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Wednesday, May 28, 2008 1:15 AM
Studio dell'Università di Bologna sulla sostenibilità delle colture energetiche
Ideali quelle che non fanno consumare acqua e non alterano la produzione di alimenti

Dalla Germania la seconda generazione: bioetanolo dalla cellulosa degli scarti boschivi
L'esperto: "Giusto sapere cosa conviene all'ambiente, ma il caro-cibo ha altre cause"
di VALERIO GUALERZI

Biocarburante? Solo se economico
Sì al sorgo, no a colza e girasole




Etanolo da mais

ROMA - I buoni da una parte, i cattivi dall'altra, come si faceva una volta sulla lavagna di scuola. Su una colonna il sorgo da fibra e il sorgo zuccherino, le colture che possono essere trasformate in energia dando davvero una mano all'ambiente, perché al contrario di altre crescono in ambienti molto aridi e generano prodotti non utilizzabili dalla catena alimentare; sull'altra colonna la colza, le barbabietole e il girasole, che per crescere hanno bisogno di una quantità di acqua, concimi ed energia tali da rendere il gioco molto più costoso della candela. In mezzo, con risultati variabili ma il rischio di entrare in conflitto con la produzione di cibo, i cereali come il grano, l'orzo e il mais.


Sul banco degli imputati. A realizzare la classifica è uno studio dell'Università di Bologna ancora inedito che verrà presentato al Congresso della Società Europea di Agronomia in programma a settembre. La ricerca arriva in un momento quanto mai opportuno, con la corsa ai biocarburanti decisa dall'Unione Europea e dall'amministrazione Bush sotto processo con l'accusa di essere responsabile della fiammata nei prezzi dei generi alimentari.

La Piattaforma biofuels. A coordinare lo studio è stato il professor Gianpietro Venturi, docente di Agronomia generale e colture presso l'ateneo bolognese Alma Mater e presidente della Piattaforma italiana per i biocarburanti, una struttura creata su indicazione dell'Ue per organizzare le sinergie tra tutti i protagonisti della filiera: agricoltori, mondo scientifico, industria e istituzioni.

Gli orientamenti europei. "A leggere le cifre senza pregiudizi - spiega il professor Venturi - penso si possa affermare con serenità che la spinta per la diffusione di bioetanolo e biodiesel sono un fattore molto marginale nel recente boom dei prezzi alimentari. I motivi della fiammata sono altri, i maggiori consumi di Cina e India e una sequenza di fattori climatici negativi. Ciò non toglie che il pericolo di azzerare i vantaggi ambientali dei biocarburanti puntando su colture sbagliate esiste. Ne è consapevole la stessa Unione Europea, alla quale consegneremo le nostre conclusioni. Bruxelles sta discutendo infatti di fissare al 50% la quantità di anidride carbonica non immessa nell'atmosfera come soglia minima di emissioni risparmiate per dichiarare un biocarburante sostenibile. Allo stesso modo sta pensando di stabilire che il 50% del biocarburante utilizzato in Europa (l'ambizione della direttiva è arrivare al 10% dei consumi entro il 2020) debba essere di seconda generazione".

Obiettivo seconda generazione. Per "seconda generazione" si intende prevalentemente l'estrazione di bioetanolo dalla cellulosa degli scarti boschivi e di piante "povere", un procedimento ancora in via di perfezionamento, ma sul quale vengono riposte grandi aspettative. In Germania recentemente è stato aperto uno dei primissimi impianti di questo genere al mondo. Anzi, in un certo senso potrebbe essere definito persino di terza generazione, visto che nello stabilimento inaugurato dalla cancelliera Angela Merkel a Freiberg, l'azienda Choren ha trovato il modo di trasformare scarti di lavorazione agricola e residui boschivi non in bioetanolo, ma in biodiesel. Materiali che permettono al bilancio energetico di essere assolutamente in attivo (si parla di riduzione delle emissioni di CO2 del 90%) senza creare competizione tra colture energetiche e colture alimentari. L'obiettivo per il primo ano di attività è la produzione di 18 milioni di litri di combustibile.

