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Thursday, July 28, 2011 11:42 PM
di Gianluca Arcopinto

27 luglio 2011
Se il lusso è un diritto

Ci vuole un coraggio che oggi non ho a parlare di cinema, quando nel pieno della preparazione di un film, cercando la location giusta in una città italiana importante, una di quelle per intenderci in cui hanno giocato le partite dell’ultimo mondiale di calcio che si è svolto nel nostro paese, (mi viene in mente perché nei sopralluoghi andiamo anche negli spogliatoi dello stadio e ancora ci sono le indicazioni in doppia lingua predisposte in tutti gli stadi italiani quando si fecero i mondiali) entri in un appartamento di un quartiere appena oltre il centro e trovi in due camere una cameretta e servizi ammassate undici persone che vivono insieme, con due bambine che girano per casa nude e sporche di cacca, con il ragazzo che dorme diciotto ore al giorno e per le restanti ore non fa nulla, con parentele tra gli abitanti difficilmente intellegibili al primo sguardo, con una povertà che si legge anche attraverso le tapparelle rotte da chissà quanti mesi, anche al buio di un bagno che ha la lampadina rotta da settembre dello scorso anno, il tutto nel palazzo che è proprio sulla curva della strada che porta verso il centro della città, su quella curva in cui la notte di lampioni rotti e fuori uso è illuminata dal manifesto a 24 fogli che fa recitare a un noto attore francese, fama da bello e maledetto, il lusso è un diritto

Fat


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Thursday, July 28, 2011 11:49 PM
Il cervellone di attore bello e dannato





è Vincent Cassel
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Friday, July 29, 2011 12:00 AM
27 giugno , 2011
Il lusso è un diritto?



Cassel

Non mi piace la pubblicità della nuova Lancia con la foto di Vincent Cassel che dice IL LUSSO E’ UN DIRITTO. Purtroppo, e lo dico da ex copywriter, la pubblicità non ha un’etica e vive in un mondo fatto di slide, di brief, di teorie di marketing. L’insight del prodotto, per fare il verso a quello che i creativi si sono trovati per scrivere quest’idiozia, è: IL LUSSO SONO IO.
Di qui, lunghi ragionamenti, brief e debrief, come si dice in gergo, riunioni su riunioni, con il super account che spiega e i creativi che prendono appunti e si lanciano sguardi e gomitate. Poi si ritrovano da soli, e dopo un po’ che non hanno idee – o dopo che gliele hanno tirate tutte dietro – iniziano a pensare al testimonial. Ed eccolo, il testimonial perfetto per questo slogan che è riuscito perché non passa sicuramente inosservato: Vincenzo Cassel. Pensate già a quanto sarebbe meno glamour se tutti lo chiamassimo davvero Vincenzo!!! La Bellucci magari lo avrebbe lasciato. Invece a noi italiani Vincent fa subito serata di gala. Ma sono sicuro che, a parte l’occasione cui magari dovrà partecipare per contratto, col cavolo che Vincenzo scarrozzerà Monica sulla Lancia Y!!! Loro come minimo hanno una Mini con i sedili d’argento. O Porsche. O BMW alta due metri.
Però chissenegfrega.
Le donne per cui è pensata questa macchina amano Vincent e amerebbero il lusso, e quindi eccole servite.
Per me il lusso, oggi, è poter scrivere questo post guardando il mare. Sono a Polignano in una casa a picco sugli scogli e non mi sembra ancora possibile di poter lavorare così. Ma il vero lusso che una volta mi vorrei concedere è una cena al Combal Zero, al Castello di Rivoli di Torino. Sedermi al tavolo e dire: “Faccia lei, e mi raccomando: champagne”. Come direbbe Vincenzo!

E ditemi: cos’è il lusso per voi? Quali vi concedete o vi vorreste concedere una volta?

di Luca Bianchini

Vanity Fair


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Friday, July 29, 2011 12:09 AM
Caro Pao, ho provato
la nuova Lancia Ypsilon


a cura di Francesco

L’accoglienza in Concessionaria

Visto che giovedì scorso, quando mi ero affacciato a vedere la nuova Ypsilon alla concessionaria Lancia Rosati di viale Mazzini a Roma, mi avevano detto che non era necessario prenotarmi per un test drive, ma che, anzi, avrei trovato la vettura disponibile in qualsiasi momento: domenica pomeriggio ci sono andato per provarla.

