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Monday, January 03, 2011 12:01 PM
Leggere o evitare: libri,
il meglio e il peggio 2010




Melissa P

D'Avenia e . stroncati, Bajani, Trevi e Valerio da amare. Tra gli stranieri la dama ungherese Magda Szabó è una certezza. Per i più piccoli, Geronimo Stilton viene spremuto all'inverosimile. E tra i saggi del 2010 i migliori per riflettere, secondo Anna Maria Lorusso, sono Belpoliti, Zagrebelski e Sgarbi. Le indicazioni di quattro nostri critici mentre Stefania Scateni, nel suo sguardo d'insieme, segnala su tutti un romanzo profondo e del tutto inusuale nel panorama italico: “Xy” di Sandro Veronesi.

Nella foto grande orizzontale, un'opera di Anselm Kiefer. Nella foto piccola che poi resta con l'articolo, Melissa P.


LA NARRATIVA ITALIANA DEL 2010 DI PAOLO DI PAOLO

I tre migliori

1 Andrea Bajani, “Ogni promessa”, Einaudi
2 Emanuele Trevi, “Il libro della gioia perpetua”, Rizzoli
3 Chiara Valerio, “Spiaggia libera tutti”, Laterza

I tre peggiori

1 Alessandro D’Avenia, “Bianca come il latte, rossa come il sangue”, Mondadori
2 Alfonso Luigi Marra, “La storia di Giovanni e Margherita”, Omogeneitas
3 Melissa P., “Tre”, Einaudi

Le mie scelte: chi scommette sulla scrittura, chi si autopromuove

Nel corso del 2010, le classifiche dei libri più venduti hanno senz’altro premiato anche libri di indubbio interesse e di qualità. Ma le sorprese vere stanno sempre in fondo alle liste dei bestseller o addirittura fuori. Le scritture di Bajani, Trevi e Valerio hanno in comune l’indisciplina e l’imprevedibilità. Scommettono tutto sulla lingua: non per via di uno sperimentalismo aggressivo e inconcludente, ma perché per loro conta più il “come” dire che il cosa. Pretenziose, raffazzonate, vacue le prove dell’esordiente D’Avenia e dell’avvocato Marra, che invade perfino la televisione con agghiaccianti spot autoprodotti.


LA NARRATIVA STRANIERA DEL 2010 DI MARIA SERENA PALIERI

I tre migliori

1 Magda Szabó, “Per Elisa”, Anfora
2 Per Olov Enquist, “Un'altra vita”, Iperborea
3 Alan Bennett, “Una vita come le altre”, Adelphi

I tre peggiori

1 Nicolai Lilin, “Caduta libera”, Einaudi
2 Irène Némirovsky, “Due”, Adelphi
3 Patrick Dennis, “Povera piccina”, Adelphi

Le mie scelte: l'autobiografia sconfigge le montature

Due dei tre testi migliori sono autobiografici. Un caso? Forse no, forse l'autobiografia, quando è profonda e spietata (ma anche pietosa) vince sulla finzione. Enquist, narratore sommo, ci porge la sua vita avvolgendola intorno alla ventina d'anni in cui è stato alcolista. E perfino l'alcolismo si può raccontare in modo creativo. Bennett è Bennett: anche la psicosi depressiva della madre diventa commozione e divertimento. Ah, pure "per Elisa" è fortemente autobiografico: Szabó, la grande dama ungherese, lo riteneva il suo libro migliore. Vero? Per noi, i suoi libri, sono migliori tutti... Sui no: Lilin è una montatura; Némirovsky dimostra che risentimento e cattiveria possono inquinare un bello stile; Dennis è roba rifritta, diciamo che arriva con un'ottantina d'anni di ritardo.


I LIBRI PER RAGAZZI DEL 2010 DI MANUELA TRINCI

I tre libri migliori

1 Germano Zullo e Albertine, “Gli uccelli”, Topipittori
2 Beatrice Masini, “Bambini nel bosco”, Fanucci
3 Marco Berrettoni Carrara e Chiara Carrer, “È non è”, Kalandraka

I tre libri peggiori

1 “Le avventure di Tom Sawyer - Geronimo Stilton”, Piemme
2 Fulvia Degl'Innocenti, “La ragazza dell’Est”, San Paolo edizioni
3 Alfredo Stoppa e Maria Luce Sonia Possentini, “Grande o piccolo?”, Sonia Possentini

Le mie scelte: i belli fanno sognare, i brutti sono pelosi o nutellosi

Ci sono libri belli proprio perché suscitano meraviglia e stupore e consentono di vedere il quotidiano da angolature diverse dal solito. Belli, perché raccontano la vita, anche la più dura col linguaggio della poesia, quello più consono ai bambini. Belli perché fanno sognare l’avventura e credere ai sogni avventurosi. Ci sono libri brutti perché obbediscono a discutibili operazioni commerciali e, per esempio, trasformano in topi, eroi e eroine che appartengono al tempo di tutti. Ci sono libri proprio brutti perché offrono ai giovani spaccati della vita appesantiti da stereotipi culturali e carità pelosa. Altri che sono brutti perché rendono l’infanzia nutellosa, propongono immagini pompose, volutamente evocative e di fatto non fanno pensare né divertire.