Traguardi ambiziosi. In Italia ovviamente siamo ancora lontani dal possedere le conoscenze per mettere in piedi un'impresa simile. "Se alla data del 2020 anziché il 10% stabilito dall'Europa riusciremo a produrre il 3% del biocarburante di cui abbiamo bisogno lo considererei già un successo - spiega ancora il professor Venturi - Nel generale ritardo la ricerca è forse quella messa meno peggio".

I segreti delle alghe. All'Università politecnica delle Marche si sta cercando ad esempio di capire se una mano a risolvere la crisi ambientale possa arrivare dalle alghe. "Abbiamo monitorato sia le specie di acqua dolce che di mare per capire quali sono le più adatte all'estrazioni di oli da trasformare in biodiesel - racconta il professor Mario Giordano, docente di fisiologia vegetale - Il passo successivo è stata l'individuazione dei metodi di coltura in grado di esaltare l'oleogenesi degli organismi. Ora possediamo un ventaglio di possibili soluzioni, ma mancano i soldi per passare dalla sperimentazione in laboratorio a quella in un vero impianto pilota".

Non bisogna generalizzare. In attesa che arrivino i fondi e che anche da noi si possa iniziare a parlare concretamente della produzione di biocarburanti di seconda generazione, conviene attenersi alla lista dei buoni e dei cattivi stilata dalla ricerca coordinata da Venturi. Ma con un avvertenza essenziale. "L'importante - sottolinea il professore - è non generalizzare, anche perché i costi energetici e ambientali di ogni specie cambiano molto spostando le coltivazioni anche di poche decine di chilometri con il variare della qualità del terreno e del clima: far crescere il granturco a Forlì non è come crescerlo a Piacenza".

Una classifica ancora parziale. "I due sorghi che risultano 'vincitori' - aggiunge Lorenzo Barbanti, un altro dei firmatari della ricerca - per il momento possono essere usati prevalentemente per produrre energia termica e non biocarburanti, allo stesso modo bisogna tenere conto del valore dei residui delle lavorazioni e delle capacità di 'carbon sink' (ovvero di fissare l'anidride carbonica) delle coltivazioni, fattori che questo primo lavoro non ha preso in considerazione, ma che per il futuro rappresentano le soluzioni più interessanti grazie a piante pluriennali come la canna comune, il panico, il miscanto e il cardo".

(27 maggio 2008)

Rep
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Wednesday, May 28, 2008 1:17 AM

Hit parade dei biocarburanti sostenibili



Sorgo zuccherino. Ha il vantaggio di essere una pianta annuale di facile coltivazione con poche necessità di acqua. E' ricca di cellulosa, ma in attesa che si sviluppino le tecnologie per i biocarburanti di seconda generazione può essere usata solo per produrre energia termica.



Sorgo da fibra. Ha il pregio di essere una pianta annuale di facile coltivazione con poche necessità di acqua. E' ricca di cellulosa, ma in attesa che si sviluppino le tecnologie per i biocarburanti di seconda generazione può essere usata solo per produrre energia termica.




Mais. Ha il vantaggio di essere già utilizzabile per la produzione di etanolo senza bisogno di grandi salti tecnologici. L'aspetto negativo è che rischia di creare competizione tra alimenti e carburanti. Inoltre richiede molto acqua, quindi il bilancio energetico è legato al luogo dove viene coltivato e inoltre risponde molto bene alla somministrazione di azoto con il rischio che per avere raccolti più abbondanti si possa inquinare eccessivamente i terreni.




Grano. Il bilancio energetico è potenzialmente discreto, ma la contrapposizione tra il grano per il pane e quello per fare il pieno sarebbe drammatica. Tra l'altro negli anni sono state selezionate qualità dalla resa minore ma di migliore qualità nutritiva, mentre per l'etanolo servirebbe esattamente il contrario





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Wednesday, May 28, 2008 1:19 AM





Orzo. Discorso analogo a quello svolto per il grano, ma con rese energetiche inferiori.