Rosati è una concessionaria storica, a Roma, del marchio torinese: situata in una bella sede in uno degli angoli più tranquilli e verdi del quartiere Della Vittoria, al piano terra di una elegantissima palazzina.

In effetti, l’immagine della sede è un poco datata, l’atmosfera un po’ buia e decadente: d’altra parte è un punto vendita dove ci si reca appositamente, collocato fuori da itinerari commerciali, in una zona esclusivamente residenziale o di uffici, davanti alla celebre sede della Rai con il cavallo morente di Francesco Messina; le autovetture presenti, comunque, sono ben esposte e visibili.

Non si respirava quella atmosfera di festa ben organizzata, come per esempio in Audi in occasione del lancio della A1: d’altra parte, la stessa situazione poco enfatizzata l’avevo notata alla succursale Fiat di viale Manzoni quando fu presentata la Alfa Romeo Giulietta.

In ogni modo, il giovane venditore che mi ha accolto si è mostrato subito affabile, gentile, premuroso ma con fare simpatico e informale, meno impostato di altri suoi colleghi. Ed è stato molto disponibile, paziente, nel rispondere a qualsiasi delle molte domande che gli ho posto, dettagliato nelle risposte, ben informato e preparato. Sicuro, ma non arrogante.

Un appunto, però, va doverosamente fatto: mi ha fatto provare l’autovettura senza neppure sincerarsi che avessi la patente, almeno fisicamente appresso; né mi ha fatto firmare documenti che liberavano la concessionaria da responsabilità in caso di incidenti, né ha avuto la premura di fotocopiarsi un mio qualsiasi documento, come ho sempre visto fare in simili occasioni: eccesso di scioltezza nel porsi davanti al cliente o leggerezza?

La vettura in prova

Si tratta della motorizzazione benzina 1.2 da 69 cavalli nell’allestimento Platinum, il più lussuoso, in colore metallizzato chiamato Purple… (con il venditore, che non ricordava il nome completo della tinta, abbiamo concordato di definirlo prugna: una tinta scura che alla luce assume sfumature più luminose, molto elegante sebbene piuttosto austera), dotata di molti accessori per un costo che sfiora i 20.000 euro.



Si presenta, esteriormente, molto elegante; anche grazie a tanti particolari cromati e, soprattutto, a una riuscita linea nella coda e soprattutto nella vista di 3/4 posteriore.



Decisamente meno riuscito il frontale, troppo alto, un poco massiccio, piuttosto goffo.



Così come poco armoniosa risulta una visione generale della vettura: troppo stretta e alta, tanto da renderla piuttosto squilibrata nelle proporzioni. Tra l’altro, per favorire una buona abitabilità interna (che effettivamente si apprezza, se non pienamente, abbastanza) la vettura è molto stretta nei fianchi, rinuncia a bombature laterali, giochi di linee sovrapposte e a parafanghi pronunciati: una tendenza purtroppo molto in voga che penalizza l’estetica per favorire l’abitabilità.

Diciamo, allora, che esteticamente questa nuova Ypsilon favorisce gli aspetti pratici in luogo di armoniose proporzioni estetiche, pur non rinunciando a una buona dose di eleganza.

Sicuramente, comunque, abbandona del tutto (processo già avvenuto con la Ypsilon del 2003) quel carattere giovanile e sportivo che caratterizzò e rese famose le sue antenate A112 del 1969, la Y10 del 1985 e la Y del 1995 con le quali, davvero, non v’è più neppur lontana parentela.

Gli interni

L’abitacolo e, soprattutto, soluzioni estetiche, materiali e finiture rappresentano la maggior delusione. Considerando che si tratta dell’allestimento più lussuoso e il prezzo non proprio economico: mi aspettavo di più. Decisamente di più. L’insieme, sia per i colori che per lo stile, appare troppo serio, austero, finanche funereo.



I sedili sono molto comodi, ma poco piacevoli alla vista e al tatto. La pelle, morbida ma non piacevole al tatto tanto ma sembrare gomma, ricopre solo la fascia centrale del sedile, mentre i lati, non particolarmente sagomati, sono in un tessuto piuttosto povero, troppo liscio, privo di una trama che possa risultare piacevole alla vista e al tatto.

