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Sunday, December 05, 2010 1:37 AM
Io, handicappato
che ridicolizza i tabù




David Anzalone

di Tullia Fabiani
Zanza punge. Zanza mette in scena il suo corpo “targato H” e lascia il segno. Zanza racconta di sé senza elusioni: con pazienza e determinazione va diretto a incontrare gli sguardi degli altri - superbi, perplessi, pietosi, indifferenti, curiosi - per mettere a nudo se stesso; il suo handicap; la sua verità di uomo, nato 34 anni fa con una tetraparesi spastica e comico di professione. L’effetto è potente e rivelatore: chi guarda si scopre a sua volta nudo, spogliato dalle protezioni della “normalità”, dalla presunzione di immaginare, conoscere, dire. Esposto all’ironia che svela e disarma.
Milioni di persone lo hanno visto per la prima volta attraverso la tv, perché ospite di Fabio Fazio e Roberto Saviano a Vieni via come , ma David Anzalone - detto Zanza - da anni si prepara e racconta gli equivoci quotidiani su handicap e normalità senza moralismi o astuzie retoriche. Prima lo spettacolo teatrale Targato H poi il libro Handicappato e carogna (Mondadori) scritti con Alessandro Castriota; un lungo percorso narrativo fatto di peripezie a scuola, al cinema, all’oratorio della parrocchia, davanti alla porta di un bagno pubblico o al bar, e grandi temi: nascita, amore, ricerca delle proprie origini, affermazione della propria dignità. Un percorso che oggi punta anche a un altro obiettivo: la realizzazione a Senigallia, dove Anzalone è nato e vive, di un centro teatrale ospitato da una vecchia Casa del Popolo e aperto a tutte le persone dai 15 anni in poi. Un laboratorio di formazione dal titolo Il corpo ribelle , dove formare artisti completi che sappiano essere attori e autori. E imparare a far funzionare il proprio corpo per esprimere sentimenti ed emozioni. Zanza pensa l’attore in questo modo e il comico come colui che «deve trasformare la tragedia, tirare fuori la sua tragedia, il proprio immaginario così che possano nascere piccole opere d’arte dall’esigenza interiore delle persone».

Perciò lei ha fatto così, è approdato al teatro comico partendo dalla tragedia?
«Professione: handicappato; segni particolari: nessuno. Questo è quello che mi hanno scritto sulla carta d’identità... Veramente! Allora dico, come fai a non fare il comico? Il rapporto fra il mio corpo e la società è ciò che mi ha sempre affascinato. Capii che il mio corpo handicappato, se allenato, poteva diventare un mezzo di comunicazione esplosivo. L’ho allenato e con lui racconto storie che cercano di mettere a nudo me stesso e perciò anche gli altri».

E perché il nome Zanza?
«Perché sono come una zanzara! Pungo sui pregiudizi e... lascio il segno!» Che rapporto c’è fra il suo corpo e le parole? «C’è assoluta sintonia: sono entrambi handicappati».

Ma perfezione e imperfezione, abilità e disabilità, come stanno insieme nelle forme espressive del teatro e del linguaggio?
«Per me, con la comicità. L’ironia è stata la via con cui sono riuscito a canalizzare in maniera socialmente accettata - più o meno - tutta la rabbia che mi portavo dentro. Potevo diventare un teppista... Meglio comico, no? L’autoironia è il solo strumento, il trampolino politico che mi lancia verso l’arte».
Handicappato è un termine che il politicamente corretto sostituisce con disabile. Handicappato è usato spesso come un’offesa... Eppure lei lo ha scelto come termine chiave
«Amo chiamare le cose con il loro nome e detesto gli eufemismi che spesso nascondono ipocrisia. Questo addolcire la pillola copre il pregiudizio e, soprattutto, alimenta la paura del diverso: la paura può essere legittima ma va superata con l’incontro reale fra le persone, senza eufemismi che fanno da air-bag. E poi, se il cosiddetto normale è il politico che fa i festini hard, il senatore mafioso, il calciatore cocainomane... Io non solo non sono normale, ma non ci tengo neanche ad esserlo!»

Da Fazio e Saviano l’hanno vista milioni di persone, ha avuto qualche timore?
«Beh, li ringrazio per avermi dato questo tipo di timore. Bellissima esperienza. Comunque, senza timori ed emozioni non potrei fare questo mestiere, no?»

Saviano ha raccontato di un centro destinato a ragazzi disabili controllato dalla ’ndrangheta... E ha detto che in quel contesto il “diversamente abile” era chi riusciva ad avere altre qualità come il coraggio di sfidare il crimine
«L’antitesi fra normalità e anormalità è un atto di presunzione, come lo sarebbe pensare all’handicappato come a una persona migliore a priori. Come ogni limite, l’handicap va accettato. Occorre non contrastarlo, non confliggere con lui, ma renderlo armonico con l’intera nostra esistenza. Solo così si può passare ad un livello superiore, cioè far diventare l’handicap una risorsa. Ma ciò vale per ogni condizione umana, se ci pensiamo bene».

“Targato H” è lo spettacolo che presenta nei teatri italiani. Quale accoglienza di pubblico ha ricevuto?
«Nel monologo comico cerchiamo di smascherare le ipocrisie, dettate dal pregiudizio, nei confronti degli handicappati. Ci siamo accorti, poi, che l’handicap era diventato solo un pretesto, un mezzo e non un fine, per parlare a tutto tondo della paura dei “diversi”. Così, partendo dal tentativo di distruggere il tabù che “l’handicap è una tragedia su cui non si può ridere ma si deve averne pietà”, cerchiamo di ridicolizzare la paura e il buonismo allo scopo di fare incontrare le umanità in modo crudo ma autentico. Certo queste tematiche si tirano dietro anche alcune critiche ma, ve lo assicuro, la maggior parte delle persone che incontriamo a teatro non vedeva l’ora di sentirsele raccontare così».

Obiettivi simili anche per il neonato progetto della Casa teatrale a Senigallia?
«In questo caso non vogliamo realizzare un luogo di integrazione mirata, destinato a essere inquadrato come teatro e handicap o teatro sociale. L’obiettivo è fondare una struttura di formazione permanente e artigianale dove formare artisti completi che sappiano essere attori e autori. Il progetto comunque è ancora in fase sperimentale e partirà nel 2011».

Se un ragazzo handicappato fosse interessato al progetto ma avesse paura di confrontarsi con i suoi limiti e con la realtà che lo circonda, cosa gli direbbe?
«La nostra società non è soltanto interessata alla perfezione in sé, è interessata alla perfezione solo se ci fa consumare, così come con tutto il resto. Neanche l’handicap è immune dalla strumentalizzazione. Perciò la grande risorsa che gli handicappati possono comunicare in maniera esplosiva è il valore dell’originalità, della non omologazione. Però, per arrivare a questo, bisogna prendere coscienza di sé, valorizzare le proprie diversità e non cadere nella tentazione di voler essere “come gli altri”. L’omologazione è una trappola».
4 dicembre 2010

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