Colza. Le piante dai semi oleosi al momento sono quelle più usate grazie alla possibilità di trasformarle in biodiesel. Il loro bilancio energetico è però molto meno favorevole e se non sono coltivate in zone adatte e nella giusta maniera i vantaggi ambientali rischiano di azzerarsi.




Girasole. Il ragionamento è simile a quello svolto per la colza, con l'aggravante che il fabbisogno di acqua è spesso maggiore.




Barbabietole. Il loro zucchero potrebbe essere trasformato in etanolo, ma anche qui si rischia il conflitto con le necessità alimentari. Il fabbisogno di acqua non è eccessivo, ma quello di fertilizzanti è elevato.



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Saturday, July 05, 2008 1:49 PM
Il 'Guardian' divulga un rapporto riservato dell'organismo internazionale
"I carburanti di origine vegetale pesano per il 75% nel boom dei prezzi"
Biofuels, la Banca Mondiale accusa
"Causano i rincari degli alimentari "




Proteste contro i biocarburanti in vista del G8

Il documento tenuto nel cassetto per non creare attriti con gli Stati Uniti
Secondo la Fao, rispetto al 2007 soffrono la fame 50 milioni di persone in più

LONDRA - I biocarburanti hanno provocato un'impennata fino al 75% dei prezzi alimentari mondiali. La cifra, ben più elevata di quella inizialmente stimata, è stata resa nota dal quotidiano inglese The Guardian, ed è contenuta in un rapporto riservato della Banca Mondiale.

Il dato riportato dal Guardian, che cita fonti di "alto livello", contraddice le affermazioni del governo Usa, che ha sempre sostenuto che la produzione di biocarburanti è all'origine di meno del 3% degli incrementi dei prezzi. Il giornale britannico, invece, sostiene che il rapporto della Banca Mondiale non è stato reso pubblico proprio per evitare di irritare il presidente americano George Bush.

Secondo il rapporto citato dal quotidiano, le politiche di incentivo dei biocarburanti hanno causato una diminuzione degli stock mondiali di grano e mais ad uso alimentare, senza il quale gli incrementi dei costi dovuti ad altri fattori sarebbero stati stati molto più contenuti. Nello studio della Banca Mondiale i prezzi sotto esame sono cresciuti del 120% tra il 2002 e il febbraio 2008. Secondo il rapporto, scrive il Guardian, "la produzione dei biocarburanti ha distorto i mercati alimentari almeno in tre modi: in primo luogo deviando l'utilizzo dei cereali dall'alimentazione ai carburanti con oltre un terzo del granturco statunitense destinato alla distillazione di etanolo e circa la metà degli olii vegetali dell'Ue diretti alla produzione di biodiesel".

"In secondo luogo, gli agricoltori sono stati indotti a dedicare parte dei propri campi alla produzione di biocombustibili e, in terzo luogo - conclude il quotidiano britannico - tutto questo ha portato la speculazione finanziaria a concentrarsi sul mercato dei cereali, facendo decollare i prezzi".

La notizia è stata pubblicata a pochi giorni dall'avvio del G8 che si aprirà lunedì prossimo a Hokkaido. Anche a Bruxelles la discussione è molto accesa, tanto che in agenda domina proprio la questione dei prezzi. La stessa Commissione Europea, finita sul banco degli imputati per aver fissato come obiettivo per il 2020 la quota di carburanti di origine vegetale al 10%, nelle ultime settimane ha cercato di correggere il tiro, chiarendo che quando parla di biocombustibili si riferisce solo a quelli "sostenibili" (guarda la fotoclassifica redatta dall'Università di Bologna per l'Italia).

