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Full Version: Cultura?
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Wednesday, November 10, 2010 4:34 PM
Roma, scritta sul Cupolone
"Lavami"




Un altro intervento di Iginio De Luca, l'artista che usa i codici della street art per lanciare messaggi. Questa volta l'obiettivo è stata la cupola della basilica di San Pietro. La scritta “lavami”, un graffito di luce simile a quelli disegnato con le dita sui vetri sporchi delle auto in sosta, è comparsa venerdì sul capolavoro di Michelangelo. " Il mio - spiega De Luca - è un invito all’istituzione che rappresenta a manifestare il suo volto accogliente e profetico piuttosto che quello temporale e opportunistico che troppo spesso la contraddistingue nelle sue prese di posizione caratterizzate da una doppia morale: una per il principe e un’altra per i sudditi". De Luca, citando solo gli interventi più recenti, ha proiettato in vari punti di Roma l’immagine del pontefice con la veste bianca macchiata, e prima ancora ha fatto volare uno striscione pubblicitario con la scritta “Silvio c’hai rotto li gommoni” , trascinata da un piccolo aereo lungo la costa laziale.

l'U


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Wednesday, November 10, 2010 4:35 PM


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Thursday, July 07, 2011 11:22 AM
I soldi pubblici al mondo dell'arte?
Creano vocazione alla prostituzione



David grasso 304

di Goffredo Fofi
È stata insieme una commedia e una tragedia la storia dell’assistenzialismo nel campo delle arti, dilagata negli anni delle vacche grasse e dell’allegra gestione della cosa pubblica operata dai partiti più forti attraverso leggi e leggine. Una commedia, perché l’uso del denaro ha finito per privilegiare i compagni di strada di questi e di quelli, per privilegiare le corporazioni e adunate più forti senza alcun riferimento alla qualità dei prodotti e al loro legame col presente storico del paese e con le sue necessità di capirsi e cambiare.

Due esempi maggiori? In cinema, perché non ripeterlo? i privilegi del gran salotto romano, quasi sempre “di sinistra”, e con l’appendice “proletaria” delle famiglie dei tecnici, con il risultato di un cinema superfluo e dimenticabile, provinciale e asfittico, volgarmente consolatorio e, nei prodotti più ambiziosi, di vistosa ipocrisia; per esempio, in teatro, la “greppia” dei teatri stabili; ma si potrebbe continuare, per tutte le arti e le loro parti, per esempio con le solite biennali triennali quadriennali annuali e con i festival di questo e di quello, con le passerelle di cui anche quest’estate dimostra di non saper fare a meno.

E’ forse migliorato l’italico livello culturale grazie a questo scialo di allegri spettacoli e pensose conferenze, al contatto diretto con i famosi, merce essi stessi? E questo scialo è forse proceduto di pari passo con il bene comune della scuola pubblica, col miglioramento, per esempio, del livello culturale dei nostri insegnanti e il loro senso di responsabilità nei confronti dei discenti? Parlano tutti molto bene e trafficano tutti molto male, dice un mio amico (tedesco) dei nostri artisti, critici, intellettuali e altri funzionari della cultura...

Una tragedia, perché si sono illuse almeno due generazioni che, nella mutazione mondiale in cui l’economia (il lavoro) veniva proditoriamente sostituito dalla finanza e dai suoi orridi giochi sulle spalle di tutti, fosse possibile vivere tutti d’arte e d’amore come la Tosca (ma lì finiva, guarda caso, che morivano tutti). Chiusi gli sbocchi professionali tradizionali e variati, restava ai giovani l’illusione della creatività – una menzogna di cui sappiamo bene come è stata propagata. E siccome non può esistere una generazione che si dedica 2 su 3 o 1 su 2 alle attività artistiche e culturali, è accaduto che, crisi crescendo, questa generazione si è ritrovata con le pezze al culo e col culo per terra, e fa una gran fatica, non aiutata da nessuno e ingannata da tutti, a rendersi conto della beffa in cui si è lasciata prendere, del modo in cui si è lasciata fregare.

La parte peggiore della generazione, quella più numerosa e meno dotata, ne ha derivato per stare al passo una sorta di vocazione alla prostituzione, che non è peraltro diversa da quello che anima tutto il paese, costretto, per esempio, a fidare nel turismo come una delle poche possibilità reali di sopravvivenza ma non derivando da quest’obbligo la cura del patrimonio e dell’ambiente e una coscienza saldamente internazionale (giocando per esempio sulla confluenza nella penisola di una “nordità” e di una “sudità” non solo “locali”) e la proposta (“creazione”) di opere significative per tutti come espressione dei dilemmi e speranze del presente, bensì la corsa a un crescente provincialismo (un esempio tra i più comici: la corsa di tante città a candidarsi come capitali europee della cultura).

