più bianchi della cera, sonori, di chiara fama,
erige statue di uomini ragionevoli,
che superano il gufo più colto, il più erudito
degli elefanti. Ma imporre non è
scoprire. Scoprire un ordine come quello
di una stagione, scoprire l'estate e conoscerla,
scoprire l'inverno e conoscerlo bene, trovare
non imporre, non aver ragionato affatto,
dal nulla aver maturato un clima maggiore
è possibile, possibile, possibile. Deve
essere possibile. Accadrà che nel tempo
il reale scaturirà dai suoi rozzi materiali,
sembrando, dapprima, una bestia vomitata, diversa,
scaldata da un latte disperato. Trovare il reale,
essere spogliati di ogni finzione eccetto una,
la finzione dell'assoluto Angelo,
taci nella tua luminosa nube e ascolta
la luminosa melodia del giusto suono.
VIII
Che devo credere? Se l'angelo nella sua nube,
serenamente fissando il violento abisso,
pizzica le sue corde per strappare la gloria abissale,
salta giù tra le rivelazioni della sera, e sulle ali
spalancate, di nulla ha bisogno se non del profondo spazio,
se dimentico del centro dorato, del destino aureo,
s'infiamma nel moto inerte del suo volo,
sono io che immagino quest'angelo meno soddisfatto?
Sono sue le ali, l'aria perseguitata dal lapis?
E' lui o sono io che sto vivendo questo?
Sono io allora che continuo a dire che c'è un'ora
piena di un'esprimibile gioia, in cui
di nulla manco, felice, dimentico della dorata mano
del bisogno, soddisfatto senza la maestà che consola,
e se c'è un'ora c'è un giorno,
c'è un mese, un anno, c'è un tempo in cui
la maestà è uno specchio dell'io:
io non ho ma sono e poiché sono, io sono.
Queste esterne regioni, con cosa le riempiremo
tranne che di riflessioni, di scappatelle della morte,
cenerentola che si realizza sotto il tetto?
[RIGHT]WALLACE STEVENS[/RIGHT]
RAINER MARIA RILKE
... giornate come queste non appartengono alla morte così come non appartengono alla vita. Appartengono... oh, terra di nessuno, se esiste uno Spirito di Nessuno, un Dio di Nessuno sopra di voi, ebbene, allora appartengono a lui, a questo essere invisibile e sinistro... Ci si stringe a pensieri minimi, si beve e ci si ubriaca di rifiuti; si razzola nel fango, poi si cammina imbrattati di ricordi preziosi; si gocciola sudiciume su terra sacra, si prendono cose, onorate e intatte finora, nelle proprie mani sudate e gonfie, e tutto diventa comune, comune a tutti, valido per tutti.
[RIGHT](Fragmente aus verlorenen Tagen [Frammenti dei giorni perduti], 1900)[/RIGHT]
Nella vita personale come in quella sociale è una continua rinuncia, una cessione di ogni cosa che ci appartenga, e a quale prezzo? A quale prezzo: se non ci fosse questo interrogativo, chi non getterebbe via le proprie cose e se stesso insieme, se non comprendesse, non intuisse, che quel pochissimo che sopravviverà in purezza, necessita, per seguitare a elevarsi, di queste fondamenta? Noi, taluni di noi, avvertiamo da tempo fila di continuità che non hanno nulla a che fare con le comuni vicende storiche...
[RIGHT](Lettera alla principessa Maria von Thurn und Taxis Hohenlohe, 1915)[/RIGHT]
Chi, nel seno del lavoro poetico, iniziato ai miracoli inauditi delle nostre profondità o almeno usato da essi in qualche maniera come cieco e puro strumento, doveva giungere a svilupparsi nella meraviglia una delle più essenziali applicazioni del suo animo. [...] Del resto appartiene alle inclinazioni originarie della mia costituzione di accogliere il mistero come tale, non come qualcosa da svelare, ma come il mistero, che così segreto nel suo centro più intimo e dappertutto, come una zolla di zucchero è zucchero in ogni sua particella. E' possibile che accolto così si sciolga in certe circostanze nella nostra esistenza o nel nostro amore, mentre altrimenti di solito otteniamo solo uno sminuzzamento meccanico del più nascosto segreto, senza che veramente si trasformi in noi.
[RIGHT](Lettera a Nora Purtscher Wydenbruck, 1924)[/RIGHT]
Prima Elegia
Ma chi, se gridassi, mi udrebbe, dalle schiere
degli Angeli? e se anche un Angelo a un tratto
mi stringesse al suo cuore: la sua essenza più forte
mi farebbe morire. Perché il bello non è
che il tremendo al suo inizio, noi lo possiamo reggere
ancora,
lo ammiriamo anche tanto, perch'esso calmo, sdegna
distruggerci. Degli Angeli ciascuno è tremendo.