E nelle stesse ore arriva la denuncia della Fao: a seguito dell'aumento dei prezzi dei generi alimentari soffrono la fame oltre 50 milioni di persone in più rispetto al 2007.

In questa situazione Gianluca Susta, capo della delegazione italiana del Partito democratico all'Europarlamento, ha annunciato che presenterà un'interrogazione a Strasburgo "per chiedere di bloccare gli investimenti sui biocarburanti di prima generazione, quelli cioè ottenuti da mais o grano". Citando il rapporto della Banca mondiale, Susta aggiunge: "Chiediamo che l'Unione europea indirizzi i suoi investimenti esclusivamente sui biocarburanti di seconda generazione". Solo in Italia, conclude l'esponende del Pd, "la disponibilità di biomasse residuali corrisponde a circa 66 milioni di tonnellate di sostanze secche all'anno, equivalente a 27 mtep, ovvero ben 27 milioni di tonnellate di petrolio".

(4 luglio 2008)

Rep
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Saturday, July 05, 2008 1:51 PM
Camerati liberisti della BM

Nn lo sapete ke i costi degli alimenti sono bassissimi men3 i prezzi sono gnofiati dalla speculazione e dai produttori multinazionali di sementi?
Cialtroni!
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Saturday, February 11, 2012 11:41 AM
LA SCOPERTA
Biocarburante a base di alghe
Un nuovo microbo ci aiuterà




Le piante del mare sono una fonte ideale di biomassa,
ma finora è stato difficile e costoso
sfruttarne a pieno le potenzialità.
Ora un gruppo di ricerca cileno-statunitense ha trovato la soluzione:
un batterio modificato e tanta costa coltivata a macroalghe

di GIULIA BELARDELLI
L'IDEA di farci aiutare dalle alghe per produrre biocarburanti e sostanze chimiche rinnovabili accarezza da tempo i pensieri di chi è consapevole che, continuando così, la crisi energetica diventerà una componente endemica delle nostre società. Fino a poco tempo fa, tuttavia, le alghe brune non erano considerate una fonte di biomassa sufficientemente economica per competere ad armi pari con i carburanti derivati dal petrolio. Ora, grazie a una scoperta realizzata dal Bio Architecture Lab (BAL) di Berkeley, la situazione potrebbe cambiare: i ricercatori, infatti, hanno costruito in laboratorio un microbo molto speciale, capace di estrarre dalle piante del mare i loro zuccheri principali e farle diventare, finalmente, una sorgente "green" e potenzialmente "cheap" da cui ricavare carburanti e composti chimici privi di olio nero.

Lo studio, a cui la rivista Science ha dedicato una copertina, è stato condotto in parte negli Stati Uniti e in parte in Cile. È qui, infatti, che il BAL gestisce quattro "fattorie di alghe", anche se - spiegano i ricercatori - "le coltivazioni potrebbero essere implementate ovunque, in qualsiasi paese con un tratto costiero". A permettere al BAL di raggiungere questi risultati sono stati anche i finanziamenti concessi dalla Energy's Advanced Research Projects Agency (ARPA-E), l'agenzia fondata nel 2007 dal governo statunitense
con il compito di scovare nuove vie d'uscita alla crisi energetica.

Un tesoro fatto di alghe. Facciamo un passo indietro: cos'è che rende le alghe brune tanto promettenti per la corsa ai biocarburanti? Lo abbiamo chiesto al fondatore del BAL, Yasuo Yoshikuni: "Ci sono almeno quattro buone ragioni che fanno delle macroalghe una fonte ideale per la produzione di biocarburanti: 1) il loro alto contenuto di zucchero, che è garanzia di grandi quantità di biomassa; 2) l'assenza di lignina, ossia di un polimero organico particolarmente "pesante" da digerire; 3) il fatto che la loro coltura non sia in competizione con le coltivazioni alimentari e non comporti il consumo di acqua dolce; 4) il loro essere amiche dell'ambiente in cui vivono". Le stime - prosegue Yoshikuni - "dicono che a livello mondiale meno del 3% delle acque costiere sarebbe in grado di ospitare alghe capaci di rimpiazzare oltre 1,6 miliardi di barili di combustibili fossili". Già oggi le macroalghe sono coltivate su larga scala in diverse parti del pianeta, per un raccolto di circa 15 milioni di tonnellate all'anno. In questi paesi, le alghe sono usate anche come nutrimento, fertilizzanti e fonti di polimeri. Perché, allora, non utilizzarle anche per la produzione di carburanti puliti?