Scarna la plancia nel disegno: troppo scavata probabilmente per sottrarre meno spazio possibile, di materiale abbastanza morbido al tatto ma non accattivante alla vista; mentre la consolle centrale che scende fino alla leva del cambio, rivestita in plastica laccata nera lucida, crea un contrasto eccessivo e non in sintonia con il resto; così come decisamente fuori luogo, oltre che brutto, è lo scatolone squadrato posto in alto, al centro della plancia, del quadro strumenti, tale da dare l’idea di qualcosa buttato lì a caso, senza logica stilistica, incapace di raccordarsi armoniosamente al resto e, oltretutto, neppure di immediata e intuitiva facilità di consultazione; tutti i vari pulsanti sono troppo piccoli e non facili da individuare immediatamente.

Deludenti volante e leva del cambio. Il primo, che nella mia vettura era in pelle, risulta troppo sottile e duro al tatto: per nulla piacevole da impugnare, poco gratificante alla vista, come un oggetto scarno ed economico; persino lo stemma Lancia sembra realizzato in economia. La leva del cambio, molto sottile, offre le stesse sensazioni.

Se faccio il paragone con la Lancia Y allestimento base (LE) che acquistai a fine 1995 (una delle prime uscite), questa nuova Ypsilon in allestimento di lusso esce con le ossa rotte: la prima offriva subito idea di lusso e di cura nei materiali e nei dettagli, allegra nei colori, piacevole da toccare. Qui, oggi: è tutto l’opposto.

La guida

La prova è durata una quindicina di minuti, sufficienti per prendere confidenza con questa vettura che non riserva particolari sorprese.

Quel che gratifica, subito, è la maneggevolezza della nuova Ypsilon. Reattiva nella risposta anche se dotata di motore parco e poco potente, silenziosissima, molto comoda, piacevole da guidare anche se priva di spunti entusiasmanti.

Funziona molto bene il dispositivo Start&Stop: il motore si spegne subito lasciando la vettura in folle e basta quasi sfiorare il pedale della frizione perché si rimetta immediatamente in moto.

Buono il funzionamento del climatizzatore: l’abitacolo impiega poco tempo a rinfrescarsi.

Punto dolente la visibilità posteriore. Davvero critica in fase di manovra, soprattutto per gli ampi angoli bui nella 3/4 posteriore.

In sintesi

La vettura da me provata, nell’allestimento Platinum, era dotata di tanti dispositivi elettronici e multimediali: tanta memoria per caricare musica, software per elaborare percorsi, studiare il proprio stile di guida, capire quanto si consuma, comandi al volante per quasi ogni funzione, un particolare sistema che facilita il rifornimento fai da te di carburante così tutti ci riusciranno…

… Forse il lusso democratico di questa nuova Ypsilon esaltato da Vincent Cassel negli spot di lancio sta proprio qui: tanti giochi elettronici, molti probabilmente inutili, in sintonia con il nuovo mondo 2.0 a scapito di design, materiali, finiture, cura dei dettagli.

Praticità anche superflua anziché bellezza. Forse è quello che chiede il mercato, non so: io avrei preferito il contrario, soprattutto ricordando quel che erano Y10 e Y.

La Fiat 500, dalla quale la nuova Ypsilon deriva, appare nettamente più esclusiva di questa nuova Lancia: una sorta di inversione di tendenza pensando al rapporto tra le loro antenate Fiat Nuova 500 e Autobianchi Bianchina degli Anni Cinquanta

Qui


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Friday, July 29, 2011 12:12 AM
Re:
g, 29/07/2011 00.09:

Caro Pao, ho provato
la nuova Lancia Ypsilon


a cura di Francesco





Insomma:1 co$to$o cesso ben infiokkettato


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Saturday, July 30, 2011 3:45 PM
di Diego Marani

25 luglio 2011
Fregene, dove il pubblico
non è un bene comune

Ogni capitale ha la sua spiaggia elegante, anche quelle lontano dal mare. Sono un po’ il loro specchio, tentativi di Arcadia che racchiudono un anelito alla città ideale, cortili di casa che rivelano quel che la facciata nasconde. Così ad esempio Parigi ha Le Touquet Paris-Plage. E Roma ha Fregene.