Queste considerazioni non sono nuove, e molti diranno che sono il solito rompiscatole, ma poco male, perché i fatti sono quelli, e se uno vuol guardare ai risultati del ventennio trova vaste discariche di monnezze. Con eccezioni rare e benemerite che vanno lodate perfino più dei loro meriti reali, proprio perché eccezioni e perché aprono a possibilità nuove, hanno sguardi adeguati. Va dunque ossessivamente ribadita, se si spera nei giovani, la differenza tra arte e spettacolo e considerando arte la capacità di capire e rappresentare le angosce e speranze profonde del nostro tempo in modi utili ad altri, e non importa se maggioranze o minoranze.

Non mi pare che in questi giorni tra gli occupanti del teatro Valle a Roma vi sia molta chiarezza: vi confluisce e vi si confonde di tutto, ma soprattutto sembra dominarvi la paura del futuro e la vecchia abitudine a chiedere la protezione o l’elemosina dello Stato. Il fai da te non vi ha molto corso, dopo tanti anni di disastrosa confusione morale collettiva e di crisi o morte della capacità di lettura e di critica dell’esistente. Ma la crisi non è un’invenzione la crisi c’è ed è mondiale, colpisce tutti e soprattutto chi ha dimenticato l’arte di arrangiarsi e di “creare” in anni trascorsi in paciosa e soddisfatta servitù o, i giovani, crescendo tra corruzioni e menzogne che hanno considerato come l’unica forma del possibile.
3 luglio 2011

l'U


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Thursday, July 07, 2011 11:23 AM
«Caro Fofi, il Teatro Valle
non è occupato da mediocri»


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Christian Raimo

di Christian Raimo
L’altro giorno ho letto qui sull’Unità l’attacco di Goffredo Fofi alla cultura assistita, in cui si facevano confluire tante insofferenze sacrosante o meno; fino a una frecciata – in cauda venenum – all’occupazione del Valle. L’idea che uno se ne poteva fare, a partire da quel pezzo, è che questi occupanti siano dei figli di papà, politici improvvisati d’inizio estate, artisti mediocri e un po’ velleitari, frequentatori di salotti romani la mattina tarda e del foyer del teatro occupato all’ora dell’aperitivo.


La reazione di dispiacere che quindi mi è venuta era doppia: da una parte per la miscomprensione di quello che sta accadendo al Valle, dall’altra perché ho pensato: Ti prego, Goffredo, per favore non anche tu. Per favore non trasformare, per amor di vetriolo, la tua capacità critica intransigente e lucida, la tua attenzione, in paternalismo e qualunquismo. Distingui, non farti incantare dal tuo intuito, vieni a vedere con i tuoi occhi le assemblee e gli spettacoli, collabora, discuti, irritati, ma non farlo con il disincanto caustico di chi ha già liquidato il fenomeno come uno sfogo da nostalgici di un maggio francese che hanno visto solo nei film. Altrimenti – questo è il terribile rischio – la tua diventa un’idiosincrasia funzionale alle destre becere di Alemanno e Giro. E te lo dico dandoti del tu qui sul giornale, perché sei stato e sei una delle pochissime figure di riferimento a cui molti di noi, artisti, intellettuali di un paio di generazioni dopo, riconosciamo un credito. Non per piaggeria, ma per due semplici ragioni. La prima è che ci hai insegnato quanto è inutile per l’essere umano l’arrivismo, quanto è distruttiva, diabolica, la retorica dell’impegno senza l’impegno; la seconda è che ci hai fatto capire – attraverso un modello di militanza quotidiana – quanto l’arte senza la comprensione e l’intervento sulla società sia un hobby per compagnie di giro o quanto la politica senza l’attenzione all’educazione sia amministrazione di un potere che si autocelebra».

L’altra sera ero al teatro Valle a fare da indegna spalla a Fabrizio Gifuni che leggeva un libro di interviste di Carmelo Bene, curato da Emiliano Morreale: ed è stato un momento fantastico. Le invettive di Bene contro i sacerdoti della «cultura» erano quanto di meglio potessimo ascoltare. Il pubblico rideva, veniva spiazzato, aveva i lucciconi agli occhi. E, disceso dal palco, pensavo: questa sensibilità comune, questa condivisione di sguardo, che abbiamo sviluppato in questo deserto di senso che sono stati gli ultimi trent’anni in Italia, tra persone che non si sono mai troppo frequentati come me, Fabrizio Gifuni e Emiliano Morreale e molti altri in mezzo al pubblico, la dobbiamo molto anche a te. Al merito che tu hai avuto di far passare saperi tra le persone, di creare relazioni, di attivare in chi si occupa di politica, di arte, di educazione, di sociale, in Italia un dispositivo di autocritica e un desiderio di confronto, attraverso i libri che ci hai consigliato, attraverso le riviste, attraverso quello che hai seminato, attraverso l’esempio. Sarebbe il lavoro normale per chiunque dedichi la propria vita a un impegno intellettuale. Ma sai meglio di me quanto è raro in Italia un atteggiamento di curiosità e disponibilità del genere. Nessuno lo vuole meridianizzare, come dire, per neutralizzarlo; ma tu non disconoscerlo.

