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Dreikanter
Tuesday, October 30, 2007 12:31 PM
Nanchang,
Big One ore 14.20
Ingresso
Oggi 12giorni p.O.

Fermo sull' ingresso del Big One, Ichi guarda avanti a se ma la sua mente è altrove. Il leggero vento che arriva da nord solleva lievemente le ceneri ancora presenti in terra che finiscono con il ricoprire parzialmente i corpi privi divita di quegli sbandati che la sera prima avevano provato a fare irruzione nel centro ancora li nessuno si era presa cura dei loro corpi; povera gente che ha perso la propria umanità per fame,paura o semplice disperazione. Come dargli torto, questo è il pensiero di Ichi nel fissare la strada che lo avrebbe portarlo all' ospedale cittadino dall'altro lato della città. Prima dell' olocausto era il piu' evoluto di Nanchang e li si e solo li , ammesso che fosse ancora in piedi , si poteva trovare una cura alla strana "epidemia" che stava colpendo i sopravvissuti del Big One.
"Hiro" pronunciò a voce bassa stringendo il pugno.
Hiro non è solo uno dei malati colpiti dalla strana malattia è suo figlio, tre giorni di vita un tenero virgulto, l'ennesimo innocente a pagare le conseguenze di una guerra senza senso.
Gli altri sopravvissuti contano su di lui troppe vite contano su di lui; da quando l'olocausto è iniziato Ichi si è sempre mostrato come la giuda da seguire dando l'esempio ,sedando malintesi tra questo e quello , tentando di porre le basi per andare avanti e crere una piccola comunità. Ha ucciso è vero lo ha fatto a malincuore ma lo ha fatto caricandosi di altre responsabilità. E anche difronte alla diffusione del "morbo" non si era lasciato andare non si era abbattuto, ma l'arrivo di Cisca con Hiro in braccio che piangeva e scoprire poi che anche lui aveva i sintomi diquel malessere inizava ad ottenebrargli il giudizio.
Adesso le sue decisioni erano più pesanti e in ballo c'era anche la vita di suo figlio...
-Ichi-
Tuesday, October 30, 2007 6:31 PM
“Cosa mi stà accadendo…perché proprio io…perché tutto questo accade proprio a me…” penso con aria grave osservando immobile il devastato paesaggio che si offre ai miei occhi davanti il Big One “neanche due settimane fa ero solo una persona come tante altre, conducevo una vita normale, coltivavo i sogni normali…una casa, il calore di una famiglia e un lavoro che nel mio piccolo mi faceva sentire importante, salvare delle vite umane…cosa può esserci di più intensamente bello nella vita di un essere umano di questo? Non ho mai avuto grandi ambizioni perché mi sono sempre accontentato di quanto il destino aveva da offrirmi, ed io ero grato al mio destino perché mi sentivo una persona felice.”

“Due settimane fa…tutto questo era la mia vita fino a sole due settimane fa…eppure sono bastati pochi istanti perché la follia dei potenti spazzasse via la vita di milioni di persone con i loro sogni e speranze, la mia compresa.”

“Quando l’orrore è giunto fin dentro le nostre case qualcosa dentro me ha cominciato a mutare, lentamente, dapprima in modo impercettibile ma poi sempre più intensamente. Per la prima volta in vita mia ho lottato, ho lottato contro il destino, ho lottato per difendere la vita di colei che amo, ho lottato per difendere la mia umanità.

Ma mentre continuavo a lottare, altre persone si sono aggiunte a me e Cisca e senza che me ne rendessi conto avevo cominciato a lottare anche per loro. Guardo queste persone e vedo nei loro occhi la speranza e le aspettative che ripongono in me e avverto come mai prima d’ora il peso della responsabilità per le loro vite gravare sulle mie spalle. Non so se quello che ho fatto o detto in questi terribili giorni avesse in se qualcosa di speciale, facevo solo quello che la mia coscienza mi diceva di fare, quello che la mia dignità di essere umano mi imponeva di fare…

