I soldi pubblici al mondo dell'arte?
Creano vocazione alla prostituzione
David grasso 304
di Goffredo Fofi
È stata insieme una commedia e una tragedia la storia dell’assistenzialismo nel campo delle arti, dilagata negli anni delle vacche grasse e dell’allegra gestione della cosa pubblica operata dai partiti più forti attraverso leggi e leggine. Una commedia, perché l’uso del denaro ha finito per privilegiare i compagni di strada di questi e di quelli, per privilegiare le corporazioni e adunate più forti senza alcun riferimento alla qualità dei prodotti e al loro legame col presente storico del paese e con le sue necessità di capirsi e cambiare.
Due esempi maggiori? In cinema, perché non ripeterlo? i privilegi del gran salotto romano, quasi sempre “di sinistra”, e con l’appendice “proletaria” delle famiglie dei tecnici, con il risultato di un cinema superfluo e dimenticabile, provinciale e asfittico, volgarmente consolatorio e, nei prodotti più ambiziosi, di vistosa ipocrisia; per esempio, in teatro, la “greppia” dei teatri stabili; ma si potrebbe continuare, per tutte le arti e le loro parti, per esempio con le solite biennali triennali quadriennali annuali e con i festival di questo e di quello, con le passerelle di cui anche quest’estate dimostra di non saper fare a meno.
E’ forse migliorato l’italico livello culturale grazie a questo scialo di allegri spettacoli e pensose conferenze, al contatto diretto con i famosi, merce essi stessi? E questo scialo è forse proceduto di pari passo con il bene comune della scuola pubblica, col miglioramento, per esempio, del livello culturale dei nostri insegnanti e il loro senso di responsabilità nei confronti dei discenti? Parlano tutti molto bene e trafficano tutti molto male, dice un mio amico (tedesco) dei nostri artisti, critici, intellettuali e altri funzionari della cultura...
Una tragedia, perché si sono illuse almeno due generazioni che, nella mutazione mondiale in cui l’economia (il lavoro) veniva proditoriamente sostituito dalla finanza e dai suoi orridi giochi sulle spalle di tutti, fosse possibile vivere tutti d’arte e d’amore come la Tosca (ma lì finiva, guarda caso, che morivano tutti). Chiusi gli sbocchi professionali tradizionali e variati, restava ai giovani l’illusione della creatività – una menzogna di cui sappiamo bene come è stata propagata. E siccome non può esistere una generazione che si dedica 2 su 3 o 1 su 2 alle attività artistiche e culturali, è accaduto che, crisi crescendo, questa generazione si è ritrovata con le pezze al culo e col culo per terra, e fa una gran fatica, non aiutata da nessuno e ingannata da tutti, a rendersi conto della beffa in cui si è lasciata prendere, del modo in cui si è lasciata fregare.
La parte peggiore della generazione, quella più numerosa e meno dotata, ne ha derivato per stare al passo una sorta di vocazione alla prostituzione, che non è peraltro diversa da quello che anima tutto il paese, costretto, per esempio, a fidare nel turismo come una delle poche possibilità reali di sopravvivenza ma non derivando da quest’obbligo la cura del patrimonio e dell’ambiente e una coscienza saldamente internazionale (giocando per esempio sulla confluenza nella penisola di una “nordità” e di una “sudità” non solo “locali”) e la proposta (“creazione”) di opere significative per tutti come espressione dei dilemmi e speranze del presente, bensì la corsa a un crescente provincialismo (un esempio tra i più comici: la corsa di tante città a candidarsi come capitali europee della cultura).
Queste considerazioni non sono nuove, e molti diranno che sono il solito rompiscatole, ma poco male, perché i fatti sono quelli, e se uno vuol guardare ai risultati del ventennio trova vaste discariche di monnezze. Con eccezioni rare e benemerite che vanno lodate perfino più dei loro meriti reali, proprio perché eccezioni e perché aprono a possibilità nuove, hanno sguardi adeguati. Va dunque ossessivamente ribadita, se si spera nei giovani, la differenza tra arte e spettacolo e considerando arte la capacità di capire e rappresentare le angosce e speranze profonde del nostro tempo in modi utili ad altri, e non importa se maggioranze o minoranze.
Non mi pare che in questi giorni tra gli occupanti del teatro Valle a Roma vi sia molta chiarezza: vi confluisce e vi si confonde di tutto, ma soprattutto sembra dominarvi la paura del futuro e la vecchia abitudine a chiedere la protezione o l’elemosina dello Stato. Il fai da te non vi ha molto corso, dopo tanti anni di disastrosa confusione morale collettiva e di crisi o morte della capacità di lettura e di critica dell’esistente. Ma la crisi non è un’invenzione la crisi c’è ed è mondiale, colpisce tutti e soprattutto chi ha dimenticato l’arte di arrangiarsi e di “creare” in anni trascorsi in paciosa e soddisfatta servitù o, i giovani, crescendo tra corruzioni e menzogne che hanno considerato come l’unica forma del possibile.
3 luglio 2011
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