Venerdì proveremo a fare un’assemblea aperta sul lavoro della conoscenza, la terza in tre settimane, per continuare a ragionare sulle possibilità di una diversa politica della cultura nel bel paese del quasi-dopo Berlusconi. L’abbiamo chiamata «La furia dei cervelli» trovando un tratto comune della stolidità di questi anni: il ricatto. Una comunità culturale cresciuta per cooptazione corporativa, il deficit di rappresentanza, la distruzione dello stato sociale, la delegittimazione dell’educazione ci hanno portato a accettare come normale uno stato di minorità. Solo adesso molti di noi riconoscono la sensazione di esser vissuti per anni sotto un ricatto che abbiamo subito da padri incapaci di riconoscerci una vera autonomia, un ricatto che abbiamo finito per introiettare e per tendere a noi stessi. Insomma che sia venerdì, stasera, o un qualsiasi pomeriggio di questi, se ti va vieni. Sei davvero il benvenuto. Sai quanto sono importanti le presenze fisiche, gli abbracci e le occhiatacce. Non farci parlare con te solo attraverso un franco botta e risposta su un giornale.

6 luglio 2011

Fat


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Saturday, July 23, 2011 12:42 AM
grottaglie/Le accuse di Santoro: biblioteca chiusa, teatro assente, pochi eventi
«Non è un paese per…
colti»


GROTTAGLIE – «Grottaglie non è una città dove si fa cultura». A dichiararlo è Michele Santoro, consigliere comunale di “Grottaglie prima di tutto”, che stigmatizza l’immobilismo dell’Amministrazione comunale ed in particolare dell’assessore alla Cultura, Maria Pia Ettorre, sul fronte degli eventi culturali.
«La nostra città – argomenta Michele Santoro – vanta una tradizione storico-culturale di tutto rispetto, che non ha nulla da invidiare ad altri importanti centri della provincia jonica. Tuttavia, anche se è presto per dare un giudizio completo, non si vedono segnali che vadano nella direzione di un richiesto rinnovamento culturale nell’organizzazione di eventi, manifestazioni ed incontri che possano consentire una concreta crescita culturale. La cultura non può essere svincolata dal turismo ed in questi giorni, nel pieno della stagione estiva, si nota la completa assenza di turisti. Il “Quartiere delle Ceramiche” è sempre più lasciato a se stesso, le chiese sono chiuse nelle ore centrali della giornate, il santuario di San Francesco De Geronimo è aperto solo durante le celebrazioni eucaristiche. Insomma, si avverte l’incapacità di organizzare eventi culturali in grado di richiamare turisti e costituire un volano per la nostra economia».
Santoro poi aggiunge: «Da anni la biblioteca comunale realizzata nella villa donata dal compianto senatore Pignatelli è chiusa al pubblico. Nonostante dall’esterno si intravvedano dei libri e gli arredi necessari per una biblioteca, la struttura è chiusa. Quindi, non possiamo aspettarci da un’Amministrazione comunale che non pensa concretamente all’apertura della biblioteca l’organizzazione di eventi culturali».
Ma Santoro non si sofferma soltanto sulla mancanza di una biblioteca. Punta l’indice anche sull’assenza di un teatro comunale e di un auditorium. «Nella nostra città, che conta oltre trentamila abitanti, – sottolinea Santoro – manca un auditorium. A questa carenza tenta di supplire la sala convegni del Castello Episcopio, ma in tutti questi anni l’Amministrazione comunale non è stata in grado di dotarla nemmeno di un impianto di amplificazione. L’auspicio è che questa Amministrazione comunale cambi registro. L’assessore alla Cultura è una insegnante, quindi confido nella sua attività di educatrice. L’assessore al Turismo ha poco più di trent’anni e potrebbe essere mia figlia e probabilmente conosce i disagi di quegli studenti che per reperire dei libri sono costretti a spostarsi in comuni, più piccoli del nostro, come quelle di Latiano e Crispiano, dove ci sono biblioteche funzionanti».

Salvatore Savoia

Grottaglie

Cor G


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