Ieri ho aiutato una donna a partorire, ho dato il massimo di me stesso affinché sia lei, sia il piccolo che portava in grembo sopravvivessero al parto e nonostante le condizioni disperate in cui mi trovavo ad operare entrambi ce l’hanno fatta, ma non sempre ogni cosa va secondo le nostre aspettative…il piccolo è nato con delle malformazioni a seguito dell’esposizione alle radiazioni, non c’era nulla che io potessi fare, di questo ne sono consapevole, ma quando ho incrociato lo sguardo del padre non ho potuto fare a meno di leggere nei suoi occhi disperazione e risentimento verso di me. Comincio lentamente a comprendere a cosa alludesse mio padre quando mi diceva che il cammino delle persone nate sotto la Stella della Benevolenza è un cammino arduo fatto di dolore e sacrificio.
-Ichi-
Tuesday, October 30, 2007 6:39 PM
Più volte in questi giorni ho avvertito l’impulso di lasciare tutto, di gettare la spugna, di gridare a tutti più forte che posso che non sono io la persona adatta a guidarli, che sono soltanto una persona debole e non la persona forte che tutti credono, che anche io come loro ho il cuore carico di paure e che vorrei fuggire come un bambino spaventato il più lontano possibile da tutto e tutti…ma quel qualcosa che sta cambiando dentro di me mi impedisce di farlo e nel profondo della mia anima avverto che quel cambiamento è ormai irreversibile.

Potrei dare molti nomi a questo mutamento, è la gioia della nascita di mio figlio Hiro, è la consapevolezza di essere ancora vivo insieme a Cisca nonostante tutto, è il manifestarsi improvviso del mio Io interiore sotto forma di fulgida Aura, è l’influsso della Stella della Benevolenza che reclama per se il mio destino e le mie azioni, probabilmente si tratta di tutte queste cose insieme.

Sta scoppiando una strana epidemia tra i sopravvissuti del Big One, un’epidemia che si sta diffondendo rapidamente e a cui io non so dare una spiegazione, non so dare una cura, mi sembra come di avere le mani legate mentre guardo impotente le loro vite spegnersi lentamente…e la cosa più dura da digerire, la cosa che mi sta devastando il cuore è che anche mio figlio Hiro comincia a manifestare i primi sintomi. Cisca è disperata, mi viene vicino in lacrime implorandomi di fare qualcosa ma non c’è molto che possa fare in queste condizioni, cerco di darle speranza dicendole che ancora non è detto che Hiro sia stato contagiato, che nulla è perduto ma in realtà sono io che sto costringendomi a sperare.

Batista è un ragazzo rude e diretto così come le sue parole…rudi e dirette…mi suggerisce di porre fine alle loro vite evitandogli inutili sofferenze ed evitando a noi di restare contagiati…ma si rende veramente conto della scelta a cui mi sta mettendo davanti? No, fremo rabbioso dentro di me, non sarò io a porre fine alle loro vite, non lascerò che questo accada senza prima aver lottato con tutta la forza che ho in corpo, non sono ancora perduti e finche il loro cuore continuerà a battere nel loro petto, finche anche la più piccola speranza continuerà a brillare io non cederò…se questa è la strada che la Stella della Benevolenza ha in serbo per me allora io la percorrerò fino in fondo.

Duke, un medico che mi ha aiutato a fornire cure ai malati in questi giorni, pensa che se riuscissimo a mettere le mani su attrezzature migliori di quelle che abbiamo a disposizione probabilmente potremmo individuare una cura, ma non sa se l’ospedale cittadino sia ancora in piedi oppure no…bè, penso tra me, almeno questa per quanto piccola possa essere è già una speranza.

Il tempo scorre inesorabile.

Sono due ore che osservo il desolato panorama fuori il Big One, due ore in cui mi sto sforzando di vagliare ogni possibilità, ogni singola ipotesi…non c’è ragione di supporre che l’ospedale sia stato distrutto, è evidente che le bombe sono scoppiate ad una distanza sufficientemente lontana da qui altrimenti tutti i palazzi compresi il Big One sarebbero stati spazzati via in un attimo quindi l’ospedale deve essere ancora in piedi. In un primo momento penso che potrei portare dei campioni di sangue con me per poi analizzarli e tornare con una cura ma è un piano troppo rischioso per più di un motivo. Ammesso che riuscissi ad individuare la cura, il viaggio di ritorno mi porterebbe via del tempo prezioso e arrivato al Big One potrebbe già essere troppo tardi per curarli, oppure in mia assenza potrebbero subire un nuovo assalto di gruppi di disperati come quello di ieri sera e sarebbe una carneficina. C’è anche un’altra ipotesi, se l’ospedale fosse ancora intatto come voglio sperare che sia, è ragionevole supporre che anche altri sopravvissuti vi si siano riversati in cerca di cure e medicinali, e se arrivato li trovassi persone ferite che necessitano di cure immediate? Mi troverei nella terribile situazione di dover scegliere se tornare al Big One lasciandoli li a morire oppure restare li e tornare solo in un secondo momento al Big One…ma il tempo purtroppo stringe ed è ora di prendere una decisione, mi auguro che sia quella giusta.