LA SAGGISTICA DEL 2010 DI ANNA MARIA LORUSSO

I tre saggi migliori

1 Marco Belpoliti, “Senza vergogna", Guanda
2 Gustavo Zagrebelski, "Scambiarsi la veste. Stato e Chiesa al governo dell'uomo", Laterza
3 Vittorio Sgarbi, "Viaggio sentimentale nell'Italia dei desideri", Bompiani

I tre saggi peggiori

1 Marco Travaglio,"Ad personam", Chiarelettere
2 Zygmunt Bauman, "L'arte della vita", Laterza
3 "Pop filosofia" a cura di Simone Regazzoni, Il Nuovo Melangolo

Le mie scelte: le delusioni da autori eccellenti

I libri migliori sono tra loro diversissimi ma tutti sollecitano uno sguardo sul nostro presente anti-ideologico e non semplicemente critico, ma auto-critico. Belpoliti e Sgarbi ci fanno riflettere sui nostri stessi comportamenti, le nostre distrazioni, le nostre emozioni: i vizi di una società di cui siamo parte e che forse alimentiamo. Zagrebelski ci ricorda i rischi, le invasioni, le manipolazioni che il diritto alla laicità ha subito - e forse ancora sta subendo. Quanto ai tre “peggiori”, mi hanno delusa per il sospetto che rispondano anzitutto al bisogno (commerciale) di riproporre un'etichetta che ha avuto successo. Nel caso di Travaglio si tratta della ripetizione di una sorta di "fabbrica del dissenso" che mi pare ispirata da un afflato profetico-populistico che temo non produca consapevolezza critica (preferirei che non si fosse indottrinati contro Berlusconi, ma che si fosse preparati a smascherarne e capirne le logiche di interesse). Nei casi di Bauman e Regazzoni (quest'ultimo solo curatore del volume) si tratta del brand "società liquida" e "pop" e catalizzano l'attenzione con la promessa di una filosofia spiccia, comprensibile e vicina alla vita quotidiana. Ma la delusione è proporzionale alla stima per gli autori che in altre sedi, in anni precedenti, mi hanno invece ampiamente entusiasmato.

30 dicembre 2010

l'U


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Monday, January 03, 2011 12:08 PM
Troppi titoli,
ma c'è un po' di luce




Sandro Veronesi, scrittore

di Stefania Scateni
Come al solito e ancora più del solito il mercato editoriale italiano ha sfornato decine di migliaia di titoli. È un paradosso tutto nostro: siamo un paese che ha pochissimi lettori, siamo in fondo alla classifica di lettura di libri nel mondo occidentale. E per di più molti di tutti quegli alberi tagliati per impaginare quei volumi potevano essere risparmiati perché non ne valeva la pena. E il 2010 è stato un anno in cui la letteratura italiana ha mostrato – tranne poche eccezioni – un livellamento sui gusti popolari, il che non vuol dire affatto qualità e ottima scrittura. Ma qualcosa illumna questo scenario: nonostante tutto è nata una decina di piccole case editrici: non hanno bisogno del bestseller, non lo inseguono affannosamente, e forse questo rappresenta un buon auspicio per una maggior cura nella scrittura: per un libro sembrerebbe scontato dirlo, oggi forse non è così.

Il romanzo del 2010 è XY
Non ho dubbi (almeno su un libro...). Il romanzo del 2010 è “XY” di Sandro Veronesi, edito da Fandango. Vola così alto sopra tutti gli altri autori italiani da conquistare un posto d'onore non solo nella nostra scena letteraria ma anche in quella internazionale. E' un romanzo poderoso, che tiene alta l'attenzione e i lettori col fiato sospeso fino alla fine; la storia è agghiacciante e commovente, la sintassi e il tono sono perfetti, studiati e limati con una cura così estrema da sembrare semplicemente naturali (così come succede ai danzatori di talento che rendono facili e “normali” movimenti faticosi e impegnativi, imparati dopo un estenuante esercizio). “XY” non è un giallo, è un enigma. Racconta di una punizione divina o una maledizione satanica (che poi sono la stessa cosa). E non ha, non ci concede, scioglimento dell'enigma. Di contro, però, il romanzo di Veronesi regala ai lettori uno scenario più ampio della cruda realtà (e forse il paesino in cui si svolge la storia è metafora del nostro Paese), ci offre, suggerisce, che è possibile allargare gli orizzonti, ampliare le porte della percezione, uscire dalla prigione della razionalità, comprendere, credere perfino.

