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Wednesday, July 11, 2007 10:35 AM
Da New York a Roma: "Usate quella del rubinetto, meno plastica in giro"
Nel mondo consumi alle stelle, in testa Stati Uniti e Italia
Metropoli contro l'acqua minerale
"Non bevetela, la bottiglia inquina"

Produzione e trasporto danneggiano l'ambiente
Le aziende: useremo materiali biodegradabili
di LUIGI BIGNAMI





ROMA - E' una vera e propria dichiarazione di guerra all'acqua in bottiglia. Numerose città del pianeta stanno chiedendo ai propri cittadini di abbandonare l'uso dell'acqua minerale a favore di quella che scende dai rubinetti.

In questi giorni è New York ad essere scesa in campo, dando il via ad una campagna per ridurre se non per eliminare l'uso delle bottigliette di plastica. Obiettivo: aiutare l'ambiente. Anche il sindaco di Salt Lake City, sempre negli Stati Uniti, sta facendo una campagna simile, e in California numerosi ristoranti servono ormai unicamente acqua del rubinetto. Ma anche in Europa si hanno esempi simili, primo tra tutti Roma dove, dopo 250.000 prelievi dai propri acquedotti, il Comune ha deciso di rendere pubblica la carta d'identità della propria acqua che risulta essere buona, fresca e molto meno dispendiosa (da 100 a 1.000 volte meno) rispetto all'acqua in bottiglia.

Eppure americani e italiani in testa, seguiti a ruota dal resto dei Paesi industrializzati, bevono sempre di più acqua in bottiglia. Quanto contribuiscono al deterioramento dell'ambiente? Spiega Todd Jarvis della Water Resources Graduate Program alla Oregon State University (Usa): "Ogni anno, nel mondo, si consumano 81 milioni di litri di petrolio e 600 miliardi di litri di acqua (necessari per la lavorazione della plastica) per produrre 154 miliardi di acqua minerale in bottiglia. E questo alimenta un favoloso business che oggi ha raggiunto i 100 miliardi di dollari all'anno e che continua a crescere, visto che dal 1978 ad oggi è aumentato del 2.000%. Questo spiega l'iniziativa di New York. In quella città, infatti, vi è un controllo dell'acqua da rubinetto che è tra le migliori al mondo, ma al contempo si ha il consumo a persona dell'acqua in bottiglia più elevato del pianeta".

Ma perché si è arrivati ad un uso così elevato dell'acqua in bottiglia? Ancora Jarvis: "Perché è stato alimentato da veri e propri miti. Molto spesso si pensa che le acque delle sorgenti siano sempre purissime rispetto ad ogni altra riserva d'acqua. Ma non è assolutamente vero. Le acque vicino alla superficie, infatti, possono raccogliere inquinanti che difficilmente si trovano nelle acque pescate dai pozzi municipali a centinaia di metri di profondità". E anche sul gusto c'è molto da dire. Lo dimostra un test realizzato da Legambiente in 6 città italiane. Pescando l'acqua da caraffe anonime e affidandosi al palato nemmeno 2 italiani su 10 sono riusciti a individuare qual era l'acqua imbottigliata e quale quella uscita dalle tubature domestiche. E che dai rubinetti, almeno dei Paesi industrializzati, esca acqua realmente potabile è accertato dalle severe leggi che riguardano i controlli e il contenuto delle sostanze permesse, che per molte di esse sono più restrittive rispetto a quelle delle acqua in bottiglia. "E' comunque giusto sottolineare - spiega Jarvis - che tutte le ricerche sull'argomento non portano a sostenere che le acque in bottiglia sono meno buone di quelle del rubinetto, ma che per produrre una bottiglia di acqua si produce anche inquinamento. E il gioco non vale la candela, visto che sappiamo che l'acqua domestica è, in moltissimi casi, comunque valida al confronto".

Per produrre 1 chilo di Pet (polietilen-tereftalato), la plastica usata per le bottiglie, sono necessari poco meno di 2 chili di petrolio e 17 litri di acqua, la cui lavorazione rilascia nell'atmosfera 2,3 chili di anidride carbonica, o40 grammi di idrocarburi, 25 grammi di ossidi di zolfo e 18 grammi di monossido di carbonio. A cui poi va aggiunto l'inquinamento per il trasporto, visto che solo il 25% delle acque in bottiglia bevute in un Paese provengono dalle industrie nazionali, le altre devono varcare uno o più confini. Forse vale la pena rifletterci. Alcune aziende lo stanno già facendo, promettendo l'uso di materiali biodegradabili per il packaging.