Troveremo un mezzo di trasporto sufficientemente grande come un camion o un autobus, lo rinforzeremo con lastre di ferro davanti e sulle ruote per evitare che eventuali detriti possano danneggiarlo e affronterò il cammino verso l’ospedale insieme ai malati e a chiunque altro deciderà di seguirmi in questo viaggio della speranza

Dreikanter
Wednesday, October 31, 2007 3:37 PM
Immerso nei suoi pensieri Ichi medita sul da farsi dunque per prima cosa bisogna trovare un veicolo abbastanza grande da portare tutti i malati certo non è facile, considerando come malati sia chi mostra i primi sintomi che quelli che soffrono già da un giorno i malati ammontano a 13 senza contare Hiro ammesso di riuscire a convincere Cisca a rimanere al Big one. Potrebbe essere il caso di portare anche il dottore e le 2 infermiere per un totale di 19 persone.
Prima di iniziare la ricerca ho bisogno anche di un piano B nel caso in cui la sorte dovesse esserci avversa...
-Ichi-
Wednesday, October 31, 2007 5:32 PM
Se volessi tentare di percorrere questa strada significherebbe affrontare il viaggio con i malati che sono almeno 13 persone, poi ci sono Hiro e il personale medico che si trova con me, quindi diciamo che viaggeremo in 19 persone, probabilmente anche Cisca vorrà venire con noi e come darle torto, se fossi nella sua posizione neanche io vorrei separarmi dai miei cari in un momento così delicato…
Alla fine però sto ragionando come se avessi già un mezzo di trasporto pronto, ma purtroppo così non è…ma ragioniamo, il Big One si trova nell’area commerciale di Nanchang,una metropoli che fino a qualche giorno fa contava due milioni di abitanti, qui ogni giorno transitavano decine e decine autobus del servizio pubblico e camion per il trasporto merci, un autobus di linea normalmente può trasportare oltre 20 passeggeri seduti e quindi non dovrebbe essere così difficile trovarne uno, il problema è un altro invece, trovarne uno non danneggiato e funzionante…
Certo se questo piano dovesse sfumare devo tenermi pronto con un piano alternativo, ma la scelta non è affatto semplice…un piano alternativo significherebbe non aver trovato il tipo di veicolo che cerco e quindi che dovrei per forza lasciare qui i malati e non vedo altre soluzioni che raggiungere l’ospedale da solo o al massimo con un pugno di persone, portando alcuni campioni di sangue e un malato per effettuare le analisi.
Dreikanter
Wednesday, October 31, 2007 5:52 PM
Ancora fermo sulla soglia del Big One Telis riflette sul da farsi.
"...bene ora bisognerà vedere a chi affidare le ricerche del mezzo, a chi quella di rinforzarlo (eventualmente) con lastre di metallo il tempo non è affatto a nostro favore..."
-Ichi-
Friday, November 02, 2007 4:16 PM
E’ giunto infine il momento di passare all’azione, mi auguro che il tempo dia ragione delle mie scelte.
Raggiungo con passo svelto il gruppo di persone che ancora non sono rimaste contagiate, rapidamente fornisco loro i dettagli del piano e ci dividiamo in gruppi per velocizzare i preparativi. Due persone vengono con me a cercare nei dintorni del Big One un autobus mentre i falegnami preparano il materiale con cui dovremo poi rinforzare il mezzo. Cisca e le infermiere intanto cominciano ad aiutare i malati a raggiungere l’ingresso del centro commerciale. Trascorre un’ora e fortunatamente mi imbatto in un autobus in ottime condizioni. John, grazie alle sue conoscenze in fatto di elettronica, riesce a baipassare il quadro elettrico sprovvisto di chiavi e a mettere in moto l’autobus. Mi siedo al volante e comincio ad avvicinarmi al Big One cercando di prendere confidenza con il mezzo. La spia rossa della benzina lampeggia vistosamente… un altro problema da risolvere… per fortuna vicino l’ingresso principale del centro commerciale vi sono alcune automobili. I falegnami intanto si mettono all’opera mentre provo a travasare da una vettura all’autobus un po’ di benzina. Giselle mi si avvicina sconsolata dicendomi che con gli scarsi materiali reperiti è impossibile riuscire a rinforzare a dovere il mezzo. Le dico di non preoccuparsi perché capisco le difficoltà che sta affrontando e il poco tempo a disposizione ma a questo punto dobbiamo abbandonare l’idea di rinforzare il veicolo ed apprestarci a sistemare i malati al suo interno. Cisca e le due infermiere, Nelly e Nausicaa, assicurano i passeggeri su i sedili dopodichè Cisca prende posto davanti l’autobus prendendo in braccio Hiro mentre le altre due restano dietro per assistere i malati durante il tragitto.