Jung e gli altri libri sull'invisibile
Ed è seguendo questo filo che vorrei segnalarvi i “migliori libri del 2010”. Libri belli certo, ma anche libri capaci di farsi “portieri” sopraffini, guardiani delle soglie in grado di mostrare passaggi e porte che si aprono sull'indefinito, l'indicibile, l'invisibile. Ecco, quindi, che come secondo titolo dell'anno segnalo “Il libro rosso” di Carl Gustav Jung, tradotto in Italia da Bollati Boringhieri. E' un libro costoso, non per tutti, ma è anche un libro bellissimo, enorme (grande come un grande atlante geografico), con illustrazioni spettacolari, visionarie e mitiche. E, soprattutto, mostra il lato “oscuro” di un grande psicoanalista, il suo viaggio nei misteri della mente e nella follia, attraversati con orrore ma anche con la forza di trarne degli elementi utili per capire. Capire, immaginare, creare. Leggere “Il libro rosso” è come rovistare nella bottega di un pittore rinascimentale o sfogliare gli appunti di Philip Dick: ci si trova di fronte al materiale grezzo che Jung usò per elaborare la sua teoria, la teoria dell'inconscio collettivo e degli archetipi, dove ritroviamo l'Ombra, il lato oscuro di ognuno.

Percival Everett, ironia al fondo delle cose
Tra gli autori stranieri che offrono al lettore prospettive “diverse”, sghembe e per questo affascinanti, consiglio l'afroamericano Percival Everett. Quest'anno sono usciti in Italia due suoi titoli per Nutrimenti: “Ferito” e “Io non sono Sidney Poitier”. La strada è quella tracciata da Ralph Waldo Ellison, ed Everett la trasforma in una superstrada a quattro corsie, scaraventandoci nella condizione dei neri americani, e anche nella società americana tout court, offrendoci una visuale inusuale, “disadattata”. Una scrittura scoppiettante e ironica e una profondità dello sguardo che usa le superfici per andare al fondo delle cose.

La poesia dei vulcani di Bordini
L'ironia, corrosiva, la troviamo anche ne “I costruttori di vulcani” (Luca Sossella Editore), la raccolta di tutte le poesie di Carlo Bordini, poeta tanto amato dai critici, come Alfonso Berardinelli, quanto poco conosciuto al pubblico (ma la poesia, si sa, non la legge nessuno). Nei suoi versi Bordini mette a nudo l'umano e l'umanità, con la stessa lucida e innocente cattiveria che usa per guardare se stesso. Una lezione al narcisismo imperante. Dello stesso editore (piccolo e sommerso come la poesia), segnalo anche la riedizione di un libro di Beppe Sebaste che negli anni Novanta ha avuto un grande seguito: allora si intitolava “Porte senza porta” (Feltrinelli), oggi, riveduto e aggiornato, come si suol dire, si chiama “Il libro dei maestri”. Porte senza porta rewind. Attraverso le testimonianze di persone normali e insieme straordinarie, che si dedicano agli altri, un limpido insegnamento di autenticità: è possibile diventare ciò che si è. Le voci raccolte nel libro sono in grado di indicare una via che è sempre unica per ognuno e già aperta e invisibile: la porta (senza porta) della comprensione di sé. Il risveglio, l'illuminazione, la grazia.

30mila anni d'arte
E in grazia concludo questo breve excursus nei libri dell'anno. Con la grazia degli occhi: “30.000 anni d'arte” (Phaidon) allarga la prospettiva, ci porta per mano fuori dal “nostro mondo”, dalla prigione dorata dell'occidentalità, raccontandoci la storia della creatività umana attraverso il tempo e lo spazio: oltre mille opere dalla preistoria a oggi, i capolavori di culture diverse confrontate cronologicamente. Cosa dipingevano i giapponesi, gli africani, gli indiani mentre Vermeer realizzava la Lattaia? Un augurio ad aprire gli occhi e la mente, a riuscire a vedere al di là del proprio naso, a osare, viaggiare, scoprire... insomma, a cambiare.

Cittadini e vegetariani
E per questo, in coda, ecco altri due titoli. “La libertà dei servi” di Maurizio Viroli (Laterza), un'analisi onesta e cristallina sulla perdita di cittadinanza degli italiani, che allo status di cittadini preferiscono essere servi, buffoni e cortigiane, adulatori e arroganti, identificati con il “signore” e preoccupati ossessivamente delle apparenze. “Se niente importa” di Jonathan Safran Foer (Guanda): come possiamo cambiare noi, e quindi anche gli altri, scegliendo un'altra modalità di rapportarsi con il mondo, responsabile e lungimirante, ovvero diventare vegetariani, o quanto meno consapevoli.
30 dicembre 2010

l'U


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