E così mi rattengo e il richiamo di oscuri singhiozzi
lo soffoco in gola. Ah, di chi mai
ci possiamo valere? Degli Angeli no, degli uomini no,
e i sagaci animali, lo notano che, di casa nel mondo
interpretato,
non diamo affidamento. Ci resta, forse,
un albero, là sul pendio,
da rivedere ogni giorno;
ci resta la strada di ieri,
e la fedeltà viziata d'un'abitudine
che si trovò bene con noi e rimase, non se ne andò.
Oh, e la notte, la notte, quando il vento pregno di
cosmico spazio
ci smangia la faccia , a chi non resterebbe la sospirata,
che soavemente delude, e che incombe pesante al cuore
solitario? Che sia forse più lieve agli amanti?
Ah, loro, se la nascondono soltanto, un con l'altro, la
loro sorte.
Non lo sai ancora? Getta dalle tue braccia il vuoto
agli spazi che respiriamo; forse gli uccelli
nell'aria più vasta voleranno più intimi voli.
Sì, certo, le primavere avevano bisogno di te. Qualche
stella
s'aspettava che tu la rintracciassi. Montava
un'onda dal passato, in qua, o
mentre tu passavi sotto una finestra aperta
si donava un violino. Tutto questo era compito.
Ma lo reggevi tu? Così sempre distratto d'attesa,
come se tutto t'annunciasse un'amata? (E dove la
vorresti rifugiare se i grandi, strani pensieri
in te vengono e vanno
e spesso si stanno, la notte?)
Ma se ti struggi così, canta le innamorate. Certo,
non è ancora abbastanza immortale il loro sentimento
famoso.
Canta di loro, delle abbandonate, tu quasi le invidi, che ti
parvero tanto più amabili delle placate. Riprendila
sempre l'irraggiungibile celebrazione;
pensa: l'eroe perdura, financo la morte per lui
fu soltanto pretesto per essere: la sua ultima nascita.
Ma l'eroine d'amore se le riprende in sé l'esausta Natura
come se non ci fossero forze due volte,
per compiere questo. Hai cantato abbastanza
di Gaspara Stampa, che una qualche fanciulla
cui sfugga l'amato, all'esempio esaltato
di questa innamorata, senta: posso essere anch'io
come lei?
Tanto antichi dolori, non dovrebbero, ormai,
diventar più fecondi per noi? non è tempo che amando,
ci liberiamo dall'essere amato, lo reggiamo fremendo:
come la freccia regge la corda, tutta raccolta nel balzo,
per superarsi? Ché non si può restare, in nessun dove.
Voci, voci. Ascolta, mio cuore come soltanto i Santi
ascoltarono un giorno: il grande richiamo
li alzava dal suolo; ma essi, impossibili,
restavano assorti in ginocchio:
così ascoltavano. Non che tu possa mai reggere
la voce di Dio. Ma lo spiro ascolta,
l'ininterrotto messaggio che da silenzio si crea.
Ecco fruscia qualcosa da quei giovani morti e viene a te.
Dove entrassi tu mai nelle chiese
di Roma o di Napoli, non ti parlava pacato il loro
Destino?
O ti si imponeva una scritta, sublime,
come ieri la lapide in Santa Maria Formosa.
Che vogliono da me? Ch'io debba rimuovere lieve
quella parvenza d'ingiusto che turba un po', talvolta,
il moto puro dei loro spiriti.
Certo è strano non abitare più sulla terra,
non più seguir costumi appena appresi,
alle rose e alle altre cose che hanno in sé una promessa
non dar significanza di futuro umano;
quel che eravamo in mani tanto, tanto ansiose
non esserlo più, e infine il proprio nome
abbandonarlo, come un balocco rotto.
Strano non desiderare quel che desideravi. Strano
quel che era collegato da rapporto
vederlo fluttuare, sciolto nello spazio. Ed è faticoso
esser morti;
quanto da riprendere per rintracciare a poco a poco
un po' d'eternità. Ma i vivi errano, tutti,
ché troppo netto distinguono.
Si dice che gli Angeli, spesso, non sanno
se vanno tra i vivi o tra i morti. L'eterna corrente
sempre trascina con sé per i due regni ogni età,
e in entrambi la voce più forte è la sua.
Infine, non han più bisogno di noi quelli che presto la
morte rapì,
ci si divezza da ciò che è terreno, soavemente,
come dal seno materno. Ma noi, che abbiamo bisogno
di sì grandi misteri, quante volte da lutto
sboccia un progresso beato : potremmo mai essere,
noi, senza i morti?
Sarebbe vano il mito, che un giorno nel compianto di
Lino
la prima musica, ardita, pervase arida rigidezza,
e che sol nello spazio sgomento, a cui un fanciullo quasi
divino
ad un tratto e per sempre mancava, il vuoto entrò in
quella
vibrazione che ora ci rapisce e ci consola e ci aiuta.
[RIGHT]RAINER MARIA RILKE[/RIGHT]