Ci congediamo dagli altri sopravvissuti, nessuno ha voglia di parlare, la tensione nell’aria è palpabile. Mi avvicino a Batista affidando a lui le vite di coloro che resteranno al Big One dopodichè mi siedo al volante, ingrano la marcia e come affondo il piede sul pedale dell’acceleratore l’autobus comincia il suo viaggio verso la speranza.


La distanza che ci separa dalla nostra meta è notevole, il Big One si trova nell’area Est di Nanchang mentre l’ospedale nell’area Ovest, tra noi si frappone il centro storico. La scelta di attraversare il centro storico della città è rischiosa, l’autobus potrebbe non riuscire a procedere attraverso quelle strette strade, opto quindi di dirigermi verso la zona Sud in modo da prendere il raccordo anulare (o tangenziale se preferisci asd), una strada a tre corsie che costeggia tutta la città e che dovrebbe farmi guadagnare del tempo prezioso.
A quanto pare la fortuna è dalla mia infatti sul raccordo la strada risulta essere abbastanza libera consentendomi di procedere speditamente. Dal finestrino osservo sgomentato la città martoriata che scorre davanti i miei occhi. Una città che ha più l’aspetto di un enorme cimitero tanto pesante è l’aria che si respira. Ovunque si vedono macerie e auto distrutte e i cadaveri affollano le strade in un macabro spettacolo. Dietro i malati gemono in preda alla forte febbre, Nelly mi si avvicina sussurrandomi sconsolata che probabilmente per qualcuno di loro non ci sarà nulla da fare…

Per tre ore l’autobus continua la sua corsa fino a quando riesco finalmente a scorgere l’enorme struttura che ospita l’ospedale cittadino di Nanchang. Grazie al cielo è ancora in piedi e già questo mi fa tirare un sospiro di sollievo, porta i segni delle esplosioni, è vero, ma significa almeno che non è tutto perduto.

Fuori l’ospedale, come avevo ipotizzato, moltissime persone vi si sono radunate in cerca di aiuto, molte sono ferite, altre sembrano solo scioccate e spaventate, saranno almeno 150 persone e tutte si accalcano all’ingresso. Fermo l’autobus, scendo giù e parlo a questa piccola folla dicendo loro di essere un medico e che ho con me alcune infermiere a dei malati, dico loro di stare calmi perché farò in modo che ognuno di loro riceva le cure adeguate, ma che devono prima lasciarmi entrare dentro per sistemare i malati che trasporto con me dopodichè inizierò a medicarli. Le mie parole sembrano sortire l’effetto sperato visto che le persone cominciano a guardarmi con rinnovata speranza e lasciano che l’autobus si muova fin davanti l’ingresso principale e così cominciamo a far scendere i malati e a sistemarli su alcuni lettini come meglio possiamo.
-Ichi-
Friday, November 02, 2007 4:16 PM
All’interno faccio la conoscenza di Zack, un medico che prestava servizio all’interno dell’ospedale nel momento del conflitto, mi porta a conoscenza che anche lui dispone di alcune infermiere che lo stanno aiutando a fornire assistenza ma che il vero problema è rappresentato dalle scarse scorte di medicinali rimaste nella struttura. Dal canto mio gli spiego le condizioni dei malati che ho portato con me e dei sintomi che nel tempo hanno manifestato. Zack sembra ben capire le mie parole infatti afferma che questo tipo di epidemia ha un nome che in gergo medico viene chimata Morte Bianca, mi spiega che è un male che porta alla morte in tre giorni ma che è facilmente curabile attraverso la somministrazione di due semplici aspirine per paziente. Dannazione, e pensare che ho avuto per tutto il tempo la soluzione a portata di mano e non me ne sono reso conto. Immediatamente prendo due aspirine e le faccio assumere ad Hiro, finalmente è fuori pericolo e Cisca fatica a frenare la felicità.
Le infermiere cominciano dunque a curare i malati con le aspirine mentre io e Zack ci dedichiamo alla cura dei feriti. Grazie alle nostre capacità riusciamo a salvare molte vite umane, alcuni però presentano evidenti segni di mutazioni in atto. Purtroppo per loro non c’è molto che possiamo fare, i mezzi a nostra disposizione sono esigui per affrontare questo genere di emergenze. L’unica cosa che posso fare per loro è somministrargli degli antidolorifici evitandogli di soffrire durante il processo di mutazione e sperare con tutto il cuore che riescano a sopravvivere. Le infermiere intanto ci comunicano sconsolate che le scorte di aspirine sono terminate e che non tutti i malati hanno potuto ricevere la cura. Zack dice di aver mandato qualche ora prima una persona a cercare dei medicinali dalle parti dello stadio ma che a tuttora non ha fatto ritorno ed esprime tutta la sua preoccupazione.