Le Touquet si trova sulla Manica, nell’estuario della Canche, che sulla riva destra è un parco naturale. E’ collegata a Parigi con l’autostrada, l’aeroporto e l’alta velocità. Ha circa seimila abitanti, ma ne ospita molti di più nei suoi numerosi alberghi. Le case in stile anglo-normanno sono tutte bianche con i tetti grigi di ardesia. Le strade sono bordate di alberi e l’abitato è immerso in grandi spazi verdi solcati da sentieri di ghiaia e dalle piste ciclabili che tessono una fitta rete di passeggiate e percorsi turistici. Le insegne dei negozi sono rigorosamente bianche e verdi. Neppure le grandi marche, le banche e i benzinai sfuggono all’obbligo di sobrietà silvestre che pone limiti anche all’illuminazione. La pavimentazione stradale è accurata, i marciapiedi protetti da birilli di ghisa, i lampioni ornati di fiori. Il lungomare è una zona pedonale dove alle terrazze dei caffé si alternano giostrine colorate, chioschi di gelatai, file di panchine e prati. Qui la gente passeggia e i bambini giocano. Verso sera qualche fanfara suona sotto un gazebo e i cavallerizzi si ritrovano dopo una corsa lungo la Canche. La spiaggia è larga e l’accesso è libero. Questa non è una riva da tintarella, ma quando il cielo è sereno si può noleggiare una sdraio e prendere il sole al riparo dei teli frangivento. Oppure stendersi liberamente su una sedia pieghevole pubblica. Gli stabilimenti sono effimeri padiglioni di legno bianco sul giallo ocra della sabbia che a fine estate si smontano.

Anche Fregene ha quasi seimila abitanti. E’ collegata a Roma da un autobus, dal treno regionale che ferma a Maccarese e da una provinciale che fino a qualche anno fa scavalcava la ferrovia su un ponte di ferro costruito dagli Alleati nel 1943. Fregene non ha marciapiedi e dove ce n’è non servono per camminarci sopra. Sono sbarramenti a difesa delle ville, alti mezzo metro di calcestruzzo per impedire i parcheggi. Ma tutti hanno il Sus a Fregene e quindi si parcheggia anche sui muri. Carrozzelle, biciclette e passeggini sono costretti a stare in mezzo alla strada, fra le buche e i dossi. Non c’è verde pubblico a Fregene, tranne un pezzo di pineta risanato qualche anno fa. Il resto è inaccessibile perché i pini sono pericolanti. Pare che i fumi di kerosene che scaricano gli aerei di Fiumicino non gli facciano bene. Se non altro, dalla pineta di Fregene si può controllare non soltanto se il volo che aspettate è in orario ma anche chi c’è a bordo, tanto volano bassi gli aerei.

Fregene non ha panchine, non ha neanche una piazza, se non quello slargo denominato piazzetta che serve soprattutto per tenerci i cassonetti. Quelli vuoti, quelli pieni, quelli senza ruote, quelli del Comune, quelli privati, quelli che non sono più di nessuno, quelli che ci hanno trascinato dalle strade accanto per non averli davanti a casa. Non esiste zona pedonale a Fregene, tranne le strade dove le radici dei pini hanno a tal punto divelto l’asfalto che le macchine non riescono a passare. Non c’è lungomare a Fregene, ma lungo il mare c’è di tutto: strade che si perdono dentro cantieri, rottami abbandonati, telai di biciclette senza ruote legate ai pali, recinzioni abbattute e sepolte dalle erbacce e poi tante macchine, abbandonate più che parcheggiate, ammassate contro le reti degli stabilimenti, nelle sodaglie, sui mucchi di calcinacci di qualche demolizione. Sembrano i resti di uno sbarco in Normandia le macchine lungo il mare di Fregene. Peccato, perché la pista ciclabile c’era: cento metri tutti interi, sul lato sinistro della litoranea, delimitata da due righe azzurre. Ma adesso è sparita, coperta dalla sabbia e dagli scavi di una fogna.

L’edificio pubblico più bello di Fregene è la caserma dei carabinieri, anche perché altro di pubblico non c’è. Alberghi ce n’è uno o due, il resto sono ville con recinzioni alte quattro metri, cocci di bottiglia, cani da guardia e allarmi. A Fregene i distributori di benzina sono più belli dei bar e per fortuna che ce n’è tanti, tutti in centro, con le loro belle insegne colorate. Così la notte ci si vede bene. A Fregene l’accesso al mare non è libero, bisogna passare dal varco degli stabilimenti e pagare una consumazione o l’ombrellone. In spiaggia c’è molta musica, più che a Le Touquet. C’è quella della fitness e quella dell’happy hour, quella dell’acquagym e quella della televisione. Ci sono anche molti bambini che urlano e adulti che giocano a racchettoni con una foga da finale di Wimbledon. La sera ci si ritrova a mangiare al ristorante. Alla fine della cena si ricevono due conti: uno sulla ricevuta fiscale e un altro, di importo inferiore, su un foglietto di carta ripiegato. Si può pagare quello che si preferisce. Sarebbe bello fare una passeggiata sulla spiaggia al chiaro di luna a guardare le stelle. Ma i fari degli stabilimenti illuminano a giorno il bagnasciuga e in cielo non si vede niente. Meglio chiudersi nell’aria condizionata e mollare i doberman in giardino.

