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Full Version: Fumetti
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Sunday, January 03, 2010 12:13 AM
Viaggi, amici e fantasia
Il mondo a pois di Pimpa

di Andrea Bonzi

Manto a pois - rigorosamente rossi -, grandi orecchie e lingua a penzoloni. Si presenta così, mentre si stiracchia alzandosi dal letto, la Pimpa, dolce cagnolina dei fumetti ideata da Francesco Tullio Altan 35 anni fa. Un’icona della letteratura disegnata per l’infanzia, capace di appasasionare i bambini di oggi e di intenerire quelli che magari non lo sono più ma si ricordano ancora le prime avventure del personaggio, pubblicate (dal 1975) sul Corriere dei Piccoli.

MONDO INGENUO MA NON TROPPO
Storie semplici e più lunghe della “classica” striscia, quelle della Pimpa. Ma tutt’altro che banali. Attraverso gli occhioni della cagnolina che vive nella casetta di Armando, un signore buono, con bombetta e baffi, Altan ridisegna ilmondo a misura di bambino. Innanzitutto la Pimpa parla e - cosa ancora più incredibile - non solo le rispondono gli animali suoi amici, ma anche gli oggetti: le fette di pane che prepara per la colazione, l’aquilone che prova a far volare, il sole che la sveglia ogni mattina. Del resto, quale bambino non accetta l’idea che, in fondo, tutto - dai giocattoli alla natura - non abbia dei sentimenti. Proprio come i bambini, anche la Pimpa è curiosa del mondo in cui vive, e affronta il futuro con leggerezza e fantasia. Ogni viaggio - dal cortile di casa all’Africa, fino alla Luna -, si trasforma in una nuova scoperta: che nasce non solo dall’incontro con i tanti amici della protagonista - da Coniglietto (pelo a pois blu) al gatto giallo Colombino passando per la foca Lulù, Olivia Paperina (creata nel 2006 per la nipote dell’autore) e Bombo Ippopotamo -, ma anche dal confronto con se stessi. Già, perché anche mettersi davanti allo specchio, nell’universo naive concepito da Altan, ha degli esiti inaspettati: ecco così la Pimpa Gemella, un doppelgänger, ossia un “doppio” della cagnetta che la consiglia e scherza con lei. Colpisce, la leggerezza con cui Altan tratta questi temi maturi. La varietà di registri che l’autore (nato a Treviso il 30 settembre ‘42) è capace di usare, del resto, è davvero ampia. Se si pensa al sarcasmo di cui è capace l’operaio Cipputi, vessato dal potere politico e confindustriale, che finisce spesso con un ombrello infilato dove non batte il sole, o ancora le parodie - ironicamente spietate - di Cristoforo Colombo e San Francesco di Assisi (Franz).

IL SUCCESSO
Eppure, la Pimpa è forse il personaggio a cui Altan è più affezionato. Meno di un mese fa, Altan dichiarava all’Ansa: «Con lei ancora mi diverto. È un universo in cui apro una porticina e sono subito a mio agio. Ho spesso pensato al dopo-Pimpa, a fare qualcosa per i bambini più grandi, dai 7 anni in su, ma non ci sono riuscito». Il successo - di pubblico ma anche di critica, visto gli innumerevoli premi ricevuti dal papà della Pimpa - che ha arriso al «bau bau» a pois rossi, del resto, è davvero grande. Dal 1987, la Franco Panini Ragazzi pubblica un mensile monografico sulla Pimpa, che è stata protagonista anche di cartoni animati: due serie televisive con episodi brevi, di quattro minuti circa, realizzati da Osvaldo Cavandoli e Enzo D’Alò (il regista della Gabbianella e il gatto), poi anche i dvd, della durata di 25 minuti l’uno. Ma la Pimpa è multimediale: ecco dunque, oltre a svariati gadget e giochi per i più piccoli, tre spettacoli teatrali, realizzati dal Teatro dell’Archivolto. In uno di questi compariva anche Kamillo Kromo, timido camaleonte capace di cambiare colore alle cose. Un altro personaggio rimasto indelebile nelle menti dei ragazzini degli anni ‘70.
22 dicembre 2009

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Monday, January 31, 2011 10:45 AM
Baru, maestro del fumetto: racconto
"la fame di vita" degli adolescenti




di Silvia Santirosi
Il 38esimo Festival internazionale del fumetto di Angoulême non delude offrendo al pubblico che arriva da ogni parte d’Europa (e non solo) quattro giorni intensi: conferenze, concerti illustrati, esposizioni di grande qualità e la possibilità di incontrare gli autori amati, per farsi autografare il loro fumetto o magari incrociandoli per strada.

Perché è tutta la città a mobilitarsi per il Festival, a trasformarsi in un luogo di festa e condivisione. E a noi dà la possibilità di incontrare Baru, il maestro del fumetto francese, l’autore di successi come L’autoroute du soleil (Coconino Press) o Gli anni Sputnik (Kappa edizioni) che “rifiuta” la definizione di artista.

Non vuole sottomettersi alla logica che vede il fumetto confinato in una specie di serie B della cultura, un prodotto per adolescenti, eterni adolescenti e imbecilli. Le cose sono cominciate a cambiare a partire dagli anni Settanta, ci dice, e sebbene oggi il panorama sia molto diverso persiste questo pregiudizio. Una cosa che ci sorprende, visto che la situazione decisamente peggiore in Italia.

