5) LA TERZA VIA: DUE SOLE SPECIE UMANE.
Se spingiamo la nostra curiosità indagatrice un po’ più indietro nel tempo, noteremo come sempre più ricercatori mettono in dubbio la stessa origine del genere Homo come discendente degli Australopithecus.
In realtà questa idea non è del tutto nuova: già Leakey aveva avanzato l’ipotesi che le Australopitecine avessero un antenato in comune con noi, anziché essere loro stesse nostre antenate. Wood (1992) scrive: “I progressi nelle tecniche di datazione assoluta e i nuovi accertamenti relativi al materiale fossile in sé medesimo, hanno fatto diventare insostenibile il modello di un’evoluzione umana lineare, nella quale Homo abilis succedette alle Australopitecine e poi si trasformò tramite H. erectus in H. sapiens”. (7)
Vediamo prima cosa postula la “teoria ortodossa”: la statura eretta con bipedia (locomozione su due arti) sarebbe comparsa dopo la scissione della linea umana da quella delle Grandi Scimmie antropomorfe africane, circa 7-5 milioni di anni fa. Da un antenato comune quadrupede, sarebbero cioè derivate sia le scimmie africane (specializzazione arboricola), sia l’uomo (specializzazione bipede).
Ma alcuni autorevoli ricercatori guardano con senso critico a questo scenario ormai classico e divenuto spesso dogmatico.
Uno studio molto interessante è quello condotto dal team della dott.ssa Yvette Deloison (del CNRS francese), la quale ha sintetizzato i risultati ottenuti su una pagina web (8).
Dai suoi studi interdisciplinari, la Deloison ha concluso che da un Primate bipede con membra non specializzate hanno iniziato a emergere, fra 15 e 8 milioni d’anni fa, i tre gruppi indipendenti delle Grandi Scimmie, delle Australopitecine e dell’Uomo. I tre gruppi hanno poi acquisito il loro particolare modo di locomozione: una specializzazione arboricola per le Grandi Scimmie (arboricole quadrupedi e bipedi occasionali) e le Australopitecine (semi-arboricole e semi-bipedi), e una specializzazione per la bipedia permanente di tipo umano nell’Uomo.
Ecco l’ipotesi della Deloison in grafico (1999):
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Da chi discende l’uomo di Flores?
Ora ricordiamo brevemente le due ipotesi principali (monocentrica e policentrica) delineate nel punto A, prima di proseguire e scoprire “la terza via” cui fa riferimento il titolo di questo paragrafo.
L’ipotesi monocentrica postula l’origine unica africana: l’evoluzione del genere umano è un processo iniziato in Africa e articolatosi in una serie di tappe rappresentate da altrettante specie.
L’ipotesi policentrica postula la “continuità regionale”: il genere Homo è costituito da un’unica specie politipica e i suoi primi rapprentanti sono semplicemente antiche varianti di Homo sapiens. “Negli ultimi due milioni di anni vi sarebbe stato un unico insieme di popolazioni distribuito in tutto il Vecchio Mondo, con ciascuna popolazione adattatasi alle differenti condizioni locali, rimanendo però collegata e in continuo scambio genico con tutte le altre.” (9)
Ma c’è una terza ipotesi, maggiormente coerente con i dati disponibili.
Secondo il nuovo modello:
-> il genere Homo è ben distinto dal complesso delle Australopitecine;
-> i fossili di Homo abilis e Homo rudolfensis sono in realtà riferibili al complesso australopitecino;
-> il vero genere Homo consiste in due sole specie: la nostra (Homo sapiens) e un’altra risalente a 2-2,5 milioni d’anni fa, e rapidamente distribuitasi in tutto il Vecchio Mondo;
-> “l’altra specie” include i fossili di Homo ergaster, H. erectus, H. antecessor, H. heidelbergensis e H. neanderthalensis; questa specie assume, per ragioni di priorità, la designazione di “Homo neanderthalensis”.
In quest’ottica, le due specie umane (H. sapiens, e H. neanderthalensis, che comprende ricordiamo anche l’erectus), sono ben distinte dalle Australopitecine; ciò che emerge dai ritrovamenti di Flores a mio parere può andare a sostegno di questo terzo modello.
Il floresiensis deriva probabilmente dall’erectus, o meglio (per usare i termini della terza ipotesi) da una popolazione regionale della specie politipica H. neanderthalensis che è stata in grado di superare lo stretto di mare profondo identificato dalla Linea di Wallace.
Molte sono le domande e i dubbi che scaturiscono nel confuso scenario della nostra storia.
Una fra queste è:
Se davvero “H. neanderthalensis” è un’unica specie politipica, perché i Neandertal europei, dopo essere stati spinti, come sembra, sempre più a occidente dall’arrivo dei sapiens, una volta giunti a Gibilterra non si sono spinti in Africa (cioè non hanno sfruttato quelle “doti marinaresche” che paiono evidenti nel caso indonesiano)?
