La Guerra Civile (pp. I)
In Italia le sorti della guerra volsero presto al peggio per i Corneli. Questi, infatti, avevano decentrato la maggior parte delle loro armate in Sicilia e in Africa Settentrionale e i collegamenti con queste provincie erano bloccate dalla potente flotta dell'ammiraglio Ulpio, che, dopo aver sbarcato le sue truppe in Campania, era impegnata nel pattugliamento del Tirreno, coaudivata dalla flotta dell'Egeo, con base ad Atene, che controllava lo stretto di Sicilia.
Nel frattempo l'armata del generale Mario Valerio, altro giovane e promettente comandante adottato, era impegnata nell'assedio di Capua. L'armata di Marco era estremamente numeronsa e potente, ma mancava di esperienza, e si trovava davanti truppe, seppur numericamente inferiori, estremamente addestrate, quindi il comandante non poteva contare su un vantaggio decisivo. L'occasione per venire a battaglia venne quando un piccolo contingente proveniente dalla Sicilia riuscì a forzare le maglie del blocco di Ulpio e tentò di rompere l'assedio che cingeva, da ormai un anno e mezzo, Capua. La battaglia, che passò alla storia come Vesuviana, si svolse al cospetto del maestoso vulcano in eruzione, quasi monito divino alle distruzioni che andavano apprestandosi. Gli eserciti si schierarono in una piana e aspettarono, come se non avessero il coraggio di sopportare il massacro prossimo a venire. Le ostilità furono iniziate da degli schermagliatori dei Valeri che riuscirono ad attirare la cavalleria nemica verso un boschetto nel quale si nascondeva l'elite dei cavalieri dei Valeri: i Pretoriani a cavallo. Questi sbaragliarono la, seppur numericamente superiore, cavalleria nemica e diedero una svolta strategica senza pari alla battaglia. Infatti le armate nemiche, private della loro componente mobile, poterono essere circondate, grazie ad un abile manovra, e distrutte. Dopo questa battaglia le milizie del generale Mario poterono entrare in Capua, dove applicarono una crudele repressione a eterno monito per chiunque volesse tradire la gens. Dopo questa vittoria tutta l'Italia Meridionale era soggetta al dominio dei Valeri, e nulla si frapponeva alla marcia sull'Urbe, se non l'armata del Senatore Appiano che era risoluta a difendere l'impero di corruzione che aveva contribuito a creare.
Nel frattempo Oppio era risalito nell'Epiro per arrivare presso la frontiera Illirica. Questa provincia era soggetta a scorrerie da parte di banditi Gallici, probabilmente foraggiati dagli stessi Giuli che li avevano, in un passato che sembrava ormai remoto, combattuti. Dopo aver sconfitto queste bande di briganti l'armata potè procedere su Patavium, la città pi grande e potente sotto il controllo dei Giuli. Questa era difesa da rudi veterani, temprate dalle guerre contro i Barbari che imperversavano in quelle regioni, e da una cinta di mura paragonata a quella che difendeva la splendente Ilio per la sua possenza e grandezza. Oppio, però, non si fece impressionare da questa presunta invulnerabilità e si precipitò contro la città confidando nel fatto che l'ingegno Romano potesse battere qualsiasi astuzia nemica. Egli infatti ordinò alle truppe ausiliarie di costruire imponenti macchine da assedio la cui magnificenza oscurava quella della colossale città. Dopo mesi passati a costruire queste macchine Oppio si decise risoluto a passare all'assalto. Le sue teorie riguardo all'assedio e la sua stessa vita erano in gioco. Egli decise di attuare una diversione con pochi reparti presso le porte, che catalizzò l'interesse dei nemici, che lasciarono incustodite le mura che furono prese d'assalto dalle torri d'assedio tenute in riserva. Le truppe dei Valeri presero facilmente il controllo delle mura, difese solo da pochi arcieri, e scesero di soppiatto alle spalle delle truppe nemiche ammassate a combattere presso la porta che furono circondate e sgominate. Allora Oppio potè sfilare in trionfo verso la piazza centrale della città, essendo ormai entrato nell'albo dei grandi condottieri Romani.
Dopo aver distrutto intorno a Patavium la maggior parte delle forze dei Giuòli egli potè marciare celermente verso il centro del potere nemico, le città di Arretium e Arminium, che caddero facilmente. Allora egli si impadronì del porto di Segesta e delle provincie della gallia Cisalpina, respingendo i barbari oltre le alpi Pirenee.