Si lavora senza sosta a ritmi frenetici, faccio un lungo respiro come a raccogliere le forze e comunico che partirò immediatamente alla ricerca dei medicinali sperando di trovare anche la persona che non ha ancora fatto ritorno. Zack mi fornisce indicazioni sulla strada da seguire per raggiungere lo stadio, che comunque non dista più di un paio di miglia, e comincio a correre più forte che posso per raggiungere nel minor tempo possibile la meta.
Arrivo davanti lo stadio, tutto intorno a me regna il silenzio, ma dopo poco questo silenzio viene rotto da alcune grida di aiuto che provengono dal suo interno. Allarmato mi avvicino al cancello d’ingresso per entrare ma lo scopro chiuso. Non ho tempo per mettermi ad armeggiare con la serratura e decido quindi di prendere una breve rincorsa e spiccare un salto mortale per oltrepassarlo. Una volta dentro comincio ad vedere il prato verde che si stende in tutta la sua lunghezza e scendo gli spalti fino a scorgere nitidamente due persone che, letteralmente abbracciate ad una traversa della porta, gridano aiuto. Mi guardo attorno ma continuo a non capire visto che vicino a loro non sembra esserci alcun pericolo apparente. Mi avvicino cercando di tranquillizzarli e chiedo loro spiegazioni sulla situazione. Uno di loro mi dice di essere arrivato li perché mandato dall’ospedale a cercare dei medicinali che si trovano negli store all’interno dello stadio ma che si sono improvvisamente trovati di fronte un toro che li ha gettati nel panico, e così si sono ritrovati abbracciati e tremanti alla traversa. Non vedo alcun toro nei dintorni ma almeno tiro un sospiro di sollievo sapendo che sono ancora vivi. Li convinco a scendere da li e a dirigersi verso il cancello per scavalcarlo e tornare velocemente verso l’ospedale in quanto mi sono recato li dall’ospedale proprio per il loro stesso motivo.
Da un ingresso secondario fa il suo ingresso il famigerato toro, quattrocento chili di muscoli e tendini, che per fortuna non sembra curarsi molto di noi. Sbigottito, il mio primo pensiero nel vederlo è “ma…che cazzo di fa un toro in uno stadio!?!” se posso voglio evitare di affrontarlo, anche lui alla fin fine è una vittima di tutto questo caos. Gli altri due intanto sono riusciti a scavalcare il cancello e anche io mi dirigo con circospezione verso l’uscita cercando di non far innervosire l’animale il quale per fortuna continua bellamente ad ignorarmi. Una volta superati gli spalti riesco finalmente a dedicarmi alla ricerca dei tanto agognati medicinali e nonostante perda un po’ di tempo ad orientarmi all’interno dei negozi alla fine riesco a trovare ciò che cerco. Mi volto per andarmene e mi blocco sbigottito per la seconda volta a guardare il toro che ora si aggira tranquillamente attraverso i negozi, il mio secondo pensiero nel vederlo è “ma…come cazzo ha fatto a salire gli spalti!?!?!, quesiti che probabilmente non troveranno mai una risposta…per un attimo i nostri sguardi si incrociano facendomi temere il peggio, ma poi con la stessa placida calma con cui era giunto, così si allontana, permettendomi in tutta tranquillità di uscire fuori dallo stadio e correre a più non posso verso l’ospedale.
Dreikanter
Saturday, November 03, 2007 12:05 PM
E' tardo pomeriggio eppure l'oscurià dalle notte arriva , favorita delle scure nubi , anzitempo.
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Si alza un forte vento che spazza le strade sollevando cenere e polvere, e rende difficile non solo tenere gli occhi aperti ma anche respirare.
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Come se non bastasse dopo aver cercato i medicinali all'interno dello stadio sei uscito senza rendrtene conto da un altra uscita.
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E adesso che se ne rende conto Telis si ritrova nel bel mezzo del nulla in una citta che non riconosce.
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Tentando di ritrovare la giusta strada finisci col prederti ancora di piu'. Rendendosi conto dell'impossibilità di ritornare all'ospedale in serata , sicuro che l'indomani al suo ritornoi gli infetti della Morte Bianca potranno guarire grazie alle medicine trovate.Telis riflette sul da farsi...