(11 luglio 2007)

Rep
Asgeir Mickelson
Sunday, July 15, 2007 11:42 PM
Perchè "piaga"? Se l'acqua in bottiglia è biologicamente pura...
g
Monday, July 16, 2007 12:17 AM
Re:

Scritto da: Asgeir Mickelson 15/07/2007 23.42
Perchè "piaga"? Se l'acqua in bottiglia è biologicamente pura...

Batteriologicametne sì dal punto di vista formale,ma le al3 sostanze disciolte fanno paura
Come se nn bastasse costano 1'000 volte il prezzo dell'acqua di rubinetto e x produrle,trasportare e distruggerle costa tanto CO2
g
Saturday, January 19, 2008 9:45 AM
In molte città nelle mense solo acqua del rubinetto
"La qualità è ottima, così risparmieremo sui consumi"

di DIEGO LONGHIN

Anche Torino come Roma e Firenze
"Stop all'acqua minerale a scuola"




TORINO - L'acqua del rubinetto sfratta le bottigliette dalle mense scolastiche. Ormai è una tendenza che si sta affermando ovunque. L'ultimo Comune che ha deciso di mettere al bando la minerale è Torino. Una novità per migliaia di bambini e ragazzi che ogni giorno consumano pasti negli istituti sotto la Mole, dagli asili nido fino alle scuole medie, passando per materne ed elementari.

Sui tavoli dei refettori arriveranno le caraffe riempite con l'acqua dell'acquedotto, come già succede a Firenze, Roma, Bologna. E si tratta di una scelta che si sta allargando anche in altre città, come Genova, pronta a seguire la linea indicata dalle altre amministrazioni. Per quanto riguarda Torino l'assessore alle risorse educative, Luigi Saragnese, ha deciso di inserire la rivoluzione nel prossimo bando di fornitura del servizio mensa e, secondo i calcoli fatti dai tecnici, non si tratta di una mossa per risparmiare qualche euro nei bilanci di Palazzo Civico. "Alla fine i costi saranno uguali perché le scuole dovranno dotarsi di caraffe - spiega l'assessore - quello che ci interessa, invece, è valorizzare l'acqua dell'acquedotto che, come ampiamente dimostrato da indagini e pareri, non ha nulla da invidiare a quella confezionata".

L'operazione è anche conveniente. Non tanto da un punto di vista immediato sui conti, ma sui risparmi che si otterranno sul fronte dei consumi di acqua, evitando gli avanzi di bottiglia, e soprattutto riducendo la quantità di rifiuti e di plastica che finisce nei cassonetti, anche se differenziati. Una svolta ecologista.

Ma ai bambini piace l'acqua del rubinetto e soprattutto le mamme, nelle famiglie dove la minerale è un'istituzione, si sentiranno tranquille? Paolo Romano, amministratore delegato della Smat, non ha dubbi: "L'acqua che esce dal rubinetto e la più sicura in assoluto - spiega - noi, ad esempio, in un anno facciamo 400 mila analisi. mi sembra che ci siano tutte le garanzie". Sul piacere o meno è una questione personale, soggettiva e dipende dalle quantità di cloro: "Entra in gioco il gusto. Ad esempio negli Stati Uniti più si sente il cloro più l'acqua viene apprezzata - aggiunge l'amministratore delegato - in Italia è diverso, tanto che teniamo i livelli di cloro al minimo. Basta poi far decantare l'acqua per una mezz'ora per far scomparire del tutto l'odore".

L'acqua che esce dai rubinetti di Torino è la stessa che a partire da febbraio verrà utilizzata dagli astronauti americani nelle missioni nello spazio. Oltre a tutti i controlli sanitari previsti può vantare anche il bollino della Nasa. L'ente spaziale americano ha più volte esaminato tutta la catena di produzione. Una garanzia in più per i bambini e per l'assessore Saragnese: "Perché non dovremmo utilizzarla per la refezione scolastica se viene usata dagli astronauti".
(19 gennaio 2008)


Rep


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Tuesday, June 03, 2008 11:23 AM
In regalo una bottiglietta vuota e la "mappa delle acque"
E' l'iniziativa del Comune per la Giornata mondiale dell'ambiente
Venezia, un kit antiminerale
"Turisti, bevete alle fontanelle"
di NICOLA PELLICANI

Venezia, un kit antiminerale
"Turisti, bevete alle fontanelle"




VENEZIA - Il kit è spartano: una bottiglietta di plastica vuota e una mappa della città che indica le 122 fontanelle disseminate nei vari sestieri di Venezia. Ma sarà più che sufficiente per garantire, alle migliaia di turisti in transito sotto il solleone, una sorsata d'acqua fresca senza spendere un euro.