Dalla costa spagnola c’è un braccio di mare molto stretto, non difficile da attraversare. Perché non hanno sentito il bisogno o la curiosità di attraversarlo per scoprire nuove terre potenzialmente ricche e favorevoli, restando invece rinchiusi in quell’angolo di Europa che andava loro sempre più stretto (e così facendo, estinguendosi)?
Se è vero che i loro “fratelli” asiatici di Giava sono riusciti a valicare lo stretto fra Bali e Flores, che è molto più difficile da attraversare, perché non lo hanno fatto anche loro?
In un contesto tanto complesso e confuso è difficile avanzare pretese di maggior verosimilità di un’ipotesi piuttosto che un’altra, ma forse la risposta risiede ancora una volta nel concetto di “specie politipica”: si tratta cioè di una specie con molte differenziazioni regionali, sia nella morfologia sia nel comportamento (ricordiamo inoltre che è una specie nata 2-2,5 milioni di anni fa e scomparsa poco meno di 30.000 anni fa).
Probabilmente gli antenati dei floresisensis avevano sviluppato abilità marinare a seguito di centinaia di millenni trascorsi in una regione ricchissima di coste; i loro “fratelli europei” invece, vissuti per decine di millenni sulla terraferma, all’interno del continente europeo, non hanno forse mai sentito la necessità di spingersi in mare. E quando circa 30.000 anni fa si presentò l’occasione di “inventare” la navigazione per salvarsi dall’avanzata dirompente dei sapiens, era ormai troppo tardi. I Neandertal europei non hanno avuto il tempo di sviluppare quelle abilità che i “fratelli di Giava” sembrano aver sviluppato.
> News del 16 gennaio 2006
Ma una notizia apparsa da poco sul web mette in discussione per l’ennesima volta lo scenario della paleoantropologia: in definitiva, l’unica cosa di cui siamo certi è che, qualunque ipotesi possiamo formulare, sarà solo una delle tante possibili e sempre in procinto di cambiare, anche radicalmente.
La nostra storia è una faccenda in cui l’atteggiamento più dannoso è “fossilizzarsi” su un’ipotesi.
Se dovesse essere comnfermata la notizia datata 16 gennaio 2006, secondo cui il Neandertal è giunto in Europa, oltre che dal Vicino Oriente come da teoria “classica”, anche attraverso lo stretto di Gibilterra, ci troveremmo di fronte a un panorama completamente nuovo.
La notizia (10) parla di resti trovati da ricercatori spagnoli a La Cabililla de Benzù, nel territorio di Ceuta, sul continente africano ma appartenente alla Spagna. Secondo uno degli scopritori, Josè Ramon, gli strumenti litici sono molto simili a quelli trovati nel sud della Spagna e datati al Paleolitico medio, quando emerse il ceppo neandertaliano.
Ramon parla chiaramente di una “rottura con il paradigma di molti ricercatori, che hanno rifiutato di credere a qualunque contatto in età paleolitica fra sud Europa e nord Africa”.
Anche se questi studiosi non sono ancora giunti a conclusioni definitive, dicono che è ormai evidente che il Neandertal aveva la capacità di attraversare il mare, dalle coste di Ceuta all’Europa. Ma è troppo presto per stabilire se lo fece a nuoto per mezzo di sostegni naturali (le “zattere naturali” di cui parlavo più sopra) oppure con mezzi costruiti ad hoc.
Bisogna ricordare che durante le epoche glaciali il canale di Gibilterra era molto più stretto di quanto non lo sia oggi (conseguenza dell’ultima deglaciazione che ha innalzato globalmente il livello dei mari: per maggiori dettagli rimando al mio scritto su “Atlantide, un mistero a molte facce”).
Forse esistevano anche degli isolotti nell’antico stretto, che avrebbero potuto aiutare l’attraversamento dei Neandertal, quindi la teoria sulle loro abilità marinare non è in fondo strettamente necessaria.
L’ipotesi dell’arrivo del Neandertal attraverso le due vie (Medio Oriente e Gibilterra) spiega un altro dato di fatto: la presenza di resti neandertaliani in Spagna di età antecedente a quelli francesi (nella teoria “classica” invece dovrebbe essere il contrario).
Piccola nota a margine: Gibilterra è anche il luogo del primo ritrovamento di resti neandertaliani, avvenuto nel 1848 (anche se la nuova specie non fu riconosciuta che nel 1856).
>> Le mie supposizioni e idee non pretendono certo di chiudere o chiarire uno scenario tanto complesso e nebuloso come quello della storia umana, ancor più dubbioso dopo le scoperte su Flores e le news che giungono continuamente da tutto il mondo, come quella che segue.
[segue con la seconda news e con "6) ESTINZIONE"]