-Ichi-
Saturday, November 03, 2007 7:26 PM
"Qualcosa non va" penso nervosamente tra me "sono quasi due ore che sto correndo per le strade della città, a quest'ora sarei già dovuto arrivare all'ospedale con i medicinali..."
"Eppure non ricordo di essere passato da qui quando sono arrivato" rimugino tra me osservando i palazzi che mi circondano "dannazione, già riuscivo a vedere a malapena la strada per la notte che avanza, ci mancava anche questo maledetto vento a complicare le cose..."
Continuo ad avanzare con fare incerto per altri minuti, coprendomi come posso gli occhi con un braccio per ripararmi dalla polvere alzata dal vento. Il vento ora comincia a soffiare sempre più intensamente, le violente folate mi sferzano il viso tanto da costringermi a rallentare ulteriormente la mia marcia.
Mi fermo ormai rassegnato, non ho la più pallida idea di dove mi trovi, continuare in questo modo non ha senso rischio soltanto di allontanarmi ancora di più dall'ospedale, devo trovare un posto dove ripararmi ed aspettare le prime luci del giorno, purtroppo in questo momento non posso fare diversamente.
Dreikanter
Wednesday, November 07, 2007 6:27 PM
In mezzo a tante macerie noti come molti palazzi siano rimasti incredibilmente integri. Certo non sono piu' quelli di un tempo, balconi, scale e interi piani sono franati ma nella maggior parte dei casi la struttura è ancora in piedi.Tra di essi serpeggiano stradine sempre piu' strette , quelle vie caratteristiche che una volta rendevano cosi' caratteristico il centro storico.Trovi riparo in uno di quegli edifici se non altro per una notte ti terrà al riparo da vento e freddo. D'un tratto il boato di uno sparo rompe il silenzio dei vicoli superando il sibilio del vento.
-Ichi-
Thursday, November 08, 2007 10:03 AM
Mi addentro sempre più all’interno dei vicoli del centro storico alla ricerca di un riparo dove trascorrere le poche ore che mi separano dal sorgere del Sole. Qui i palazzi che costeggiano i vicoli sono molto più fitti rispetto altre zone della città ben più aperte fornendo già un discreto riparo dal vento. Tutti portano i segni della devastazione ma la maggior parte di essi risulta ancora essere in ottime condizioni. Arrivo di fronte un vecchio negozio di antiquariato la cui insegna, al di sopra dell’ingresso, oscilla provocando un ritmico cigolio metallico. La vetrata della porta è andata in frantumi. Entro all’interno facendomi largo tra innumerevoli cianfrusaglie cadute sul pavimento e trovo un angolino dove potermi sistemare. Finalmente, al riparo dalle intemperie, riesco a riposarmi un po’ dopo l’estenuante giornata trascorsa, e questo stato di calma va avanti per una buona oretta e mezza fino a quando il sibilo del vento viene sovrastato dal forte boato provocato dallo scoppio di un’arma da fuoco. Istintivamente scatto in piedi colto di sorpresa dal rumore dello sparo il cui eco ancora serpeggia per i vicoli. Se prima poteva esserci una possibilità di poter passare qualche ora di tranquillità, ecco che quella possibilità svanisce come spazzata via dal vento. Quello sparo, qualsiasi cosa significhi, non promette nulla di buono…sarà meglio andare a vedere cosa sta accadendo. Esco dal negozio dirigendomi furtivamente nella direzione da cui mi è sembrato provenire lo sparo, cercando di acuire al massimo i miei sensi per cogliere anche il più piccolo segnale attorno a me.
Dreikanter
Thursday, November 08, 2007 12:19 PM
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Sebbene ancora intorpidito dal freddo e dalla stanchezza riesci a risalire alla provenienza dello sparo e ti incammini verso l'origine
del rumore. Il clima in questi giorni, già duri per la mancanza di
quello stile di vita al quale oramai l'umanità si era abituata, è
inclemente. DI giorno sebbene una spessa cortina di scure nubi
riempiano i cieli la temperature è insopportabilmente alta dovuta quasi certamente ad un involontario effetto serra.La notte invece a
causa dell' escursione termica il termometro scende avvicinandosi allo zero.

