Sei nipoti ed eredi di Federico Garcia Lorca si oppongono alla riapertura della fossa comune di Alfacar (Andalusia), in cui giacciono i resti del poeta granadino.
Qui, in una zona che i cristiani chiamano Fuente Grande e gli arabi Ainadamar (Fonte delle Lacrime), il poeta fu fucilato dai franchisti all’alba del 19 agosto 1936.
Gli eredi ritengono che la riesumazione non possa servire a nulla, visto che le circostanze dell’esecuzione sono già ben note. Al contrario, sostengono, si rischierebbe di provocare “una falsificazione della storia”. Una volta prelevati i corpi delle vittime, infatti, gli eredi temono che il luogo possa essere lottizzato e utilizzato per altri scopi, e questo sarebbe “un insulto alla memoria”, “una mancanza di rispetto per un luogo sacro”, in cui sono sepolte tra le 3.000 e le 4.000 persone. In settembre i familiari delle altre vittime, riuniti nell’Associazione per il recupero della memoria storica, avevano chiesto alle autorità la riesumazione dei corpi dei loro cari, per poter dare loro finalmente una degna sepoltura. Si erano già mobilitati diversi esperti, che avrebbero identificato l’identità delle vittime della furia franchista. Per gli eredi di Lorca, però, il poeta “è stato testimone e martire della repressione collettiva e, in qualche modo, il suo nome e la sua celebrità proteggono le migliaia di vittime unite nella morte”.
Ricordano inoltre le parole che Marguerite Yourcenar scrisse nel 1960, quando visitò Alcafar: “Non esiste una sepoltura più bella per un poeta”. E ricordano anche la poesia che Antonio Machado scrisse quando seppe della morte di Lorca, “Il crimine è avvenuto a Granada”.
Madil