In fin dei conti, la vera differenza fra Le Touquet e Fregene, fra Parigi e Roma, è l’opposta percezione del dentro e del fuori, del pubblico e del privato. A Fregene tutto è bunker, i buoni sono dentro e i cattivi fuori. Fuori dallo stabilimento chic, fuori dal ristorante con l’aria condizionata, fuori dalla villa-fortezza, fuori dal Suv che qui diventa come un blindato nelle strade di Kabul. Non si passeggia, non c’è struscio a Fregene. Si esce in convogli, per andare al mare o a cena, viaggiando in fretta perché non c’è niente da vedere. A Fregene tutto quello che non è privato, che è fuori dal cerchio della prepotenza individuale, è brutto. Il pubblico qui non è un bene comune ma terra di nessuno, buona solo per il saccheggio e la discarica

Fat


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Saturday, August 13, 2011 11:37 PM
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Sunday, September 04, 2011 6:10 PM
di Pierfranco Pellizzetti

15 agosto 2011
Il lusso è un diritto?

L’avete notati i recenti maxi manifesti con cui si reclamizza l’ultima versione di compatta d’alta gamma della FIAT? Dove campeggia l’immagine dell’attore francese Vincent Cassel (in Monica Bellucci), con la barba di due giorni che fa machò e un’espressione sull’ebete andante. Ben poco glamour, insignificante. Invece, quanto davvero cattura l’attenzione è lo slogan sottostante, perentorio e provocante quanto uno schiaffo (alla miseria): “Il lusso è un diritto”. Tanto per capirci: “lusso” come superfluo sbattuto in faccia a chi non ha il necessario?

Di questi tempi? Quando chi non ha santi in paradiso si arrabatta quotidianamente per far quadrare i conti? Mentre il nostro governo scarica sulle spalle dei più deboli i costi della crisi per diecine di milioni?

Probabilmente la scelta del testimonial d’oltralpe è un inconscio richiamo alla sventurata Maria Antonietta quando, al cospetto dei primi tumulti dei parigini poveri per la penuria di pane, se ne uscì con quell’immortale/demenziale «e che mangino brioches».

Qui i casi sono due: o i creativi della casa automobilistica ex torinese si sono bevuti il cervello, oppure sanno perfettamente qual è il bersaglio del loro messaggio (“il target”, si dice in gergo) e – dunque – se ne infischiano di tutto il resto (indubbiamente con l’avallo dei responsabili della comunicazione aziendale).

Propendendo per la seconda ipotesi (intendono benissimo il significato di ciò che fanno), si può prendere questo piccolo e – al tempo stesso – macroscopico esempio di ipersorda indifferenza alla congiuntura sociale, ai problemi materiali dei propri concittadini (o, anche in questo caso, ex?), come sintomo di un cortocircuito avvenuto da tempo negli immaginari collettivi.

Dicendola alla Renzo Arbore, “edonismo reaganiano” fuori tempo massimo: ispirato alla filosofia dell’americanista Sergio Marchionne?

Perché, in questi anni, si è rotto qualcosa di troppo importante: la convinzione di essere tutti sulla stessa barca. Quindi, chi poteva permetterselo si è affrettato a montare a bordo di scialuppe di salvataggio (ultra accessoriate); in ordine sparso ma sempre individualmente. Il “chi è dentro” e il “chi è fuori” come discriminante esclusivo con cui misurare le disuguaglianze.

Non è certo una novità: il fenomeno è stato spiegato da tempo e in maniera approfondita da sociologi, economisti e saggisti vari; in perfetta coincidenza con i macroscopici spostamenti di ricchezza dall’area centrale della piramide sociale verso i suoi vertici. Un gravissimo problema politico di tenuta della stessa società, dell’ordine democratico. Omai lo sappiamo bene.

Semmai stupisce l’irresponsabile petulanza dei privilegiati nell’ostentare la loro condizione lussuosa, particolarmente offensiva per chi ne è escluso. Una sorta di incoscienza alla Maria Antonietta che non promette niente di buono; non solo per tutti noi, anche (soprattutto) per gli incoscienti.