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Camminando arrivi davanti a quello che era il palazzo di giustizia. Uno dei piu' importanti della cina non tanto per il suo ruolo quanto per la maestosita della sua architettura.In stile Neoclassico di chiara ispirazione occidentale all'Americana. Un edificio a due piani che ricorda dall' esterno un tempio greco-romano. Telis, i sensi ora viglili, ascolta le grida di una donna.
"Basta ti prego basta non ce la faccio piu' lasciaci in pace..."
La voce stanca e disperata proviene dall' interno dell' edificio.

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Cercando di essere il piu' discreto possibile Telis si aggira per il
primo piano del tribunale. Man mano che si avvicina all' imponente
scalinata che porta al piano superiore percepisce sempre piu'
nintidamente le voci degli insoliti abitanti dell'edificio.
"...silenzio, come posso ascoltare la voce di Dio con questo fracasso? dovete essere pazienti e affidarvi al suo giudizio , proprio come ho fatto io non ricordate?.." parla un uomo dalla voce esaltata e salda.
"perdonatemi ma io cosa ho fatto di male sono solo un avvocato ho svolto il mio lavoro senza..." risponde con voce tremolante un altro.
"Basta sono giorni che ripeti sempre la stessa storia , sei stato tu a far si che la puttana avesse la giuria dalla sua parte o no? sono
state le tue parole a convincere il giudice o no? sei stato tu che pur sapendo che la stronza mentiva mi hai fatto condannare perdendo tutto...la casa i soldi il lavoro... e adessso che Dio mi ha assolto con mille fuochi tu ancora non capisci..."
"la prego non possiamo resistere ancora per molto qui siamo affamati
stanchi e preoccupati, si guadi intorno questo è un inferno..."commenta un altro con voce bassa e tranquilla.
"...inferno dici? giudice questo è solo l'inizio se Dio mi dara il
segno che aspetto io saro' l'esecutore della vostra condanna,
mi avete accusato e condannato ingiustamente e questa è la
punizione che meritate... forse anche lei era d'accordo con la troia
o no ?" ribatte l'uomo esaltato e aggiunge "Mi avete definito un
malato di mente, un , un ... come era la definizione della "signora"? avvocato mi aiuti a ricordare"
"V...Vvv...violento"ancora piu' tremulante nella voce.
"Si esatto un violento , mai avrei pensato di alzare una mano addosso a qualcuno , mai... ma ora è diverso, io , innocente sono stato condannato e ora che senso avrebbe tornare ad essere quella tranquilla persona che sono sempre stata , adesso pagherete per i vostri sbagli e per aver dato retta a quella bastarda" il
tono della sua voce si fà sempre piu' esaltato e folle e il suo
farneticare viene interrotto dal pianto della donna.
Telis arriva alla base della scalinata e vede la fioca luce delle
candele che arriva dal secondo piano fendere l'oscurità e disegnare
lunghe ombre...
-Ichi-
Tuesday, November 13, 2007 4:52 PM
“Basta!” ruggisco fiero spalancando con entrambe le mani la porta che da accesso all’aula.
Le persone al suo interno restano sbigottite e incredule vedendomi entrare. “Dio non c’entra nulla con tutto questo, ciò che ha devastato il mondo non è opera di Dio ma della scelleratezza degli uomini” .
L’uomo con la pistola, ancora sorpreso per l’improvvisa irruzione, trova la forza di replicare “come fai a dire che questa non è opera di Dio! Io ero innocente e nonostante tutto sono stato ingiustamente condannato. Questa distruzione non può essere altro che un segno!”
“ E tu questo lo chiami un segno del cielo?” replico con voce tonante “ma non ti sei affacciato fuori da questo palazzo? Non hai visto come i morti ricoprano le strade? Come puoi anche solo immaginare che questo sia il giudizio di Dio?”
Le altre persone intanto sembrano sollevate dal mio arrivo e mi guardano con aria speranzosa.