Baru si appassiona quando parla del fumetto che per lui è un’esperienza emotiva e sinestetica: per questo non si è mai preoccupato troppo del realismo dei suoi personaggi: è qualcosa che nasce dal suo bisogno di raccontare ciò di cui si è sempre nutrito, le sue esperienze di vita. Ci racconta che ama raccontare storie di adolescenti, di ragazzi, non perché abbia nostalgia di quel periodo dell’esistenza, piuttosto per il tratto caratteristico della giovinezza: «la fame di vita».

Una fame che spesso non viene soddisfatta e per questo genera mostri. Ad esempio, in Povere nullità (Coconino Press, 2010) la novel graphic che nasce dall’adattamento di un romanzo di Pierre Pélot, sembra quasi di ritrovare la stessa atmosfera di Fargo, il film dei fratelli Cohen: quella della discesa infernale nella banalità del male. «Esattamente di questo volevo parlare» commenta Baru.

«Occupandomi di una storia ambientata in una piccola realtà che vive un disastro industriale, dove non c’è più lavoro per nessuno, ho potuto sezionare l’impoverimento materiale che diventa morale, analizzandone fino in fondo la logica. Il male non è un’astrazione, ma qualcosa di reale legato al crollo di una struttura sociale, un comportamento umano che credo fortemente legato alla disperazione. I protagonisti cercano di fuggire al determinismo che li vuole confinati in una modalità precisa, sono vivi e vogliono vivere diversamente, e si trovano a scontrarsi con la violenza di tale sistema».

Un lavoro nero che non concede nulla alla speranza. Nessuno spiraglio. Una visione pessimistica che non appartiene però del tutto all’autore che ama definirsi un ottimista-pessimista. «Anche se credo alla bontà di fondo dell’essere umano» così spiega la sua posizione contraddittoria, «sono scoraggiato dall’osservazione delle condizioni nelle quali vive e, dunque, può esprimere la sua natura».

Il suo eloquio si appassiona. «Sono convinto, per commentare la situazione politica contemporanea, che quello di Sarkozy sia solo un momento. Passeggero. E lo stesso mi auguro per l’Italia di Berlusconi. Viviamo in una società ancora accettabile, ma anche fortemente a rischio».

E continua parlando della sua concezione antropologica. «Qualunque persona è capace del peggio, eppure l’uomo ha la possibilità di combattere questa tendenza. E può farlo con l’immaginazione che non è qualcosa di innato. Si sviluppa e cresce nel confronto con gli altri e rende l’uomo migliore. Il problema è quando non ci sono stimoli, quando barriere e chiusure impediscono questo».

Un pensiero che diremmo socratico. Un’annotazione condivisa da Baru che spinge il resto della conversazione sullo stesso binario. Ecco allora che Aristotele diventa il pretesto per discutere del legame tra la cultura e cibo. Anzi, per Baru, non si può parlare di cultura della classe operaia, e di cultura in generale, senza parlare di cibo, «il valore del quale» si dice convinto, «dipende molto dal modo in cui viene guadagnato. Facciamo l’esempio degli immigrati italiani e al loro rapporto con la polenta e la pasta.

La prima era un cibo più legato all’idea di povertà che, con il miglioramento delle condizioni economiche, è stato raffinato e via via sostituito dal consumo dell’altro alimento. Per questo il rapporto con il cibo, come viene scelto, preparato e presentato, ha un valore soprattutto culturale. è la traccia tangibile della sua evoluzione». Inciampiamo a ogni passo nelle origini italiane di Baru, il padre era marchigiano, e le stesse sono ben vive nella sua produzione passata e futura.

«Gli italiani» ci racconta, «sono un esempio di integrazione riuscita. Sebbene rital fosse in passato una parola dispregiativa per dire italiano (un po’ come crucco per parlare di un tedesco, ndA), oggi ha assunto una sfumatura di legittimazione. Io sono un rital» dice Baru ridendo. Perché questo? «Per il semplice fatto che gli immigrati che sono venuti dopo ne hanno preso il posto. Gli immigrati italiani si sono integrati perché hanno avuto la possibilità di lavorare.

Al contrario degli arabi, ad esempio, condannanti oggi all’emarginazione. In altre parole non c’è ragione sociale di inclusione». Non ci stupisce, quindi, che tra i progetti futuri ci sia anche quello di raccontare proprio la storia di una famiglia italiana fuggita durante il periodo fascista, della sua integrazione riuscita e del prezzo pagato per ottenerla. E Baru non ha dubbi sul titolo: Bella ciao. Non ci resta che sperare che il suo editore sia d’accordo.
30 gennaio 2011

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Monday, January 31, 2011 10:46 AM
Emozioni in immagini,
il talento di Mazzucchelli




Il primo premio de “Les BDs qui font la différence”, il concorso tutto dedicato ai fumetti contro l’emarginazione - che hanno come protagonisti personaggi in situazioni di handicap o propongono nuove strategie d’inclusione - è stato vinto dall’album Lydie (Dargaud 2010). Scritto da Zidrou e disegnato da Jordi Lafebre, è un delicato e commovente inno alla vita e alla capacità dell’essere umano di superare i drammi dell’esistenza (una figlia nata morta) grazie al potere dell’immaginazione.

Grande eco ha suscitato la pubblicazione di Asteryos Polyp (Casterman 2010), la novel graphic di David Mazzucchelli che segna il passaggio del maestro americano a un genere più personale. L’incendio della sua casa è come uno spartiacque nella vita del protagonista, un architetto molto stimato ma che non ha mai costruito nulla. Un libro sulla dualità che stupisce soprattutto per il virtuosismo grafico dell’autore, capace di tradurre con precisione in immagini la sarabanda di emozioni che via via si manifestano nei diversi personaggi.
30 gennaio 2011

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