Di avvisaglie già ne abbiamo fin che vogliamo: anni fa i “casseur” delle banlieux parigine, oggi “i guerriglieri del blackberry” nei quartieri più miserabili della Londra dell’alta finanza e dei dolcevitari. Ma anche nelle Puglie, dove i locali “sans papier”, instradati dai caporali alla raccolta nei campi per una paga da fame o internati nei cosiddetti campi di accoglienza (sic), cominciano a scendere infuriati per le strade e scatenare incendi.

Già ci dissero (e ancora una volta ci diranno) che si tratterebbe di “conflitti etnici”, quando – in realtà – la causa scatenante stava e sta nel fatto che l’ascensore sociale si è ormai bloccato al pianterreno; che la speranza in un futuro migliore è svanita, evaporata, lasciando negli esclusi solo un senso profondo di rabbia e disperazione.

Ma intanto gli sciocchini continuano a non accorgersene. Anzi, pensano di poter esprimere la propria soddisfazioni per la presunta salvezza raggiunta, nel generale crollo dell’Ancien Régime, ostentando simboli pacchiani di status. Rombando sui propri SUV, esibendo griffes cafone, riunendosi nei luoghi di raccolta dell’agiatezza sfrontata. Propugnando l’ideologia del lusso come discriminante sociale. Arrivando perfino a sbattercela sul muso dalle affissioni sui muri delle nostre città di questi tempi; sempre più scisse in mondi incomunicanti: gli scintillanti quartieri vetrina del centro e le periferie del disagio e della bruttezza.

Agli albori della Rivoluzione Francese qualcuno chiese a Denis Diderot «dove andremo a finire». Lui (seppure fosse nientemeno che Diderot) rispose «lo ignoriamo». Però quello che venne dopo fu anche chiamato “Terrore”. Con una non piccola responsabilità dei consumatori di brioches e di altri lussi vistosi. Allora nella reggia di Versailles, oggi pure sui manifesti pubblicitari.

Pierfranco Pellizzetti

Fat


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Sunday, September 04, 2011 6:16 PM
Re:
g, 04/09/2011 18.10:

di Pierfranco Pellizzetti

15 agosto 2011
Il lusso è un diritto?

L’avete notati i recenti maxi manifesti con cui si reclamizza l’ultima versione di compatta d’alta gamma della FIAT? Dove campeggia l’immagine dell’attore francese Vincent Cassel (in Monica Bellucci), con la barba di due giorni che fa machò e un’espressione sull’ebete andante. Ben poco glamour, insignificante. Invece, quanto davvero cattura l’attenzione è lo slogan sottostante, perentorio e provocante quanto uno schiaffo (alla miseria): “Il lusso è un diritto”. Tanto per capirci: “lusso” come superfluo sbattuto in faccia a chi non ha il necessario?



Nn solo alla miseria,ma alla stessa dignità,1 pretendere di dividere l'Umanità in ki può e ki nn può,ma con PESSIMI prodotti di prezzo nn eccessivo rispetto la media(bello sarebbe calcolare i co$ti reali riferiti al prezzo di vendita)



sperminator
Sunday, September 04, 2011 6:36 PM


e comunque certo cassel non puo' essere definito bello
g
Sunday, September 04, 2011 6:42 PM
Re:
sperminator, 04/09/2011 18.36:



e comunque certo cassel non puo' essere definito bello

Sarò banale,ma continuo a preferire le femminucce


(perplessa)
Sunday, September 04, 2011 7:16 PM
Re: Re:
g, 04/09/2011 18.16:

g, 04/09/2011 18.10:

di Pierfranco Pellizzetti

15 agosto 2011
Il lusso è un diritto?

L’avete notati i recenti maxi manifesti con cui si reclamizza l’ultima versione di compatta d’alta gamma della FIAT? Dove campeggia l’immagine dell’attore francese Vincent Cassel (in Monica Bellucci), con la barba di due giorni che fa machò e un’espressione sull’ebete andante. Ben poco glamour, insignificante. Invece, quanto davvero cattura l’attenzione è lo slogan sottostante, perentorio e provocante quanto uno schiaffo (alla miseria): “Il lusso è un diritto”. Tanto per capirci: “lusso” come superfluo sbattuto in faccia a chi non ha il necessario?



Nn solo alla miseria,ma alla stessa dignità,1 pretendere di dividere l'Umanità in ki può e ki nn può,ma con PESSIMI prodotti di prezzo nn eccessivo rispetto la media(bello sarebbe calcolare i co$ti reali riferiti al prezzo di vendita)






Anche noi siamo rimasti sbigottiti ... della serie ... m che cazz sta dicendo Vincent...
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