“E’ così ti dico, io conducevo una vita tranquilla e onesta ma quel maledetto giorno quando sono rientrato a casa ho trovato mia moglie a letto con un’altra donna, capisci cosa sto dicendo? Come mi hanno visto entrare mi si sono scagliate addosso come pazze, e mentre cercavo di difendermi dalle loro unghie, la sua amica ha sbattuto la testa contro uno spigolo ed è morta. Questa troia poi, non contenta, ha fatto in modo che perdessi tutto, famiglia, lavoro, casa…e tu ora mi dici che questa possibilità di vendicarmi che mi viene concessa non è un dono di Dio?”
La donna che prima piangeva sommessamene, sfruttando la distrazione dell’uomo, si precipita verso di me urlando “ Ti prego fermalo è un pazzo, vuole ucciderci tutti!”
L’uomo udendo le sue parole viene travolto da un moto d’ira ed esplode un colpo di pistola in direzione della ragazza.
Faccio appena in tempo a deviare con una spinta la ragazza dalla traiettoria della pallottola prima che questa si infranga sul mio petto. Ma la pallottola invece che lacerare la mia carne e farsi largo nel mio corpo, ricade a terra rimbalzando sul pavimento sotto gli occhi increduli e sbigottiti dei presenti.
L’arte della Divina Scuola di Nanto mi difende, nessuna pallottola potrebbe toccarmi così facilmente, ma questo loro non lo sanno…
Lentamente la mia fulgida aura comincia a fluire fuori dal corpo irradiandosi tutto intorno.
L’uomo lascia scivolare la pistola dalla mano sul pavimento e cade in ginocchio aprendo le braccia verso il cielo ed esclamando a gran voce “E’ IL MESSIA!!! E’ IL SALVATORE, E’ IL SEGNO CHE IL CIELO MI HA INVIATO, SI E’ LUI!!!”
Lentamente mi avvicino a lui raccogliendo l’arma da terra e infilandola al sicuro dentro la giacca “Non sono un messia, non sono nulla di tutto questo, sono solo un uomo che lotta per mantenere la propria umanità. Tutto quello che eravate prima ormai non conta più nulla, il denaro non conta più nulla, la proprietà non conta più nulla, quello che conta ora sono solo le vostre vite, niente di più niente di meno. Il fato vi ha concesso una seconda possibilità, potete scegliere se cominciare una nuova vita oppure se venire inghiottiti dalle tenebre di quest’olocausto, la scelta è soltanto vostra.
Per quelli che decideranno di continuare sappiate che la mia comunità di sopravvissuti non è molto lontana da qui, li vi saranno date cure e cibo, chi vorrà potrà seguirmi ma badate bene, non c’è posto tra la mia gente per la violenza gratuita, per l’egoismo o per la vendetta perché solo uniti e credendo l’uno nell’altro riusciremo a sopravvivere.”
Le persone sembrano piuttosto rinfrancate nello spirito udendo le mie parole e acconsentono di buon grado a seguirmi. La notte comunque ancora non ha lasciato posto alla luce del sole e quindi restiamo qualche altra ora li a riposarci prima di fare ritorno all’ospedale.
Il resto della notte tuttavia non scorre senza intoppi, la ragazza infatti tenta di uccidere nel sono l’uomo che fino a poche ore prima li teneva in ostaggio, ma fortunatamente, accortomi in tempo di quanto stava per accadere, riesco ad evitare il peggio, e dopo aver nuovamente parlato loro sembrano aver definitivamente accantonato ogni proposito di vendetta.
Finalmente il sole si leva alto in cielo anche se comunque oscurato dalle nubi, anche il veneto sembra finalmente placarsi e ci apprestiamo dunque a partire. I giorni senza cibo tuttavia li hanno debilitati, alcuni di loro non hanno la forza necessaria per poter affrontare una marcia fino all’ospedale. Fortunatamente riesco a trovare all’interno di un garage semidistrutto una macchina ancora in buone condizioni. In un modo o nell’altro riusciamo a stiparci tutti quanti dentro la vettura e infine partiamo alla volta dell’ospedale. Un paio di ore dopo siamo a “casa”. Giusto il tempo di riabbracciare Cisca e Hiro, distribuire le vitali aspirine ai malati che devo subito ripartire, questa volta verso il Big One per recuperare gli ultimi sopravvissuti rimasti indietro neanche due giorni prima. Parlo alla folla che mi si è radunata attorno vedendomi arrivare e dico loro che sarò di ritorno entro sera portando con me altri sopravvissuti e di continuare ad avere speranza nel futuro. Rapidamente ingrano la marcia e mi allontano mentre la folla mi saluta osannandomi.
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