La sfida numero uno: spezzettare l'alginato. Gli zuccheri più abbondanti nelle alghe brune sono l'alginato, il mannitolo e il glucano. "Circa il 60% della biomassa secca delle alghe è composto da carboidrati fermentabili; la metà di questo 60% è imprigionata in un singolo carboidrato, l'alginato", precisa Daniel Trunfio, CEO del Bio Architecture Lab. Purtroppo, però, questa componente alginata è anche la più difficile da digerire dai comuni microbi, un fatto che finora ha impedito di sfruttare a pieno la produzione di etanolo dalle alghe. È qui che entra in gioco la fantasia del biotecnologo. "I nostri ricercatori - sintetizza Trunfio - hanno sviluppato un percorso metabolico per degradare l'alginato e farglielo poi digerire. Questo processo ci permette di utilizzare tutti i principali zuccheri delle alghe, un fatto che prima era quasi impossibile".

Il microbo mangia-alghe. Attraverso una complessa operazione di ingegneria genetica, Adam Wargacki e colleghi sono dunque riusciti a costruire un nuovo batterio in grado di sprigionare il potenziale energetico delle macroalghe. Il punto di partenza è stato l'onnipresente microrganismo Escherichia Coli, al cui genoma gli scienziati hanno aggiunto un gene per lo spezzettamento dell'alginato, prendendolo in prestito da un altro batterio, tale Pseudoalteromonas sp. Nel codice genetico di questo batterio ingegnerizzato hanno poi inserito una regione di Dna presa da Vibrio splendidus per il trasporto e il metabolismo dell'alginato. Per ottimizzare il processo hanno continuato a ibridare il nuovo batterio con geni pescati qua e là da altri microrganismi. Il risultato finale, dunque, è un microbo divoratore di alghe e dotato di uno stomaco di ferro. Come nome di battaglia gli è stato dato il poco fantasioso appellativo di BAL1611.

Scenari futuri. "Grazie a questa nuova tecnologia disponiamo di una piattaforma microbica che rende possibile la produzione di bioetanolo direttamente dalle alghe attraverso processi relativamente semplici", aggiunge Yoshikuni. Dal momento in cui queste piante non contengono lignina, infatti, i loro zuccheri possono essere rilasciati tramite operazioni basilari come la macinatura e lo schiacciamento, tutta un'altra storia rispetto all'impresa di rompere un polimero tosto e - diremmo noi - "legnoso" come la lignina.
Ad aggiungersi al coro degli entusiasti c'è anche Jonathan Burbaum, direttore del programma Electrofuels di ARPA-E: "Questa scoperta suggerisce un percorso interamente nuovo per lo sviluppo di biocarburanti, un percorso che non è più ostacolato dalla limitatezza delle risorse terrestri. Una volta pienamente sviluppate, grandi coltivazioni di alghe combinate alla tecnologia creata dal BAL ci consentiranno di produrre carburanti e sostanze chimiche rinnovabili senza il bisogno di scendere a compromessi con piantagioni di generi tradizionali come grano e canna da zucchero". Senza contare - gli fa eco Yoshikuni - che la coltivazione di alghe ha un impatto benefico sull'ambiente in generale, sia sopra che sotto il pelo dell'acqua. I prossimi passi consisteranno nell'apertura di una struttura pilota in Cile e nell'avvio di nuovi progetti negli Stati Uniti e in Norvegia.

(30 gennaio 2012)

Rep


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