È l'iniziativa "100x100 pubblica" che lancia il Comune giovedì 5 giugno in occasione della Giornata Mondiale per l'Ambiente. È una campagna contro il consumo dell'acqua minerale che incide in modo pesante sui bilanci familiari. Gli italiani sono infatti i primi consumatori al mondo di acqua in bottiglia. Il cuore dell'iniziativa sarà in Campo Santa Margherita dove, durante una performance artistico-ambientale, verranno distribuite le bottigliette che nell'etichetta, anziché la marca dell'azienda d'imbottigliamento, riporteranno le analisi chimiche dell'acqua di rubinetto.

"Il progetto di promozione - spiegano gli organizzatori - è basato sulle strategie di marketing delle grandi aziende dell'acqua rielaborate per sponsorizzare l'acqua pubblica come bene comune. Il nostro marchio è semplice e facilmente memorizzabile, riprende un simbolo presente sulle etichette: invece di ricordare di gettare la bottiglietta una volta usata, noi invitiamo a conservarla riempiendola nuovamente". "Non buttarmi, riutilizzami", sarà lo slogan che accompagnerà la distribuzione del kit, che invita ad usare le bottigliette come delle vere borracce, anziché come contenitori usa e getta.

L'iniziativa, sostenuta dal sindaco, arriva dopo che nel febbraio scorso lo stesso Cacciari e l'attore Marco Paolini avevano sposato la campagna di don Gianni Fazzini a favore dell'uso dell'acqua di rubinetto. Una proposta culminata con il progetto di Veritas, la società che gestisce il ciclo dell'acqua a Venezia, battezzata "Bevo anch'io l'acqua del sindaco".

Venezia si candida quindi a fare da locomotiva nella lotta contro gli sprechi d'acqua. E probabilmente non poteva che essere la città d'acqua per antonomasia a guidare questa battaglia. Non a caso "100x100 pubblica" nasce a Venezia, ma punta a raccogliere consensi anche fuori dalla laguna. "L'acqua dell'acquedotto - osservano i tecnici di Veritas - è super controllata. Recuperare e smaltire le bottigliette ha un costo, l'obiettivo è diminuire quelli delle famiglie ma anche i nostri che gestiamo il ciclo delle acque ma anche lo smaltimento rifiuti". Conti alla mano, da una semplice rilevazione del pagamento delle utenze domestiche, eseguita dall'Adico, emerge che l'acqua del rubinetto costa circa 0,09 centesimi al litro contro i 26 di un prodotto industriale.

(3 giugno 2008)

Rep
g
Wednesday, March 24, 2010 12:10 AM
Acqua minerale: scelta o condanna?

Gli italiani non si fidano dell’acqua del rubinetto perché non si fidano dei controlli e dei pubblici amministratori: è la stessa ragione per cui è difficile costruire anche gli impianti che servirebbero a diminuire l’impatto ambientale sul territorio. Non è una fobia nata dal nulla: alcuni secoli di storia (e alcuni decenni di cronaca) forniscono un valido supporto a queste apprensioni. Tuttavia dal punto di vista economico e logico questa cultura del sospetto permanente e a 360 gradi costa cara. Ad esempio consumiamo 194 litri di acqua minerale pro capite, cioè più del doppio della media europea e americana che si aggirano sugli 80 litri.
Ma per chiudere il cerchio virtuoso dell’acqua, cioè per fornire un servizio che dia a tutti la possibilità di bere sempre e con sicurezza dal rubinetto, di avere fognature e una depurazione valida bisogna fare investimenti per i quali non si trovano i soldi. E cosa pensate che faccia un governo che si definisce liberista? Impone criteri di efficienza dicendo: il servizio va affidato ai migliori, a quelli che garantiscono un servizio alto e una tariffa bassa? No, la risposta è stata ideologica: invece di guardare ai fatti misurando con i bilanci chi sa amministrare e chi no si è preferito scegliere la privatizzazione forzata in nome di una supposta superiorità universale dell’amministrazione privata su quella pubblica.
E intanto – denuncia un rapporto di Legambiente e della rivista Altraeconomia- continua il far west dei canoni di concessione sull’acqua minerale che costa dalle 500 alle mille volte più dell’acqua del rubinetto: «Le Regioni incassano dalle aziende cifre irrisorie e insufficienti a ricoprire anche solo le spese sostenute per la gestione amministrativa delle concessioni o per i controlli, senza considerare quanto viene speso dagli enti locali per smaltire in discarica o in un inceneritore il 65% delle bottiglie in plastica che sfuggono al riciclaggio».
Lo studio (che riprende cifre che già girano in rete ) mostra anche l’impatto ambientale del dominio dell’acqua minerale: l’imbottigliamento di 12,5 miliardi di litri di acqua comporta l’uso di 365 mila tonnellate di plastica, un consumo di 693 mila tonnellate di petrolio e l’emissione di 950 mila tonnellate di CO2 equivalente in atmosfera. Per la fase di trasporto poi solo il 18% delle bottiglie di acqua minerale viaggia su ferro, mentre il resto è affidato ai tir che viaggiano per centinaia di chilometri consumando combustibili fossili ed emettendo grandi quantità di inqunanti come la CO2 e il PM10.



Scritto lunedì, 22 marzo 2010 alle 14:59

cianciullo_Rep


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Saturday, October 16, 2010 12:40 AM
A Geraci(PA)c'è tantissima acqua ke viene imbottgliata
Inutile dire ke ness1 cittadino né il Comune riceve vantaggi da qst
sperminator
Saturday, October 16, 2010 7:42 AM
in casa mia sono 4 anni che beviamo SOLO ED ESCLUSIVAMENTE acqua pubblica
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Friday, July 01, 2011 10:53 AM
di Pianetascienza per il Fatto

30 giugno 2011
“Elementi potenzialmente tossici
nelle acque minerali italiane”

Secondo un gruppo di ricercatori di quattro università, molte marche hanno concentrazioni di berillio, manganese, alluminio, boro, arsenico e perfino uranio che sarebbero proibite dai parametri internazionali. Sotto accusa la norma del nostro Paese, che è meno restrittiva e ha limiti diversi per l'acqua del rubinetto e quella in bottiglia
Nelle nostre acque minerali si trovano elementi chimici potenzialmente tossici come berillio, manganese, alluminio, boro, arsenico e perfino uranio (Guarda la tabella con i valori delle concentrazioni limite per acque minerali e acque destinate al consumo umano). Spesso in quantità che sarebbero proibite dai parametri internazionali, ma che invece sono perfettamente in regola secondo le leggi italiane. Lo ha scoperto un gruppo di ricercatori italiani (Benedetto de Vivo, Annamaria Lima, Stefano Albanese, Lucia Giaccio dell’Università Federico II di Napoli, Domenico Cicchella dell’Università degli Studi del Sannio di Benevento, Enrico Dinelli dell’Università di Bologna, Paolo Valera dell’Università di Cagliari) che fra il 2008 e il 2010 hanno partecipato a un progetto dell’Unione Europea che mirava a conoscere lo stato delle acque sotterranee di tutta Europa.

I ricercatori hanno lavorato in collaborazione con scienziati dell’EuroGeoSurveys Geochemistry Export Group e hanno raccolto 186 campioni provenienti da altrettante bottiglie di 158 marche di acque minerali italiane fra le più diffuse, analizzandone il contenuto in termini di sostanze chimiche ritenute nocive. Le ricerche del gruppo italiano sono confluite nel grande Atlante Europeo delle Acque Minerali (Geochemistry of European Bottled Water) presentato appunto dell’EuroGeoSurveys, che ha tracciato i profili chimici delle acque minerali di 38 diversi paesi europei.

Ed è proprio da questi risultati che cominciano le perplessità. Per quanto riguarda le sostanze chimiche riscontrate e ritenute dannose, si tratta di elementi che, naturalmente, sono nocivi alle dosi ‘sbagliate’. Dosi che sono stabilite dalle leggi, ma non sempre. “Quello dei limiti di legge sulle concentrazioni è uno dei primi problemi in cui ci si imbatte”, spiega Paolo Valera. “In Italia non solo abbiamo limiti di legge molto più ‘tolleranti’ rispetto ai valori guida internazionali, ma in certi casi non sono stati nemmeno stabiliti limiti massimi alla concentrazione di alcune sostanze. Anche quando si tratta di elementi più che sospetti come berillio, fosforo, molibdeno, tallio e uranio. Una delle spiegazioni potrebbe essere che gli effetti tossici a determinate concentrazioni di queste sostanze sull’uomo sono ancora oggetto di studio. Ma è incomprensibile, ad esempio, che non sia stata fissata una regola per l’uranio, che sappiamo chiaramente essere un elemento dannoso”.

Sotto accusa è dunque la norma sulle acque minerali, anche semplicemente quando si vanno a confrontare i limiti massimi di concentrazione chimica che essa stabilisce con quelli fissati dal decreto legislativo 31/2001 (sulle acque destinate al consumo umano), che a volte sono molto diversi. ”Non ha nessun senso logico che questi limiti siano diversi – continua Valera – non ce n’è motivo. Esistono dei limiti, quello è comprensibile, che sono a volte diversi fra Italia, Europa, Stati Uniti e valori guida dell’Oms. Per l’Italia, i diversi limiti imposti per acqua del rubinetto e acque minerali andrebbero uniformati. Ma finora c’è stato un “difetto” nella scrittura di questi strumenti legislativi che ha portato a qualche problema. In ogni caso, io farei riferimento al limite dell’acqua del rubinetto”.

Alcune fra le nostre acque minerali più popolari, escono da questa indagine con più di un dubbio a loro carico. Vengono così registrate concentrazioni di arsenico superiore a 5 microgrammi/litro che, sebbene sia nei limiti di legge italiani e internazionali, è comunque secondo gli esperti una quantità da tenere sotto controllo. In alcuni casi la concentrazione di boro è risultata di 551 microgrammi/litro: in termini di legge, il valore guida dell’Oms fissa una concentrazione massima di 500 microgrammi/litro. E in Italia, manco a dirlo, siamo molto più tolleranti: 1000 microgrammi/litro per l’acqua del rubinetto e, addirittura, 5000 microgrammi/litro per le acque minerali.

Una delle acque più celebri, come l’Acqua di Nepi, ha fatto registrare diverse insolite concentrazioni. Le sostanze che hanno fatto scattare la soglia di attenzione sono arsenico, alluminio, berillio e fluoro. C’è da dire, tuttavia, che l’acqua minerale in questione era perfettamente nei limiti della legge italiana: l’alluminio e berillio non sono infatti regolamentati dalla legge italiana e il campione è risultato entro i valori massimi per quanto riguarda il berillio e il fluoro. Stando ai parametri internazionali, tuttavia, le concentrazioni di fluoro, berillio e alluminio superavano i limiti, mentre quella dell’arsenico era entro il tetto massimo, ma in quantità da dover essere tenuta sotto controllo.

Andando oggi sul sito dell’Acqua di Nepi, si scopre che nuove analisi qualitative dell’acqua sono state effettuate alla fine di ottobre 2010. E scorrendo i (nuovi) valori relativi alle concentrazioni di quegli elementi incriminati ci si imbatte in alcune sorprese. L’alluminio è passato infatti da 237 a meno di 3 microgrammi al litro, riducendosi quindi di circa 100 volte, rispetto alle rilevazioni europee del 2010. L’arsenico inoltre, che era stato ritrovato in una concentrazione di quasi 6 microgrammi per litro, ora risulta contenuto in meno di 1 microgrammo per litro. Il fluoro è sceso sotto il valore guida dell’OMS, passando da 1,64 a 1,2 milligrammi/litro. In sostanza, questi valori, che prima erano comunque in regola con la normativa italiana, adesso sono in regola anche secondo i valori guida internazionali.

Come si spiegano queste notevoli discrepanze? Abbiamo interpellato i rappresentanti dell’Acqua di Nepi per chiedere un commento in proposito e siamo in attesa di una loro risposta. Nel frattempo, secondo Paolo Valera, “ci potrebbero essere varie spiegazioni. I nostri prelievi sono stati compiuti fra febbraio 2008 e marzo 2009: l’ambiente naturale è un ambiente perennemente dinamico, in movimento, e quindi potrebbero esserci state variazioni all’interno della falda, fra il 2009 e il 2010. Oppure, i produttori delle acque minerali citate nel rapporto potrebbero aver preso visione dei risultati e potrebbero aver montato dei depuratori. Non mi stupirebbe che abbiano preso subito i dati e che abbiano provveduto a sistemare le cose”.

I metodi utilizzati dai ricercatori italiani, comunque, non sono in discussione. “Abbiamo usato standard internazionali e siamo comunque molto sicuri delle nostre analisi – aggiunge Valera – per di più, noi facevamo parte di un progetto a livello europeo, che si è appoggiato a un unico laboratorio, come quello del Servizio Geologico Tedesco, che lavora ad altissimi livelli. E’ veramente molto poco probabile che ci siano stati errori da parte nostra”.

di Stefano Pisani

Fat


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